ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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giovedì, marzo 15, 2007
 
La gita delle casalinghe (pensionate) dell’Amantina
Un giorno un tipo che era nato condottiero ma che aveva sempre fatto fotocopie si trovò inaspettatamente a comandare un gruppo.
Quando gli fu annunciata la notizia i capelli gli scodinzolarono di gioia, i baffetti gli luccicarono come se fossero stati bagnati dalla pioggia, ma non era pioggia era un’altra cosa, e gli occhi gli fiammeggiarono come lapilli nell’oscurità.
Doveva condurre delle persone a Frascati dove, dopo aver visitato Villa Aldobrandini, avrebbero consumato, in una trattoria, pane, formaggio e olive ascolane (veramente a Frascati nelle trattorie si consumano grasse olive, verdi e nere, ma il gestore aveva dieci chili di congelato da smaltire), infine sarebbe seguita la dimostrazione di un noto prodotto.
Il gruppo era costituito dalla casalinghe dell’Amantina.
La gita fu organizzata per la ragione che segue.
Il venditore di un noto prodotto aveva detto al prete della parrocchia dell’Amantina: ti finanzio una piccola parte della ristrutturazione dell’oratorio se fai l’annuncio di una gita a Frascati dopo la messa.
Il prete aveva accettato e parlato con un fedele, un tipo onesto, che come mestiere faceva fotocopie (le faceva anche per il parroco quando occorreva) e gli aveva domandato: ti va di guidare un gruppo?
Il tipo, che si chiamava Alessandro, aveva risposto: volentieri!

Così Alessandro iniziò immediatamente a studiare il progetto e si presentò alla messa con il programma già stampato (e fotocopiato).
Programma
Appuntamento alla chiesa dell’Amantina alle ore 8 a.m.
Colazione al bar di fronte alla chiesa alle 9 a.m.. (per scongiurare cali di zuccheri durante la gita).
Partenza con il pullman davanti al bar (in cui faremo colazione) alle 10 a.m. (per evitare smarrimenti).
Viaggio con arrivo (previsto) alle 10,30 a.m., con scaricamento davanti all’ingresso di Villa Aldobrandini (tempo stimato per lo scaricamento 30 minuti)
Dalle 11 a.m. alle 11.30 a.m. visita della Villa (saranno distribuite fotocopie sulla storia della Villa da leggere attentamente)
Dalle ore 12.01 alle ore 14.00 pranzo nella celebre osteria (non sono ammessi consumi di alcolici)
Dalle ore 14.15 alle ore 16.00 dimostrazione del noto prodotto
Dalle ore 16.01 alle ore 16.35 varie ed eventuali
Dalle ore 17.01 alle ore 17.30 caricamento delle casalinghe in pullman
Ore 18.00 rilascio delle casalinghe davanti alla chiesa
Abbigliamento consigliato: maglietta e pantaloni gialli per essere in ogni momento distinguibili.
Occhiali da sole con lenti nere e cappello bianco (il bianco protegge meglio dal sole).
Marito automunito alle 18.00 per eventuale acquisto del prodotto. Esclusa partecipazione maschile!
E’ sconsigliata la partecipazione: ai mussulmani, a quelle che non amano il giallo il nero il bianco, a quelle che non amano le olive ascolane. Portare 200 euro (in 4 pezzi da 50) per l’(eventuale) acquisto del noto prodotto.
Costo della gita comprensiva di tutte le spese di cui sopra: 10 euro! Un regalo!

La gita, effettivamente, era a un prezzo vantaggioso e le casalinghe, dopo la celebrazione della messa, s’iscrissero in massa, pagarono, ritirarono le fotocopie da memorizzare e lessero attentamente il Programma.
E’ tutto chiaro? Chiese Alessandro
E’ tutto chiaro, risposero le casalinghe dell’Amantina.
La gita è tra un mese, se ci fossero defezioni, troverete sul foglio il mio numero per avvisarmi, e ricordate: in nessun caso sarete rimborsate a meno che non portiate il certificato di un ricovero ospedaliero.
Va bene, risposero le casalinghe facendo le corna.
Durante quel mese Alessandro, appena terminava il suo lavoro di fotocopiatore, perfezionava le varie tappe del viaggio e sperimentava il tragitto. Parlò anche approfonditamente con l’autista del pullman (gli propose di collaudare insieme il percorso ma quello si rifiutò con un insulto), contattò il ristoratore, i guardiani di Villa Aldobrandini e, naturalmente, il venditore del noto prodotto che finanziava con una discreta somma la gita.
E qui scappò l’imprevisto di una giornata che già si prospettava perfetta.
Il venditore chiese il numero telefonico delle casalinghe dell’Amantina per anticipar loro i dettagli del nuovo prodotto, consegnare i depliant pubblicitari, richiesta che Alessandro rifiutò per la legge che tutelava la privacy.
La gita ha uno scopo, disse il venditore. Lo scopo è che le casalinghe acquistino il noto prodotto. Sono anni che faccio questo lavoro e so che devono essere informate prima perché qualcuna decida di acquistarlo.
Ma non ci fu nulla da fare. Malgrado il venditore telefonasse ad Alessandro più volte al giorno per un mese, non riuscì ad ottenere i numeri di telefono.
Alla fine decise di annullare l’operazione, ma Alessandro gli rispose che ormai era tardi: aveva già pagato l’autista, il ristoratore e acquistato i biglietti d’ingresso per Villa Aldobrandini.
Devi avere fiducia in me, gli disse Alessandro un pomeriggio buio e piovoso in cui s’incontrarono alla parrocchia. Sono nato per fare il Capo io, ce l’ho tutte sul palmo della mano!
Il venditore guardò Alessandro, era la prima volta che lo vedeva senza occhiali da sole, e notò che aveva un occhio azzurro e uno nero.
Assentì con la testa, ricacciando indietro le lacrime.
La gita
Alle otto della mattina davanti alla parrocchia dell’Amantina c’erano solo Alessandro e il venditore. Alle nove non era ancora arrivato nessuno.
Per fortuna che non ho pagato la consumazione al bar, disse Alessandro.
Gli hai telefonato per una conferma? Chiese il venditore.
Impossibile! Se avessi dovuto fare cinquanta telefonate non ci sarei rientrato con le spese, rispose lui.
Alle dieci arrivò l’autista che, vedendoli abbattuti, offrì loro un caffè.
Alle dieci e cinque il venditore tirò fuori il suo cellulare rattoppato con il nastro adesivo e disse ad Alessandro: chiamane una!
Alessandro lesse le informazioni sulla sua prima scheda: Ada Adini, 78 anni, femmina (anziana) nata a Cagliari (Sardegna) Segni particolari: sembra più giovane di 78 anni.
Pronto, disse Alessandro. Ada Adini? Ti sto aspettando per la gita!
Non posso venire, rispose lei con un sospiro. Le figlie e i nipoti me l’hanno proibito. Dicono che è una truffa perché non ho ricevuto il depliant del noto prodotto e nemmeno una telefonata dal venditore. Hanno detto che è meglio perdere dieci euro piuttosto che me ne rubino altri duecento. Io ce l’ho ripetuto che lei è un gran signore, che ci ha pure gli occhi di colore diverso, che è un grande organizzatore e che ha previsto tutto, ma loro si sono spaventati ancora di più. Poi volevo sapere…Che significa am?
Ma Alessandro, senza rispondere, spinse il tasto rosso.
Chiamo anche le altre quarantanove? Chiese
Il venditore gli tirò un pugno in faccia e lo buttò giù per terra.
Con i soldi delle vecchie aggiustati il naso, disse.

Epilogo
Con la somma avanzata Alessandro acquistò un cane che chiamò Bucefalo e a cui insegnò l'andatura del trotto e del galoppo. A tutt’oggi si aggirano nel quartiere dell’Amantina e sono riconoscibili perché entrambi hanno occhiali da sole.
Il venditore fa il sacrestano nei fine settimana nella Parrocchia dell’Amantina e ha un cellulare nuovo.
Il ristoratore fu arrestato perché le olive ascolane avvelenarono ventitre persone (ma si salvarono tutte).
E l’autista?
L’autista ha scritto questa storia.
Questa storia è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell'inventiva dell'autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.







postato da alice121 ~ 15/03/2007 14:16 ~ commenti (8)
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lunedì, marzo 05, 2007
 
Non c’era la luna ma nemmeno le stelle
C’era un ragazzo che non pareva felice e i motivi della sua infelicità potevano essere tanti o uno solo, però se qualcuno gli domandava: cosa c’è che non va? Lui rispondeva: nulla!
Un giorno questo ragazzo stette male più del solito e i suoi amici lo portarono in una casa, lo distesero su un letto, bagnarono un fazzoletto con l’acqua e glielo posarono sulla fronte per rinfrescarlo un po’.
Poi chiamarono suo padre.
Suo padre venne - era un uomo piccolo e serio - e spalancò gli occhi quando vide il figlio che non stava bene ma li richiuse subito.
Gli amici aiutarono il ragazzo ad alzarsi e a infilarsi le scarpe e il giubbotto, mentre il padre apriva lo sportello della macchina con cui era arrivato e continuava a tenerlo anche se non c'era il pericolo che si richiudesse perché era una notte senza vento e fitta di nuvole, talmente fitta che se a qualcuno ne fosse venuta la voglia avrebbe  potuto afferrarne una con la mano.
E’ tutto chiaro, disse il padre mentre gli amici procedevano lentamente trascinando suo figlio.
E’ tutto chiaro: è colpa della cattiva compagnia se sta male.
Ora che ci penso era una notte senza luna quando succedeva questo fatto.


postato da alice121 ~ 05/03/2007 10:09 ~ commenti (5)
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lunedì, febbraio 12, 2007
 
Voi perché scrivete?
Patricia Highsmith in risposta alla domanda qui sopra fatta dalla rivista Libération: sono ansiosa per natura. Se ho comprato il biglietto del treno, mi immagino sempre di avere cinque minuti di ritardo, malgrado i miei sforzi per arrivare una mezz’ora prima. Nella vita non perdo mai il treno, ma l’idea di farlo m’inquieta. Allora invento intrighi in cui arriva il peggio, o in cui l’eroe ha paura che arrivi il peggio. Non so se questo mi dà sollievo o no. Intrighi come questi non possono che aggravare la mia angoscia innata.

Gianni ha un viso affilato, due occhi verdi che si modificano a seconda della luce, un corpo lungo e muscoloso, da centometrista che taglia il traguardo: scrivo per capire. Scrivo degli altri, ma in realtà è me quello che cerco attraverso le loro storie. Sono sempre stato uno tranquillo, uno che si piaceva, che fuggiva dalle storie complicate, dalle responsabilità. Mi andava bene così. Poi mi sono visto sul finestrino dell’auto, il vetro era appannato, c’era un’umidità che ti succhiava le ossa quel giorno, ho pulito il vetro con la mano, sono tornato a guardarmi, accidenti questo sono io ho pensato, credevo di essere un altro. Così mi sono messo a elaborare questa sensazione e m’è venuta bene, molto toccante. Tu hai la scrittura nel sangue, m’ha detto mia madre e non era la sola ad avere questo pensiero.

Tiziana ha due occhi neri sotto due sopracciglia ordinate e sottili, due polsi appesantiti da braccialetti che tintinnano quando parla: a me scrivere non è mai piaciuto. Facevo sempre fatica con i temi a scuola, poi al corso prematrimoniale, il prete, don Anselmo si chiamava poveraccio è morto l’anno scorso durante la benedizione, ci diede come esercizio da fare a casa quello di scrivere i nostri pensieri sul matrimonio, sui sacrifici e la fede. Così quando Roberto cominciò a passare ore sulla chat con quella, che io lo sapevo che mica era una cosa normale la chat anche se non gli dicevo nulla, ho aperto un quaderno a quadretti che usavo per annotare i conti del negozio, e ci ho scritto sopra un’immaginazione: Roberto mi faceva chiamare a C’è posta per te. E io ci andavo tutta apparecchiata, la faccia seria, le sopracciglia perfette e prima rispondevo che non lo rivolevo, poi Maria mi faceva ragionare, e dicevo che lo perdonavo. A quella trasmissione non ci sono mai andata, nemmeno ne conosceva l’esistenza lui: stava sempre attaccato a quel computer. Alla fine ci siamo lasciati e io ho continuato a scrivere i miei sogni sul quaderno con la speranza che s’avverassero e poi ho pensato che forse c’era un editore che me li pubblicava, e che ci diventavo anche ricca, che a volte, si sa, da un male spunta fuori un bene.

Beatrice ha dei capelli biondi e lunghi, che s’avvita di continuo intorno all’indice, un sedere abbondante compresso in un paio di jeans, un camicetta sbottonata su un piccolo seno: il mio sogno è sempre stato quello di diventare una scrittrice sin da quando ero alle medie. Poi ho scelto la facoltà di giurisprudenza perché avevo uno zio che m'aveva promesso un aiuto per entrare in banca, ma ho sempre continuato a covare quel sogno, anche quando facevo i conti. Non quando ero allo sportello però. Poi un giorno il mio ragazzo mi ha detto che gli sarebbe piaciuto leggere qualcosa e mi sono accorta che non avevo mai scritto nulla! Allora ho cominciato a buttar già la storia della mia vita, cambiandola un po’. E tutti mi hanno detto che era molto bella e allora ho continuato, del resto ci stanno tante schifezze in giro: se hanno pubblicato quelle perché non dovrebbero pubblicare le mie?

Stefano ha un corpo sottile come un cerino da caminetto, due mani che stanno tranquille su una ventiquattrore e che rimangono in quella posizione anche quando parla: sono sempre stato uno pigro, che detestava lo sport, il pallone poi solo a vederlo rimbalzare mi faceva salire le bolle. Così ho passato l’infanzia a leggere fumetti e libri per ragazzi, poi mi sono fatto i classici, mi sono innamorato degli scrittori americani, e del noir molto prima che venisse scoperto. E delletrame, i personaggi, i meccanismi che portano a una soluzione finale, l’unica possibile. Poi c’è un sacco di spazzatura in giro, la gente scrive ma non legge, così mi sono chiesto: io sarei in grado di scrivere un romanzo? Già scrivevo dei racconti, ma un romanzo è un’altra cosa. Sentivo questa urgenza, non ne potevo fare a meno.*

*Le risposte di Gianni, Tiziana, Beatrice e Stefano sono immaginarie, li ho descritti in modo un po' ridicolo, avrei potuto renderli  più commoventi di sicuro, ma mi serve per  non prendermi  troppo sul serio.  Io avrei risposto,  più o meno,  come Patricia, ma se ci penso bene anche nelle risposte degli altri c'è qualcosa che mi riguarda anche se non saprei dire quale. Forse quella che non hanno detto.


postato da alice121 ~ 12/02/2007 12:20 ~ commenti (9)
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lunedì, agosto 21, 2006
 
Fumiamoci la fine dell’Olanda
Fiona Site rientrò a casa verso le 18.00 dopo aver accompagnato i figli e il marito all’aeroporto. Mentre cercava la chiave della porta, arrivò il messaggio di Sanjay che erano appena atterrati a Edimburgo.
Fiona sospirò. Aveva voglia di una pizza, ma c’erano avanzi di tonno, di frittata e di formaggi e non sarebbe riuscita a gettarli via. Mise tutto in un piatto e si sistemò sul divano.
La televisione l’aveva venduta il giorno prima e anche l’acquario con i mille guppi. Ai bambini Fiona aveva detto che ne avrebbero preso un altro più grande con dei pesci azzurri che risplendevano al buio, ma pensava di prendere un gatto invece. Un piccolo gatto grigio o nero che l’avrebbe aiutata nella fase d’ambientamento in Scozia.
La Scozia era la loro sesta destinazione.
Prima c’era stata la Libia, un pappagallo rosso ed era nato Tom, poi il Congo e una scimmia nana, poi la Turchia, il cane Dingo ed era arrivato Rob, poi l’Italia, ancora Dingo ed era comparso Bruce, infine l’Olanda dove Dingo era morto dopo aver mangiato veleno per topi nel giardino del vicino, l’acquario e la pillola anticoncezionale.
Aveva conosciuto suo marito quindici anni prima a Houston dove lei guidava l’autobus che portava gli impiegati della R&R nei rispettivi uffici. Lui, benché vivesse in Texas da quando aveva sei anni, aveva ancora quel lamentoso accento indiano che durante le riunioni faceva accendere un sorriso negli occhi di quelli che ascoltavano. Così i primi due anni della loro storia l'avevano trascorsa a scandire parole e a cucinare piatti speziati. Quando, dopo il matrimonio, arrivarono in Libia lui aveva perduto il suo terrificante accento e lei sapeva cucinare un ottimo Tandoori.
Fiona scoprì il telecomando della tivù tra i due cuscini del divano e pensò che avrebbe dovuto chiamare il tipo a cui aveva venduto l’apparecchio. Doveva anche imballare qualcosa che non voleva fosse toccato dai traslocatori: i suoi dischi di jazz, le foto, la sua biancheria intima e altre cianfrusaglie . Ma non ne aveva voglia, l’avrebbe fatto più tardi oppure si sarebbe svegliata l'indomani all’alba.
E allora se non ne hai voglia cara, e ti comprendo e ti approvo, è opportuno che vai a dormire adesso perchè ci vogliono almeno sette ore di sonno per un organismo adulto per recuperare le energie consumate durante la giornata.
Zitto tu!
Fiona afferrò il telecomando, lo puntò sul vuoto, e spense la voce inesistente del marito. Poi s’alzò, aprì la borsetta e prese un pacchettino argentato.
Non me la puoi preparare tu, per favore? La pago di più.
Il ragazzo del coffee shop aveva scosso la testa, aveva preso una sigaretta dal taschino della camicia, e aveva detto: voi americani siete i più curiosi di tutti.
Fiona spense il cellulare e accese la canna.
Amava ancora Sanjay con la stessa intensità dii quei giorni in cui guidava il bus e lo guardava dallo specchietto retrovisore, ed era contenta di vivere con lui, stanca, invece, di continuare a girare il mondo, come lui, del resto.
Al terzo tiro pensò ai difetti di suo marito. Escludendo l’aspetto fisico, Sanjay era piccolo, di carnagione scura e quasi calvo, era perfetto. Era quieto e paziente e la faceva ridere o sorridere.
Al quarto tiro una risata si diffuse nel soggiorno silenzioso. Se ci fosse stato lui, lei non avrebbe mai osato fumarsi una canna. Lui era salutista, troppo.
Si distese meglio sul divano e guardò fuori oltre il minuscolo giardino. Pioveva sottile e ogni tanto un colpo di vento staccava qualche foglia dai rami degli alberi.
Quei due anni d’Olanda le erano passati sopra come un soffio e se qualcuno le avesse chiesto: l’Olanda com’è? Non avrebbe saputo rispondere nulla, se non: una terra piatta con i tulipani e i coffee shop. Ma in realtà quando era passata davanti ai campi dei fiori non li aveva guardati mai. E con la Scozia sarebbe stato lo stesso. Avrebbe vissuto nella comunità americana senza scambiare neanche una parola con gli scozzesi. Però questa volta avrebbe potuto seguire le trasmissioni televisive senza problemi. Le avrebbe seguite da un enorme televisore piatto che Sanjay aveva già ordinato. L’acquario con i pesci fosforescenti e uno schermo che ricopriva la parete. Sarebbe stato un soggiorno elegante!
E che ci guardo sul televisore? Ci guardo i castelli scozzesi, chissà quanti documentari che trasmetteranno!
Fiona ruppe in una risata che non finiva più. Poi s’addormentò sul divano dimenticandosi di mettere la sveglia.


postato da alice121 ~ 21/08/2006 13:23 ~ commenti (7)
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mercoledì, marzo 22, 2006
 
Ma poi quelli che vi partecipano la sanno usare l’acca? E gli accenti? E conoscono la regola della m? E le virgole? Ah le virgole...
Mi ha scritto una lettera, mi disse all’orecchio.
Eravamo sull’autobus schiacciate tra corpi avvolti in cappotti e sciarpe e una penna di fagiano che spuntava da un cappello di un’aggressiva anziana senza posto.
Parlavamo piano.
Ha scritto qui con l’accento e anno con l’acca.
Non dissi nulla: ero concentrata sulla penna.
Se l’afferravo sarebbe venuta via subito o avrebbe fatto resistenza?
Era cucita o infilata nel cappello?
Non potrò mai innamorarmi di lui!
Le pietre blu appese al filo d’ottone s’agitarono una due tre volte, erano le uniche ad avere spazio su quell’ottantasette, oltre alla penna di fagiano.
Ma è assurdo! risposi scandalizzata, mi scandalizzavo spesso a quei tempi.
E’ assurdo, ma è così.
Poi vent’anni dopo, nella sua auto in un parcheggio del centro, ma anche in precedenza e so che accadrà ancora: mi ha scritto una mail lunghissima con delle parole che mai nessuno mi aveva detto, vorrei che lo conoscessi è così entusiasta, è…
E cosa c’è che non va?
Ha scritto bambino con la n.
Ma sarà un errore di distrazione!
Lo ha scritto per tre volte b a n b i n o.
Io non mi scandalizzavo più, dissi: esiste il correttore automatico.  
Lui non lo usa.
Gli zaffiri appesi al filo d’oro ondeggiarono più volte, avevano ancora lo spazio, ma adesso anche le mie braccia e le mie mani erano libere, avrei potuto sfilare o tirare qualunque cosa mi fosse capitata a tiro, ma non c’era nulla, così mi misi a giocherellare con la chiusura dello sportellino davanti a me.
Prima di cominciare una storia dettagli un testo, dissi ridendo. Oppure parlane con qualcuno.
E che gli racconto a qualcuno: devo capire perché mi piacciono solo gli uomini che usano l’acca al posto sbagliato? Mi sono iscritta a un corso di yoga, invece.
C’erano stati i viaggi nei paesi senza turisti, la cucina esotica, le discese dei fiumi in canoa, l’osservazione delle stelle, le tazze di ceramica nei conventi sulla collina, i pesci tropicali osservati da una maschera,  l’Olanda in bicicletta.

Forse un corso di scrittura creativa?


postato da alice121 ~ 22/03/2006 11:33 ~ commenti (11)
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martedì, gennaio 24, 2006
 
E il coniglio s’innamorò del campanile  
Ian B,. maestro di una scuola di Oegstegeest, si accorse subito che l’autista dell’autobus era cambiato. Se ne accorse perché lui arrivava a scuola alle 7.30 per accudire i conigli, mentre l’autobus privato si fermava alle 7.55, caricava quattro studenti e ripartiva subito. Lui alle 7.55 portava fuori le buste con la spazzatura del giorno prima. Quel 7 gennaio invece l’autobus c’era già al suo arrivo.
Ian B. era un uomo solo.
Aveva una montagna di impegni pomeridiani e un enorme circuito di conoscenze, però era senza una donna da un tempo immemorabile.
Da due mesi non vedeva gli amici del pub con cui condivideva i fine settimana e anche il locale di jazz non lo frequentava più. Aveva mantenuto solo l’impegno del giovedì quando andava con Ana, la sua vicina, al club degli obesi a tirare freccette e a bere sidro. Lì, periodicamente, Ian sbaciucchiava qualcuna, ma non le chiedeva mai di uscire.
Mi hanno domandato se sei gay, gli disse una sera Ana. Ian B. aveva sorriso senza informarsi su quale fosse stata la sua risposta.
Di sfogliare quelle donne oltremisura non aveva voglia. Di baciare quei visi riscaldati dalle mele fermentate invece sì.
L’ultima rapporto con una donna risaliva alle vacanze estive di due anni prima, quando aveva passato dieci giorni sul lago del Garda e aveva incontrato Matilde, una cameriera della pensione dove alloggiava. Di lei conservava qualche foto, una maglietta che profumava  di vaniglia, e un foglio di carta a quadretti dove erano scritte in stampatello alcune frasi in italiano.
Quel mattino del 7 gennaio, mentre pedalava sulla ciclabile, Ian B. pensò che avrebbe potuto ammazzarsi anche quella sera.
Era un lunedì, era inverno, mancava la luna e non c’era motivo di vivere ancora. Il camion della spazzatura avrebbe ritirato il suo passato, e lui se ne sarebbe andato via tranquillo, senza traccia.
Mentre legava la bicicletta alla rastrelliera vide l’autobus fermo. Così invece di scavalcare la staccionata della scuola, decise d’entrare dal cancello d’ingresso in modo da poter dare un’occhiata all’interno. C’era una donna che giocherellava
con la radio e quando lui rallentò, lei alzò lo sguardo e gli fece un cenno di saluto. Lui ne fu sorpreso e si dimenticò di rispondere. Si pentì subito per la sua scortesia e pensò che forse poteva tornare indietro e scusarsi, ma poi alzò le spalle e si diresse verso la gabbia dei conigli. Aveva stabilito di dargli una razione doppia perché il giorno dopo non ci sarebbe stato e nessuno si sarebbe preoccupato che fossero senza cibo. Quando era malato, infatti, doveva chiamare la scuola più volte per ricordare alle maestre di dar loro l'erba. Tirò fuori il coniglio nero e cominciò a sussurrargli sul muso i dettagli del suo progetto, ma le ultime parole furono coperte da un frastuono pazzesco e per un attimo Ian B. pensò che qualcosa stesse per precipitare dal cielo. Anche il coniglio nero lo pensò e con un salto sgusciò dalle sue mani e con un altro imbucò la porta. L’aereo militare risalì di quota e il coniglio saltellava nello spiazzo di fronte alla chiesa. Ian B. afferrò un mazzo d’erba medica e un asciugamano e si avvicinò lentamente. Depose l’erba sul selciato e guardò l’orologio del campanile. Le 7.40. Anche il coniglio guardò l’ora, per lo meno diresse il muso verso l’alto. Ian B. fece due passi senza respirare. Il coniglio arricciò il naso e con un balzo mantenne immutata la distanza. Ian B. aprì l’asciugamano e corse. Il coniglio saltò cinque volte e di nuovo si fermò a guardarlo.
Stupido, disse Ian B.
Posso offrire una delle mie carote? disse una voce alle sue spalle. Ne ho cinque per il pranzo, sono a dieta.
Era l’autista che l’aveva salutato prima.
Mentre aspettavano che il coniglio s’avvicinasse alla carota, lei gli spiegò che aveva preso servizio quella mattina e che aveva cominciato una dieta il primo gennaio. Lui le raccontò che era maestro in quella scuola da quindici anni e che da cinque avevano i conigli.
Lei aveva degli occhi orientali ed era un po’ robusta sui fianchi, ma non troppo.
Alle 7.50 il coniglio s’avvicinò alla carota e quando ne ebbe mangiata metà, Ian B. lo catturò con l’asciugamano.
Poi le offrì un caffè, ne aveva un thermos pieno, ma lei indicò l’orologio del campanile e disse che era tardi.
Lui rispose: bene e si girò con l’asciugamano e il coniglio stretto al petto, ma lei disse: mi chiamo Christine. Lo berrò domani il caffè perchè sarò in anticipo, come stamattina.
Mentre aggiungeva l’acqua nelle ciotole, Ian B. decise che avrebbe rinviato il suo progetto, in fondo anche il martedì era un giorno qualunque.


postato da alice121 ~ 24/01/2006 11:08 ~ commenti (15)
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venerdì, gennaio 20, 2006
 
Il condominio degli anonimi
A rifletterci bene, disse lo studente che abitava nel seminterrato, lei potrebbe essere un maniaco.
Prego? Chiese il signor Bianchi, allentandosi la cintura dell’impermeabile.
Era una giornata fredda e secca, ma il signor Bianchi, che non sopportava la pesantezza dei cappotti, indossava solo impermeabili con una fodera di panno leggera.  
Lei sembra così anonimo e innocuo che potrebbe anche essere un mostro. Spiegò il ragazzo grattandosi il ciuffo di peli che gli nascondeva il mento.
La conversazione avveniva davanti alle cassette della posta, dove il signor Bianchi s’era fermato a leggere un telegramma che era arrivato qualche ora prima. Lo studente era entrato insieme a lui, aveva atteso qualche istante che il signor Bianchi si spostasse, - aspettava il vaglia dai genitori -, infine aveva pronunciato quella frase. Era la prima volta che i due si parlavano.
Il signor Bianchi ripose il telegramma nella tasca dell’impermeabile e si passò la mano sulla fronte. Era un uomo grasso che sudava anche per un un gesto o un paio di parole, ma in quel momento la sua fronte era asciutta.
Anche lei è anonimo, rispose il Signor Bianchi. Anzi per essere più preciso, lei con i suoi  occhialini rotondi, con la sua barbetta esile e incolta, con i suoi abiti sgualciti e macchiati sembra proprio uno studente modello. Dove la parola modello non rappresenta certo un esempio da seguire.
Adesso la fronte del signor Bianchi brillava sotto la luce al neon.
Inoltre non temo di sbagliare se affermo che lei si trova in uno stato di alterazione.
Lo studente, che aveva effettivamente bevuto un paio di birre, rispose: sono solo avvilito per una prova scritta andata male.
E anche lei potrebbe essere un potenziale assassino, continuò l’uomo. Ha assunto droghe o alcolici, è rabbioso per l’ennesimo esame fallito e anche irritato perché qualcuno le sta dicendo che ha un’immagine e un contenuto banale.
Lo studente alzò le spalle e salì la rampa di scale.
Non ho la faccia di un maniaco, però.
I maniaci sudano mentre commettono i delitti, io invece sudo quando parlo.
Ma lo studente, superato l’ascensore, aveva già cominciato a scendere le scale che conducevano al suo appartamento.
Il signor Bianchi si ripassò la mano sulla fronte, si asciugò le dita sull’impermeabile, tirò fuori il telegramma.
Volo Klm per Amsterdam alle 12. Seguirà comunicato.


postato da alice121 ~ 20/01/2006 12:17 ~ commenti (8)
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lunedì, novembre 07, 2005
 

Il primo weekend nella casa dove vivremo dopo Natale 
Mentre Emme s’occupava di centimetri, squadre e matite senza punta, Fran s’impegnava nelle prove dei Miserabili, Lo spariva con una frase: mi sembra di stare al mare, che significava che si sentiva libero e si divertiva,  io guardavo quello che si vedeva dalle finestre, tracciavo la nazionalità dei vicini e m’avventuravo nel giardino dove tra i bambù e i rododendri, rinvenivo quattro piante ancora nelle confezioni di quando furono acquistate al vivaio. 
Intorno alle piante, era cresciuta un' erbaccia, una specie di filo, che quando l’afferravo per strapparlo via, mi faceva venire delle bolle e un bruciore pazzesco, e parecchie ore dopo che le bolle erano scomparse, le mani erano come addormentate. Comunque mentre Emme salvava le piante,  mi chiedeva: secondo te, perché erano lì, perché non le hanno portate via?
Io ci ho pensato e, in base ad alcuni dettagli a me noti o osservati, ho immaginato che la faccenda sia andata così: 

I signori Begam hanno vissuto per trent’anni in Olanda. Per loro l’inserimento è stato meno traumatico rispetto ad altri europei, ma anche molto più duro da sopportare all’inizio. Meno traumatico perché il loro paese dista 300 chilometri e quindi per la nostalgia iniziale c’era una consolazione quasi istantanea, ma anche duro perché in quanto tedeschi erano mal visti dai locali. Allora i signori Begam hanno studiato l’olandese e l’hanno imparato bene, talmente bene da parlarlo senza accento e anche i figli naturalmente, loro sembrano addirittura olandesi.
Prima di proseguire nella storia, preciso che:  ci sono alcune coppie che vivono la routine ritagliandosi dei passatempi singoli e ciò non costituirà necessariamente una minaccia alla stabilità del rapporto. Altre che invece hanno bisogno di  una passione comune che non sarà la garanzia che non si lasceranno più.
I signori Begam, comunque, rientrano nella seconda categoria.
Nei quindici anni che trascorrono nella casa dove io andrò a vivere dopo Natale, coltivano insieme il giardino.
Lui si occupa dei congegni elettrici e d’irrigazione, studia sistemi che difendano le carpe coi che nuotano nel piccolo stagno dall’assalto dei gatti e  dal ghiaccio. Lei, invece, fa nascere piante impreviste per una terra del Nord. Ad un certo punto
decidono di costruire anche un winter garden, dove crescono un ulivo, un limone e altre piante mediterranee. Le fasi della costruzione del giardino d’inverno sono documentate anche da fotografie scattate dal signor Begam.
Così passano le stagioni, i figli vanno a vivere con le fidanzate, il giardino esplode nella sua bellezza e un giorno il signor Begam  va in pensione. Nella sezione dove lavora, i colleghi organizzano una festa durante la pausa pranzo, il signor Begam beve un bicchiere di troppo, ride come non ha riso mai sul luogo di lavoro, anche gli altri ridono, lo seguono con occhi d’invidia o di compassione mentre raccoglie in uno scatolone il contenuto della sua scrivania. Che farai, gli chiede, ad un certo punto,  il collega più intimo. Torno nel mio Paese, risponde il signor Begam. Davvero? Risponde quello, sbalordito. Non riesco a immaginare la signora Begam lontana dai suoi figli e dal suo giardino. Infatti, dice il signor Begam, tirando fuori da un cassetto una cornice con la foto della moglie, lei non viene con me. Apre la cornice, prende la foto, la getta nel cestino, ripone la cornice nella scatolone. 

Sua moglie è a casa che ha preparato la cena, come sempre. Ma è una cena speciale. E’ anche andata al vivaio e ha comprato 4 piante, 4 piante costose ed esotiche.
Non sa quello che ascolterà tra pochi minuti, non lo sapeva nemmeno il signor Begam fino a che non l’ha detto al suo collega. Cioè intuiva che sarebbe accaduto qualcosa , un cambiamento ci doveva essere perché la sua vita non finiva il giorno della pensione.
Il signor Begam apre la porta di casa alle sei, il cane, sdraiato nel soggiorno, alza la testa e accenna a un  abbaio, le quattro piante esotiche sono nell’ingresso, la signora Begam si sta lavando le mani in cucina, ciao, gli dice indifferente, poi si ricorda che quello è un giorno speciale, va all’ingresso, non ha sentito il rumore della porta che si richiudeva, forse il signor Begam sta guardando dentro la cassetta della posta, pensa,  però non ricorda che sia passato il postino quella mattina.
Il signor Begam è immobile sulla soglia, ha uno sguardo fisso che attraversa il soggiorno, la serra, raggiunge il giardino, uno sguardo che non s’accorge delle piante che stanno proprio davanti a lui.
La signor Begam sa quello che sta per sentire.
Ho messo in vendita la casa, dice lui.
Lei per un minuto non dice nulla, poi gli spinge addosso le solite frasi, lui invece di opporsi con altre solite frasi, prende il martello dalla cassetta degli attrezzi e colpisce una piastrella di ceramica su cui è scritto in tedesco: Famiglia Begam, poi prende il pigiama lo spazzolino e qualche altra cosa e va a dormire da sua sorella in Germania, quella notte stessa.
La signora Begam piange e si dispera, telefona ai figli e alle amiche, ti stiamo vicino le dicono i
primi e le seconde, te lo dovevi aspettare le dicono, poi forse gli passa, dicono i pietosi, potevi pensarci prima, dicono quelli che pensano: a me non succederà mai, non è troppo tardi per rifarti una vita, aggiungono tutti per consolarla. Ognuno afferma la sua opinione come se fosse l’unica possibila verità, la signora Begam non innaffia più le piante, ma ormai sono diventate robuste e vigorose e non hanno più bisogno delle sue cure, come i figli del resto. Ci sono le piante nuove, ancora nell’ingresso. La signora Begam le trascina fino al giardino e le nasconde tra i bambù e i rododendri. 
La signora Begam quando si trasferisce nel suo nuovo appartamento può portare solo quello che le apparteneva prima del matrimonio, tutto il resto resta al marito. Il signor Begam, mentre lei trasloca, controlla che non porti via nulla di più. Lei concede di prendere solo i regali che ha ricevuto a Natale e ai compleanni. Lei, nei giorni che lui era in Germania, ha pensato di bruciare il giardino e la serra, ma alla fine non ne ha avuto il coraggio, però è andata a raccontare a tutti i vicini e ai lontani ogni particolare che riguarda un poco di buono che si chiama Begam. 
Quando sale sul furgoncino con i suoi pochi mobili e  piccoli oggetti, la signora Begam gli rivela con un smorfia soddisfatta: quelle piante esotiche che ti costarono 300 euro, sono da qualche parte nel giardino, trovale con l’olfatto se ci riesci! Ah poi il cedro, quella cazzata che dicevi che ti rappresentava, gli ho fatto tagliar via la punta dal giardiniere. Muori Begam! 
Lui cerca per giorni quelle piante. Poi alla fine si convince che le ha gettate via. Davanti al cedro del libano senza punta, gli scendono due lacrime. E la punta se la porta via, con l’idea di conservarla per sempre anche se ormai è appassita.   



postato da alice121 ~ 07/11/2005 13:29 ~ commenti (8)
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lunedì, agosto 29, 2005
 

Aspettando Katrina. 
Due giorni fa 
Davanti a un taxi che lo sta portando all’aeroporto, un uomo alto, oltre i quaranta, parla a un altro, probabilmente della stessa età, che ha una borsa di plastica a tracolla, la camicia slacciata su un petto cosparso di ciuffi di peli grigi, che ascolta prendendo appunti su un taccuino. 
Prima vai alle baracche, ti porti qualcosa da bere, capito? Individui i soggetti interessanti, attento al viso: non mi riprendere qualcuno senza denti o ubriaco, deve apparire sporco, ma pulito. Cerca la storia! Fammi un primo piano anche di un paio di serpenti. Poi vai allo stadio. Lì rintracci uno con il sax, fagli suonare un pezzo, no almeno quattro. I bambini: riprendi i bambini. Ma non così genericamente, capito? Devi trovare una famiglia in cui la gente si riconosca. Devono pensare: se nascevo nero, sarei stato quello, se mi licenziavano l’anno scorso ero lei, quella donna con i capelli trattenuti indietro da una fascia. Tira fuori l’anima della famiglia, capito? Cerca i culi abbondanti, ma non obesi, capito? Gira quando sono addormentati, quando mangiano, quando pisciano. Gira sempre, senza fermarti mai. E nemmeno te ne accorgi di Katrina, nemmeno ci pensi. Hai paura? 
No, capo, no.
 Il taxista, un messicano grasso che riempie la parte anteriore dell’auto, dice: ehi capo, sbrigati ne ho altri tre da caricare. Il capo tira su col naso, si riavvia il ciuffo che nella concitazione delle istruzioni ha scoperto un cranio pieno di bolle.
La polvere, capo. 
12 ore dopo. 
Con la stessa borsa di plastica blu, con la stessa camicia del giorno prima, ha abbordato una  davanti a lui nella fila, lei dopo un attimo di timidezza, di balbettii, gli ha mostrato un foglio in cui c’è scritto: schizofrenia paranoide, gli ha vomitato addosso un fiume di parole, di spazi vuoti e di gengive, la busta con le medicine, una con le collane, quella con i vestiti.
Ho un lavoro, dice per centocinquanta volte. Un lavoro in un gruppo di volontariato.
La vuoi una birra?
Non la voglio, no. Bevo solo succhi di frutta.
Solo succhi. Oh! E perché? Ehi non mi hai detto come ti chiami!
Ha riso. Una mano davanti alle labbra, gli ha chiesto: indovina?
Eh non lo so. Jenny, forse? Hai il viso da Jenny.
No, non mi chiamo Jenny, prova ancora.
Venti nomi gli ha detto, o trenta. L'avrebbe colpita con un pugno sulla bocca, invece. Sarebbe stata meglio. Non si sarebbero più notati i pezzi mancanti.
Alla fine ha urlato : Katrina mi chiamo, come l’uragano!
Mentre lui si stupiva e lei rideva compiaciuta, si piegava dalle risate, ha fatto scivolare il barattolino nella busta delle medicine. 
Ora. 
Aspetta Katrina davanti al cesso del bagno  da 60 minuti.
Non mi dimentico, non ti preoccupare. Ho un lavoro, io. 
E arriva, in ritardo, quando sta già per precipitare nel panico, ma arriva. E senza buste. 
E la tua roba, dove l’hai lasciata? 
Al sicuro, dice lei. 
Nulla è al sicuro qui, pezzo di deficiente. 
Katrina alza le spalle e dice senza coprirsi la bocca:. Voglio 30 minuti di riprese. Altrimenti ti bevi il caffè amaro, ok? 
Ok, ha risposto. 
Poi mi consegni la cassetta e io ti do lo zuccherino, ok? 

Non vorresti dei soldi, invece? 50 dollari, che ne dici?

No. Voglio vedermi alla tv, io. Voglio quello.



postato da alice121 ~ 29/08/2005 11:33 ~ commenti
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martedì, maggio 10, 2005
 

La prima volta che
Dopo il gelato ci offriva dei fazzoletti umidi per pulirci il mento, il naso e le magliette. I fazzoletti umidi glieli regalava una sua amica americana, le portava anche il burro d’arachidi, che bisognava spalmare sul pane insieme con la marmellata, ma a me faceva schifo.
La passeggiata si concludeva nel negozio di giocattoli. Bisognava decidere in fretta perché  s’irritava subito e c’era il rischio che decidesse lei il pensierino e allora mentre leccavo il cono compilavo una lista mentale.
Quel giorno erano arrivati dei soldatini nuovi e la commessa li stava ancora allineando sullo scaffale.
C’erano tutti gli eserciti.
Mio fratello scelse i soldati francesi perché c’era Napoleone, mio cugino Enrico quelli americani perché erano invincibili e Giorgio i tedeschi perché erano cattivi.
Io volevo i soldati russi. Mi piacevano perché erano dipinti di rosso.
La zia si fece il segno della croce e disse che non li avrebbe comprati. Io risposi che volevo solo quelli e nient’altro, di solito se m’impuntavo su  un regalo costoso, cedeva pur di sbrigarsi.
Perché insisti con i russi? Sono comunisti quelli!
Stavo per ribattere che era per via delle uniformi e invece dissi: perché vinceranno tutti gli altri eserciti!
Mia zia si spaventò e io non ne capii la ragione – era ai soldati dei miei cugini e a quelli di mio
fratello a cui mi riferivo.
Indicò alla commessa un cilindro di vetro dentro cui era chiusa la Cupola di San Pietro – se agitavi il cilindro scendevano dei fiocchi di neve - e me lo fece impacchettare.
La carta la pretesi rossa.
Fu la prima volta che riuscii a trattenere le lacrime e anche che sentii la parola comunista.



postato da alice121 ~ 10/05/2005 11:13 ~ commenti (9)
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mercoledì, maggio 12, 2004
 

Chisseneimporta del ritardo

Ore sei: un suono prolungato termina la notte. Scende dal letto, va in cucina a piedi nudi, accende il gas sotto la caffettiera già pronta, mette un fetta di pane ad abbrustolire. Apre il rubinetto della doccia, la caldaia è spenta, non trova il fiammifero, la riaccende, torna in bagno, si lava, ma quei tre minuti che ha perso nell’accensione della fiamma blu, l’hanno distratta: il caffè è rovesciato sulla piastra, il pane bruciato.

Il turno al pronto soccorso inizia alle 7. Infila le calze, la gonna, un maglione. Si guarda allo specchio: fa una smorfia e pensa: devo piantarla con questo nero.

Va in cucina, sciacqua la caffettiera mentre si dice: chisseneimporta del ritardo…

Non sa che alle 7 arriverà al pronto soccorso Bruno, di anni 32, che ha da poco superato un concorso per giudice, che accompagnerà il padre con un dolore al torace. Non sa che avrebbe parlato a lungo con Bruno, mentre suo padre sarà attaccato agli elettrodi che riveleranno un dolore muscolare e che sciolta la tensione, Bruno le offrirà un caffè al distributore automatico, che nascerà un amore travolgente, che partorirà una bambina e che seguiranno alcuni tradimenti e milioni di altri dettagli.

Riempe la caffettiera d’acqua, squilla il telefono: è Mara, la sua collega. Le chiede: hai fatto colazione? Vediamoci alle 6,40 davanti al bar dell’ospedale.

Lascia la caffettiera nel lavandino, prende lo zaino, infila i guanti, il cappello, la sciarpa, il giaccone e parte con il motorino.

E’ di nuovo in orario. Al bar prenderà solo un cappuccino e indosserà il camice alle 6,50 e alle 7 sarà nella sala del pronto soccorso dove farà distendere il padre di Bruno sul lettino, ma…

Non immagina che Mara arriverà in ritardo e lei deciderà di aspettarla e mentre l’aspetta, sfoglierà il giornale che qualcuno ha dimenticato sul bancone ed entrerà un medico del reparto cardiochirurgia, un cardiochirurgo di nome Sergio, anni 45 sposato con tre figli e che vedendola lì tutta sola, pallida e infreddolita, gli chiederà: si sente bene e le dirà qualche altra frase, la saluterà il giorno dopo e quelli che verranno, pregherà quello che decide le guardie notturne di metterli di turno insieme, la porterà ai congressi con lui, l’amerà con passione, ma la lascerà sempre di riserva, perché non abbonderà mai la moglie.

Percorre l’ultimo tratto di strada, mentre il freddo le ha tolto la sensibilità alle dita, accelera, decelera, frena, ma non come avrebbe dovuto: urta una passat blu. Riesce a mantenere l’equilibrio, ma ha ammaccato il parafango. Accosta al lato della strada, maledicendo la sua distrazione. Anche la macchina blu accosta.

Dall’auto scende Francesco che ha fretta: ha un appuntamento con un sindacalista a cui deve fare un’intervista prima che inizi la conferenza e non puo’ perdere tempo a riempire il modulo. Esce dalla macchina furibondo e, mentre lei si sfila il casco, dice: quelli che guidano i motorini li farei scomparire dalla crosta terrestre. Lei lo guarda male, malissimo. Poi si accorge che le si sono sfilate le calze. Si slaccia il giaccone, solleva la gonna poco oltre il ginocchio.

Francesco si calma. Quella sera quando tornerà a casa scriverà il primo capitolo di un romanzo il cui incipit descriverà proprio una smagliatura di una calza. Dal romanzo sarà tratto un film.

Francesco si scusa, lei sorride e spiega: non ho fatto in tempo a fare colazione e dormivo ancora. C’è un bar proprio lì davanti. Francesco dice: mentre compiliamo il modulo ti offro un caffè, chisseneimporta del ritardo.

Hai ragione, approva lei, chisseneimporta del ritardo.

Con Francesco litigherà un po’ negli anni che verranno, ma senza troppa convinzione. Poi lui scoprirà di essere sterile e partiranno insieme per Mosca, dove adotteranno due bambini. Lei, dopo l’adozione, lascerà il lavoro d’infermiera.



postato da alice121 ~ 12/05/2004 11:12 ~ commenti (8)
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mercoledì, febbraio 11, 2004
 

Up and Down

Spesso eventi che appaiono tragici sfumano nel tempo e perdono la drammaticità iniziale. Altri fatti che da principio sembrano leggeri nascondono, invece, un lutto che ci seguirà per sempre.

Ogni Natale quando la cena è arrivata a metà e gli Adulti hanno il naso rosso e i Bambini non riescono a stare fermi, c’è sempre uno dei Parenti che chiede al Padre: ti ricordi quando è nato Giacomino?

Il Padre risponde: guai a chi me lo tocca adesso! La Madre si passa una mano sugli occhi e fa sì con la testa e una delle Zie va a farle una carezza.

Poi continuano con un discorso che è sempre uguale, ma che a lui ogni volta pare diverso: sì che ricordano quel pomeriggio al centro dell’inverno quando, dopo quattro femmine belle e allegre, è nato lui il maschio di cui non si poteva fare a meno.

Dopo il Padre sperò che morisse e restò ore a fissarlo da dietro il vetro fino a quando un medico lo scosse per un braccio e gli sussurrò all’orecchio: è il bambino più robusto di tutto il nido tuo figlio. Rassegnati: vedrai che troverà la sua strada.

Sono passati trenta anni e ora è diventato un uomo anche se per la forma degli occhi tutti credono che sia ancora un bambino.

Vive nel Paese con le Zie perché gli è sempre piaciuto stare lì, e quando finì la scuola, mentre le Sorelle e i Genitori si consumavano il cervello su come tenerlo occupato, lui, Giacomino batté un pugno sul tavolo e urlò: Della mia vita decido io!

Vogliamo soltanto aiutarti - disse Caterina.

Lo so io quello che voglio: vado a vivere al Paese.

Scossero la testa il Padre, la Madre e le Sorelle: impossibile! Poi aggiunsero, quando mise su il broncio: sentiamo le Zie. Le Zie dissero: vediamo. Quella vecchia, la Zia Matilde, da principio rimase in silenzio, poi fece un bel sorriso e se ne uscì con: sarei proprio contenta che Giacomino vivesse con me così la notte non avrei più paura degli Assassini.
E Giacomino era partito. E lavorava come fattorino nel negozio di alimentari. Poi alle due, terminate le consegne, era libero e passeggiava: giù verso il lago a bere un decaffeinato al bar, su per la pineta che c’era all’inizio della montagna quando aveva voglia di star solo, che poi non era mai solo perché gli regalarono un cellulare, che uno ad una certa età deve averlo dissero e lo chiamavano tutti i giorni le Sorelle e il Padre e anche le Zie. La Madre invece gli telefonava alle otto perché voleva essere tranquilla che fosse al sicuro.

Con tutto quel girare per le case e quel passeggiare per le strade, lo conoscevano tutti, ma proprio tutti. La gente scherzava e lo ascoltava, poi lui andava via per non disturbare troppo con le domande.

Soltanto gli Scioperati lo cacciavano quando si avvicinava. Lui per un po’ continuò ad insistere: erano anche più piccoli di lui. Le Zie lo minacciarono: se continui ad andare da loro ti rispediamo a casa. Sua Madre gli ordinò: non ti accompagnare con gli Scioperati. E allora promise che no, non li avrebbe seguiti più. Si avvicinava di nascosto, di tanto in tanto, per verificare se avessero cambiato idea e una volta il Capo disse: puoi stare con noi se vieni a fare un giro in moto e lo portò su per i tornanti oltre la pineta e lui si disperò, pianse, fino a che quello frenò di colpo e lui tornò al Paese a piedi quando era già notte. Non raccontò di quel fatto a nessuno, ma da quel giorno li evitò con cura.

Non li incontrò più neanche per caso. Alcuni partirono per il militare e non tornarono. Altri comprarono un camion e giravano il mondo. Erano rimasti soltanto in tre e uno dei tre era quello che l’aveva quasi ammazzato con il giro in moto: lui era il Capo e non aveva convenienza ad andar via.

Così quando li vide arrampicarsi su per la pineta, l’ignorò come fossero trasparenti e anche quando cominciarono a canzonarlo: ehi mongolino, cosa fai seduto sotto l’abetino? - non solo non rispose alla provocazione, ma si mise a lanciare sassi per dimostrare che non li ascoltava.

Poi notò il cane. Quello era il cane da caccia del signor Ugo. Si alzò in piedi e pensò: non si porta un cane con una corda al collo. E' pericoloso. Ripeté ad alta voce questa cosa. Quelli continuarono a salire e a ridere, tirando forte la corda perché la povera bestia puntava le zampe per non seguirli.

Allora, agitato, prese il cellulare. Cercò nella rubrica la parola Caramba , ma la linea era assente. Per questo fu costretto ad andargli dietro: stavano per commettere un assassinio!

Tentò di afferrare la corda

Lo spinsero, ruzzolò giù fino ad un albero, li raggiunse di nuovo.

Giacomino il Mongolino.

Gli montò la rabbia.

Poi il Capo si fermò e lo minacciò puntandogli un dito contro: se fai ancora un passo ti do una lezione che ti fa tornare normale.

E si piegò sulle gambe tanto rideva per quello che aveva detto.

Lui proseguì oltre il solco che quello aveva fatto sulla terra e gli si gettò addosso: se lo immobilizzava, gli altri sarebbero fuggiti.

Brutto Mongolo Bastardo. Toglietemelo di dosso!

Era pesante, più del Capo.

I due, invece di aiutarlo, continuarono a ridere.

Poi ci fu un boato simile a quello di una valanga che viene giù dalla montagna. I due ammutolirono e poi gridarono con le facce bianche come quelle dei morti.

Il Capo scivolò da sotto il suo corpo e si tirò su in piedi. Lui rimase giù per terra invece. Infine gli Scioperati andarono via correndo.

Il cane rimase. A leccargli la faccia.

Chissà se anche la lingua delle donne era così morbida.



postato da alice121 ~ 11/02/2004 09:19 ~ commenti (6)
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venerdì, gennaio 30, 2004
 
Un esercizio di taglio, senza cucito
(Le prime righe sono al post di ieri)

E’ venuta Maria? - Chiede lui guardando le camicie piegate sul letto.

No. Risponde lei con una voce sottile che gli raggela lo stomaco.
Ho stirato io. - E sorride.

Ha scoperto l’esistenza di Ludovica! - Pensa lui.

Deve prender tempo: se riesce a capire chi puo’averlo visto, potrà elaborare una difesa pertinente.

Ne ho bruciate un paio. - Continua lei, rammaricata - Sulla schiena.-

Non preoccuparti: erano camicie consumate, che volevo eliminare. - Risponde lui con i muscoli che tornano leggeri e pensa, tranquillizzato: aveva quel tono perché si sentiva in colpa.

Poi aggiunge, ravviandosi i capelli con tutte e due le mani: Hai stirato anche quelle di Prada, perché? Maria è malata?.

Avevo voglia di fare qualcosa per te. Dice lei senza guardarlo.

Con quelle ho fatto attenzione: cioè, da principio mi sono distratta e allora per rimediare…

Lui ne spiega una.

Spalanca inorridito gli occhi: le maniche sono recise all’attacco delle ascelle. Apre la seconda, quella celeste, la più costosa: la stoffa del retro è divisa in strisce dello spessore di un centimetro.

Si siede sul bordo del letto e comincia a piangere.

Qualcuno mi ha calunniato. Qualcuno deve averti raccontato chissà quali fatti terribili su di me. Chi è stato? Cosa ha detto? - Chiede tra un singhiozzo e l’altro. Perché non mi hai chiesto spiegazioni prima di vendicarti?

Lei si avvolge una striscia di stoffa intorno all’indice e poi dice: ha telefonato Daniela. Vi ha visti abbracciati nel parcheggio.

Avevo pensato di parlartene, ma è una storia che non è mai iniziata: ci credi? L’ho abbracciata perché era disperata: disperata per il mio rifiuto di cominciare una relazione e mi ha fatto una gran pena. E quella pettegola mi ha sorpreso proprio nell’attimo in cui sono stato sopraffatto dalla compassione. E quale è la conseguenza per essermi commosso per il dolore altrui? La distruzione di due opere d’arte. Perché chi ha disegnato questi modelli, scelto questi tessuti è un artista! Non c’entra nulla la moda; ma ancora una volta divago e mi perdo in spiegazioni inutili.

Si asciuga gli occhi e si soffia il naso. Poi riprende: Sono turbato, Agnese. Turbato, avvilito e offeso dalla tua mancanza di fiducia e…

Non ti credo. – Lo interrompe lei, guardandolo dritto negli occhi.

Non sopporto l’inganno e tu mi hai tagliato il cuore. Ho provato il desiderio incontenibile di farti male anche io e detesto la violenza, lo sai.

Lui tira su con il naso. Dice: in fondo erano solo due camicie..

Sente nella tasca della giacca il cellulare che vibra, trattiene un sorriso che si trasforma in una smorfia: per fortuna si è ricordato di togliere la suoneria.

Comunque lo scempio delle camicie non è stato sufficiente a calmarmi, - seguita lei tra sé e sé.

Avrei potuto cercare tracce del tuo tradimento nelle tasche delle giacche, ma sarebbe stata un’azione meschina e poi non avrei trovato nulla: sei furbo, tu. Potrei chiederti il tuo cellulare: ora! Controllare le telefonate che hai ricevuto, i messaggi. Ma sono metodi che disprezzo.

Non ho nulla da nascondere io! Risponde lui, con gli occhi umidi.

Sapevo che avresti detto queste parole.

Mi sono trovata di fronte ad un bivio: Scoprire la verità o continuare a vivere nel dubbio.

Ho cercato una soluzione che ti avrebbe fatto calare la maschera. E’ stato facile scovarla, più complicato metterla in atto.

Lui si alza di scatto in piedi, gli occhi improvvisamente asciutti e chiede: cosa hai distrutto ancora?

- L’impianto stereo: l’ho fatto a pezzetti.- Risponde lei con gli occhi dilatati.

Lui non ha sentito la conclusione della frase ed è corso di là, nel soggiorno; quando lei lo raggiunge, con i resti della camicia in mano, lui è in ginocchio con le mani infilate nei due scatoloni in cui ci sono i pezzi dell’impianto lunghi non più di tre centimetri.

Li ha tagliati con la sega elettrica: un lavoro faticoso che l’ha impegnata quasi tutto il giorno. Le fa male la schiena per lo sforzo fisico e la tensione, ma è tranquilla ora.

Bastarda! Strilla lui con gli occhi iniettati di sangue.

Io te l’ho comprato, io te l’ho tolto. Dice con un dolore al cuore.

Un altro urlo. Senza parole questa volta. Un urlo emesso da una bestia che continua a vibrare nella stanza anche quando è cessato.

Ha scoperto i cd su cui ha inciso con un cacciavite la lettera A.

I dischi. I miei dischi. Anche quelli comprati in America e persino le edizioni introvabili: graffiati con uno scarabocchio, segnati per sempre! E le copertine, le copertine con le dediche: strappate, tutte!

Ormai ha perduto il controllo: Con Ludovica faccio l’amore. Con te scopo. Capisci la differenza? .

Il limite, sono riuscita a farti superare il limite, - mormora lei.

Poi tace e si mette a giocare con i brandelli della camicia celeste.

Lui affonda le mani nello scatolone mentre lacrime giganti bagnano il parquet.

Suona il campanello, entrambi rimangono dove si trovano, poi la porta viene aperta con la chiave di servizio: la scena appare a chi entra senza un morto; gli applausi giungono dal cortile dove le televisioni sintonizzate sullo stesso canale si uniscono superando le finestre chiuse.



postato da alice121 ~ 30/01/2004 09:59 ~ commenti (7)
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giovedì, gennaio 29, 2004
 

Un esercizio di taglio, senza cucito

L’urlo raggelò gli abitanti del quartiere dopo le otto di sera quando le televisioni erano  accese e le pentole a bollire sui fornelli. Molti si affacciarono alle finestre, chiedendosi da dove provenisse, qualcuno chiamò la polizia e quando gli agenti, seguendo le indicazioni di chi era ancora affacciato, entrarono nell’appartamento da cui era partito, si trovarono di fronte a una donna che guardava il nulla accarezzando delle strisce di stoffa e a un uomo disperato che, in ginocchio sul parquet lucido, affondava le mani trai i pezzi di quello che una volta era intero.

Un’ora prima della comparsa delle forze dell’ordine, in quella casa si era svolto questo dialogo:



postato da alice121 ~ 29/01/2004 11:47 ~ commenti (10)
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mercoledì, dicembre 03, 2003
 

Salsa e merende
Sua figlia parla a voce troppo bassa. E sembra spaventata. Tutto bene in casa? Chiede la maestra a sua madre.
Cosa c’entra la mia casa? Ha risposto seccata sua madre, voltandosi a guardarla.
Julia è timida e la rispetta molto, sa? Forse è per via della soggezione che prova nei suoi confronti. Adesso sorride, ma non sembra contenta.
La maestra controlla il registro e dice: scrive dei bei temi, senza errori. Da quanto è che non vede il padre?
Da quattro anni.
Perché non la manda a Cuba quest’estate?
La madre fa un lungo sospiro. I soldi per il viaggio non li ho. E poi il padre non sarebbe in grado di mantenerla: riesce a sopravvivere a malapena.
Almeno la iscriva al corso di danza, le faccia fare una lezione di prova, dice la maestra sfogliando l’agenda. Ecco, - le porge un cartoncino: questo è l’indirizzo di una scuola che sta nel quartiere.
La madre lo prende , lo tiene tra l’indice e il pollice senza guardarlo, poi lo infila nella tasca del cappotto.
Mia figlia non sente il ritmo della musica. Continua a ripetere che vuole fare la ballerina perché è il lavoro del mio ex marito. Avessi i soldi per il viaggio, la spedirei subito all’Avana. Sono sicura che dopo qualche giorno, le passerebbe l’ infatuazione per la danza e smetterebbe di considerare suo padre un eroe. Sarebbe più riconoscente verso chi la mantiene e meno lamentosa.
Con suo marito va d’accordo? Chiede la maestra.
Julia vuole essere coraggiosa come lei quando sarà grande: fare domande senza aver paura delle risposte.
Sua madre diventa rossa.
Non le sembra di essere troppo invadente?
No, affatto. Risponde la maestra senza scomporsi. Sua figlia è triste. Vorrei cercare di capire cosa la turba. Alla mensa della scuola non mangia quasi nulla. E’ molto magra.
Ero così anche io alla sua età. E  l'appetito non le manca: rifiuta il cibo perché teme che se ingrassa non puo’ fare la ballerina. Voglio che guarisca da questa ossessione. Per questo non l’iscrivo al corso. E poi non potrei neanche accompagnarla: ho altri due figli piccoli, lo sa?
La maestra chiude il registro, stringe la mano di sua madre.
Al posto suo non le impedirei di ballare: è un modo per restare vicino a suo padre.
La madre fa sì con la testa, ringrazia.
Scendono le