ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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venerdì, novembre 03, 2006
 
Due leggono Tre in una stanza
Volevo scrivere qualcosa su Come Dio Comanda che ho finito di leggere stanotte, ma ho lasciato perdere.
Alla fine mi sento troppo dalla parte di Ammaniti e delle storie che racconta e l’avrei salvato comunque. Ma guardate qui cosa scrivono i lettori dopo pochi giorni dall’uscita del suo libro.
Poi mi sono messa a riflettere sul mio di romanzo. In effetti ci ho pensato spesso ultimamente e l’altra notte, quando c’è stata la tempesta di vento, ho pure sognato le protagoniste.
Chiara Bersani, che poi pensate un po’ una Chiara Bersani esiste  e mi ha anche lasciato un commento quando avevo postato un pezzo su di lei, Lidia Celi e Manuela Rigoni stavano sedute davanti a me e aspettavano che gli dicessi cosa dovevano fare.
Io vi prenderei a schiaffi, ho detto a un certo punto.
Che avete da guardare? Via, fuori, aria!
Avevo deciso di farlo leggere a due persone il romanzo, solo a due, perché, pensavo, altrimenti è come quando hai un disturbo strano e consulti parecchi specialisti e alla fine accade che ognuno ti fa una diagnosi leggermente diversa dai colleghi e tu non sai più chi seguire. Così ho scelto un lettore che potesse svolgere il ruolo di un medico generico (mi conosce, l’incontro di rado e si occupa di letteratura) e uno specialista (uno che si occupa da sempre di letteratura, che ci ha vissuto  e che non mi conosce affatto).
Un pregio e un difetto della mia storia. Me li hanno rivelati entrambi al termine della lettura.
E qui si arriva alla cosa pazzesca.
Che quello che per uno è un difetto, per l’altro è un pregio e viceversa.
Credo che uno dei due mi abbia letto con arricciamento di naso e l’altro con curiosità. Erano un pochino prevenuti, forse, verso il bene e il male. Però poi sono usciti fuori questi due giudizi che si presentano come uguali e contrari e che si annullano a vicenda.
Passato l’attimo di stupore e di confusione penso che debba trarre un certo conforto da questo risultato:  non ho scritto di sicuro il capolavoro degli ultimi dieci anni, ma nemmeno una schifezza (come temevo).
E' arrivato il momento di voltare pagina quindi.


postato da alice121 ~ 03/11/2006 13:21 ~ commenti (5)
~ romanzo




lunedì, ottobre 09, 2006
 
Sussurri s’alzavano al suo passaggio
Tre anni fa scrivevo un post sul club della mozzarella a cui m’ero iscritta.
La Betti e la Tiziana non vennero mai alle mani, anche se durante il ritiro di mozzarella e ricotta, a volte, scoppiavano litigi e si bisbigliavano pettegolezzi.
La Betti e la Tiziana non se le diedero perché erano delle signore, ma si sa, a volte le parole sono peggio degli schiaffi.
Poi a un certo punto uscivo dal club, scegliendo una vita solitaria e senza mozzarella.
In questi tre anni mi sono tenuta sempre alla larga dai conflitti della provincia internazionale. Ho avuto solo due occasioni in cui sono stata calamitata, mio malgrado, in un paio di dispute. Il bilancio è positivo, dunque.
Stamattina me ne è capitata una terza.
C’è che le donne italiane di qui che non lavorano cercano di impegnarsi la giornata.
E, alcune, svolgono piccole occupazioni senza ricavarne denaro.
Sono delle volontarie, dunque. E davanti all’esercito dei volontari io m’inchino sempre. Rappresentano, credo, il futuro di una buona società evoluta.
Però, però. Ci sono anche i casi particolari.
Come chi svolge mansioni senza ricevere denaro, ma che pensa di ripagarsi con il piccolo spicchio di potere che la carica gli concede. Non si tratta più di volontariato, quindi. Il volontario è una persona che dà non che prende.
E non m’inchino, di certo, davanti a un individuo così meschino. Anzi.
Se l’individuo in questione sale su una pedana e mi fa la predica e io sono di buon umore, al massimo, posso fargli ciao con la mano. Se sono di malumore, invece, sempre della mano mi servo (di una sua parte per la precisione).

La convivenza in un luogo ristretto è imprevedibile.
Può succedere di tutto in una cella di una prigione o in una crociera su una barca a vela.
Anche se si stabilisce di non voler liti, di farsi i fatti propri, di seguire le sbavature di una macchia su un muro, o d’incantarsi coi chiaroscuri disegnati dalla luna sulla distesa d’acqua nera.
Gli individui si trovano in un spazio esiguo, costretti dalla volontà esterna o dalla propria scelta a convivere con altri esseri e qualcosa può accadere.
Qualcosa da cui sgorgherà una violenza o un legame che non si sarebbe mai verificato se si fossero conosciuti altrove.(Tre in una stanza, cap.5)






mercoledì, settembre 27, 2006
 
Scheveningen, ancora?
Undici anni fa, a quest’ora, ero in una stanzetta con i muri scrostati e le sedie scomode, una valigetta al fianco e sbuffavo per l’attesa. I ricordi si ricordano e si riciclano (si concentrò sul naso lucido dell’impiegata, sulle sue dita che sembravano dei ravanelli incollati a una palla di tennis, come quelle creazioni surreali che faceva all’asilo con la plastilina, aspirò il suo alito di denti guasti mentre quella le domandava il numero di telefono).
La stanzetta era su un’isola al centro di Roma.
Nel pomeriggio, invece, ero in uno sgabuzzino su un lettino un po’ particolare dove facevo la fine di Gregorio Samsa. Venivo dimenticata per qualche ora, ogni tanto agitavo pateticamente le braccia e le gambe, ma l’inclinazione di quell’accidenti d’attrezzo su cui ero distesa, le fitte di dolore alla schiena e alla pancia, mi impedivano d’alzarmi.
Dicono che la musica influenzi il nascituro, io dico che anche la lettura dia, in qualche modo oscuro, il suo contributo. Perché mentre facevo lo scarafaggio disteso sulla schiena leggevo il Profumo e poco dopo nasceva un bambino che avrebbe avuto come senso prevalente proprio quello dell’olfatto e che mi avrebbe fatto passare nel futuro, a causa di questo super senso, momenti assai imbarazzanti.
Scoprivo, dopo che mi avevano portato in stile ER nella sala operatoria d’urgenza, l’effetto esilarante dell’ossigeno, che mi faceva dire al mio amico Max, anestesista dell’ospedale dell’isola, quando mi mostrava il neonato: accidenti quanto è brutto!
Ma non è brutto! Diceva lui. Assomiglia a suo padre.
Oggi Lo non ha più la faccia da peperoncino, e di strada ne abbiamo fatta entrambi. 1800 chilometri per l’esattezza.
La pista delle macchinette è montata nel soggiorno in attesa del car racing di venerdì e c’è su un bel cielo grigio olanda. Se c’è questo cielo non possiamo non andare a Schevenigen stasera a incantarci davanti al cuoco giap che gioca con i coltelli, agli olandesi che ridono e socializzano, a schivare porzioni di frittata che ti lanciano in faccia.
Un altro anno è passato, ma i gusti sono immutati a quanto pare. L’olfatto invece si raffina sempre più, ma, per mia fortuna, nel frattempo ha imparato che oltre alla parola esiste anche il pensiero.






mercoledì, settembre 20, 2006
 
Tre
Chiara
C’era stato un tempo in cui Chiara Bersani s’alzava al primo chiarore dell’alba perché aveva bisogno di riflettere prima di uscire.
Riflettere, in realtà, non era la parola giusta.
Chiara aveva bisogno di prendere coscienza di sé.
Distendeva una stuoia sul pavimento e, in calzettoni e pigiama, si tirava, si fletteva, respirava e aspirava. In basso le braccia, in alto le gambe. Poi si concentrava sui muscoli fino a quando non li identificava singolarmente. Seguiva il sangue che scorreva nelle arterie e nelle vene e si disperdeva nei capillari. Quel flusso doveva pur produrre un suono e, per quanto impercettibile, tentava d’identificarlo.
Infine entrava in cucina, si sedeva, allungava le gambe sullo sgabello di fronte, fissava il caffellatte bollente che appannava il bicchiere, i polpastrelli che sfioravano la superficie del vetro mentre mutava da nitida ad opaca, un filo di musica muoveva l’aria, e lasciava che i pensieri le calassero addosso.
Ma non era esatto chiamarli pensieri.

Va? Non Va? E Perchè Non Va?
Curioso che quando sto per postare un pezzo (ma anche dopo) o per inviarlo per posta a qualcuno che non è un amico (anche qui faccio sempre almeno un'altra spedizione), mi accorgo di errori, ripetizioni, dissonanze.


postato da alice121 ~ 20/09/2006 11:20 ~ commenti (9)
~ incipit, romanzo




venerdì, settembre 08, 2006
 
Sei tu? No, non sono io. Eppure mi sembri tu. E invece no.
Loro sono fatti così, si diceva nella macchina che faceva il servizio di navetta tra l’ospedale e le zone dei dintorni.
Sono figli. Sembra che non ti vogliono bene, ma non è vero. E’ che una madre ha il vizio di sostituire la testa della prole, con la sua, di madre, che è ben diversa. E invece si devono amare per quello che sono. Non bisogna confondere il fatto che siano venuti da te con l'idea che siano te.

Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto; non penso, accumulo passivamente impressioni. Registro l’uomo che si rade alla finestra di fronte e la donna in chimono che si lava i capelli: un giorno tutto ciò dovrà essere sviluppato, attentamente stampato, fissato. (Addio a Berlino- Isherwood)





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