ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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giovedì, marzo 29, 2007
 
Sono entrata di sfuggita in una storia!
Il mare del Nord è grigio come la schiena di un mulo e ugualmente ostinato: le sue onde sembrano calci. Siete, tu e una tua amica, su questa spiaggia ampia e deserta e guardate il mare. C’è una luce diversa. Pensi che il sole cada più obliquo e che è colpa di questo diverso angolo d’incidenza se t’inghiotte un limbo di luce soffusa, caldo tepore da lampadina.
Mentre l’acqua continua la sua fatica, voi parlate delle vostre famiglie. Dovete urlare, però. Il vento è così forte che nasconde il suono della voce e la sabbia va negli occhi. Per resistere al lavoro usurante del vento, cominciate a camminare sulla spiaggia e racconti ad Alice una storia che ti gira in testa.


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postato da alice121 ~ 29/03/2007 14:00 ~ commenti (3)
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martedì, marzo 27, 2007
 
Allora come va con questi terribili olandesi, mi chiede sempre la titolare di questa libreria (la libreria è italiana, ma la titolare è olandese). Il corsivo si può saltare.
C’è una galleria d’arte all’Aja dove con dieci euro al mese ti puoi portare via un quadro o una foto (incollata su un pannello con una procedura particolare che non ho capito quale sia, comunque l’effetto è che sembra incollata) del valore di quattromila euro, con cinque euro uno di duemila, eccetera. Ogni artista mette a disposizione un paio di opere per questo affitto e uno può tenerla fino a un anno e poi decidere se comprarla o meno con diritto di prelazione rispetto agli altri acquirenti. Le signorine della galleria dicono che è un sistema che funziona perché di solito viene venduta ed è anche è una forma di pubblicità.
C’erano un ragazzo e una ragazza (
sotto i venticinque anni biondi alti magri e carini che sembravano fratello e sorella e invece stavano insieme, mi stupiscono sempre queste coppie che si assomigliano fisicamente. Avevano scelto un quadro con lo sfondo giallo con due mani stilizzate che cercavano di raggiungersi) che ascoltavano la signorina della galleria che spiegava le regole per l’affitto ed erano estremamente attenti alle sue parole (i nordici si congelano sempre quando qualcuno spiega, a differenza delle popolazioni del sud che distolgono gli occhi dall’interlocutore, giocherellano con un oggetto o lo interrompono per una domanda. Ciò dovrebbe portare alla conclusione che i nordici capiscono di più mentre quelli del sud si perdono dei pezzi e invece non è così, per lo meno in generale. Forse allora i Nordici quando immobilizzano il corpo, bloccano anche una parte del cervello). Quando la signorina ha terminato il suo discorso, il ragazzo ha firmato il foglio per l’affitto (e ho immaginato la loro casa con mobili assortiti e scassati con qualche pezzo nuovo dell’ikea molto disordinata e con questo quadro alla parete molto bello).
A
noi piaceva una foto di una città che sembrava Haifa, cioè Emme ha detto che gli pareva Haifa, ma invece era una città turca che si chiama Alanya e un’altra foto ritoccata al computer che non si capiva cosa fosse, ma c’erano dei bollini gialli sul muro, e la signorina ci ha spiegato che le opere con quel contrassegno erano prenotate per l’affitto, allora abbiamo guardato altre cose, ma tutte quelle che ci piacevano avevano questo accidenti di bollino, e se uno decideva di comprarne una, doveva aspettare un anno o anche due.
Insomma ai Io pago e pretendo la signorina della galleria avrebbe fatto una pernacchia.



postato da alice121 ~ 27/03/2007 11:33 ~ commenti (3)
~ roba d olanda




mercoledì, marzo 14, 2007
 
Chissà chi era l’autore
Ieri, per qualche minuto, mi sono trovata in un quadro dell’assurdo.
Fiori gialli a destra, fiori gialli e a sinistra.
Carro armato blu davanti , carro armato blu dietro.
Io in mezzo, nella mia macchina celeste.
Alla guida dei mostri due tipi con le maschere nere che parevano tapiri.
Poi anche il secondo carrista mi ha superato.



postato da alice121 ~ 14/03/2007 10:48 ~ commenti (7)
~ roba d olanda




venerdì, febbraio 16, 2007
 
Un pomeriggio al Super
C’è il supermercato e potresti essere ovunque.
C’è il parcheggio davanti al supermercato, e anche con questo parcheggio e con queste auto, lucide ed enormi, potresti essere altrove.
Ci sono le signore che spingono i carrelli, i padri con i figli sulle spalle, un paio di cani legati, con lo sguardo preoccupato, che aspettano i padroni.
Se guardi i due cani, che s’ignorano scrupolosamente, ti dici che non sei in una grande città o in una tartassata dai furti.
Perché uno dei cani è un bastardo bianco e marrone, ma l’altro è un Labrador nero. E il padrone del Labrador nero se si trovasse in una grande città o in una tartassata dai furti non lo lascerebbe con tanta leggerezza. Ma li rubano i cani adulti di razza? Pensi che sì in un luogo dove si ruba di continuo anche un cane adulto, ma di razza, potrebbe far gola.
Comunque ci sono i cani, i carrelli pieni, le signore con gli stivali, i padri con i figli, e pensi che potresti essere quasi ovunque. Certo se hai lo sguardo che misura, noti che le signore con gli stivali sono altissime e anche i padri e i figli seduti sulle spalle sono dei giganti.
Piove.
Allora, ti dici, fissando quelle gocce sottili, allora sono a Nord! Torni a guardar meglio la scena e t’accorgi che nessuno ha un cappello, un ombrello, un impermeabile; certo, ci sono le signore con gli stivali, ma sono stivali con le punte e i tacchi altissimi, che non c’entrano nulla con la pioggia.
Allora nella tua mappa mentale sali ancora più a Nord.
Poi vedi un signore anziano, un gigante anziano, che sta uscendo dal parcheggio alla guida di un catorcio, è una macchina piccola, ammaccata sulle fiancate e sul portabagagli, e ti chiedi se è la macchina che ti appare tanto piccola perché lui è così gigante oppure se questa macchina ti sarebbe apparsa piccola anche se dentro ci fosse stato un vecchio piccolo.
Ti fai un’altra domanda sempre del genere "che non ti porta da nessuna parte"  ma che ti fa compagnia, e poi noti che il signore anziano manovra in modo assai maldestro, sfiora il parafango dell’auto che c’è dietro , accelera e ne urta una davanti, si gira a destra e sinistra con una mossa ladresca, tu sei coperta dall’albero e non s’accorge di te, allora lui dà una violenta accelerata e parte con un borbottio lamentoso della marmitta che sta per venir giù.
Ah, dici tu, mentre il catorcio macchiato di ruggine e di fango lascia il parcheggio, questa scena io già l’ho vista. Non è che proprio lo pensi, diciamo che hai una specie di pre-pensiero, di un riconoscimento di un fatto che ti è familiare.
Il pre-pensiero è più veloce del pensiero ed ha la durata inferiore a quella di un lampo.
Però il catorcio macchiato di ruggine e di fango non ha ancora abbandonato il parcheggio, il vecchio gigante è ancora lì che gira a destra e sinistra la sua testa enorme, e una signora in un paio di stivali, una gonna corta su due gambe da statua di Michelangelo, parla al telefono. Quando il catorcio svolta a sinistra, la signora con tre passi, mentre tu ne avresti fatti almeno sei, raggiunge l’automobile danneggiata, conferma che il danno c’è stato e scandisce dei numeri e delle lettere.
Forse conosce il proprietario dell’auto danneggiata, forse è un suo amico, è lui che sta chiamando, ti dici mentre infili le buste della spesa nel portabagagli.
Certo che è stata rapida. Di una sveltezza tale che ti fa supporre che l’amico è molto amico e lo chiama tutti i giorni, l’ha chiamato anche recentemente, tanto che non ha dovuto cercare nemmeno il suo numero sulla rubrica. Oppure questa signora, con le gambe da statua sorrette da due tacchi sottili, è una veggente.
Stai ancora infilando le buste della spesa nel portabagagli, la terza e ultima per la precisione, quando un’auto bianca con le luci rosse e blu entra nel parcheggio.
L’auto della polizia.
La signora sui tacchi s’avvicina, indica la macchina danneggiata, ripete il numero della targa del catorcio che ormai è scomparso.
Allora a causa di tutta questa velocità, capisci che il proprietario della macchina non è un suo intimo amico e tu non stai in un qualsiasi punto del mondo, sei in un nord ben preciso, nel paese delle regole per l’esattezza, o della meraviglia che dopo sei anni provi ancora, perché la prontezza della segnalazione  e dell'arrivo della polizia ti sono parsi simili allo scatto di un atleta dopo il colpo di pistola.
Poi scopri di avere i capelli bagnati. E cerchi di ricordarti quando hai smesso di portare il cappello.


postato da alice121 ~ 16/02/2007 11:39 ~ commenti (11)
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lunedì, febbraio 05, 2007
 
Nel paese di O. l’inglese lo hanno dimenticato
Sono nel paese di O. dove abitavo fino all’anno scorso. Entro in un negozio che è un’edicola, un tabaccaio, una cartoleria, una rivendita di caramelle e patatine e mostro un libro alla signora dietro al bancone.
E’ una signora di medie dimensioni, che si muove tra gli scaffali e i cassetti con un’andatura claudicante, da pinguino fuori dall’acqua.
Descrivere la signora come una di medie dimensioni è vago, aggiungo allora che le forme di questa signora, se la si osserva con lo scopo di ricordarla, sono tutte angolari.
Uno scaleno al posto del naso, un equilatero il perimetro del viso, un acuto sul petto, un ottuso il rilievo del sedere. E uno spigolo per carattere. Perché questa signora non sorride mai, a me ma anche agli altri che parlano la sua lingua.
Mi occorre una busta, le dico in inglese, sventolandole davanti  il libro.
Con il dito punta uno scaffale tra i tanti scaffali e mi dice, in olandese, con una smorfia un po’seccata e un po’annoiata: è lì.
M’incammino verso la direzione segnata dal dito, vedo decine di penne, cartoncini, cartelline, temperamatite ma nessuna busta.
Più lì. Mi dice.
Ripasso gli scaffali senza successo.
La guardo.
Scuote la testa.  Alza di nuovo l’indice a individuare il punto.
E finalmente la trovo. Infilo il libro nella busta, tolgo l’adesivo e la sigillo, penso che forse avrei dovuto metterci un biglietto dentro, comincio a scrivere l’indirizzo, in uno stampatello un po’ indeciso, che stupida che sono stata a non averci lasciato nemmeno due parole penso ancora, sbaglio il nome della strada, lo correggo, faccio una pasticcio, allontano la busta per osservare meglio la scritta, è a quel punto che la donna angolare, con un gesto rapido e imprevisto, me la ghermisce, la pesa e sta per incollarci sopra il francobollo.
Un momento, per favore. Dico questa frase in italiano.
Tanto le parole per lei sono tutte uguali, ma la mia espressione, il mio tono è più comprensibile se uso la mia lingua.
Ne voglio comprare un’altra. Voglio cambiare busta. Aiuto le parole con dei gesti.
Non è necessario,dice lei, basta correggere.
Riscrive la parola corretta con una penna rossa, io ne avevo usata una nera, e fa un corposo scarabocchio su quella sbagliata, quasi buca la carta, infine sottolinea con due linee Roma e Italy.
Ora va bene, dice alzando il pollice.
Non va bene per niente, rispondo. Voglio un’altra busta.
No, dice lei, è uno spreco.
E la infila nel sacco della posta.
A questo punto avrei potuto piantare una grana pazzesca e pretendere la restituzione del plico.
Invece non ho fatto nulla.
Sono rimasta lì a fissarla per quasi un minuto fino a quando non si è fatta avanti una nuova cliente e sono uscita dall’incantamento.
Perché la signora aveva sorriso, con la bocca a mezzaluna. Gli angoli c'erano sempre, è vero, ma mi sono apparsi,  per la prima volta, come posso dire?,  elastici, morbidi, scomparsi dal primo piano insomma.


postato da alice121 ~ 05/02/2007 12:06 ~ commenti (7)
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lunedì, gennaio 29, 2007
 
Tre
Ieri ho indossato un paio di collant e di stivali, pantaloni e felpa, un cappotto e un berretto, tutti  rigorosamente grigio aja, e sono andata in città.
Lì il mio sogno d’invisibilità si è finalmente realizzato.
Scritta così parrebbe una roba triste e invece non lo era affatto, anzi mi sentivo leggera leggera, tant’è che poi ho chiuso gli occhi e sono partita con il secondo: quello di volare. Però è durato un minuto al massimo ché mentre contemplavo il mondo dall’alto in basso mi sono ricordata del terzo.
Il terzo è ancora in fase di definizione. Trattasi di un viaggio con la macchina del tempo. Solo che non ho ancora stabilito se fare un salto nel passato o dare un’occhiata al futuro.
Così sono tornata al presente, sono entrata in un grande magazzino, ho cercato il settore anni dodici e mi sono comprate un po’ di cose colorate. E ho dato un calcio all’invisibilità che m’aveva stancato.
Vivere nel paese dei giganti dà delle soddisfazioni qualche volta.
.


postato da alice121 ~ 29/01/2007 10:06 ~ commenti (5)
~ roba d olanda




martedì, gennaio 23, 2007
 
Radio Madrid e Paola-Paola
Il tipo di Madrid che abita nella casa alla mia sinistra è tornato dopo le vacanze di Natale, ma è tornato solo. Sua figlia e sua moglie Paola-Paola sono restate a Madrid. Quando li ho conosciuti un anno fa ho pensato che lei non avrebbe resistito a lungo qui, malgrado W. sia l’unico paese dell’Olanda in cui sia facile vivere. Da un punto di vista emotivo, intendo.
L’ultima immagine che ho di lei, di Paola-Paola intendo, è nella notte di Halloween quando si è mascherata da Fata Turchina ma ai piedi portava scarpe più da Cenerentola che va al ballo che da fata. Lui da mago, ma da mago triste, con la punta del cappello ripiegata su se stessa. Comunque dicevo che avevo immaginato che non sarebbe durata a lungo. Lei parlava un inglese perfetto, quasi british, ed è difficile trovare uno di lingua spagnola che lo parli così bene, e soprattutto non sorrideva mai. Poi il modo come lui chiamava sua moglie. Sempre due volte e con un tono ansioso, che faceva saltare i nervi. Per lo meno a me li avrebbe fatti saltare. Magari in primavera lei torna e la mia ipotesi sulla loro separazione è fasulla. Forse lui ha un periodo in cui sta sempre in missione e allora che ci sta a fare lei d’inverno qui, con una bambina di tre anni che ancora non può frequentare la scuola americana? Però stamattina quando sono tornata l’ho visto in cucina. E’ dimagrito, anzi come avrebbe detto mia nonna: sciupato. E la luce bassa che illuminava le pareti color crema della cucina non gli dava un’aria felice, o forse non l’aveva un’aria felice. Ho parcheggiato, e ho gettato un’altra occhiata. E l’ho visto che toglieva le galline di ceramica sul davanzale. Quelle galline ce le aveva messe lei, Paola-Paola, l’anno scorso quando erano venuti a vivere qui, qualche settimana prima di noi. E le assomigliavano vagamente.
Avevano un forma un po’ strana, non da gallina. Il corpo rotondo e la testa ovale e sottile. Però erano proprio galline ché le ho viste da vicino un pomeriggio durante la loro assenza quando sono entrata nel loro giardino per chiudergli il container della spazzatura che il vento aveva scoperchiato.
Paola-Paola era il contrario delle sue galline: aveva la faccia rotonda, da luna piena e un corpo sottile e longilineo. Portava sempre scarpe con tacchi altissimi anche quando non avrebbe dovuto e aveva un’altezza che superava quella del marito di dieci o quindici centimetri, più o meno la lunghezza dei suoi tacchi.
Comunque per lui deve essere dura adesso perché quando tornava dal lavoro passava tutto il tempo a giocare con sua figlia, a insegnarle le parole, a raccontarle storie. Emme lo aveva soprannominato Radio Madrid perché quando era in giardino con la bambina, il pomeriggio, non riusciva neanche a respirare tra una parola e l’altra. Magari Emme potrebbe parlarci, ma lui ora in giardino non ci va più. Inoltre ha un carattere molto schivo, più da spagnolo del Nord.


postato da alice121 ~ 23/01/2007 11:15 ~ commenti (7)
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venerdì, gennaio 19, 2007
 
La quiete dopo la tempesta
Ieri sera, mentre Kyrill compiva gli ultimi danni, Emme tornava dalla Francia con il volo più instabile della sua vita.
Vento a cinquanta nodi con raffiche a settanta, informazione che hanno ripetuto a intervalli regolari prima dell’imbarco (con il messaggio implicito: se decidi di salire a bordo sono cavoli tuoi) e durante il volo. Divieto di alzarsi dai sedili. Discesa al buio e nel silenzio totale. Abbiamo spento anche le luci per leggere, senza che ce l’avessero chiesto. Atterraggio alla paperino che non ha mai pilotato un aereo.
Io, nel frattempo, ero tranquilla. Tanto, pensavo, annullano il volo.
Ma glielo avete fatto l’applauso al pilota dopo l’atterraggio? Gli ho domandato. Macché, m’ha risposto lui. Non c’erano turisti su quell’aereo, solo gente in missione. Però ho visto che le hostess, prima di aprire il portellone, sono andate dal comandante a congratularsi.
Già dalla mattina avevano divulgato avvisi attraverso tv, radio e scuole.
L’apice è stato raggiunto, qui a W., dopo le quattro quando è arrivato il temporale. Mentre contemplavo quella massa d’acqua furiosa, mi sono ricordata del racconto di un tipo che s’era trovato in mezzo allo tsunami: Sai la cosa più sorprendente? E’ che stavo attaccato alla colonna, aspettando che l’onda passasse e a un certo punto ho visto che il mare aveva coperto tutto lì sotto. E per qualche minuto, ché poi il livello dell’acqua è sceso, la piscina era in mezzo all’oceano. E io ero terrorizzato ma non ho potuto fare a meno di notare di quanto fosse  bella quell'acqua azzurra immersa nella distesa torbida.
Ora c’è il sole e soffia una brezza leggera.


postato da alice121 ~ 19/01/2007 09:59 ~ commenti (9)
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martedì, dicembre 05, 2006
 
Tutta colpa dei vicini se poi immagino storie terribili
La famiglia asiatica che vive di fronte a me da un mese circa ha definitivamente acquistato una forma come se si fosse colorata con il pennarello che cancella l’invisibilità. Non è ancora ricomparso invece il figlio piccolo. La mattina escono il padre, la madre e il figlio sui tredici, quattordici anni, sempre in quest'ordine e la sera verso le sei rientrano nel senso inverso: prima il figlio, poi la madre e infine il padre. Quello minore, dopo essersi palesato in un paio di occasioni, non si è più manifestato. Forse apparirà dopo  Natale?
Le finestre della loro casa hanno sempre le tende tirate nelle stanze del secondo piano, del sottotetto e del soggiorno e la luce non l’accendono mai. Utilizzano, penso, delle candele. Oppure vedono al buio come i gatti o hanno il senso dei pipistrelli?
L’Ammazzasette è in letargo e fino a primavera siamo tutti tranquilli.
Il mio vicino spagnolo di sinistra, sua moglie Paola Paola e la loro bambina di due anni li ho visti, e soprattutto sentiti, l’ultima volta sabato quattro novembre.
Ne sono certa perché in quella data a W. si festeggiava  la notte delle streghe e dei loro amici con le maschere da mostri bussarono alla loro porta verso le sette per il giro nel quartiere. Il mio vicino è uscito, con un cappello da mago mestamente ripiegato su se stesso, tra le braccia teneva sua figlia vestita da fantasma, ha chiamato sua moglie Paola Paola un numero di volte indeterminato e, quando i vetri delle finestre hanno cominciato a vibrare, Paola Paola è apparsa trasformata in fata turchina con dei tacchi altissimi poco adatti alla passeggiata, alla pioggia e al costume (non per nulla siamo in olanda e ognuno si veste come accidente gli pare). Infine  il corteo vociante è stato inghiottito dal buio di Cameliahof.
L’ultima parola che ho sentito è stata, per l’appunto, l’esclamazione Paola Paola seguita da altre che non sono stata in grado di decifrare. E’ rimasta la sua automobile con l’adesivo del toro incollato sul parabrezza e il suo container del verde con il coperchio aperto. Ogni lunedì guardo con cupidigia quel container vuoto e conduco una battaglia interna. Mi farebbe comodo utilizzarlo per le foglie che continuano ad ammucchiarsi nel mio giardino.
Questo, in effetti, è un altro mistero: da dove vengono le foglie a fine autunno quando tutti i rami sono spogli?
Se mi capita un tassista sottomano glielo chiedo.


postato da alice121 ~ 05/12/2006 11:27 ~ commenti (13)
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lunedì, novembre 27, 2006
 
Io dico di no
La mia amica P., a cui nascerà una bambina fra un mese, commentando l’utilizzo frequente del ricorso al forcipe dei ginecologi olandesi: se capisco che hanno intenzione di usarlo io mi alzo e me ne vado!
Cara P. potresti non farcela ad alzarti…
Allora gli meno! Già ne ho menato uno qualche anno fa, quando mi ha rimesso a posto l’osso della gamba senza avvisarmi prima.
Quanto vorrei essere presente. Primo perché vorrei esserle vicina, secondo per vedere se l’evento la renderà meno combattiva.


postato da alice121 ~ 27/11/2006 10:06 ~ commenti (10)
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lunedì, novembre 20, 2006
 
Ieri
L’Aja delle sei del pomeriggio la disegnò la mia amica Carla una domenica del mese di novembre quando avevamo quattordici anni e scappammo da una festa dove non c’erano due che ci piacevano. Sono sicura del mese perché una settimana prima lei aveva festeggiato il suo compleanno e qualcuno aveva detto: che giorno del cavolo per festeggiare un compleanno.
E così quel pomeriggio, dopo aver scartato il gelato e il cinema, tirai fuori l’idea di costruire la città del futuro.
M’arrampicai sul soppalco e presi la scatola del Lego già piena di polvere.
Lei, che era bravissima con le matite, disegnò un tram che entrava in un galleria sopra cui c’era un ufficio, dei palazzi viola e verdi con le facciate curiose e sghembe, una biblioteca di vetro con delle poltrone immense, le strade brillanti di pioggia e dei faretti che espandevano i colori e dei camioncini gialli e un piccolo aereo con uno striscione attaccato su cui io scrissi: viva noi.
Dopo il progetto cominciammo la costruzione. Oltre ai mattoncini del lego, usammo le torce, le carte della caramelle e dei ritagli delle riviste.
Venne fuori un’altra città rispetto al disegno: più brutta e per niente futuristica.
Allora presi un’altra scatola che conteneva dei pupazzi minuscoli con cui ci organizzavo qualche anno prima delle avventure pazzesche e la trasformammo in una città viva.
Perché nella città del futuro non c’è nessuno? Chiesi a un certo punto.
Perché sono tutti chiusi nei palazzi a fare le attività.
Quali attività?
Lei alzò le spalle.
Nella città del futuro piove sempre e la notte è lunghissima perché il sole si sta spegnendo e per questo motivo colorano i palazzi e tengono le luci accese, disse dopo un po'.
A me sembrò un futuro tristissimo.
Eppure ieri quando camminavo in quel disegno con l’eco che amplificava i passi ero incredibilmente a mio agio.



postato da alice121 ~ 20/11/2006 11:18 ~ commenti (8)
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giovedì, novembre 09, 2006
 
Un paio d’ore a O. ogni mercoledì
O., il paese dove abitavo prima, lo salverei per due cose: il campanile e il negozio di fiori.
Il campanile non ha proprio nulla di speciale.
E’ grigio scuro e spicca tra tutte le casette di O. come svetta qualsiasi campanile in tutti i paesi d’olanda, e ha un galletto dorato in cima che gira in modo scontato quando tira il vento. Però l’ho guardato a lungo sotto differenti prospettive questo campanile, con l’oscurità e la luce nei quattro anni in cui ho vissuto lì. Lo vedevo anche sottile e nero dalla finestra dove c’era la mia scrivania e mi ha ispirato, forse per questo suo essere uguale ma anche diverso, un certo numero di storie non scritte e qualcuna in cui invece è finito sulla carta, riconoscibilissimo.
Poi c’è il negozio dei fiori.
Il negozio dei fiori dovrebbe essere menzionato nella guide d’Olanda. Vero che poi bisognerebbe arrivare fino a O. solo per lui.
Se amate i fiori, lasciate perdere. Se invece vi attrae tutto quello che esce un po’ fuori dal già visto, bisognerebbe cercarlo. Più che descriverlo il negozio di fiori di O. si dovrebbe fotografare una volta la settimana quando cambia l’allestimento. Scattare un centinaio di foto, selezionarle e tappezzarci una parete di una stanza. Due aggettivi che gli stanno bene: solenne e misterioso. Insomma il contrario dei nostri negozi dei fiori.
Ci sono i vasi. Giganti o con forme curiose, minimalisti: marrone chiaro, neri, grigi, e di colori accecanti. Ci sono piante strane, enormi, contorte, la maggior parte sconosciute. Che vengono abbinate con i vasi. Delle viole chiare in un vaso dipinto a mano di vernice nera. Un mazzo di tulipani neri dentro un vaso grigio chiaro. E poi le decorazioni della vetrina. Decorazioni non è proprio il termine esatto. Ho visto invenzioni in quella vetrina che mi hanno stupito, sempre.
Ieri c’erano dei tubi argentati dello spessore di tre centimetri. Uno piegato a forma di specchio, un altro che pareva un serpente con la bocca spalancata che stava per mordere, uno che era un cerchio perfetto. Ho scattato una foto, velocemente, due o tre persone che passavano si sono voltate a guardarmi, per un attimo mi sono sentita come quando fotografavo a Sidi bu said i vecchi che dormivano davanti alle case.
Ho riguardato la foto dopo aver scritto queste righe e l’immagine s’avvicinava poco alla mia descrizione.
Ieri il campanile tagliava un cielo marrone, minaccioso. Con un cielo così poteva capitare qualunque cosa. Anche che scendessero gli alieni.
Ma forse sono già atterrati molti secoli fa.
Del cielo non ho foto, però.


postato da alice121 ~ 09/11/2006 09:10 ~ commenti (4)
~ roba d olanda




lunedì, ottobre 09, 2006
 
Sussurri s’alzavano al suo passaggio
Tre anni fa scrivevo un post sul club della mozzarella a cui m’ero iscritta.
La Betti e la Tiziana non vennero mai alle mani, anche se durante il ritiro di mozzarella e ricotta, a volte, scoppiavano litigi e si bisbigliavano pettegolezzi.
La Betti e la Tiziana non se le diedero perché erano delle signore, ma si sa, a volte le parole sono peggio degli schiaffi.
Poi a un certo punto uscivo dal club, scegliendo una vita solitaria e senza mozzarella.
In questi tre anni mi sono tenuta sempre alla larga dai conflitti della provincia internazionale. Ho avuto solo due occasioni in cui sono stata calamitata, mio malgrado, in un paio di dispute. Il bilancio è positivo, dunque.
Stamattina me ne è capitata una terza.
C’è che le donne italiane di qui che non lavorano cercano di impegnarsi la giornata.
E, alcune, svolgono piccole occupazioni senza ricavarne denaro.
Sono delle volontarie, dunque. E davanti all’esercito dei volontari io m’inchino sempre. Rappresentano, credo, il futuro di una buona società evoluta.
Però, però. Ci sono anche i casi particolari.
Come chi svolge mansioni senza ricevere denaro, ma che pensa di ripagarsi con il piccolo spicchio di potere che la carica gli concede. Non si tratta più di volontariato, quindi. Il volontario è una persona che dà non che prende.
E non m’inchino, di certo, davanti a un individuo così meschino. Anzi.
Se l’individuo in questione sale su una pedana e mi fa la predica e io sono di buon umore, al massimo, posso fargli ciao con la mano. Se sono di malumore, invece, sempre della mano mi servo (di una sua parte per la precisione).

La convivenza in un luogo ristretto è imprevedibile.
Può succedere di tutto in una cella di una prigione o in una crociera su una barca a vela.
Anche se si stabilisce di non voler liti, di farsi i fatti propri, di seguire le sbavature di una macchia su un muro, o d’incantarsi coi chiaroscuri disegnati dalla luna sulla distesa d’acqua nera.
Gli individui si trovano in un spazio esiguo, costretti dalla volontà esterna o dalla propria scelta a convivere con altri esseri e qualcosa può accadere.
Qualcosa da cui sgorgherà una violenza o un legame che non si sarebbe mai verificato se si fossero conosciuti altrove.(Tre in una stanza, cap.5)






venerdì, ottobre 06, 2006
 
Dell'Olanda, del pallone e di un ibrido.
La determinazione correva su prati lucidi di pioggia tra le 19 e le 21 ieri sera.
Aveva gambe sottili o muscolose e senza peli.
Urlava, rideva e s’incitava.
La determinazione era di un’età fra gli otto e i vent’anni.
E  io invidiavo molto quelli che l'avevano.
Quando si sono accese le luci il pulviscolo d’acqua appariva con una forma ovale che attraversava i campi di calcio.


Si allenano costantemente. Nelle strade, all'uscita della scuola, con il vento tagliente. Come immagino faccia un paese del terzo mondo. Come fa qualcuno che non ha risorse e sfrutta l’unica possibilità che non costa nulla.
Domando al mio informatore delle faccende d’Olanda perché non vincono di più.
Perché detestano lo stress, mi risponde. E la carica che ti porta a sfondare, a raggiungere l’obiettivo, a centrare il bersaglio, ha come rovescio lo stress. E rinunciano alla conclusione.
Trovo che sia un accoppiamento assai affascinante.
Tra la determinazione che urlava, rideva, s’incitava in olandese, c’era anche Lo che di questa lingua conosce solo qualche parola. Un ibrido lì in mezzo. Eppure ci si è voluto iscrivere lui. Aveva l’alternativa di giocare con chi parla inglese, ma non ha voluto continuare con loro.
Fanno un allenamento troppo leggero, ha detto.
Deduco che, a suo modo, l'abbia notata anche lui questa risolutezza.
E mi chiedo come ricorderà nel futuro tutto questo.


postato da alice121 ~ 06/10/2006 11:22 ~ commenti (7)
~ roba d olanda




venerdì, settembre 29, 2006
 
Sono nel gruppo, quasi.
Percorro per undici chilometri una strada dritta. Il paesaggio è quello che conoscono tutti: campi di erba verde brillante, pecore a sinistra, mucche a destra, biciclette e mulini.
Mi avvicino al mare e compaiono le dune.
Le dune mi mettono di buon umore perché mi ricordano quando ero piccola e si andava a fare il bagno a Torvaianica.
Infine spiccano i grattacieli, in realtà sono palazzi di dodici  o quindici piani, ma il confronto con le casette con il tetto di paglia li fa sembrare altissimi, e sono arrivata.
Entro in un posto che si chiama Casino, ma dove si gioca a tennis. Mi sono iscritta qui attraverso la scuola che se la lasci fare ti organizza tutta la giornata. Io, di solito, mi gestisco da sola.
La nazionalità del gruppo di giocatrici riflette, ovviamente, quella scolastica: metà è americana, l’altra metà è il resto del mondo.
Aspettiamo in una stanza tipicamente dutch: pavimento sporco e arredamento spartano e malmesso. La procedura di presentazione comprende tre passaggi in cui dici il tuo nome, la tua nazionalità e gli anni di presenza in Olanda. Se i componenti del gruppo che si sta formando sono dello stesso Paese, allora dici la città e, se richiesto, la professione del marito.
Poi ci sono le varie ed eventuali.
Le varie ed eventuali di oggi sono due.
La prima. Una di New York ricorda il crollo delle torri gemelle che coincise, più o meno, con il suo trasferimento nei Paesi Bassi. Pronuncia un paio di frasi brevi, scandite da un punto gigante. Noto una marsh mallow sotto il tavolino, è bianca e sporca, un po’ spiaccicata.
Il mondo crollava e non c’erano più certezze, conclude. Tutte fanno di sì con la testa. La marsh mallow mi s’incolla alla scarpa, ma me ne libero passandola alla zampa della sedia.
La seconda. C’è una di Londra e ciò è abbastanza insolito perché le inglesi stanno con le inglesi e i figli vanno alla scuola british non alla americana. Questa inglese, che è piuttosto carina e anche questo è un po’ curioso, per ragioni oscure (su cui rifletterò in seguito quando mi smarrirò tra le dune) comincia a farmi domande a raffica. Prima e durante la lezione. Tra un quesito e l’altro, osserva: chissà com’è che in sei anni non ti ho mai visto, mi ricordo sempre tutte le facce. Dove ti nascondi? Sorrido e dico: a me pare d’averti già incontrato invece. Naturalmente mento. Devo pur dir qualcosa, tutte dicono qualcosa.
Quando la lezione finisce, mi cambio velocemente le scarpe, sorrido e gesticolo un saluto collettivo. Noto e evito un’altra marsh mallow davanti alla porta, questa è rosa sporco, poi m’avventuro per una strada nuova.


postato da alice121 ~ 29/09/2006 11:04 ~ commenti (8)
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lunedì, settembre 25, 2006
 
Una mattina al consolato
Nella sala d’attesa sono presenti:
Un italiano, piccolo e scuro, ma con i muscoli da nervoso che guizzano in continuazione in compagnia di un’olandese, altissima, biondissima, di pelle bianca e rosa, sottile nei capelli e nelle labbra, debole sul seno, malgrado l’allattamento, forte nel sedere e nelle caviglie, con due bambini al seguito. Una femmina di due anni, con due gambette che tirano pizzichi e una faccia da furba, e un neonato, di sesso indefinito, che poi a pensarci bene i neonati sono come i cinesi che se li vedi separati sembrano tutti uguali, se li guardi insieme cogli le differenze. Il neonato dorme, il padre se ne sta in disparte, la bambina è un terremoto, disegna, beve, mangia, salta, la madre la segue fino a un certo punto, allora lei mette su uno sguardo in cui brilla una luce e afferra la carrozzina in cui dorme il neonato e la scuote violentemente. La madre la rimprovera, la bambina se ne sta immobile per quasi un minuto, poi ricompare quel bagliore sulle pupille e ricomincia. Va avanti fino a che la madre non s’imbestialisce e allora il padre, che fino a quel momento fissava con lo sguardo spento la parete, le dice in italiano: vieni qui
Un signore con una camicia a quadri ben infilata nei pantaloni grigi, una cintura di cuoio marrone, una pancia notevole, i capelli bianchi, la pelle abbronzata, le maniche della camicia rimboccate su due avambracci pelosi. All’uomo che apre la porta si rivolge in italiano, poi continua in olandese. Va a una scrivania dove un impiegato lo aiuta a compilare il modulo, perché lui non ci capisce molto di documenti, e ritrova la lingua. Tra due mesi vado in pensione e torno al mio paese. Lei non vuole venire. Indica qualcosa che c’è sulla scrivania. Non ha mai voluto imparare l’italiano, e al mio paese è venuta solo una volta e poi basta. E mica la posso ammazzare. Se non vuole, non vuole. Io torno. Non ci muoio qui. Poi non siamo neanche sposati.
Un tipo alto uno e sessanta, i capelli castani tirati indietro, i jeans chiari abbondanti in cima e stretti alla base, agitato, anzi agitatissimo, dice all’impiegata allo sportello: io sono venuto a fare il passaporto tre mesi fa, poi mi è passato di mente. Sì, ho un figlio. Ecco perché me ne so dimenticato! Mio figlio s’era preso la varicella e quando non lavoravo, sono cameriere, stavo con lui. Non lo trovate? Ecco, mi ricordo anche il giorno. Era un lunedì. Io sono libero il lunedì. Era giugno. Poi c’è stato il compleanno di Francesco, ma lui era già malato e abbiamo fatto la festa con i bambini che avevano già avuto la varicella. Sì, sono sicuro che ho richiesto il passaporto. Mia zia, la sorella di mia madre, stava male. Volevo scendere per farle un saluto. Poi c’è stata la varicella. Stanotte la zia è morta e io mi sono ricordato del passaporto. Ah, eccolo! Ve l’avevo detto che c’era!
Infila il documento nel taschino della camicia, si riavvia i capelli, ci guarda, fa un sorriso, in bocca al lupo, ci dice.
Poi c’è uno che parla inglese, anzi americano, ma un americano colto, non del Texas e neanche del Colorado e nemmeno della California. Dice: mia madre era italiana. Io adesso abito con lei, che è olandese, sì certo che ho il passaporto italiano, però è scaduto. L’italiano sì, certo che lo capisco, ma sono anni che non ho occasione di parlarlo. Da quando è morta mia madre. Dunque,dicevo, devo fare un dichiarazione di convivenza. Me lo rinnovate il passaporto? Sì, quello americano è valido, però preferiscono quello della comunità europea. Mi serve con una certa fretta. Non devo avere fretta? No? Mi conviene usare il passaporto americano? Comunque io voglio rinnovare questo, sì, in ogni caso. Mia madre era italiana, è un mio diritto, giusto? Ho compilato il modulo sbagliato? Me l’ha dato l’uomo all’ingresso. Sì, va bene, devo prendere un altro numero? E’ più di un’ora che aspetto. Quando ho finito di compilarlo ve lo porto direttamente? Sì, sì, va bene.
Un tipo mingherlino, sui cinquanta, sta seduto in disparte in un completo color canna di fucile, stropicciato, di almeno una misura più grande, con gli zigomi quadrati, la bocca che è una fessura, la barba da disoccupato, osserva gli altri annoiato, consulta l’orologio che ha al polso, il biglietto azzurro con il numero, si alza, si siede, sbuffa e scuote la testa.
C’è uno schiamazzo all’ingresso. C’è una porta di sicurezza, come quella delle banche. Il meccanismo non funziona. L’impiegato la deve aprire manualmente, intanto qualcuno oltre la porta grida: mi hanno rubato il passaporto stanotte! Sul tram. Sono salito che ce l’avevo, sono sceso che non c’era più! Be’, no, non ci ho fatto caso subito, me ne sono accorto stamattina quando sono rientrato. E domani ho l’aereo e devo tornare per forza, per forza! Altrimenti sono fuori. Cioè il capo mi licenzia.
E’ dell’Emilia Romagna. Ma di quale città? E quali sono le città? Bologna. Ma non è di Bologna, quest’estate cenavo con una di Bologna ma costui non parla come lei. Poi c’è Forlì. Ah io conosco una che sta a Forlì, però è di Roma, Reggio Emilia?
Intanto entra, ha dei jeans e una maglietta nera, i capelli color lampadina incandescente, piercing sparsi ovunque, è in compagnia di una ragazza robusta, che ride. Ho perduto il passaporto! Grida al pubblico in attesa. Ho perduto il passaporto dice al suo vicino con la barba da disoccupato. Sono di Riccione, piacere. E’ da due mesi che sto qui ma domani devo tornare a casa. E tu?
Io? Io sto qui da cinque mesi. Dice il tipo.
Allora conosci l’olandese?
No, no. So lo spagnolo, l’inglese e il francese, dell’olandese che mi frega? Ma ora questi  vogliono farmi iscrivere all’Aire. Ma io non mi segno. Non mi segno da nessuna parte. Ora sto qui, domani non lo so. Dipende da come mi alzo.
Torno al mio libro. Sto leggendo Aspettando i barbari di Coetzee. Leggo due pagine. Chiamano il mio numero. Il tipo con la barba da disoccupato sta tracciando la mappa dei coffee shops di Amsterdam, il ragazzo ascolta attento, la ragazza ride e va in pausa.
Ho portato troppe foto e perché ho fatto io le fotocopie? Perché sul sito c’era scritto che bisognava portare le fotocopie. Il sito? Il sito internet. Sì, ma adesso io mi confondo. E poi queste foto sembrano tutte uguali. Non sono uguali. Sono simili, sono fratelli. Gemelli? No, fratelli. Ma sono cambiate molto da queste sui passaporti! Sono cresciuti. Sì però adesso mi confondo. Per questo le avevo messe in cartelline separate, però lei le ha tirate fuori. Le fotocopie le rifaccio. Queste sono troppo piccole. Però per i passaporti ci vuole un sacco di tempo. Ma io alla fine di ottobre devo andare a Roma. E allora rinnovali lì. No, uno è scaduto. Tanto non guardano la scadenza. Io preferisco rinnovarlo qui, comunque. Sono venuta apposta.
Dopo venti minuti di: separa le fotocopie, prendi le fotocopie, dividi le foto con il passaporto corrispondente, no, non sono io quella sul computer, il cognome è lo stesso, ma il nome è diverso, anche la data di nascita, io poi sono nata a Roma, quella a Den Haag, dopo tutto questo, finalmente, sono fuori.
Il tipo con la barba da disoccupato e il ragazzo di Riccione sono seduti per terra nel corridoio, le schiene appoggiate al muro, fumano e chiacchierano sottovoce. Sembrano padre e figlio, la ragazza che ride e va in pausa è sparita, invece.


postato da alice121 ~ 25/09/2006 11:40 ~ commenti (10)
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lunedì, settembre 18, 2006
 
La tecnologia non fa miracoli.
Stanotte mentre aspettavo Fran e lottavo contro il sonno, mi ricordavo di una frase che diceva mia nonna: abitavo a Testaccio, vicino al Monte dei Cocci, ma sono nata trasteverina. E io m’immaginavo una montagna altissima che luccicava al sole con una bandierina rossa che sventolava in cima. Poi quando la vidi rimasi assai delusa anche se lei sosteneva che ai suoi tempi era un’altra cosa.
Cocci, coccio.
Certi ricordi non vengono in mente per caso.
Verso l’una sorridevo su un’espressione romana che dice così: ma che sei de coccio?
Con cui s’intende che non sei un tipo particolarmente sveglio.
Così delle 3 ore e mezzo di ritardo del pullman di Fran lo venivo a sapere dal sito della scuola, dove i prof. segnalano via cellulare l’ora esatta d’arrivo, e ne conoscevo anche il motivo: i due autisti s’erano perduti (o sperduti) sul confine francese e non riuscivano più a trovare la strada che portava in Olanda malgrado mappe e gps.


postato da alice121 ~ 18/09/2006 10:49 ~ commenti (6)
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martedì, settembre 05, 2006
 
Si assume solo personale con occhi piccoli e blu
Mi guardi con i tuoi occhietti blu e mi dici che ti occorre un certificato di matrimonio. Allora io indico un altro paio di occhietti blu alle tue spalle che sorseggia il suo caffè conversando allegramente con una chioma fluente gialla e due occhi incredibilmente piccoli, di cui intuisco il colore,  e ti rispondo che quel tipo, qualche mese fa, mi aveva chiesto un certificato in cui si dichiarava che il minore L.C. era nato da me e da un altro C, che sarebbe questo che ti ho portato.
Mi dici di aspettare che vai a consultarti con i colleghi.
Bisbigliate qualcosa, sei paia di occhietti mi scrutano, io vorrei farvi un cenno di saluto ma mi trattengo, tu cogli l’occasione per berti un goccio di caffè, sono le undici, accidenti, torni da me sbattendo le tue ciglia invisibili e mi ripeti ancora che vuoi il certificato di matrimonio.
Io ti rispondo che (c****) te ne importa del mio matrimonio, che mi devi solo dare un foglio in cui c’è scritto che il minore L.C. risiede a W., ché altrimenti quelli del consolato non gli rinnovano il passaporto. Poi dalla mia cartella magica tiro fuori altri certificati del comune di O., dove abitavo prima, e ti faccio notare che quelli del comune di O. mi fecero il documento per L.C. senza richiedere carte specifiche.
Obietti che quello che fanno a O. non ti riguarda, che qui siamo a W. e per completare i dati sul tuo computer hai bisogno di quella data.
Io ti prometto che porterò quel documento, ma è indispensabile adesso?
Ammetti che quel documento non è necessario, serve solo per completare la mia scheda.
E allora stampami il certificato di L.C., per favore.
Mi rispondi che se tu mi dai il certificato io non torno più.
Succede che io, allora, m’innervosisca molto, che diventi bianca o rossa o di entrambi i colori, che dica anche qualche parola in italiano come sempre accade quando m’irrito.
Voglio il certificato, concludo.
Pare che la mia arrabbiatura ti diverta, non riesci a trattenere un risatina, un po’ disgustosa per la verità, abbassi e alzi le palpebre, parli anche tu nella tua lingua, infine dici: fammi controllare ancora i documenti.
Osservi tutte le carte, i passaporti, gli appunti, poi con un altra risatina amichevole, mi strizzi l’occhio e mi dici: un momento, consulto i miei colleghi.
La consultazione, misteriosamente, dà esito favorevole, mi stampi il certificato su una bella carta verdemare, mi dici: bella partita Italia!
Sorrido, sospiro di gioia, faccio di sì con la testa. Sono disposta a sentire anche…
Bella città Sienna!
Accidenti, è stato più rapido lui.


postato da alice121 ~ 05/09/2006 13:12 ~ commenti (11)
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lunedì, settembre 04, 2006
 
Quel secondo che arriverà lontano
Il paese è deserto, le tende alle finestre sono ben tirate, le porte chiuse, le macchine ferme.
Sono le undici di domenica mattina, piove a scrosci e poi s’interrompe e si riaddensa il nero, e allora si dorme, si sorseggiano caffè che durano fino all’ora di cena.
E invece le strade si affollano, il parcheggio si riempie, pochi sono quelli che arrivano in bicicletta, non è per la pioggia che usano le automobili, ma perché vengono dai paesi adiacenti.
Oggi si corre.
Si corre, in effetti, quasi tutte le settimane, partendo ogni volta da un paese diverso. Naturalmente c’è la banda, c’è sempre la banda quando c’è un raduno, e gli anziani che fanno il servizio d’ordine.
Io guarderò la corsa dei cinque chilometri perché è quella a cui partecipa Fran con la squadra della scuola.
Così attrezzati di macchine fotografiche, con i nostri amici-vicini che hanno anche loro il figlio che partecipa, ci appostiamo a una curva a cinquanta metri dell’arrivo e aspettiamo. I minuti sono pochi perché il primo arrivi: il gruppo impiegherà circa trenta minuti, il primo la metà. Così, mentre aspetto, penso alle mille differenze che separano il primo dal secondo, però quella che resta, quella che conta è una: il primo è quello che ha vinto, il secondo è uno sfigato, uno destinato a rosicare, a pensare se facevo così, se non c’era quello. I se non contano, è la classifica che vale.
Aspettiamo e a me vengono le mani fredde, ché le competizioni sportive dei figli mi pizzicano lo stomaco e alla fine tra le due case di mattoni color ruggine scorgiamo il primo che attraversa l’ultimo ponte, lo vediamo e subito ce lo troviamo davanti: è una macchina da combattimento, un fascio di muscoli, è uno stereotipo, è l’uomo che corre, che corre per vincere, quella vittoria deve essere sua, ce lo dice con quei muscoli gonfi e tirati, con quel viso congestionato, con quegli occhi che non vedono nulla e nessuno, solo il traguardo lì poco distante.
Poi arriva il secondo, il secondo lo conosciamo: è della squadra di Fran, il secondo arriva dopo un tempo lunghissimo, e recupererà proprio negli ultimi cinquanta metri arrivando secondo per 12 attimi, che non sono molti, anche se nella corsa sono tantissimi, il secondo, è l’opposto del primo, ha sedici anni, il primo, invece, ventuno, anche se nell’istante in cui l’ho visto passare pensavo ne avesse almeno trenta, il secondo sembra che cammina, fa la curva e ci guarda, corre senza sforzo e senza sudore, i capelli come alla partenza, abbozza un sorriso, continua senza fretta, senza l’ansia della vittoria, continuerà a correre anche a gara finita per cambiarsi, per salire sul podio, per raggiungere il parcheggio.
L’ottavo, invece, classe 1991, un giorno sarà primo. Corre come il vincitore: con la stessa grinta, con gli stessi muscoli, con gli occhi che non vedono altro che il traguardo, con il padre che lo aspetta alla curva vicino a me e gli urla i tempi che lo separano dal numero uno.
E’ al secondo che penso quando torno a casa e a quel pregiudizio sui secondi che s'è dissolto a una curva.



postato da alice121 ~ 04/09/2006 12:31 ~ commenti (4)
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martedì, agosto 29, 2006
 
Conflitto tra un ammazzasette e una gatta con gli stivali
Tutti noi che abitiamo a Cameliahof abbiamo un gatto. Quelli che non lo hanno è perché hanno un cane. Anzi posso affermare che in quasi tutte le case d'olanda ci sono animali. E poi ci sono i bambini. Così tutti noi di Cameliahof abbiamo abitudini diverse, mangiamo a orari diversi, parliamo lingue diverse, ma abbiamo questi due elementi comuni e anche molto simili (bambini e animali).
Tranne lui, l'Ammazzasette. Dopo la multa e l’estate è arrivato il pentimento e ha fatto un tentativo di riconciliazione, ma i bambini si sono rifiutati di andargli a pulire il giardino come lui aveva proposto (lavoro che sarebbe stato pagato).
Il giorno della festa di sua moglie ha appeso tre bandiere bianche rosse e blu sopra la porta e hanno festeggiato fino a notte inoltrata in giardino con vino e bistecche arrostite sul barbecue.
Il barbecue. Un altro denominatore comune dell'Olanda che questa volta non mi comprende. Comunque malgrado la pioggia di fine agosto i barbecue continuano a fumare. Ne fumava uno proprio ieri sera nel giardino dell'Ammazzasette.
Poi è accaduto un episodio increscioso.
E’ tornata la gatta dal suo giro delle sei e subito dopo da un giardino si sono alzate imprecazioni inconfondibilmente olandesi. E l’unico olandese di Cameliahof è lui. E la gatta aveva un pesce sottile che pareva una sogliola. E io la guardavo mangiare, sussurrandole parole di finto rimprovero, chiedendole: se ne è accorto che eri tu? Lei rispondeva con mugolii intensi che ho interpretato così: il pesce è buono e non m’ha visto, stai tranquilla.
E ora che faccio? Suono il campanello e gli restituisco il pesce rubato (nel frigo ho del pesce spada e nel cambio ci guadagnerebbe) oppure fingo di non sapere (e se poi vado lì e mi aggredisce?). La faccenda appare complessa e allora prenderò esempio dalla gatta: quietamente non farò nulla. E smettere di pensare a quel proverbio.


postato da alice121 ~ 29/08/2006 11:44 ~ commenti (13)
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venerdì, agosto 18, 2006
 
Questo paese continua a stupirmi.
Ieri ho scoperto che:
1) a Den Haag e ad Amsterdam proiettano il Caimano (e stasera vado a vederlo)
2) esiste una tipa che fa la psicologa dei gatti e che, eventualmente, somministra tisane che curano il disturbo psicologico rilevato.


postato da alice121 ~ 18/08/2006 11:16 ~ commenti (12)
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mercoledì, giugno 14, 2006
 
L’ammazzasette di Cameliahof
C’è un tipo a Cameliahof che è la perla nera tra le bianche, oppure la pecora, l’elefante, insomma uno che non c’entra nulla con tutti gli altri.
Uno. Non ha figli oppure se li ha (ha superato i cinquanta) vivono altrove. E mi sembra pazzesco decidere di abitare in un luogo dove in ogni casa ci sono almeno due bambini.
Due. E' olandese. E questa mi pare una stranezza. Che senso ha, mi chiedo,  decidere di vivere nel tuo paese in un luogo abitato da non olandesi? Attrazione per l’internazionale? Non è questa la ragione perché la coppia, il tipo ha anche una moglie, non parla mai con nessuno.
Tre. Prima di venire ad abitare in Cameliahof ha trasformato la casa con il tetto di legno e i muri di mattoni in un’astronave, in un’ipotetica casa futuristica, insomma. Il risultato è un ibrido di dubbio gusto, ma si tratta di gusto, appunto, e ognuno ha il suo. C’è una casetta che farebbe la sua figura a Paperopoli, apri la porta e zac! Vieni inghiottito dal metallo e dal vetro.
Quattro. Ha acquistato una casa che ha pagato mettiamo 100 e per modificarla in un’astronave ha speso 200. Con 300 avrebbe potuto comprare una villa nel bosco che c’è un po’ più giù, con cinguettio di merli e senza schiamazzi di ragazzini. Però se gli piace così, sono fatti suoi, no? Questo rappresenta il cuore della tolleranza olandese: ognuno fa come gli pare nel rispetto delle regole.
Però è una combinazione bizzarra.
Riflettendoci dopo: una combinazione nefasta.
Così il tipo, ieri, è uscito fuori di testa.
Qualche volta agli olandesi succede.
Stanno lì che seguono le regole, non superano a destra, rispettano la fila, fanno tutto secondo il codice e arriva il momento che schizzano. Così l’ibrido di Cameliahof è uscito fuori dalla sua astronave, ha acchiappato tre ragazzini - con i primi due è stato facile perché li ha colti di sorpresa, il terzo ha dovuto rincorrerlo - e ha mollato calci e sberle. Gridando come un pazzo. E avrebbe continuato se non fossero arrivate le madri. Poi è stata chiamata la polizia che gli ha fatto una bella multa. Lo, per fortuna, non c’era. C’è sempre, ma ieri eravamo fuori.
Io non ho mai visto una roba simile, mi ha detto una delle vicine. Forse aveva bevuto perché era proprio fuori di testa. E Cameliahof l’ho scelta perché ci sono i bambini, altrimenti sarei andata ad abitare ad Amsterdam.
Anche io, anche io.
Olè.


postato da alice121 ~ 14/06/2006 11:57 ~ commenti (6)
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venerdì, giugno 09, 2006
 
Che noia questi proverbi.
Bene. Le rose stanno per sbocciare, la magnolia ha sostituito i fiori con certe foglie lucide, sono sbucati gli iris, che avevo scambiato per un tipo di orchidea, ho i mughetti, con grande invidia di un’ amica francese (che m’ha raccontato una storia sui mughetti, ma me la sono dimenticata), ogni tanto qualcuno mi illumina sul nome di una pianta o di un arbusto. Il bambù, che era stato tagliato lungo un lato della staccionata, si sta riproducendo come un’entità aliena, ho spedito alcune cose che dovevo spedire, le valigie sono quasi pronte (una settimana prima, invece di un’ora prima, sono terribilmente stressata, ormai ne sono certa), mi sono dimenticata un paio d’appuntamenti di fine anno, ma mi sono scritta porta cioccolato torta per lunedì, porta digitale foto per giovedì, quando ci sarà la cerimonia dell’attraversamento del ponte di Lo (per tradizione della scuola quando si passa dalle elementari alle medie si passa un ponte), e devo assolutamente immortalare la sua faccia che in queste manifestazioni, di solito, assume espressioni interessanti. Nella foto con la classe che ha riportato dalla gita a
Volendam, per esempio, fissa l'obiettivo con una faccia imbarazzatissima. In quella da solo dice con gli occhi: perché mi sono infilato ste cose? Ste cose sarebbero gli abiti da festa di un olandese d’altri tempi. Comunque. Il sole è tornato malgrado le previsioni, i fumi dei barbecue s’alzano ovunque, anche noi ieri abbiamo cenato in giardino, in giardino elencavo le piante, gli occhi mi sono caduti verso il basso, sono andati alla staccionata, sono andata alla staccionata, ho guardato attraverso una fessura il prato del mio vicino, che non ha nulla, non un albero, non un fiore, nemmeno l’edera, ma ha un prato verdissimo e folto. Il mio, invece, ha l’alopecia.


postato da alice121 ~ 09/06/2006 13:07 ~ commenti (5)
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giovedì, giugno 01, 2006
 
Tutta colpa del fruscio del bambù
Si parla del tempo da due settimane, se ne parla anche indirettamente per dire: hai visto tutti parlano del tempo. Chi ha riacceso i termosifoni, chi ha tirato fuori i piumoni, chi ha chiamato l’idraulico, chi legge le previsioni e sa il giorno in cui il cielo tornerà a essere blu.
Mah.
Personalmente al tempo sono indifferente  mentre invece le considerazioni sulla meteorologia  mi tediano assai.
Comunque dai ben informati pare che dal 15 cesserà pioggia e vento, ma anche questo mi riguarda poco dal momento che il giorno successivo mi trasferirò per un paio di mesi nella dolce italy. E ciò mi provoca una leggera ansia, che non mi va molto di partire. E questa leggera ansia mi manda in confusione. E’ come quando fai un lungo viaggio in barca a vela: quando riprendi a camminare sulla terra ti gira tutto.
E quindi dico che si potrebbe restare qui: il mare è a dieci minuti di macchina o a trenta di bicicletta, i ragazzi sono liberi come se stessero in vacanza e  che motivo c'è di partire?
Abitanti di Cameliahof : organizziamoci! Dimenticate quella spiaggetta negli States, la casina che guarda la Foresta Nera, la marmellata ai pomodori verdi della Loira e restiamo qui! Ma sarebbe un invito che cadrebbe nel nulla, già piegano i costumi, gli asciugamani e lucidano i racchettoni, gli scarponi, e montano i siluri sul tetto delle macchine, telefonano, ritirano biglietti, chiedono al vicino dove vai in vacanza, quasi pronti alla grande fuga, mentre il sole si prepara all'ultima beffa.


postato da alice121 ~ 01/06/2006 12:21 ~ commenti (11)
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mercoledì, maggio 17, 2006
 
Tutto fumo e niente arrosto
Doveva scrivere una recensione dello spettacolo teatrale dei ragazzi delle medie. Così ha preso una penna, un quaderno, stava per salire sulla bici, quando l’ho fermato: niente luci, niente bici. Poi ti vengo a prendere io.
Alle 10 quando mi telefona, c’è quel cielo sfumato tipico del Nord: un po’ di chiaro e un po’ di scuro e i merli in pieno fermento sugli alberi, e così decido di andargli incontro a piedi.
Dopo cinque minuti lo avvisto in fondo alla strada, lo riconosco dall’andatura e dai colori dei  vestiti. Man mano che la distanza s’accorcia m’accorgo di una cosa curiosa: sull’altro lato della strada c’è una bicicletta che va al suo passo e chi ci sta sopra gli urla qualcosa. Quando lo raggiungo registro che: sulla bici ci sono due ragazze, che sono olandesi, che sanno solo poche parole in inglese e quelle parole che dicono sono d’abbordaggio.
Ma le conosci? Gli chiedo.
Ma no.
Camminiamo uno a fianco dell’altra.
Le due ci superano e poi tornano indietro e ricominciano a urlare un po’ in olandese e un po’ in inglese, e la mia presenza non le inibisce a quanto pare.
Ma perché fanno così?
Eh, dice lui, e che ne so? Si divertono. Gli ho chiesto di venire dalla mia parte e m’hanno risposto che non capivano. Però me l’hanno detto in inglese. Io la strada non l’attraverso.
Il gioco va avanti ancora per un po’ di metri. Poi quella che guida perde l’equilibrio. Si fermano.
Ciao Fran. Ciao ciao.
Ciao, risponde lui. Le saluta anche con la mano.
Mah