ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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giovedì, marzo 22, 2007
 
Tenera è la notte
Alle dieci della sera Fran è su Wiki a impicciarsi della vita e delle opere di Dante.
Deve scrivere una biografia per il corso d’italiano gentilmente offerto dal nostro governo e cerca freneticamente le definizioni di poema, poetica, stilnovo, poema epico.
Qual è la differenza tra racconto e novella? Io non sono capace di scrivere sta cosa, dice, con un sospiro avvilito.
Hai letto il testo prima di andare su Wiki?
Sì, mi risponde.
E qual è la difficoltà? Metti insieme le cose che hai studiato (o letto) con un linguaggio semplice, senza aggettivi. Se sei in grado di scrivere temi e racconti non capisco come tu non riesca a scrivere una biografia. Come faresti in inglese?
Non posso pensarla in inglese e poi scriverla in italiano.
Continua a cliccare sulla rete.
Devo trovare altre parole, altrimenti dirà che ho copiato! E io queste parole non ce l’ho.
Guardo quello che ha scritto. Gli indico una frase che dice: alla tenera età di dodici anni…
Tuo fratello tra un anno avrà dodici anni. Te lo immagini tenero?
Accidenti, no!
Gliela faccio una battuta sul suo odiato Francis? Penso. Poi invece dico: Tenero è una parola complicata da usare. Meglio che te la dimentichi. Butta giù un paio di righe per le opere minori e concentrati su la Divina Commedia. E quella che conta, ed è quella che porterai all’esame per il diploma.
Beatrice, dice. Beatrice lo accompagna durante il viaggio nel Paradiso. 99 canti più uno di introduzione fanno 100. Il numero perfetto. Virgilio è con lui nell’Inferno e nel Purgatorio. Questo Virgilio mi piace di più.
Mi defilo dalla stanza.
Un’ora dopo eccolo che arriva. Un po’ scapellato, come direbbe Lo.
Basta, ho deciso! Non leggerò più quegli stupidi romanzi di spie americane. Devo pensare al mio italiano e al diploma. Da stasera cambio letture! Leggerò roba seria.
Rimango spiazzata, un sorriso un po’ idiota mi si materializza in viso, se fossi in un fumetto, libri a forma di cuore e di stella volteggerebbero nell’aria.
Leggerò…
Leggerai?
Ammaniti.
I libri perdono le forme, si dilatano, s’arrestano, si ricordano d'essere privi d’ali e precipitano mestamente al suolo.
Gira che ti rigira sempre su Ammaniti torna.







lunedì, marzo 12, 2007
 
Ormai è troppo tardi
Bob, amico di Lo, spalmando uno strato di burro di tre centimetri su una fetta di pane tostato che come spessore misura circa un terzo, dice: be’, starò qui ancora un altro anno poi andrò a completare la mia educazione in collegio ma non sarà lo stesso di mia sorella, lei studia in uno per ragazze, io andrò in uno per ragazzi. Sarà divertente!
Poi afferra con rapida mossa un’altra fetta di pane, taglia un altro pezzo di burro e riprende la delicata operazione della spalmatura.
Ora si sgretola, penso mentre sorseggio il caffè.
Ci mette troppo burro e troppa forza. E invece non si sgretola né si spezza.
I tre centimetri ricoprono in modo uniforme la superficie e Bob l’addenta con la grazia di un canarino che becca un osso di seppia.
Un gentiluomo inglese si riconosce dai piccoli dettagli.
Più tardi, a cena, dico: non riesco a capacitarmi del fatto che i genitori vedranno Bob una volta al mese! Avrà solo tredici anni. E’ poco più di un bambino! E poi la nostalgia? E quando gli viene la febbre?
Fran, con aria di sufficienza, scartando con una smorfia di disgusto il contorno della pizza e il pomodoro in eccesso, ma oggi scopro che è il thp che lo comanda, replica: esistono altre mentalità diverse dalla tua. Mica siamo tutti uguali.
Lo, in cui il thp è ancora in fase embrionale e ogni tanto salta fuori, fa qualche prova e torna a dormire, dice: poi, sai, si divertono un sacco, è vero che vanno a scuola anche il sabato, ma hanno un compagno di stanza, stanno sempre insieme, nel tempo libero fanno tanti sport, giochi di gruppo divertentissimi, e un sacco di scherzi!
Sul fatto che si divertano con gli scherzi ho qualche dubbio, dico io. Ve li siete dimenticati com’erano gli scherzi alla British? E Bob sarà tra quelli che li subirà o li farà? E anche se sarà dalla parte di quelli che li fa potrebbe non essere bello.
No, no, si divertono. Insiste Lo. Bob mi ha raccontato che sua sorella è contenta.
Potresti andarci anche tu, allora. Finisci la middle e vai allo stessa scuola di Bob. Poi torni a casa una volta al mese come fa sua sorella. Che ne dici? Ti piacerebbe?
Io? Mica va di andarci a me. Mica sono inglese.
Parte tutto dall’inizio, dice Fran. Quando eravamo piccoli come ci minacciavi se non facevamo quello che volevi? Attenti che vi mando in collegio! Quindi è normale che adesso lui ti dica di no, che lui in collegio non ci va. Glielo hai sempre prospettato come una punizione!
E’ per questo, dunque.
Certo, dice Lo.
Ho due anni per recuperare. Possiamo cominciare da subito. Quando porti a casa un bel voto, ti dico: bravo! Come premio ti mando in collegio.
No, ormai è troppo tardi.
M’impegno per riparare all’errore che ho commesso. Te lo prometto.
Comunque io in collegio non voglio andare: sto bene così. Lì poi ci sono le sirene che t’organizzano la vita, ti dicono quando devi andare a farti la doccia, quando devi spegnere la luce la sera, ti svegliano la mattina. Io preferisco restare così come sto: condizionato.






mercoledì, febbraio 28, 2007
 
Non è una malattia, non è nemmeno un problema in effetti
China non è China ma Silvestro.
Me l’ha svelato il Vet dopo un’attenta osservazione.
La palpava e mi faceva le domande, poi ha taciuto all’improvviso, io ho trattenuto il respiro, ecco, mi sono detta, ha scoperto che ha qualcosa di terribile perché è caduta dalle scale del secondo piano quando aveva poco più di un mese, oppure ha una malattia inguaribile o una malformazione che non dà speranze, mentre pensavo tutte queste cose il Vet ha sollevato la testa - la povera gatta invece continuava a tenerla bassa per la paura o per l’umiliazione o per entrambe - mi ha guardato, con il polso si è ricacciato indietro il ciuffo filiforme biondo, e infine ha detto: non è lei è lui!
Ho respirato di nuovo, e ho pensato che l’equilibrio maschio-femmina della mia famiglia era definitivamente compromesso.
Ma l’abbiamo chiamato China! Ho detto scioccamente.
Be’? Ha risposto lui. Il nome China va benissimo per un maschio.
Sono tornata all’ingresso, la segretaria mi ha teso il passaporto.
C’è un problema, ho detto. Non è una femmina, è un maschio, il nome va cambiato.
Lei ha risposto che ormai era impossibile correggerlo, che al gatto non importava nulla del nome, che lei al suo cane, una femmina, l’aveva chiamato Marcelo come Marcelo Mastoiani.
Non ho detto nulla, un po’ per lo stupore di questa conoscenza italica, ma soprattutto per rassegnazione. Perché lo so: quando un dutch afferma “ormai è impossibile” continuare a insistere è da scemi.
Tranquillo, ho detto quando eravamo soli, lui e io, in macchina.
Per la faccenda dei nomi sono all’antica.







mercoledì, febbraio 07, 2007
 
Per non pensarci penso.
Una delle cose che mi colpì quando arrivai qui fu la dieren ambulance.
Per molto tempo pensai che dieren significasse vecchio e quel furgone che incrociavo di continuo raccogliesse persone anziane che s’erano fatte male, poi un giorno vidi un segnale con l'immagine di un cane che correva, un numero di telefono e la scritta dieren ambulance e capii che dieren significava animale.
Però mi rimane il dubbio: la dieren ambulance la vedo spesso perché qualcuno l’ha chiamata o perché va comunque in giro? Se va in giro è perché c’è lavoro. E siccome qui i randagi non ci sono, la dieren si occupa solo di animali di proprietà. Poi ci sono i gabbiani, certo, ma i gabbiani hanno i loro luoghi segreti dove vanno a morire.
Nel paese di O. dove ho vissuto per quattro anni c’erano molti più fogli formato A4 con foto di gatti smarriti di qui, anch’io ne appesi diversi quando scomparve la mia, un anno fa. Tornò dopo quattro giorni con una zampa posteriore lacerata. Il vet disse che forse era stato un morso di un animale, a me sembrava  una tagliola invece.
Quando sono andata a riconoscerla mi hanno chiesto: preferisci guardarla in foto o direttamente? Io ho risposto in foto. Camille, che m’aveva accompagnato, mi ha detto: se vuoi posso vederla io, non mi fa piacere ma non mi impressiono (Camille faceva l’infermiera in sala operatoria).
Poi la tipa ha cercato il file con il nome Sofia sul pc e mi ha mostrato la foto.
Sì, è la mia gatta, ho confermato.
Però sembra che non le è successo nulla, ho detto a Camille.
Lei mi ha risposto: secondo me li ricompongono prima. Uno dei miei tre gatti me lo hanno portato addirittura su un lenzuolo bianco. L’avevano trovato a pochi metri da casa e nessuno dei tre era sporco di sangue.
Infine siamo passati agli accordi per la sepoltura.
C’erano due modalità: una economica e una di lusso.
Quella economica era che la seppellivano loro e costava cinquanta euro, quella di lusso era che la cremavano e costava un po’ più del doppio ma potevi seguire il furgone che la portava al crematorio. Io ho scelto la tariffa da cinquanta, non per spendere meno ma perché i riti, felici o tristi che siano, non mi piacciono.
Ce ne era anche una terza che prevedeva il ritiro dell'animale, ma dovevi dichiarare il luogo di sepoltura e  subentravano altre complicazioni varie, ma in questo caso si pagava solo il recupero.
Ho detto a Camille: mi pare che ci hanno realizzato un business con questa raccolta di animali morti. Lei mi ha risposto che no, non c’era la convenienza. Due computer, due stampanti, un ufficio con varie stanze, gli impiegati, quello che guida l’autoambulanza, sono tutte robe costose.
Prima di andare lì siamo passate al bancomat e ho fatto un prelievo, invece ho notato che la macchinetta per il pagamento c’era.
Dopo ho pensato un sacco di cose. Alcune folli e surreali, una d’osservazione: durante i miei sei anni e mezzo di guida in terra d’olanda i gatti non li ho incrociati mai. Galline e oche invece sì. Le galline sono caotiche e un po’ simili a certe anziane perché corrono come invasate fino al centro della strada e poi imprevedibilmente tornano indietro. Le oche invece sono ordinate e decise. Attraversano sempre in fila, senza ripensamenti, e a volte anche sulle strisce. 
Comunque la durata della vita di un gatto a Cameliahof e dintorni è di circa dodici mesi, naturalmente è una stima parziale. Stima in cui  è rientrata la mia ché il 15 fa giusto un anno che ci siamo trasferiti qui.
Mentre a O., malgrado vivessimo in una casa che dava sulla strada, per due anni se l’era cavata.
La mia amica Elena mi ha raccontato che anche a Brasov, la sua città, i gatti vanno in giro e spesso muoiono. Ma come guidano i romeni? Mi sono dimenticata di domandarglielo. Perché gli olandesi vanno pianissimo. Trenta all’ora nelle strade di paese, cinquanta nel tratto di autostrada che c’è qui vicino.
Dopo che avevo firmato la ricevuta ho domandato al centro di raccolta: dove l’avete trovata? Mi sono sempre chiesta dove andasse quando saltava la staccionata.
Una volta a rubare un pesce già arrostito nel giardino dell’Ammazzasette, ma le altre? L’hanno trovata in una strada parallela all’autostrada. Dunque era andata a sinistra di Cameliahof. Io invece l’avevo cercata a destra, nei dintorni del grande prato.






domenica, febbraio 04, 2007
 
Ora dobbiamo darle un nome
Mi hanno appena regalato un gatto, anzi una gatta. E’ figlia della stessa madre di quella che è morta qualche giorno fa, solo che stavolta nei cuccioli ha prevalso il gene del padre ed è nera e un po' bianca non foresta norvegese, ma tanto di come ha il pelo lungo corto riccio non me ne importa nulla.
L’importante è che sia femmina.






martedì, gennaio 30, 2007
 
Ancora Tre
Così Fran:
Sto scrivendo una storia. Una storia dove capitano cose pazzesche, delitti, furti e magie. E tutti i personaggi hanno paura degli altri, dei fatti che accadono e che accadranno, e anche di loro stessi. Devo fare in fretta a scriverla prima che svanisca il divertimento. Poi... Poi la sto scrivendo in inglese. Ti dispiace?
Ma no. Perché dovrebbe dispiacermi?
Sai ho deciso di scriverla in inglese così i miei amici la possono leggere. Se scrivi una storia è perché qualcuno la legga altrimenti perdi metà del gusto.
Hai ragione.
Sai che nell’ultima lezione d’italiano l’insegnante ci ha parlato del congiuntivo, ci ha detto che si usa sempre meno e che i prof. quando correggono i compiti in Italia, spesso, chiudono un occhio se c’è un indicativo al posto di un congiuntivo e i giornali non lo usano praticamente più. Mentre ci raccontava queste cose, a un certo punto, ne ha sbagliato uno. E io l’ho corretta. Sai io ho la fissazione del congiuntivo. Credo che si sia sviluppata perchè vivo qui.
L’hai corretta? Sei matto?
Lei è una ok, e si è fatta una risata. Mi ricordo che in terza elementare si facevano le gare e i caduti erano sempre per il congiuntivo e allora siccome volevo vincere l’ho studiato e l’ho studiato fino a quando è diventato naturale. E noto sempre quando qualcuno lo sbaglia e devo fare uno sforzo per non correggerlo.

Qualche ora dopo:
Senti... mi mandi a Bruxelles da Max?
E chi sarebbe questo Max?
Uno che ho conosciuto a Copenhagen. Uno simpatico.
Non se ne parla.
E’ per il viaggio? Sono due ore di treno!
Sei andato da solo in treno a Torino quest'estate, no? A Londra dal tuo amico e a Roma per il concerto. Non è per il viaggio.
Allora è per i soldi! Se è per i soldi io…
Non è per i soldi, ovviamente. Non conosco Max e i suoi genitori. E’ questo il motivo.
Non li conoscerai mai e io voglio vedere Bruxelles.
Intanto invitalo tu, no?
Non è la stessa cosa. Poi abbiamo i fine settimana impegnati sia lui che io. Pensavo di saltare due giorni di scuola e…
No.
Qualche minuto dopo:
Sai quante volte non hai usato il congiuntivo quando parlavamo? Lo sai, eh? Tre!








giovedì, gennaio 18, 2007
 
Credo di non aver mai tanto cliccato su un sito in vita mia.
Ora che l’aereo di Fran è atterrato in quel di Copenhagen, posso tornare a stupirmi dell’elasticità degli alberi e di quel paio di corvi che si fissano l’uno con l’altro sui rami di una scorticata betulla.
Lì fuori ulula, fischia, tira, pigia (come disse uno di Pisa dopo un precipitoso rientro al porto) da quando è comparsa la luce (cioè dalle nove) e sarebbe ora che la smettesse, ché vorrei uscire.

Ah, ecco, scopro che è tutta colpa di Kyrill






martedì, gennaio 09, 2007
 
Secondo te Darwin l'avrebbe bevuta la coca cola?
Fran dalle sue riviste di musica trae anche notizie che con la musica non c’entrano nulla e sistematicamente s’indigna e decide di scrivere lettere di protesta.  Oppure legge articoli da qualche altra parte, ma il risultato non cambia: s’arrabbia. Troppo, secondo me.
Tipo in un libro che aveva letto a casa di qualcuno e che l’aveva fatto diventare una bestia, e aveva deciso di rintracciare l’autore attraverso internet per inviargli una mail dove rilevava che le sue affermazioni erano un’offesa per l’umanità e per lui. Anzi per lui e per l’umanità.
L’autore sosteneva che la teoria di Darwin fosse errata.
Io mi offendo se qualcuno rinnega Darwin!
Poi legge e rilegge gli articoli sulla Chiesa, sui preti, e riparte con le indignazioni.
Tipo qualche giorno fa che mi dice: lo sapevi che i preti non fanno il voto di castità ma quello di celibato? Il voto di castità lo fanno i frati che non contano un accidente. Poi i preti non possono avere rapporti al di fuori del matrimonio e quindi avendo fatto il voto di celibato sono fregati. In teoria. Perché se vanno con una donna mica rompono il voto, commettono un peccato come gli sposati e i non sposati. Ti rendi conto?
In effetti su questa sfumatura tra voto al celibato e voto alla castità mica avevo riflettuto.
Comunque sono esseri umani, gli rispondo. E se cercano una donna che male c’è?
C’è che poi fanno la predica. E non lo sopporto.
Mica la senti tu la predica. L’ascoltano i cattolici, no?
Sì, ma è il principio quello che conta. E poi rinnegano Darwin.
Che noia! Sempre con questo Darwin!
E certo! E’ da lì che è partito tutto. No, prima c’è stato il Big Bang. Per quello hanno trovato una scappatoia. Però rifiutano la Scienza e non lo posso sopportare!
Poi ci sono le battaglie minori. Tipo che durante le vacanze di natale nella sua scuola hanno tolto il distributore di bibite. E ieri mi ha chiesto di comprargli 2 confezioni di coca cola. Io gli ho portato una lattina invece.
Te ne avevo chieste dodici!
Per farne cosa?
Le metto nell’armadietto e le vendo a chi le chiede, ma non voglio guadagnarci. Le vendo al prezzo del super.
Guarda che è illegale.
E ti pare legale che un gruppo di genitori decida di far togliere il distributore senza neanche consultarci?
Le bevande gassate fanno male.
Io comunque le vendo.
Tu non le vendi.
Allora le vendo fuori dalla scuola.
Secondo te Darwin l’avrebbe bevuta la coca cola?
Mi sarebbe piaciuto chiudere la discussione con questa domanda, invece mi sono arrabbiata. Eppure se mi concentro un attimo rientro nei calzettoni a righe, negli zoccoli, nei jeans, nei profumi e negli arricciamenti di naso di quando avevo quindici anni.






mercoledì, dicembre 13, 2006
 
Carpe fettuccinam
Avete presente l’istante in cui si sollevano le fettuccine bollenti per adagiarle nel piatto?
E il fumo e il profumo si dilatano e le salive si inghiottono?
E il silenzio che accompagna questa azione?
E l'intensità dello sguardo appuntato sulla massa gocciolante di sugo?
L’interruzione di questo momento, come succede con lo squillo di un telefono per esempio, frantuma un incantamento che è simile a quando qualcuno ti scuote mentre sei assorto a fissare un pensiero che sembra di poter vedere con altri occhi.
E questo rientro forzato nella realtà è come una caduta.
Inoltre l’alzata della fettuccina è ancora più importante e simbolica qui, in terra d’olanda, dopo lunghi anni di permanenza.
Ieri sera questo attimo (idilliaco e/o  pubblicitario) è stato annullato da un trambusto davanti alla porta d’ingresso. L’autrice del trambusto, la gatta, s’è presentata subito dopo con una schifezza che le spuntava dalla bocca.
Ecco, ci ha comunicato con lo sguardo altero. Ho fatto il mio dovere.
La mia fobia per gli esseri quasi morti o quasi vivi mi ha fatto: mollare repentinamente il groviglio sugoso con conseguenti schizzi dappertutto, cacciare un urlo, alzarmi precipitosamente e rifugiarmi nell’ingresso chiudendomi la porta alle spalle, abbandonando figli, felino e roditore.
La gatta spaventata dall’urlo e dal mio movimento concitato ha lasciato il topo che si è rintanato sotto la libreria.
Lo spot pubblicitario si è così trasformato in una scena comica, nemmeno tanto originale, che vedeva me dare istruzioni ai figli e, nella più completa follia (ricordatevi che ero appena ricaduta nella realtà), alla gatta.
Così uno ha spalancato la porta-finestra che affaccia sul giardino, uno si è armato di scopa e lei si è acquattata davanti alla libreria, in attesa.
Sono trascorsi dei minuti, mentre le fettuccine cessavano tristemente di fumare e si compattavano, e nulla è accaduto.
Infine sono state proposte soluzioni dai figli perfettamente in linea con il carattere razionale dell' uno e quello più romantico dell’altro.
Fran: torniamo a mangiare e lasciamo che la gatta ammazzi il topo.
Lo: catturiamo noi il topo e teniamolo. In fondo è come un gerbillo.
Come è finita.
La fame mi ha fatto dimenticare la mia paranoia per gli esseri quasi morti (o quasi vivi) e siamo tornati a tavola.
Presumo che sempre la fame abbia spinto il topo a uscire dal suo nascondiglio. A quel punto la gatta l’ha catturato, lo ha poi lanciato in alto di circa un metro e conseguentemente ho dedotto che la resistenza fisica di un topo e assai superiore a quella di un criceto o di un gerbillo. Quando è ricaduto a terra è schizzato via, apparentemente in perfetta salute, e infine è precipitato dalla grata che copre la buca dove c’è il termosifone.
Abbiamo tolto la grata, ma non si vedeva nulla. La gatta ha provato a calarsi, ma alla fine ha rinunciato.
Dopo oltre dodici ore i figli sono a scuola, il topo (vivo o morto) è ancora lì e la gatta pure.
Io sono altrove invece.






martedì, novembre 14, 2006
 
La prossima volta apro io.
Dopo le sette di sera quando suona il campanello è, quasi sempre, una donna con la faccia dimessa, tra i cinquanta e i sessanta, vestita come se dovesse attraversare un campo zuppo d’acqua, con un cilindro rosso in mano. Sul cilindro rosso c’è un’apertura per le monete. Il cilindro rosso è un salvadanaio e la donna, che ogni volta è diversa, è una cercatrice di fondi.
Anche il motivo per la richiesta dei fondi cambia sempre.
L’unico ricorrente è quello per i reumatismi. Gli olandesi soffrono di reumatismi perché non possono usare l’ombrello, ma anche perché non portano cappelli, impermeabili leggeri e non s’asciugano i capelli.
Poi ci sono i motivi che mi spiazzano e mi spaventano. Come la raccolta di soldi per persone che hanno avuto il viso ustionato dal fuoco.
Anche per il corpo? Ho chiesto.
No, per il corpo no. Il corpo si copre, il viso si mostra.
Però se organizzano una spedizione per gli ustionati penso che ce ne sia un numero consistente.
Infine ci sono quelli che vendono servizi e oggetti (che possono essere uomini o donne di varie fasce d'età).
Io non compro mai nulla, do solo qualche euro alle signore con il cilindro.
Il fatto è che gli oggetti che mi propongono non m’interessano mai. Sono centrini di cotone, tazze di ceramiche dipinte a mano, polli e uova comprati all’ingrosso e che spacciano per biologici.
Qualche giorno fa il campanello ha suonato dopo le sette, ma io ero al piano di sopra e allora ha aperto Emme.
Dopo dieci minuti mi sono affacciata dalle scale.
Era un artista, un pittore per la precisione. E stavano guardando le foto dei suoi quadri.
Il tipo diceva che in ogni casa di Cameliahof c’è almeno un suo dipinto.
Hanno continuato a sfogliare le foto, poi l’artista gli ha chiesto: preferisci l’astratto o i paesaggi?
Lui non ha risposto subito.
Io sono scappata nel bagno a ridere.
Non ha risposto subito perché era una domanda che non si aspettava. Ché nella sua immaginazione un pittore è uno che dipinge per ispirazione non su commissione.
Quando sono uscita dal bagno, l’ho sentito concludere così: non posso giudicare i tuoi quadri dalle foto. Alcuni sembrano interessanti…
E io te li porto, allora! Quando?
Quando? Forse domenica…
Va bene domenica alle due?
Domenica alle due meno cinque ho visto un pulmino verde fermarsi davanti al nostro ingresso. Prima che l’autista scendesse sono fuggita al piano di sopra.
Ha scaricato quadri per quindici o venti minuti.
Poi Emme mi ha chiamato. Sono scesa.
C’erano quadri ovunque. In cucina, nella serra. Alcuni appoggiati al muro, altri impilati uno su l’altro.
Emme, quella sera, deve aver risposto che preferiva l’astratto, anche se c’era qualche mulino e qualche campo di tulipani.
Ho fatto un giro e poi ho preparato i caffè.
Lo, invece, li ha guardati tutti con attenzione.
Poi l’ho sentito dire: quello con il blu e il verde mi ricorda tanto uno che avevo fatto l’ultimo anno di asilo. Ma non c’era scherno nella sua voce, semmai una punta di nostalgia.
Ho portato i caffè e mi sono fatta un altro giro.
Intanto l’artista parlava e parlava. Raccontava di un viaggio in India e di una sua passeggiata su delle lame appuntite. Di un santone che si è sollevato di venti centimetri, poi mi sono persa un passaggio e ha tirato fuori dal portafoglio la foto del figlio, un bambino di circa un anno con gli occhi identici ai suoi.
Infine ha domandato quale quadro preferissimo.
Io sono andata a sciacquare i bicchieri.
I primi a tornare nel pulmino sono stati quelli giganti, poi quelli con i mulini e i tulipani, infine quelli con le cornici dorate. A un certo punto ho sentito Lo dire a Emme: certo che fa pena, però. Comunque quello del mare è bello.
Ma i gabbiani sono disegnati male, ha risposto lui.
Sono tornata nel soggiorno.
Allora? Ha chiesto l’artista.
Allora se lei non dice nulla, significa che non le piacciono.
Non ti piacciono? M’ha domandato.
Chiusa nell’angolo, ho risposto: a me piacciono i quadri come quello.
E ho indicato un quadro appeso alla parete dove c’è una ragazza e un asino davanti a un muro surreale.
Facciamo così, ha detto l’artista. Ve ne lascio alcuni e poi decidete con calma.
Lo e io abbiamo scelto un quadro dipinto di bianco con una palla verde al centro.
L’artista ha detto che qualcuno ci vede il mondo in quella palla.
Emme ne ha indicato uno che potrebbe essere intitolato: l’autunno.
Sulla tela sono stati scaraventi il giallo, il marrone, il rosso, il verde e poi sono stati fatti asciugare. E anche un altro in cui s’indovina una pancia femminile tra il rosso e il nero.
Quando Fran è tornato prima  è scoppiato a ridere e poi ha domandato: di chi sono queste croste?
Lo, a quel punto, si è sentito in dovere di spiegarli. E poi ha aggiunto: se l’avessi conosciuto ti avrebbe fatto pena.
Così da due giorni c’è una discussione tra la necessità di spiegare o non spiegare l’arte e se sia giusto comprare qualcosa per  compassione.
Fran sostiene: comprare un suo quadro è un errore. Primo perché è orrendo, secondo perché lo illudi che è bravo.
La posizione di Lo, ovviamente, è opposta: non dipinge male, cioè non tutto è brutto. E poi fa pena.
Emme dice: questi tre quadri non sono male. Questo dell’Autunno ha qualcosa che mi piace, ma anche questo della pancia.
Io dico che non mi piacciono. Però aggiungo: certo che ha quel bambino così piccolo…
Già, dice Emme.
Però ci sono i sussidi di disoccupazione che sono altissimi…
Abbiamo tempo fino a domenica alle dieci.






martedì, novembre 07, 2006
 
L’ultimo cerchietto
Poco fa ho raccolto l’ultimo pezzo della notte delle streghe. Un cerchietto.
L’ho gettato nel piatto di pietra in compagnia degli altri.
La festa in tutte le case di W. è stata rimandata a sabato, ma io non lo  sapevo perché Lo era malato, prima di virus e poi di batteri, e non ho ritirato la mappa con le indicazioni delle case aperte per i dolci.
E poi è il primo Halloween che passo qui a W. tra gli americani che  sono tanti: quasi la metà degli abitanti, forse, ma non sono molto brava con le stime.
Con Lo per la prima volta arrabbiato dopo una settimana di febbre, mentre per sei giorni aveva esultato con un evvai! quando si sfilava il termometro e controllava a che punto fosse la linea di mercurio.
Così Halloween è stato festeggiato solo da Fran, c’era una festa nel pub qui dietro casa, quello dove va tutta la scuola quando compie quattordici anni.
Festa mascherata, ovviamente. Il filo doveva essere quello delle streghe, ma poi ognuno si vestiva come gli pareva e il primo premio è andato a Presley e il secondo a una Barbie.
Fran invece si è mascherato da dark d’altri tempi.
Altri tempi? Che poi sarebbero i miei.
Avevo un giubbotto una volta e anche qualche spilletta.
Tu: una dark?
Ha sgranato gli occhi, e quando sgrana gli occhi in quel modo io sempre mi riprendo le parole.
C’era la fase trucco e preparazione del travestimento, e mi ha parlato di un’amica di un’amica che pare fosse un asso della trasformazione e mi ha chiesto: possono venire a darmi un’aggiustatina?
Certo. Perché non dovrebbero?
Invece sono venuti tutti quelli del decimo anno, ragazzi e ragazze.
Tutti in camera di Fran. E il pavimento ha retto.
La notte delle streghe li ho invidiati un po’ per questi trucchi e queste risate inconcludenti, e ho fatto un paio di scoperte.
Che il segnale per ricevere visite dai bambini non è solo una zucca con la candela dentro, ma è anche la luce accesa nell’ingresso davanti alla porta.
Ma questo l’ho capito verso le nove quando un branco di esseri imbizzarriti camuffati in altro ha abbandonato la casa, anzi la stanza. E’ stato allora, quando ho cominciato a raccogliere il primo cerchietto, che ho avuto l’intuizione di quella luce che segnalava qualcosa che non avevo (caramelle e cioccolate),  l'ho spenta e hanno smesso di scampanellare.
Nella notte delle streghe ho capito, anche, come fare a identificare in mezzo al gruppo di diavolesse, ragazze- spillette, punk e altri esseri strani, quella che sta con Fran.
Era l'unica che guardava altrove, che fingeva di non esserci, insomma.
Che sfoggiava, in effetti, la maschera perfetta: quella dell’invisibilità.






mercoledì, settembre 27, 2006
 
Scheveningen, ancora?
Undici anni fa, a quest’ora, ero in una stanzetta con i muri scrostati e le sedie scomode, una valigetta al fianco e sbuffavo per l’attesa. I ricordi si ricordano e si riciclano (si concentrò sul naso lucido dell’impiegata, sulle sue dita che sembravano dei ravanelli incollati a una palla di tennis, come quelle creazioni surreali che faceva all’asilo con la plastilina, aspirò il suo alito di denti guasti mentre quella le domandava il numero di telefono).
La stanzetta era su un’isola al centro di Roma.
Nel pomeriggio, invece, ero in uno sgabuzzino su un lettino un po’ particolare dove facevo la fine di Gregorio Samsa. Venivo dimenticata per qualche ora, ogni tanto agitavo pateticamente le braccia e le gambe, ma l’inclinazione di quell’accidenti d’attrezzo su cui ero distesa, le fitte di dolore alla schiena e alla pancia, mi impedivano d’alzarmi.
Dicono che la musica influenzi il nascituro, io dico che anche la lettura dia, in qualche modo oscuro, il suo contributo. Perché mentre facevo lo scarafaggio disteso sulla schiena leggevo il Profumo e poco dopo nasceva un bambino che avrebbe avuto come senso prevalente proprio quello dell’olfatto e che mi avrebbe fatto passare nel futuro, a causa di questo super senso, momenti assai imbarazzanti.
Scoprivo, dopo che mi avevano portato in stile ER nella sala operatoria d’urgenza, l’effetto esilarante dell’ossigeno, che mi faceva dire al mio amico Max, anestesista dell’ospedale dell’isola, quando mi mostrava il neonato: accidenti quanto è brutto!
Ma non è brutto! Diceva lui. Assomiglia a suo padre.
Oggi Lo non ha più la faccia da peperoncino, e di strada ne abbiamo fatta entrambi. 1800 chilometri per l’esattezza.
La pista delle macchinette è montata nel soggiorno in attesa del car racing di venerdì e c’è su un bel cielo grigio olanda. Se c’è questo cielo non possiamo non andare a Schevenigen stasera a incantarci davanti al cuoco giap che gioca con i coltelli, agli olandesi che ridono e socializzano, a schivare porzioni di frittata che ti lanciano in faccia.
Un altro anno è passato, ma i gusti sono immutati a quanto pare. L’olfatto invece si raffina sempre più, ma, per mia fortuna, nel frattempo ha imparato che oltre alla parola esiste anche il pensiero.






venerdì, settembre 15, 2006
 
Chi esce dal gruppo, chi si pone quesiti sulle anatre, Fran fa così.
Nella sua pagella di giugno, accanto alla casella Inglese, era scritto: lo studente dimostra una capacità nell’esprimere il suo punto di vista e nel difenderlo assai superiore alla sua età.
E ti credo, commentavamo noi, con un sorriso dolce-amaro, è da quando ha tre anni che discute.
A metà agosto, al secondo o terzo giorno della ripresa della scuola, ci comunicava: darò ripetizioni di chimica e di matematica quest’anno, è arrivato il momento che guadagni qualcosa; e il mio stupore superava l’orgoglio davanti a un proposito tanto nobile (non mi abituerò mai alla constazione che io, proprio io, abbia contribuito per un cinquanta per cento a generare un essere con una spiccata attitudine per robe scientifiche).
Effettivamente cominciò a dare ripetizioni di matematica a una sua amica con un’evoluzione imprevista (o forse no).
Seguiva, poi, un’altra comunicazione: entro nella squadra di cross country della scuola, e qui avevo una caduta dalle nuvole, e osservavo: ma hai sempre detestato correre! E omettevo: non ti riconosco più figlio mio! A cui seguiva una risposta laconica: si cambia, eh, ( ecco un’altra espressione dell’adolescenza, oltre alla polemica, la laconicità).
Andremo in trasferta una volta al mese, ma stai tranquilla che ci costerà solo il viaggio in pullman, per dormire e mangiare saremo ospitati dalle famiglie degli studenti che vivono lì.
Toccherà anche a noi, allora, e se arrivano ragazzi come quelli che sono capitati a C., l’anno scorso, che non producevano nemmeno una parola, solo sospiri?
La comunicazione può risolversi con il cibo perché rispondeva: Tu prepara le lasagne per cena.
Infine s’iscriveva a un ciclo di conferenze che simula quelle dell’Onu.
Anche questa attività lo porta fuori e a partire il venerdì, saltando quattro ore di lezioni.
Un momento, dico, non stai esagerando con gli impegni e le assenze? Che diranno i professori? Tranquilla, rispondeva lui, sono andato a parlare con il Professore Capo e mi ha dato il permesso.
Il permesso, il Professore Capo gli ha dato il permesso. E il nostro permesso?
Sembra, però, che questo ciclo di conferenze sia irrinunciabile ché migliora la capacità per la risoluzione dei problemi e stimola il ragionamento.
Bene. O forse no. Ci devo pensare.
Mentre pensavo che ci devo pensare, preparavo una busta piena di cibo, l’accompagnavo a scuola in macchina, ché tra pochi minuti parte per Londra, vestito da atleta, e mi pare proprio che abbia preso il volo anche se il viaggio se lo fa in pullman.






lunedì, giugno 12, 2006
 
Se qualcuno s'accorge di qualcosa dirò che è una variante estiva.
Alle sette di questa mattina me ne stavo in accappatoio con caffè fumante, yogurt al mango e melone in giardino, seduta davanti a un arco metallico che dal punto di vista estetico è orrendo, ma su cui sta intersecato un roseto. Unica compagna la gatta e il frullo d’ali di varie dimensioni e cinguettii tra i cespugli e gli alberi. Sorriso mio beato e necessariamente un po’ ebete. Il frullio aumenta di ritmo e zac! catturato un merlo. Immediata reazione mia che spaventa la gatta e il merlo riacquista la sua libertà. Torno alla mia postazione, rimetto su il sorriso beato e un po’ ebete, sorso di caffè e mi rivedo in tv. In una pubblicità di uno yogurt mango e melone. Potevo immaginarmi una storia, potevo ricordarmi, per analogia, di una cosa che era accaduta tanto tempo fa, potevo continuare a non pensare, e invece no, sono proprio in tv, con un accappatoio più fighetto, i capelli ben pettinati, oltre lo yogurt e la tazza di caffè c’è anche un ciambellone, un caraffa di succo d’arancia, e s’indovina il bordo di una piscina. E tra tutte queste cose: io. Senza sorriso ebete, solo beato e senza arco metallico con rose intrecciate.
Eppure la tv non la guardo più, a parte blob, per noia e anche perché è occupata dai giochi della play. Ma la pubblicità colpisce anche nel lungo periodo.
Mah. Vado al pranzo con la classe di Lo. E auguratemi in bocca al lupo perché nella torta al cioccolato che ho preparato ho usato il burro salato.






mercoledì, maggio 31, 2006
 
Dei Ma e delle certezze. Ma non dovrebbe essere un dialogo rovesciato? Forse ho sbagliato parte?
A Febbraio davanti alla pagella:
Io: Ma…Ma ci sono metà A e metà B.
Fran: e allora? B equivale a distinto che sarebbe nove, quasi il massimo quindi.
Io: Ma…Ma l’anno scorso erano tutti A!
Fran: l’anno scorso era la middle che era un’altra cosa, poi c’era anche qualche B
Io: Ma nelle materie minori! Adesso è il contrario, mi pare. A Coro e Teatro hai giudizi ottimi e a Matematica e Scienze, che sono sempre stati i tuoi punti di forza, hai B!
Fran: Coro e Teatro NON sono materie minori. E mi piacciono molto. E Matematica è il corso avanzato, e non è mica semplice.
Io: Che dirà la tua maestra…Che cosa le rispondo quando mi chiederà: in matematica come va?
Fran: dille che sono al corso avanzato, le basterà sentire questa parola, magari pronunciala in inglese, che solo a sentire quel termine sfiorerà tutte le stelline del cielo e non farà altre domande.
Io: però potresti fare di più. Non studi mai…
Fran: Per avere A dovrei fare uno sforzo, invece così ottengo dei risultati buoni senza fatica.
Io: sarei più contenta che avessi tutti A.
Fran: Pamela e Tom hanno tutti A. Vuoi che faccia come loro?
Io: Sì!
Fran: lo sai perché loro hanno tutti A?
Io: Perché studiano?
Fran: Esatto. Ma mica studiano per loro. Studiano per i genitori. Vorresti che studiassi per te? Ti sembra una cosa giusta?
Io: …che c.gli rispondo? Ma…no.
Fran: sorride.
Io: fai come ti pare. La responsabilità della pagella è tua. Dello studio anche.

Ieri sera a una settimana dalle verifiche:
Io: Studi?
Fran: eh sì.
Io: c’è un libro che vorrei che leggessi: non è pesante, è una specie di giallo, parla di mafia, di come funzionavano (o funzionano) le cose in Italia, è scritto bene e...
Fran: voglio leggere un altro libro di Ammaniti.
Io: Va bene, va bene. Comunque te lo lascio qui sul comodino, poi magari gli dai un’occhiata, eh?
Nessuna risposta. Sembra che studi sul serio.






venerdì, maggio 26, 2006
 
Sognando lo Swan 
Dopo l’ascensione è arrivato il ponte. Se penso al ponte m’immagino quello lunghissimo che collega le due sponde della Mosa a Rotterdam. Visti da lontano i suoi cavi sembrano i fili di una ragnatela. E poi c’è quel silenzio, per lo meno nel posto dove andiamo a guardarlo c’è sempre silenzio. Invece il ponte di qui è tutto il contrario del silenzio.
Gli abitanti di CameliaHof - il fiore è un altro, ma tanto per voi fa lo stesso e allora io ne scelgo uno più evocativo - non sono partiti e così ho la casa piena di ragazzini e di adolescenti, di mattina sera e pomeriggio, anche a cena se “per me fa lo stesso”, ieri avevo fatto le orecchiette al pesto, patate e fagiolini, e il ragazzino tedesco ha pescato tutte le orecchiette e ha lasciato il resto, allora l’adolescente inglese che gli era seduto a fianco ( non immaginatelo inglese, in Inghilterra non ci ha vissuto mai, assomiglia piuttosto a Tom Sawyer, e quando fece la parte di Gavroche nei Miserabili era perfetto) gli ha detto che mica era bello che lasciava tutta quella roba nel piatto, al ragazzino tedesco è salito il disagio, ha risposto: io proprio non ci riesco a mangiarla, e prima che si potesse dire qualcosa, il Tom o il Gavroche, insomma lui, ha composto la faccia in una smorfia buffa e ha detto: e tu chiedi aiuto al tuo vicino, e, con un ottima padronanza della forchetta, ha infilzato in due puntate fagiolini e patate, poi è cominciato il repertorio delle imitazioni dell’inglese parlato da uno del Colorado, da uno dell’India, mentre seguitavano con gli accenti lui e Fran, e suonava ancora il campanello, ho preparato una bomba che si può gustare solo qui: ho mischiato vaniglia vla e mascarpone, ho aggiunto qualche fragola e mi sono dimenticata di loro.
Stamattina una parte della casa sembra un campo dopo il passaggio delle cavallette: il frigo è vuoto, il cassetto dei dolci è pieno di cartacce, il secchio della spazzatura è rotto, il vaso vicino all’ingresso è zeppo di scarpe, ci si tolgono sempre le scarpe nelle case del Nord, e l’invasione continua, aiuto. 






venerdì, maggio 05, 2006
 
Mi costerà un patrimonio questa serata. (Dove si dimostra che parlare di libri è un lusso)
Il  patto sarebbe: il venerdì esce Fran, il sabato noi.
Naturalmente se a lui o a noi capita un evento esaltante si fa a cambio. Solo che le cose esaltanti arrivano solo a lui.
Abbiamo stabilito questo accordo perché Lo è ancora piccolo per stare da solo la sera. Siccome l’accordo può essere modificato, nel corso del tempo, è andato a finire che Fran esce il sabato e noi (in teoria) il venerdì. 
Per Lo questa faccenda dell'accordo è seccante, me ne rendo conto, ma  altre soluzioni non ce ne sono perchè  una baby non la vuole, accetterebbe volentieri un tipo che veniva qualche anno fa, con cui giocava a pallone nel soggiorno, ma ormai il tipo è a Milano, all'università.
Comunque oggi è venerdì. Da mesi a noi tocca il venerdì.
Stamattina Fran dice: oggi è venerdì, è il mio turno.
Ma poi nel tempo si è modificato, dico io.
Il patto era quello però e bisogna rispettarlo, dice lui.
Abbiamo anche stabilito che eventualmente poteva essere rivisto.
Allora è proprio il mio caso. Ho una festa! E voi che avete?
Una discussione su un libro.
Allora è più divertente la mia.
Sicuramente, però questo non significa che…
Non posso assolutamente mancare! E’ una festa di compleanno e d’addio, e a sorpresa! Poi lui si trasferisce in Egitto e non lo vedremo più. Ci divertiremo da paura.
Affittate un film? Cantate? Ballate?
Facciamo di tutto, di tutto.
Di tutto?
Oh ci sono i genitori a casa, che ti credi.
No, perché pensavo che eventualmente
Non posso portarlo con me. Abbiamo tutti quattordici anni, una anche quindici. Si annoierebbe da paura. Di che libro parlerete?
Di un libro di Camilleri.
Quello di Montalbano:  fico! Gli piacerà.
Il libro che abbiamo letto è La concessione del telefono, sono degli scambi di lettere e di conversazioni ambientate a fine ottocento in Sicilia per la richiesta di una linea telefonica…
Interessante. S’osserva le dita.
Gli prometto che lo porto a mangiare il sushi, gli compro le scarpe da ginnastica nuove, non lo minaccio più che vado a tagliargli i capelli di notte quando dorme.  Secondo te quale delle tre potrebbe fargli accettare l’idea di venire con noi stasera?
E’ difficile rispondere. Tutte e tre?







lunedì, aprile 24, 2006
 
Lo Spagnolo Adiacente e Paola Paola.
Ieri è terminata la settimana di vacanza di Pasqua. E noi siamo rimasti qui, e per fortuna anche i nostri vicini non sono partiti. E se non sono partiti i vicini non sono partiti nemmeno i figli dei vicini.
Così non mi sono mai trovata di fronte alla terribile constatazione: mamma mi annoio.
Dunque potevo dormire fino a tardi. Se non che lo Spagnolo Adiacente, che schizza via al minimo sintomo di festa, è restato. E’ restato per prendersi cura del giardino, ed è arrivato suo padre da Madrid e si sono messi a sradicare l’edera, a potare le siepi, a piantare le viole.
Chissà che giardino, direte voi.
Invece è un pezzo di terra di circa quaranta metri quadrati.
Ma sapete com’è, no?
Il padre non vede mai il figlio, che lavora all’ Estero, ed era contento di stare con lui. E anche il figlio era felice che suo padre avesse preso l’aereo per passare la pasqua nella terra grigia d’Olanda (che poi ci sono stati giorni splendidi invece).
Erano ambedue orgogliosi.
Vedi Papà che casettina, che macchinina, che mogliettina che figlioletta che ho?
E il papà: chi lo avrebbe mai pensato? Che questo ragnetto avrebbe messo su tutte queste cose?
Insomma( da questo momento la smetto con l'ironia giuro)  avevano bisogno di stare insieme, uno a fianco all’altro per recuperare tutte quelle cose che non si dicono al telefono, che non sono pensieri, informazioni, accadimenti, ma osservazioni.
Osserva la mia vita di tutti i giorni, papà. Zappettando la terra, potando i rami, raccogliendo le foglie tra le 8 e le 10 di mattina, le osservazioni venivano bene.
S’era fatto un programma ben preciso lo Spagnolo Adiacente.
Dalle 8 alle 10: giardinaggio.
Poi partenza per il tour d’Olanda che prevedeva:il museo van Gogh, la contemplazione della distesa dei tulipani del Keukenhof, il giro per i canali d’Amsterdam, la visita al mulino di Leiden, l’acquisto della porcellana azzurra di Delft.
Un breve commento della visita veniva fatto al ritorno, sempre in giardino, dove compariva anche la madre dello Spagnolo Adiacente, una donna bassa, formosa, con i capelli color miele perfettamente arrotondati, le gambe un po’ arcuate. Compariva con un vassoio in mano, dove c’erano gli aperitivi, una birra per il marito e un bicchiere di vino per il figlio, più qualcosa da mangiare che aveva preparato lei la mattina, mentre gli uomini s’occupavano del giardino. Per un’ora chiacchieravano di quello che avevano visitato quel giorno, di quello che avrebbero visto quello seguente, di quanto stesse diventando meraviglioso il giardino.
A tutta questa felicità, a questa soddisfazione di ritrovarsi, mancava una persona, che lui chiamava ad un intervallo regolare di dieci minuti: Paola Paola! Per due volte. Come una sveglia a cui non s’è premuto il bottone che blocca l’allarme.
Dopo Paola Paola seguiva una frase che cambiava a seconda del momento della giornata. Paola vieni a guardare il giardino quanto è bello. Paola vieni ad assaggiare la pizza salata di mamma. Paola vieni che ti mostro la fontana che zampilla.
Però Paola non usciva. Non partecipava. Non si mostrava. Se ne stava in casa, forse immusonita, con sua figlia, una bimbetta di un anno e mezzo che aveva la febbre e un’otite.
Che guastafeste questa Paola. Gettava un’ombra su questa gioia ritrovata tra padre e figlio.
Paola Paola.
Alle otto della mattina mi svegliavo con questo richiamo. Forza Paola Scendi! Che arpia che sei Paola!
Ma non è proprio esattamente così. C’è anche il punto di vista di Paola. Che lo aspetta tutte le sere alla finestra con la bambina in braccio. Che lo saluta con un bel sorriso e sollecita la figlia a spedire un bacio volante a papà che è appena sceso dalla macchina. Che Paola s’è laureata in legge con il massimo dei voti, che lavorava in uno studio d’avvocati, che studiava ancora. Però la somma degli stipendi di Paola e dello Spagnolo Adiacente erano la metà di quello di lui all’Estero. E per pagare l’affitto e le rate non era sufficiente. E poi lo Spagnolo Adiacente faceva un lavoro che non lo lasciava libero d’esprimersi per quello che aveva studiato. E bisognava chiedere un aiuto ai genitori. Così Paola ha detto: sì, ok, mollo il lavoro. E siccome a lei piaceva viaggiare, lui le ha prospettato settimane bianche, soggiorni al mare quando è inverno e il ritorno a Madrid  senza limiti.
Poi è arrivata l’otite, sette lunghi giorni bruciati tra le mura, lo Spagnolo Adiacente che urlava la sua gioia sotto il cielo grigio, che non era grigio ma per Paola sì lo era, e sua suocera che le diceva: guarda come gli piace che sia cotta la tortilla, e allora Paola s’è sigillata in camera a giocare con la figlia, con il volume dell’ipod che copriva il richiamo dal giardino del retro.






lunedì, aprile 10, 2006
 
Intanto la bottiglia,  col vetro un po’ appannato, è lì che aspetta.
Valerio Zurlini non è un regista conosciuto in Italia, dice la presentatrice prima che il film cominci.
E in effetti gli italiani presenti in sala sono tre: Emme, Lo e io.
Lo che è stato acchiappato sul prato vicino casa mentre correva con un walky talky.
Nessun nemico avvistato, gridava nell’apparecchio.
Il nemico sarebbe composto da due ragazzini olandesi di 12 anni, più un traditore, di undici, della loro scuola.
Loro sono in quattro, quindi di più, ma tutti di dieci anni, e questo comporta un pareggio.
Il nemico è determinato a distruggere la capanna che i quattro hanno costruito in un angolo del prato con le canne di bambù.
Vieni con noi, dico.
No, resto qui.
Ti portiamo al cinema, come premio per la pagella.
A vedere cosa? Domanda con sospetto.
La ragazza con la valigia.
Non m’interessa.
Ci sono i combattimenti!
Giura!
Non giuro su una cosa del genere.
I combattimenti non ci sono, e quando appare la prima scena del film in bianco e nero, alla mia destra s’alza un borbottio di protesta, ma alla mia destra batte un cuore cavalleresco e se non è per l’arme è per l’amor.
Alla proiezione di Estate violenta siamo ben sette italiani: noi quattro più tre sconosciuti, Lo questa volta è rimasto sul prato a giocare a pallone. All’uscita, mentre c’incamminiamo verso il grattacielo in cui abbiamo lasciato la macchina, uno dice : Dal 1943 al 2006, da Rimini a l’Aja. Surreale. Come ieri con Absolutely! Perhaps.  Dice un altro. Pirandello in inglese mai più! Dice la terza. Meglio così che nulla, dico io. Poi mangiamo insieme ai nostri amici una pastasciutta molto reale, poi mettiamo una bottiglia di spumante in frigo, poi Lo mi chiede: c’era sempre quella signorina? Quale? Quella con l’accappatoio bianco. Poi cerco di ricordarmi su quale sito avevo letto che davano la vittoria di Prodi 4 a 1.
Poi aspettiamo.






giovedì, dicembre 08, 2005
 

Quel giorno in cui dovevo costruire una casetta e mia madre non m’aiutò 
Che cosa dobbiamo fare questa volta? 
Ora ti spiego. Dice Lo. C’è anche una lettera con le istruzioni della maestra.
Un'altra lettera. Ma quante ne scrive? Almeno una al giorno, più le mail e il gruppo su Msn, che non mi ricordo mai di controllare e allora me lo segno sull’agenda e poi, per sicurezza, attacco anche un post it sul comodino: controllare agenda.

Il cestino con il bagnoschiuma e la crema che ho comprato per A.: non si deve capire che è un regalo. E allora dobbiamo costruire qualcosa noi.
Idea!!! Prendiamo un sacco della spazzatura, ci sbricioliamo dentro dei ritagli di giornale e poi ci nascondiamo il regalo!
Il suo sguardo oscilla tra l’avvilito e il seccato.
Non si può, dice con un sospiro. Io devo costruire una casetta.
Tu devi? Noi dobbiamo!
Io, con il vostro aiuto. Una casetta con la finestra, la porta e il tetto. Una casetta olandese! Mi piacerebbe che fosse come quella che abbiamo comprato.
Io non so costruire una casetta.
Ma io la devo portare!
La sostituiamo con il sacco, che ne dici?
Dico: no!
Be’ allora devi dire alla maestra che mi bocci! Ecco. Dille che tua madre non l’ha saputa costruire, che non ha mai seguito un corso in cui le insegnassero a farne una! 
Così non potrò concorrere al premio. Tutti parteciperanno tranne me.
Sarebbe tristissimo, questo. E ne conserverà il ricordo per tutta la vita. Quel giorno in cui dovevo costruire una casetta e mia madre non m’ aiutò
Per fortuna che la nostra famiglia nasconde un artista ed ecco Emme al lavoro sul tavolo del soggiorno con cartone, forbici, colla, carta crespa, pennelli e bombolette spray.
Brontola e incolla.
Ed ecco che appare un miracolo di casetta azzurra con il tetto verde, la finestra e la porta.
Ma è più bella questa che il regalo all’interno, anche io ne voglio una! Gli dico così perché lo penso, ma anche per spegnere i brontolii prima che incendino la casetta.
E che ci faresti?
Non lo so, mi piace. 
La mattina dopo, Lo esce con il regalo nella casetta e la casetta dentro al sacco e torna con un cono gelato, che è un altro prodigio: la ciliegia che affonda nella panna, il biscotto infilato nel cioccolato e la fragola che cola e se sollevi la parte gelato dentro c’è un pallone (e che altro potevano regalargli?).
E se fai un giro nella scuola, scopri che l’esercito delle aiutanti ha tirato su caverne preistoriche, capanne asiatiche, castelli del Medioevo. E una mummia in un sarcofago aperto. E che ha cucito tutti i costumi per gli spettacoli teatrali.
Fanno anche le scarpe? No, le scarpe no.
Siccome la maestra è  golosa, di tanto in tanto, le mando una fetta di torta. La corrompo per farle dimenticare il mio scarso talento.  







lunedì, dicembre 05, 2005
 

E dopo l’ultima rappresentazione la Thenardier diede una festa.
Una delle ragioni per cui decisi di cambiare scuola ai figli due anni fa, fu perché in quella che frequentavano non si facevano feste. 
Che sono indispensabili quando sei adolescente, piacevoli o noiose quando sei adulto. Alle feste conosci gente, ti diverti e rimorchi.
Credevo che fossero solo questi i tre motivi fondamentali per cui non se può fare a meno e invece ieri sera ne ho aggiunto un quarto. Solo se sei andato a molte feste quando eri adolescente, sai che la parte più emozionante è l’ultima mezz’ora, e per questo ieri notte ho aspettato malgrado fossi stanchissima e bagnata di pioggia.
Quanto al musical e alle tre serate in cui si svolse…
Quando si può considerare riuscito un musical?
Se nessuno stona? Se le voci non sono indifferenti?  E i costumi perfetti?  E le luci illuminano la scena e il viso degli attori e le ricompongono insieme come fosse una fotografia? Se i musicanti non sbagliano il tempo? Se le truccatrici ridisegnano bocche e occhi senza sbavature? Quando il pubblico applaude? Il pubblico avrebbe applaudito comunque perché era di parte e anche chi scrive lo è, quindi anche se dicessi che sembrava uno spettacolo rappresentato da professionisti, sarebbe un’affermazione da prendere così, però una cosa posso scriverla, senza timore di scivolare sulla parzialità.
Che lo sguardo di quei quaranta ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni avrebbe colpito chiunque. Perché era uno sguardo che esprimeva qualcosa del genere: accidenti sto facendo una cosa che mi piace, che mi piace troppo!.
E dietro le quinte (e a quello sguardo) per tre mesi e in platea, durante le rappresentazioni de Les Miserables, c’era un uomo piccolo, con i capelli corti e un brillante sul lobo sinistro, arrabbiatissimo alla prima quando un paio di luci si sono fulminate.
Qui alcune foto. Dove Fran è riconoscibile per il braccio legato al collo.







giovedì, dicembre 01, 2005
 

Un re senza corona ma con la scorta 
Il giorno dopo ti fa male un po’ tutto. A me e a suo padre.
Lui invece si veste, si lava i denti, s’aggiusta con la sua mano sinistra. E l’abilità con cui chattava su messenger ieri sera! E il telefono e il cellulare che non tacevano un attimo.

Poi l’accompagno a scuola.  E le ragazze, le ragazze (ma quante ne conosce?) fanno domande, vogliono sapere, veramente vuoi sapere tutto? Sì, voglio sapere. E dopo sgranano gli occhi, si coprono il viso con le mani,  lo guardano come guardano le ragazze. Attraversiamo la mensa. Su un paio di tavoli ci sono delle torri traballanti tirate su con i cartoni della pizza. Quello che resta della cena dopo la prova generale, dice con un sospiro.
Entriamo nel teatro. Un gruppo di studenti sta allestendo una scena.
Parla con l’insegnante, che è alto come me, i capelli cortissimi, un orecchino che brilla su un lobo.
Alle 11.35 qui. Oggi, per l’anteprima per gli studenti delle medie, puoi indossare un soprabito. Ma domani…Come farai?
Mi aiuterà mio padre, dice lui. Sarà nel camerino con me.
E, forse, domani mattina, quando andremo in ospedale per la medicazione, gli lasceranno il braccio libero, aggiungo io.
Ma sì, certamente! dice Fran.
E comunque anche se sarà legato al collo, va bene lo stesso, conclude l'insegnante.
E l’antibiotico a mezzogiorno! Non ti dimenticare, e...ti accompagno in classe?
Scherzi?
No, non scherzo, cioè, sì, scherzo, e se ne va da solo.
Non ti preoccupare, capito?
No, stai tranquillo.  
Intanto 
suo padre ha recuperato dalla busta della spazzatura lo scottex in cui era avvolta la parte recisa. L’ha recuperato per capire chi dicesse la verità. Lo affermava che fosse un pezzo, io un pezzetto. E verso mezzanotte non ero più certa delle dimensioni. 
E chi aveva ragione?
Tu! I bambini ingigantiscono sempre tutto.
E  quando resto sola,  accendo lo stereo e per la milionesima volta, ascolto questo.



postato da alice121 ~ 01/12/2005 12:19 ~