ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

@ Mail

Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



venerdì, marzo 09, 2007
 
Come ti è venuto in mente Gianni?
Gianni era un mio compagno di classe, uno che andava bene a scuola senza portarsi addosso il triste nome di  secchione, uno che se c’era da fare uno sciopero o un’occupazione non si tirava indietro, uno che già al secondo anno di liceo aveva la ragazza, anche se era uno dalle storie lunghe, che parlava poco, e mai alzava la voce, poi faceva ridere, gli bastava una frase e ridevi anche per dieci minuti.
Però quel giorno, non so che cosa avesse, forse la febbre, di certo non aveva studiato, però siccome non era scemo di solito riusciva a scamparla o quanto meno a salvare la faccia,  quel giorno fu chiamato alla cattedra dall’irascibile insegnante di italiano, quello che lanciava il libro di latino quando sbagliavamo la traduzione, e fu interrogato sul primo capitolo dei Promessi Sposi.
Il professore aveva la mano aggrappata al mento, la testa bassa che quasi sfiorava la cattedra, gli occhiali calati come una maschera, e gli giravano furiosamente.
Però nei confronti di Gianni era ben disposto, perché lui, Gianni intendo, aveva come posso dire? Un carattere per cui si provava rispetto.
Da quella posizione il professore non vedeva noi e nemmeno Gianni, e faceva le domande.
Gianni ci guardava e noi sillabavamo o mimavamo le risposte.
L’interrogazione procedeva lenta, con il professore che respirava sempre più rumorosamente, ma andava avanti, e Gianni, se non fosse scivolato su quella risposta che avremmo poi ricordato per sempre, sarebbe tornato al banco con un cinque.
Alla fine s'arrivò alla domanda: Parliamo dei Bravi. Che cosa portavano alla cintura?
Prontamente qualcuno, dai banchi, sollevò le mani e mimò la risposta.
E Gianni prontamente rispose: i mitra.
Non ci fu nessun lancio del libro in quell’occasione, e senza muoversi dalla sua posizione, il professore disse: vai a sederti Rossi.
Gianni azzardò un: perché professò?
Mentre la classe sbottava a ridere.
Il professore non rispose, non sollevò neanche la testa, e fu proprio quell’immobilità e il suo silenzio a congelarci la risata in gola.
Dopo si parlò a lungo di questa storia, anche a distanza di anni. E Gianni diceva: I Promessi Sposi io li odio, accidenti quanto non li sopporto, perché ci fanno leggere una roba del genere, perché non ci fanno studiare qualcosa di più attuale? Una storia ambientata nel periodo dei mitra la leggerei con piacere, non per dovere.
Mi piacerebbe che Gianni sentisse quello che dice Fran. Che il Gianni quindicenne di allora parlasse con il Fran quindicenne di adesso, ché usano parole identiche. Solo che l’odio di Fran è rivolto verso Il Grande Gatsby.

Io fui fortunata invece. Circa I Promessi Sposi, intendo. Perché mi capitò qualche anno prima dell’episodio dei mitra di ascoltarne casualmente una lettura alla radio, il tipo leggeva in un modo che non dimenticherò mai, e io smisi di fare quello che stavo facendo. Dopo lo lessi così tante volte che lo imparai a memoria.
Il brano era questo: Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo.
Tutto dipende dall’avvicinamento insomma.
Chissà che un giorno non riemerga anche a me, come è accaduto alla Mazzucco;-)


postato da alice121 ~ 09/03/2007 11:03 ~ commenti (13)
~ pensierini




martedì, marzo 06, 2007
 
Allora mi metto a fare Peter e parto alla ricerca dell’ombra perduta.
C’era il mio amico che teneva tra le braccia la sua bambina e le sussurrava lentamente e lei abbassava le palpebre e le rialzava, lui allora scendeva ancora più giù con le voce e rallentava le parole e io dicevo: vorrei essere al suo posto. Allora il mio amico e la mia amica, insomma i genitori della neonata, sorridevano, felici di essere al loro posto, ma Emme, che mi conosce, mi chiedeva: al posto di chi vorresti essere? Io rispondevo: al posto della bambina naturalmente!
Trattasi, in parte, di una reazione a un episodio che mi è capitato ultimamente e che m’è parso folle e molto esilarante. Cioè se stabilisco che non è folle, lo trovo esilarante. Che uno magari può non farci caso ma se cominci ad analizzarlo in tutti i dettagli di come si è svolto, ti dici: ehi ma qui c’è qualcosa che non va. Così un po’ ti inquieti e un po’ ridi. Se fossi stata a Roma avrei pensato: colpa del governo, del traffico, del desiderio di potere, dello stress se uno arriva a comportarsi così, qui giustifico tutto con una parola e dico: colpa dell’olanda.


postato da alice121 ~ 06/03/2007 09:51 ~ commenti (8)
~ pensierini




venerdì, febbraio 23, 2007
 
Ritorno
Tra qualche ora con il solito aeroplanino tornerò su.
Il bello è che anche quando vengo giù penso di tornare.
Questo dualismo del ritorno è un po' dissociativo ma anche consolatorio in effetti.
Ho fatto un po' di spesa, dato che avevo una valigia praticamente vuota. La valigia è piccola e quindi non la spedirò.
Spero che non me la aprano, ma tanto la aprono sempre.
Esporto pasta d'acciughe, formaggi e pomodori pachino, ma soprattutto dentifricio.



postato da alice121 ~ 23/02/2007 08:59 ~ commenti (12)
~ pensierini




mercoledì, febbraio 14, 2007
 
Forse sono tipi che non dimenticano le ex
Poi ci sono gli scrittori che aprono il blog per pubblicizzare il loro libro e quelli che usciranno. I loro post sono segnalazioni di recensioni apparse su riviste, giornali, altri blog,  presentazioni e interventi . Su costoro non ho nulla da dire. Immagino che scelgano lo strumento blog perché è gratuito o più facile da gestire di un sito. O per entrambi i motivi.  
Poi ci sono gli scrittori che entrano in rete come fa chiunque. Scrivono recensioni sui libri di altri, fatti personali, micro storie, parlano di quello che accade, magari se la tirano un po’ anche se mai lo ammetteranno, magari arrivano con l’obiettivo di conquistarsi un'altra fetta di lettori, però nei loro post leggi lo sforzo (oltre che il risultato) di mettere delle parole in fila in modo non banale. Scrivono una pagina e si mettono in gioco. Entrano in una piazza in cui non c’è il vetro protettivo di uno schermo televisivo, il riparo di un tavolo con il microfono, delle tartine e del vino frizzante che ammiccano in un angolo.
Poi ci sono gli scrittori furbi e dissimulatori. Quelli che parlano sempre del loro libro, che hanno scritto l’anno prima o che sta per essere dato alle stampe, mai di quello che stanno scrivendo, e ne parlano in modo occulto, prendendoti in giro, insomma. Scrivono sulla giovinezza traendo spunto da un fatto di cronaca e zac! t’infilano un pensiero, un ricordo di quanto soffrivano durante il processo creativo di Quando I Giovani Sorridevano. Riflettono sulla strage di Facconto, il nonno e la nonna e le galline trucidati nell’identico modo e: pausa di riflessione sul dolore e la sua intensità per poi riallacciarsi abilmente al loro dolore, alle loro crisi, ai loro dubbi di quando ragionavano sulla trama di Ogni lasciata è persa.
Ti vogliono far credere che la scrittura è la loro ossessione.
Ogni scrittore è più o meno ossessionato dalla sua scrittura, dalle sue trame, dai suoi personaggi. Anzi diciamo che prima ci sono le ossessioni, le manie, le osservazioni più o meno paranoiche e poi arriva la scrittura. Quello che non sopporto in costoro è il modo furbastro, che mi richiama in mente quello degli agenti immobiliari, con cui mascherano la promozione con l’ossessione.
Quando scrivi un racconto, un romanzo ci sei dentro, lo so.
Ne parleresti sempre.
E’ come quando ti nasce un figlio. Anzi il primo figlio. Lui fa guh e tu non puoi fare a meno di dirlo anche al panettiere. Lo sai che esageri, però per il tuo entusiasmo non esiste un contenitore. Nasce il secondo, sei contento, ma se ripensi a cosa dicevi quando uscì il primo nasconderesti la testa sotto la sabbia.
Poi c’è il tempo. Il tempo cancella tutto, o quasi. Perché non dovrebbe cancellare le storie che hai inventato, i libri che hai scritto?
Non riesco a trovare un’altra spiegazione su quelli che si comportano così se non di tipo pubblicitario. Forse sono particolare io. Ma dopo che è passato un mese da un racconto, un romanzo, pubblicato o no, non me ne importa più nulla nel senso che non ci penso più. Come mi è successo con gli ex fidanzati.


postato da alice121 ~ 14/02/2007 11:33 ~ commenti (18)
~ pensierini




mercoledì, gennaio 31, 2007
 
Da una storia a un conduttore tv passando per Padre Pio arrivo a c'era una volta una gatta.
C’è una mia storia qui.
Se avete qualche commento (positivo o negativo) fatelo sul mio blog e non lì, ché poi mi rinfacciano di essermi portata la claque.
Alcuni commenti ai pezzi su Nazione Indiana mi ricordano Teo Mammucari.
Se Wiki dice il vero, Teodoro Roberto Luis è un devoto di Padre Pio.
A volte le associazioni d’idee ti fanno scoprire legami impensabili.
Da ieri è scomparsa la gatta e anche questa frase riportata qui, adesso, deriva da un’associazione d’idee. Ché quando vedevo Padre Pio in tivù, da bambina, mi saliva una paura pazzesca, e correvo a nascondermi sotto al letto.
Ora devo trovare il sistema di non pensare che alla mia vicina hanno fatto fuori tre gatti.


postato da alice121 ~ 31/01/2007 10:34 ~ commenti (10)
~ pensierini




martedì, gennaio 16, 2007
 
Secondo me
La classificazione di chi ama stirare è composta da due gruppi:
1) quelli che sono alla ricerca dello Zen.
2) quelli immersi nella follia.


postato da alice121 ~ 16/01/2007 11:00 ~ commenti (1)
~ pensierini




lunedì, gennaio 15, 2007
 
Effetto montagna
Sarà per le conifere nane  che ho piantato nel giardino anteriore, sarà per i camini che vengono accesi quando la luce scompare, sarà perché verso sera l’aria s’asciuga, ma pare di stare in montagna.
Mancano solo un paio di cose: la montagna e la neve.
E la folla, in effetti. Anche se uno quando fa le immaginazioni dimentica l'elemento che lo infastidisce.
Comunque se si monta in macchina e si percorrono sei o sette chilometri si trovano montagne, neve e folla, ma sola la folla è reale. Le montagne sono dei pendii in ferro e plastica e ignoro quale sia  la composizione della neve.
Ieri, che c’era un bel sole ed era domenica, l’effetto montagna è stato anticipato al pomeriggio. Camminavamo la mia amica P., la sua bambina, due puntini d’occhi nella carrozzina, e io sotto quel sole sbieco, quel silenzio spezzato da un paio di ragazzine sull’altalena, guardando i fili dritti che s’alzavano dai camini. E finalmente avevo una scusa per andare al parco che c’è dietro casa, che se c'è Lo ho il divieto di frequentare, nessuna delle madri lo fa, e se Lo è altrove, c’è un altro divieto implicito: nessuno va da solo nel parco a passeggiare, a meno che non sia in compagnia di un cane.
Così sono ritornata al vecchio pensiero del cane, mi sono anche informata con le hostess quando ripartivo da Roma: come se la passa un cane di media taglia durante un volo? Lei m’ha detto che lo sigillano in una gabbia e che non è poi così terribile dato che il volo è breve. A quel punto è intervenuta la collega, ha precisato che un cane è un impegno, e che lei ne aveva due. Io le ho risposto che sapevo di questa faccenda dell’impegno.
Allora me ne ha consigliato uno di una razza piccola, inglese,  che lo posso portare a bordo come faccio con il gatto, e che è paziente con i bambini, e ha fissato i miei figli e loro l'hanno guardata male.  Più risentiti, credo,  del termine bambini che per l'allusione alla pazienza del cane.
Comunque c’era una debolezza nel consiglio perché a bordo possono starci solo due animali e se ce ne è un terzo se ne  va in gabbia a prescindere dalle dimensioni.
L’ho ringraziata, ho detto che cercavo di ricordarmi il nome, ma due minuti dopo già l’avevo dimenticato, ché non mi piacciono i cani piccoli e quelli di razza sono belli, certo, ma perché andarne a comprare uno quando ce ne sono decine dietro le sbarre?

Il cane è femmina e si chiama Lara, ha cinque mesi, il pelo arruffato bianco sporco. M’ha abbaiato una paio di volte oltre la gabbia, e ho capito che era lei.
Per ora scodinzola e piscia in continuazione. Se le dico che è bellissima, che è adorabile, insomma tutte quelle idiozie che dici al tuo cane quando sei solo con lui, si scioglie in una cascata di liquido trasparente . Ho ricoperto il linoleum con dei fogli di giornale che m’ha dato la vecchia qui sopra.
C’è rimasta male quando l’ha vista.
E’ un bastardo! Ha detto spalancando quel forno che inghiotte tutto.


Ma stavolta sarò più decisa. Non me ne inventerò uno che sta sulla carta. Quando avrò risolto un paio di cose, me ne vado a cercare uno vero, giuro.


postato da alice121 ~ 15/01/2007 12:04 ~ commenti (7)
~ pensierini




mercoledì, dicembre 20, 2006
 
Non ci sono più i babbi ma neanche le nonne di una volta
Anche lui nota e riflette su quelle robe appese ai balconi e alle finestre.
A me invece inquietano molto più quelle anziane che vogliono attraversare una strada e si riparano dietro al mio corpo come fosse un air bag.


postato da alice121 ~ 20/12/2006 14:16 ~ commenti (2)
~ pensierini




lunedì, dicembre 18, 2006
 
Perché poi c'è quello che vedo io
Su uno dei tanti forum degli italiani all’estero alcuni avevano lasciato dei messaggi che descrivevano l’inquietudine  e la gioia che si provano quando si rientra nel proprio paese per le vacanze.  Costoro (quelli che sono contenti ma anche no di tornare) rappresentano il gruppo intermedio (o schizzato dico io), mentre quello più numeroso è costituito dai tranquilli, quelli che dicono: il mio posto è dove c’è la mia casa. Poi ci sono quelli che stringono i denti e alla prima opportunità tornano o scappano (e sono la minoranza).
Io rientro nel gruppo di mezzo. E avevo deciso di non pensarci , di non scriverne, di fingere che non ci fosse, anche se trattandosi di un' emozione negativa ma leggera ti tocca ma non ti lascia segni.
Così ho preparato le valigie poche ore prima e ho cercato di dire il meno possibile: parto. Quando ho tolto il freno eravamo già atterrati a Fiumicino e dovevo ormai occuparmi di tutta la parte organizzativa del rientro e non c’era più posto per certe riflessioni che non portano da nessuna parte. Me ne sono ricordata ieri, verso le sei del pomeriggio, quando camminavo nella folla della via Appia. E pensavo che alla fine questa sottile inquietudine che deriva dal sentirsi straniero in patria  la tengo un po' lontana leggendo i blog italiani.
La blogosfera che, a differenza dei giornali, riporta anche quello che non fa notizia.
E così avevo messo su l’aspettativa d’imbattermi, nella prima passeggiata per Roma, in dei babbi natale luminosi e grassi che dondolavano al mio passaggio e invece non ne ho incontrato nemmeno uno.
A un certo punto la testa mi ha cominciato a girare, il traffico le luci tutte quelle parole le devo ricevere a piccoli dosi se voglio evitare lo stordimento, così ho lasciato la via Appia e ho proseguito la mia passeggiata nelle strade secondarie e ne ho visti tre.
Uno regalava caramelle e gli altri due volantini pubblicitari. Con le facce sudate e i sorrisi indecisi, con i cappelli in mano e le barbe spettinate. Babbi di muscoli, ossa e imbarazzo.
E mi sono sentita subito a mio agio.


postato da alice121 ~ 18/12/2006 11:43 ~ commenti (8)
~ pensierini




venerdì, dicembre 15, 2006
 
Sotto il mio letto
Un po’ di tempo fa ho sbirciato dentro una cartella di un’amica di Fran che era sul pavimento vicino alla porta d’ingresso.
Era una cartella di cartone rigido del tipo di quelle che si usano, di solito, per trasportare disegni.
Dentro c’erano delle belle foto in bianco e nero.
Le ho guardate un po’ in fretta perché Fran e l’amica erano al piano di sopra e mi seccava farmi pizzicare a curiosare anche se il nastro rosso della cartella era slacciato e la posizione della stessa rendeva poco agevole il raggiungimento della porta.
La curiosità che mi aveva spinto ad aprirla era per una ragione estetica.
Perché questa ragazza, l'amica di Fran,  per come si veste, per come porta i capelli, per come ha la faccia sembra appena uscita da un film francese (dove immagino che suoni il sax o scatti foto) e ciò mi sembra inconcepibile perché è olandese invece.
E pur vero che se frequenta la scuola americana e vive qui nel paese di W. significa che in Olanda è di passaggio o  quanto meno che in precedenza ha vissuto altrove.
Comunque le foto.
Tra tutte me ne era rimasta impressa una intitolata: Sotto il mio letto.
Sotto il suo letto c’era una confusione di oggetti.
Così ho cominciato a guardare sotto i nostri letti. Non con l’intento di pulire e di raccogliere, ma proprio con quello di guardare.
Sotto il letto dei figli c’è il caos o la vita a seconda della prospettiva.
Sotto il mio nulla. A parte qualche ricciolo di tappeto o di polvere verso la fine della settimana.
Eppure non ero una persona ordinata e inoltre mi sfuggono un sacco di cose dalle mani.
Stamattina, però, ci ho trovato una matita, anche ben temperata.
E’ tua? ho domandato a Emme.
E’ tua, mi ha risposto lui. Ti ho visto che la usavi per sottolineare un libro, una sera.
Che libro?
Ha alzato le spalle.
Io non sottolineo, ho detto.
E invece sì, lo hai fatto.
Ho sfogliato gli ultimi libri che avevo letto e alla fine ho rinvenuto delle pagine con asterischi e linee sghembe.
Erano le pagine di un saggio di Coetzee dal titolo: Che cos’è un classico? Per spiegare cos’è un classico Coetzee riporta la storia di Bach. Che mi aveva colpito assai mentre la leggevo. Come mi aveva colpito questo ricordo dell'autore che racconta il suo incontro con Bach: Una domenica pomeriggio dell’estate del 1955, all’età di quindici anni, mentre gironzolavo per il giardino di casa, alla periferia di Cape Town, chiedendomi cosa fare, essendo la noia il problema principale dell’esistenza, sentii una musica dalla casa accanto.
A quel punto ho sottolineato e subito dopo mi sono messa a pensare alla mia infanzia quando gironzolavo anch’io per risolvere il problema terribile della noia.
Così attraverso una procedura contorta (e un po’ irregolare) sono venuta a scoprire un’azione che ho compiuto e  dimenticato. E ciò mi ha rallegrato assai.


postato da alice121 ~ 15/12/2006 12:22 ~ commenti (5)
~ pensierini




lunedì, dicembre 11, 2006
 
Sanguineti’s night
Aggrappata al palo del semaforo aspetto che le raffiche finiscano.
Alla prima le biciclette s’arrestano e i ciclisti ridono mentre io sono seria: mi sembra di essere in  un sogno e di volare, e non sono sicura che mi piaccia.
Alla seconda un ombrello, che pare un pipistrello ferito, rotola sulla strada, s’alza in volo terribilmente sgraziato e va a incastrarsi in una balaustra di un ponte, e io mi  chiedo perché i ponti abbiano la protezione e le sponde invece no.
Alla terza i grandiosi lampadari di cristallo che hanno appeso per Natale oscillano e tintinnano e li guardo affascinata e preoccupata.
Quando sopraggiunge la quarta deduco che è a causa del vento che gli olandesi sono così alti e robusti, ché loro ce la fanno a camminare mica sono costretti a stare agganciati a un semaforo come me.
Infine comincia a piovere e il vento se ne va altrove. Ho dimenticato il cappello e allora srotolo dal collo il pareo azzurro e mi riparo con quello, mi sento un po’ statua della madonna che cammina, ma tanto nessuno mi vede, o meglio nessuno mi guarda.
Supero un gruppo con i trolley lucidi di pioggia e di fabbrica e mi domando: perché gli italiani che vengono ad Amsterdam hanno sempre le valigie nuove? E perché mi pongo sempre domande simili? Perché non mi chiedo mai qual è il senso della vita?
Quando arrivo all’istituto la sala è vuota a parte un tipo in un angolo con un teleobiettivo, ma dopo venti minuti le sedie, un centinaio, sono tutte occupate.
Sento il direttore dell’istituto bisbigliare a qualcuno: pensavo che ci sarebbe stata più gente…
In effetti quando venne Melania Mazzucco o anche Caterina Cilento c’erano persone in piedi.
Però la composizione del pubblico di Edoardo Sanguineti è diversa. E’ un pubblico italiano, sui trenta, che prenderà appunti.
Mentre quello della Mazzucco e della Cilento era olandese, sui sessanta e non si segnava frasi, però domandava.
Perché questo pubblico che scrive non domanda? Mi chiedo mentalmente quando la conferenza è finita.
Io lo so, dice una tipa con un’espressione irritata alla sua amica, io lo so che tra un’ora avrò decine di domande che mi gireranno per la testa, ma adesso, purtroppo, ho solo il vuoto.
Anch’io ho trascritto qualcosa: ogni persona anche quando si sforza di essere sincera sostiene una certa immagine di sé. E l’altro ne osserva i gesti e le espressioni, ne ascolta le parole, ma se non ha un interesse di tipo emotivo difficilmente ci rifletterà sopra.
Chissà perché tra tutte le frasi abbia deciso di fissare per la memoria proprio questa. In effetti ce ne è un’altra che mi è rimasta in testa e che spiega la mia scelta: Io non penso che nessuno scrittore sappia fino in fondo che cosa stia scrivendo.


postato da alice121 ~ 11/12/2006 12:43 ~ commenti (11)
~ pensierini




giovedì, novembre 23, 2006
 
Anche se fuori piove
Ultimamente mi capita di fermarmi a leggere blog chiusi da un pezzo su cui , spesso, non c’è il post che ne dichiara la chiusura.
E quando si decide di far sapere che non ci si scriverà più,  si ricorre, di solito, alla parola chiuso non fine.
E questo rappresenta uno dei punti che lo rende diverso da un libro.
Così i blog possono essere paragonati a dei negozi con una vetrina più o meno grande, dove ogni gestore vende qualcosa di diverso. Se il proprietario è un buon venditore o uno a cui piace chiacchierare, quelli che passano si fermano, ritornano, condividono e dissentono. Se è un tipo irascibile, vanitoso o se gli affari gli vanno particolarmente bene, ha sempre qualcuno che torna di notte e tenta di frantumargli la vetrina.
Il libro, invece, ti prende per mano e ti conduce in un viaggio. Se il viaggio è noioso lo abbandoni, altrimenti stringi i denti, pensi: l’ho pagato accidenti e lo finisco.
Quando in un blog la vetrina non viene più cambiata, le parole si impolverano e assumono un carattere diverso. Più sciocco o profondo ma più evocativo, forse. Il proprietario smette di rinnegarle, di lucidarle, di dilatarle.
Ieri sono capitata su uno con gattini, cuoricini e colori, con file musicali a cui era stata tolta la spina, con dettagli d’arredamento che di solito mi respingono. Però era chiuso da più di un anno e allora mi sono fermata a leggere e ho trovato questa frase: vorrei essere al posto della sconosciuta che si sta fumando una sigaretta davanti al mare del Nord, nella spiaggia di W., invece sono a Milano in ufficio.
La foto a cui la frase si riferiva è svanita e al suo posto c’è un quadratino. E così queste parole, non più accudite, diventano un’altra cosa. Forse non diventano nulla, però capita che quella spiaggia si trovi a cinque minuti da dove sto scrivendo e mi chiami di andarci, subito.


postato da alice121 ~ 23/11/2006 11:59 ~ commenti (15)
~ pensierini




venerdì, novembre 17, 2006
 
Post slegato d’autunno
Dall’ippocastano è precipitata l’ultima foglia, quelle delle betulle invece ancora resistono seppur diradate e alla gatta si è alzato il livello di stress perché sui rami spogli i merli spiccano neri e grassi.

Alle cinque della sera percorrevo in macchina la strada che taglia W. e un bambino sui dieci, undici anni in mezzo a un gruppo di suoi coetanei ci ha lanciato un sasso. Lo ha abbassato il finestrino e non so che cosa gli abbia urlato contro, ha pescato a caso nel suo repertorio brutteparoleintuttelelinguedelmondo, e mi ha anche rimproverato perché non mi sono fermata. Il sasso era minuscolo e sulla carrozzeria è rimasto solo un piccolo segno.

Sono arrivate le pagelle e ci sono stati i colloqui , i giudizi sono buoni per entrambi. L’unica debolezza di Lo pare sia il clarinetto. L’insegnante dice che non si esercita, e in effetti dopo i primi giorni di solfeggi, il clarinetto è sempre chiuso nella sua custodia. Io però non sono di gran sostegno, ché gli dico: insomma lo vuoi suonare o no questo violino?
Fran da quando vive una storia, che dal suo punto di vista è La Storia, non legge più le storie degli altri, cioè non legge più libri, ma ho un piano segreto per riportarlo alla lettura, che ovviamente non posso scrivere qui.

Mi è venuta un’allergia per la cucina. Non mi sono comparse bolle, ma mi taglio continuamente con il coltello e mi brucio con il forno. Però riesco a preparare una cena sempre diversa (be’ quasi sempre) in trenta minuti, apparecchiatura compresa.

I quadri del tipo di qualche post fa non li compreremo. Neanche il ritratto di famiglia c’interessa.
A Emme ho detto: perché non lo dipingi tu l’autunno? Ha fatto un chiaroscuro di una foglia accartocciata che era atterrata sulle piastrelle del bagno che a me pare bellissimo, lui sostiene invece che è solo un'esercitazione, e che ogni cosa che disegna io dico sempre che è bellissima, senza alcun spirito critico.

Sono arrivati dei nuovi vicini nella casa di fronte. E’ già da qualche giorno che ci dormono e sono praticamente invisibili. Non chiudono né aprono le tende delle finestre, non escono ed entrano dalla porta, eppure ci sono. Ho visto i ragazzi un paio di mattine fa che risalivano CameliaHof con la felpa azzurra e i pantaloni di carta blu della british school. Mi sono imposta di non esprimere un giudizio in anteprima, in effetti anche i miei figli sono andati in quella terribile scuola. Oggi c’è il trasloco in atto e ogni tanto ne spio qualche passaggio. I trasportatori olandesi mi fanno pensare agli orsi bruni che guardano il nulla allo zoo.

Sono stata in una strada commerciale di Rotterdam che attraversa un quartiere abitato dagli arabi-turchi. Gli uomini non avevano facce contente. A Emme piaceva il giubbotto che indossava uno e l’ha ammirato per qualche secondo, ma lui non ha gradito perchè si è fermato minaccioso, le gambe divaricate, le mani sui fianchi e un’espressione che diceva: avvicinati che ti uccido.

Ho la testa da un’altra parte e accumulo mille immaginazioni surreali. Come quella in cui i personaggi delle mie storie sono apparsi nella mia stanza. Anche quelli dei due racconti in corso.
Il protagonista di uno mi è simpatico (Tonino sollevò le labbra e scoprì i denti. Denti dritti, candidi, un po’ aguzzi, su cui non c’erano dubbi: costituivano,senz’altro, il suo cavallo di battaglia. Ma si possono fare conquiste attraverso i denti se uno non ride, anzi non sorride praticamente mai? E poi come lo chiamava Antonella in certi momenti che si lasciava andare? Il mio squaletto. Squaletto, non squalo. E ciò era mortificante e gli faceva passare la voglia dell’amore. Che poi non combinava più niente. Non la dire quella parola, no? Io la dico con affetto, rispondeva lei con gli occhi limpidi e l’espressione testarda).
Ma gli altri sono quattro che non vorrei mai conoscere dal vivo. Così ho deciso di regalare a uno di loro una nota in modo che non mi disturbi di averlo qui nella mia stanza.

Stasera me ne vado ad Amsterdam alla libreria Bonardi dove Quelli di Astaroth  si esibiscono in: Un ululato con un brivido d’autunno.

Ho ripreso a leggere Dostoevskij. Ho cominciato da Il Sosia dove c’è questa frase che ben mi si addice in questo periodo: Per un paio di minuti però rimase a giacere immobile sul suo letto, da uomo non ancor pienamente sicuro se si sia svegliato o dorma tuttora, se esista nella veglia e nella realtà tutto ciò che intorno gli succede o sia il seguito delle sue disordinate e assonnate fantasticherie.


postato da alice121 ~ 17/11/2006 12:23 ~ commenti (7)
~ pensierini




giovedì, novembre 02, 2006
 
Tre ragioni per cui sono contenta di avere un blog
Ho conosciuto persone che  difficilmente avrei avuto la possibilità di incontrare.
Anche se la manciata di lettori che mi legge giornalmente tende ad affezionarsi e quindi a diventare parziale come gli amici e i parenti a cui leggo le mie storie, faccio sempre uno sforzo per cercare di rendere presentabili quelle righe che decido di rendere pubbliche.
Ho un archivio. E se un giorno un ispettore di polizia bussasse alla mia porta e mi domandasse: che cosa faceva lei alle ore diciannove del due novembre duemilaequattro? Potrei rispondere: aspetti un attimo che controllo. 



postato da alice121 ~ 02/11/2006 12:36 ~ commenti (8)
~ pensierini




giovedì, ottobre 26, 2006
 
La città si conserva invece
Poi ci deve essere qualcosa di nuovo nell’aria se persone che credevo immobili per sempre cambiano lavoro, casa, partner, abbigliamento.


postato da alice121 ~ 26/10/2006 15:45 ~ commenti (15)
~ pensierini




venerdì, ottobre 20, 2006
 
L’utente xxx ti ha aggiunto come amico.
Su Splinder c’è una funzione che ti permette d’indicare i tuoi amici.
Io non la uso. Per pigrizia e perché non ne capisco il senso.
Quali amici s’intendono: quelli che frequenti o quelli che leggi?
Se sono quelli che frequenti io ne potrei indicare uno, anzi una perché gli amici devono avere il blog su splinder.
Se s’intende, invece, come credo, quelli che leggi è una funzione inutile perché te li annoti con un link o ancora più comodo li inserisci nella mozBlogBar.
Comunque. Io ho dodici persone che mi hanno scelto per amica di cui tre sono sconosciuti. Uno dei tre dopo avermi scelto ha reso il suo blog privato. Quindi non so proprio nulla di lui.
Gli altri due invece sono pieni di amici. Uno ne ha 400 e l’altro 593 e quindi è come se non ne avessero nessuno.
E se volessi potrei cancellare l’offerta di amicizia dei dodici. Insomma questa funzione mi pare un po’ perversa.
Poi ieri è successa una cosa che m’ha fatto sorridere. Un tipo, uno sconosciuto, m’ha aggiunto come amica e mi ha mandato una mail dove mi notificava la sua decisione. Io non ho ricambiato (per pigrizia, per non comprensione del senso e perché non lo leggo). E lui dopo dodici ore di silenzio mi ha cancellato.
Ora questa cancellazione mi ha risvegliato qualcosa che mi girava dentro quando indossavo un grembiulino azzurro a quadretti e gli porrei, volentieri, un certo numero di domande sceme.
Meglio che mi contenga.
E vado a cercare dov’è finito 
questo libro che leggerò nel lungo viaggio che mi aspetta domani: autobus, treno, primo aereo, secondo aereo, se sono fortunata: macchina, altrimenti altro treno e metro.
Beata la gatta che è partita in anteprima e ha viaggiato con un solo aereo e il taxi.


postato da alice121 ~ 20/10/2006 13:11 ~ commenti (14)
~ pensierini




martedì, ottobre 10, 2006
 
Alla fine i tempi non cambiano
Una previsione su una nuova amica di Fran io la traggo dalle scarpe.
Che ho la possibilità di osservare bene dato che nella mia casa, come in tutte le case olandesi, si lasciano vicino alla porta d’ingresso.
Se sono luride e consumate, se sono, insomma, quasi nocive per la salute, ci sono alte possibilità che l’amica mi sarà simpatica da otto a dieci.
Se sono finto trasandate, finto sporche o peggio ancora con il tacco, è quasi certo che la proprietaria che le calza mi sarà simpatica sei o sette (ottiene sempre la sufficienza comunque, forse perché sono cresciuta nell’era del sei politico).
Una previsione che si basa su parametri opposti a quelli che aveva mia madre, insomma, ma c’è sempre un pre di mezzo.


postato da alice121 ~ 10/10/2006 12:09 ~ commenti (5)
~ pensierini




mercoledì, settembre 13, 2006
 
La grande mano
Da qualche giorno in qua la mano di una bambina gigante entra dalla finestra della mia stanza, mi afferra e mi deposita altrove. Ho provato a rifugiarmi dove non mi potesse raggiungere e sono scesa giù in cantina, (benché sia il luogo dell’orrore, ché lì abitano una lavatrice, un’asciugatrice e lo strumento di tortura per eccellenza: il ferro da stiro) ma non è servito a nulla: con uno stratagemma - ha ordinato al telefono di squillare - mi ha fatto uscire.  Aspetto quindi la pioggia e il freddo, così potrò tenere le finestre chiuse, ché avrei da terminare una cosa, anche se temo che la bambina sia dotata di una fantasia proporzionata alla sue dimensioni, e metterà a punto altre strategie per obbligarmi a venir fuori.


postato da alice121 ~ 13/09/2006 13:26 ~ commenti (10)
~ pensierini




venerdì, settembre 08, 2006
 
Sei tu? No, non sono io. Eppure mi sembri tu. E invece no.
Loro sono fatti così, si diceva nella macchina che faceva il servizio di navetta tra l’ospedale e le zone dei dintorni.
Sono figli. Sembra che non ti vogliono bene, ma non è vero. E’ che una madre ha il vizio di sostituire la testa della prole, con la sua, di madre, che è ben diversa. E invece si devono amare per quello che sono. Non bisogna confondere il fatto che siano venuti da te con l'idea che siano te.

Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto; non penso, accumulo passivamente impressioni. Registro l’uomo che si rade alla finestra di fronte e la donna in chimono che si lava i capelli: un giorno tutto ciò dovrà essere sviluppato, attentamente stampato, fissato. (Addio a Berlino- Isherwood)






martedì, agosto 22, 2006
 
Come la Sibilla ma meno oscura
Dici Il potere delle parole.
Che ti trasportano altrove, ti imbrogliano tristemente e non ti lasciano fuggir via. Meglio uno schiaffo che una brutta parola, no, meglio il contrario. I luoghi comuni che creano. Il razzismo e le verità racchiuse nelle frasi confezionate.
Vorrei essere speculativa qualche volta, ma poi mi distraggo subito.
Io le parole le metto insieme per raccontare dei fatti, le uso per uno scopo pratico insomma. Ed ecco che il fatto narrato - e non è la prima volta che mi succede (m’è capitato anche quando ho solo immaginato) – s’avvera: alle ore otto di questa mattina sposto il secchio del verde nel centro di raccolta, Lo è di sopra che dorme con un po’ di febbre, Fran esce dal garage con la bici per andare a scuola, l’accompagno per qualche metro fino all’uscita di CameliaHof, incontra un' amica, lo saluto, torno indietro e m’incrocio con Fiona del post-racconto qui sotto.
Naturalmente non si chiama Fiona, ha un nome molto più bello, più reale, ma c’è stato un periodo che guidava il bus in Texas. E di come ha conosciuto suo marito non so nulla, di quello che facevano all’inizio della loro storia nemmeno, non so neanche come ha passato la prima serata da sola in mezzo agli scatoloni, mentre suo marito atterrava in Scozia con i figli a cui il giorno dopo cominciava la scuola.
Stamattina i traslocatori sono arrivati alle sette e trenta ma lei non apriva la porta, anche se dalla finestra del soggiorno, dove la tenda era parzialmente tirata, doveva vedere per forza il camioncino blu fermo al cancello.
Così saluto Fiona, lei mi saluta, sono giorni faticosi le dico, lei ha un viso stanchissimo, sì, dice, poi stamattina…
Poi stamattina non ho sentito la sveglia, avevo spento il cellulare ieri sera perché…si zittisce, mi guarda, sta parlando con una vicina, con una madre di un compagno di scuola di uno dei suoi figli, con una semi-sconosciuta quindi. Il suo perché si confonde in un insieme di parole velocissime pronunciate con l’incomprensibile accento texano.
Insomma un paio di frasi della mia storiella corrispondono alla realtà.  L'hanno anticipata.
Forse potrei provare a scrivere una storia che renda più felice il mondo. Ma non riesco a immaginare nulla. Che mica puoi scrivere una frase così: voglio che le guerre finiscono subito!
Così non vale.


postato da alice121 ~ 22/08/2006 11:25 ~ commenti (6)
~ pensierini




giovedì, agosto 17, 2006
 
Amore che vieni amore che vai
Agosto è il mese dei trasferimenti, molto più di giugno. Me ne accorgo adesso che vivo a W. dove i non olandesi sono circa il 90% dei residenti.
Sulla strada principale e nella mia Cameliahof sono apparsi cartelli di vendesi e affittasi, e i camion. Camion di piccole dimensioni. Questo significa che le famiglie che partono non possiedono mobili perché si spostano ogni due, tre anni.
Scozia, Egitto, Kuwait, America, India e Pechino. Pechino è la nuova destinazione di quest’anno. Ma nessuno ci vuole andare, però quando ti tocca, fai un sospiro, cominci a cercare notizie sulla vita in Cina e prepari la valigia.
Poi c’è il mio amico Chris che è da un mese che se ne sta in Cambogia a provare come si sta.
Colpa dell’amore: è sempre da lì che comincia tutto.
Io faccio l’egoista e tifo per il suo ritorno.


postato da alice121 ~ 17/08/2006 11:49 ~ commenti (11)
~ pensierini




venerdì, luglio 14, 2006
 
L’isola – 2-
Io credo che molti mali dell’Italia potrebbero essere ridimensionati o spazzati via. E non penso che il cambiamento dovrebbe partire dalla classe politica, dalla tv o dalla stampa.
Loro, i centri di potere e/o d’informazione,  non sono che altro che un’esasperazione di quello che siamo noi.
E dunque la ricetta è semplice e neanche complicata (apparentemente) da realizzare.
Bisognerebbe imparare a fare le file.
Io credo che parta tutto da qui. E non c'è neanche bisogno di dilungarsi a spiegare perché. Chi non rispetta il suo turno, chi finge di non notare l’esistenza di una coda o s’arrabbia se qualcuno gliela indica è uno che giustifica il privilegio se questo va a lui e quindi un corrotto .
Sull’isola davanti all’unica fontanella d’acqua potabile un bambina con una treccia bionda ben tirata, alta poco più di un metro, si precipita a bere.
La mamma: Martina! Sei passata davanti a tutti! Mettiti dietro agli altri.
La bambina s'arresta indecisa, ma interviene il papà: Amore ma la bambina è piccola e ha tanta sete!
La mamma per un attimo tace, con gli occhi sembra dar ragione alla frase di lui, fissa la figlia che inghiotte rumorosamente, e all'improvviso dice: mica moriva di sete se aspettava cinque minuti! Certe cose bisogna impararle da piccoli, altrimenti…
Lui alza le spalle e risponde: e quanto la fai lunga per un sorso d’acqua!






mercoledì, giugno 07, 2006
 
Prima avevo una biblioteca ora ho una libreria.
Sono allergica ai cartomanti, agli oroscopi, agli indovini, agli psicologi, alla psicanalisi, allo yoga e alla religione.
Insomma non credo a nulla, anche se mi commuove chi dice: ti do la mia parola.
Nel paese delle regole in cui vivo l’impegno della parola data è sacro.
Tant’è che se decidi di comprare una casa o una macchina, l’accordo si suggella con una stretta di mano e poi dopo, senza fretta e senza ansia, si conferma con la scrittura.
Comunque non voglio divagare e quindi arrivo alla domanda: perché ieri sera mi sono messa a riordinare i libri per casa editrice, malgrado una voce di sottofondo mi dicesse che era una sciocchezza? Non per una ragione estetica e allora perché?
1)Stress per il cambiamento imminente di nazione?
2)Aspirazione segreta di lavorare in una libreria?
3)Ho in mente (e non lo so) di scrivere qualcosa sulle case editrici?
4)Oppure volevo crearmi (in anticipo) qualcosa da fare per quando tornerò qui?
5)O prepararmi per un quiz televisivo?

E’ la 2. Me l’ha detto il dado.
Se usciva 6 invece sarebbe stato: smettila di fare (e scrivere) sciocchezze, fai la seria e va a ordinare l’armadio piuttosto.
Ma tanto il 6 non esce mai.


postato da alice121 ~ 07/06/2006 12:28 ~ commenti (17)
~ libri, pensierini




martedì, giugno 06, 2006
 
Mai devi domandarmi.
Da un paio di mesi mi girava per la testa questa frase con virgola compresa: “Mi sa che prenderò un cane,”
Avevo pensato di aprire un blog dove questa frase sarebbe apparsa nel post di apertura, il  blog sarebbe stato senza commenti in modo che nessuno potesse domandarmi: l’hai preso sto cane o no?, però non ci sarebbe dovuti essere imbrogli e nel "chi sono" avrei spiegato che tutto quello che sarebbe stato scritto poteva essere finzione ma anche no.
Quello che si raccontava sarebbe stato di genere maschile intorno ai 35, impiegato probabilmente in un ministero. Colori del template: bianco e nero. Colore del cane, perché alla fine il tipo sarebbe andato al canile comunale, bianco o nero. Un tipo più disilluso che spento. Non bello, ma neanche orrendo. Ogni tanto aggiungevo un particolare e dimenticavo quelli già definiti. Ci lavoravo sopra nei momenti d’attesa in macchina o quando mi trovavo presente in certe conversazioni su argomenti di cui non capivo un accidente o mentre leggevo una lettera sulla critica di Emanuele Trevi (dove ci sono dei pezzi accattivanti, ma di cui non riuscivo a seguire il filo). Poi capito su un sito in cui si propone di scrivere un racconto sul cibo e tac! “Mi sa che prenderò un cane,” si trasforma in un racconto, ci metto un po’ a terminarlo, ma è come se fosse già scritto con un inchiostro invisibile: devo solo farlo riapparire passandoci sopra una penna blu.
Il protagonista resta maschile, l’età scende, la professione cambia, immediatamente appaiono altri due personaggi fondamentali, altri appena accennati sullo sfondo,e naturalmente appare il cane.
Scopro che è una femmina, a pelo corto bianco,  e che si chiama Lara. Ma non trovo il titolo.
E poi mi ricordo di quando progettavo di aprire il blog: avevo riflettuto sul secondo terzo quarto ventiquattresimo post e non avevo pensato al titolo.  E a quel punto lo trovo il titolo al blog mai nato. Mai devi domandarmi sarebbe stato perfetto. Ne avrebbe espresso il proposito. 
Al racconto, invece, manca ancora il nome.


postato da alice121 ~ 06/06/2006 11:22 ~ commenti (10)
~ pensierini




martedì, maggio 30, 2006
 
Leggiti i commenti che hai e capirai il blog che sei
 


postato da alice121 ~ 30/05/2006 13:03 ~ commenti (17)
~ pensierini




lunedì, maggio 29, 2006
 
Però la costruzione della torre con gli A4 mi ha incuriosito assai. Ora le metto davanti un blocco di fogli e pretendo una dimostrazione.
A che serve avere a cena (e anche ospiti che restano a dormire) dei cervelli in fuga? Serve a progettare e a realizzare un riparo alla escher per cuocere bistecchine in giardino malgrado la pioggia incessante.
Non si organizza un barbecue se piove da una settimana e il barometro continua a segnalare maltempo. Ma questi sono dettagli a cui pensano i cervelli normali mica quelli che vanno altrove.

Voi sareste in grado di tirar su una torre con dei fogli A4? O preparare una presentazione in cinque minuti? O assemblare i pezzi di un congegno in 180 secondi con un cronometro che li conta rumorosamente?
E comunque nel team formatosi per la risoluzione del problema a dare l’idea su come realizzare la costruzione improbabile è stata una donna. Una giovane donna che si è fatta, tra le varie esperienze, 3 mesi nello Yemen chiusa tra un campo e una stanza, che a me solo a pensarci già mi manca l’aria.
E ha anche preparato un centinaio di tapas in un’oretta circa.
Ma c’è anche una prova di cucina tra i test d’ingresso?
No, no, mio padre ha un ristorante a Madrid.



postato da alice121 ~ 29/05/2006 10:46 ~ commenti (5)
~ pensierini




mercoledì, maggio 24, 2006
 
Caro alieno ti mostro il funzionamento della mia moka
Da qualche anno tra le donne italiane di qui impazza questo oggetto. Le non italiane, invece, amano la macchina che fa il pane. Impasta e cuoce un pane a forma di parallelepipedo. Anche se ho notato ultimamente che se ne sono stancate e tentano di disfarsene con annunci sulle lavagne nei super o nella mailing list buy-sell. Funziona benissimo premettono, ma non soddisfa le esigenze di una famiglia: il parallelepipedo è troppo piccolo e bisogna fare  più cotture. Invece non ci sono ripensamenti o cadute d’entusiasmo sul robottino miracoloso. Qualcuna lo porterebbe con sé anche in un ipotetico viaggio verso un mondo alieno. Ma ciò implicherebbe portarsi dietro anche un certo numero d’ingredienti a meno che nell’altro mondo non si trovino gli stessi prodotti della terra.
E comunque sarebbe un po’ triste sta cosa. Arrivi in un mondo sconosciuto, inizia lo scambio culturale, la terrestre decide di far assaggiare una pasta al sugo e introduce olio, pomodori, prezzemolo spaghetti e acqua nell’aggeggio. Ci si perde il rito dello sminuzzamento della carota e della cipolla, lo sfrigolio del soffritto, il blob dell’acqua che bolle, del sugo che s’addensa. E se poi l’alieno tirasse fuori un robottino più efficiente del nostro?
Io non so che mi porterei in un viaggio verso un altro mondo. Forse la mia moka. C’è il rumore, l’odore e il sapore. E inoltre l’esibizione durerebbe pochi minuti. Poi spenderei qualche parola su chi ci aggiunge lo zucchero, chi il latte, chi lo gusta freddo, chi bollente, chi non lo beve perché lo rende nervoso. Completerei il mio discorsetto con: I popoli del Sud lo amano molto, quelli del Nord preferiscono il cappuccino.
Insomma partendo da una moka si possono spiegare un sacco di cose su come funziona il mondo. E dagli spaghetti,  poi, mi terrei alla  larga.  Dai mandolini anche. E delle mamme: spiegherei che sono da prendere a piccole dosi, come il caffè.


postato da alice121 ~ 24/05/2006 12:14 ~ commenti (10)
~ pensierini




martedì, maggio 23, 2006
 
Lasciate stare Elsa
Ieri sera all’istituto italiano di Cultura c’era Melania Mazzucco e alle 7 sono salita sul treno per Amsterdam in compagnia di altre quattro amiche. Su cinque, eravamo in tre ad avere letto Vita. E non era piaciuto a nessuna.
Perché sono andata, allora? Perché non avevo nulla di meglio da fare? In parte, lo ammetto, è stato per questo motivo, ma anche perché sono curiosa, perché comunque mi piace ascoltare qualcuno che racconta di sé, del suo libro e di quello che c’è dietro.
La trama di Vita si può leggere qui.
Il romanzo non m’è piaciuto perché: trovo inutili e noiosi i capitoli in cui l’autrice ci informa del suo lavoro di documentazione e di ricerca. E poi non mi piace il suo stile che trovo abbastanza piatto e incolore con picchi infiammati, nostalgici e retorici.
Però ci ha raccontato un sacco di cose. Per esempio, non sapevo che agli inizi del 900 i nostri connazionali che sbarcavano in america venissero classificati in italiani e meridionali. Gli italiani erano biondi con la pelle chiara, i meridionali appartenevano al ceppo latino ed erano considerati banditi, piantagrane, ecc.
Insomma: l’incontro è stato interessante (non stimolante) - certe informazioni preferisco sentirle da una voce piuttosto che leggerle su un libro - tuttavia mi si è accartocciato lo stomaco quando il tipo che la presentava, un olandese, ha esordito con: si è paragonato Vita a La Storia, si dice che la Morante e la Mazzucco….
Avrei voluto alzare la mano, chiedergli: mi spieghi che cosa hanno in comune i due romanzi, come si possa metterli sullo stesso piano, come…
Naturalmente sono stata zitta e la mia piccola indignazione me la sono tenuta dentro.
Le due, Elsa e Melania intendo, hanno in comune un premio e null’altro.
La Storia comincia così:
Un giorno di gennaio dell'anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell'ora, come d'uso, poca gente circolava per le strade. Nessuno dei passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie.

Vita invece in questo modo:
Questo luogo non è più un luogo, questo paesaggio non è più un paesaggio. Non c’è più un filo d’erba, non una spiga, un arbusto, una siepe di fichi d’India. Il capitano cerca con lo sguardo i limoni e gli aranci di cui gli parlava Vita – ma non vede neanche un albero. Tutto è bruciato. Incespica di continuo nelle buche delle granate, lo avviluppano cespugli di filo spinato.

Voi quale preferite tra i due?
Agli olandesi la Mazzucco piace assai e ieri sera la sala era affollatissima. Fatto molto inusuale.


postato da alice121 ~ 23/05/2006 11:32 ~ commenti (16)
~ libri, pensierini