ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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venerdì, marzo 30, 2007
 
Alice si ferma qui.
Resta a guardare i gatti, forse.
Io proseguo altrove.
L’altrove è stato possibile con l’aiuto di una persona gentile e paziente. Anzi grazie al suo totale intervento.
Grazie Andrea!







mercoledì, febbraio 21, 2007
 
Sono fuori tempo perché ero fuori
Dunque vado a vedere il film da sola e non al solito cinema.
Il cinema si trova in un quartiere ad alta densità di uffici, di negozi e di anziani benestanti.
Se vai in un cinema di un quartiere popolare, come Testaccio, gli anziani alle quattro stanno a chiacchierare in piazza o al bar, ma se vai in un quartiere ricco e per giunta piove, vanno al cinema, ovvio.
Se poi il cinema pratica la numerazione dei posti: sei fregato, se non ci rifletti in tempo.
Io ho il numero 8f che è occupato da una signora molto ma molto anziana.
Glielo dico che ha occupato il mio posto? Perché dovrei? La sala è vuota.
Mi siedo al 9f.
Arriva un signore molto anziano, mi guarda, scandisce la numerazione dei suoi biglietti e quella della poltrone.
9F! Qui c’è un errore, dice allo schermo.
Mi scusi, dico. Mi sono seduta al suo posto perché il mio era occupato.
La signora molto ma molto anziana alla mia destra, rivolgendosi anche lei allo schermo, dice: eh, quante storie per un posto! Oltretutto la sala è vuota!
Che facciamo? dice il signore molto anziano, sempre allo schermo.
A quel punto commetto un errore perché chiedo alla signora molto ma molto anziana: le dispiace se mi siedo all’otto?
Lei scuote la testa e sussurra ad alta voce (come è possibile sussurrare ad alta voce? Non lo so: in teoria è impossibile) all’amica molto anziana: da non crederci Margherì! Ci dobbiamo spostare!
Ci sediamo con il nuovo assetto.
Il signore molto anziano si guarda intorno con aria compiaciuta, si toglie l’impermeabile, il cappello, la sciarpa, i guanti e poi aiuta la moglie a svestirsi.
Mi vengono in mente le istruzioni prima del decollo: dovete indossare prima voi la mascherina che eroga ossigeno, dopo aiutate chi non è in grado di farlo.
Parte la pubblicità, io tento di telefonare, ma il campo va e viene.
Entrano altre persone sempre più anziane.
Si riempie la mia fila, quella dietro e quella davanti.
Entra anche un ragazzo, un ragazzo vero, non uno di trenta o quaranta anni, un ragazzo sui diciotto, e si siede molto avanti. I suoi capelli scapellati (parola inventata da Lo un po’ d’anni fa) risplendono solitari davanti a me.
E allora capisco che il ragazzo sapeva, io no, purtroppo, io sono fuori tempo e fuori posto, ma ormai è troppo tardi per cambiare perché sono circondata.
Ti rendi conto? Bisbiglia ad alta voce il signore molto anziano alla moglie. Che se non la facevo alzare ci toccava muoverci magari dopo, con le luci spente?
Che ci vuoi fare, risponde lei. Questo paese è così: ognuno fa come gli pare!
Seguitano a bisbigliare ad alta voce, di me.
Costituisco anche il soggetto della conversazione che si svolge tra le due signore alla mia destra anche se si mantengono su un filo più generico.
Il tono è identico, però. Bisbiglio ad alta voce.
Invidio terribilmente il ragazzo davanti che sfoglia pigramente il giornale, e  ragiono sulla possibilità di uscire dalla fila, ma non so da quale parte sia preferibile passare. Penso che se resterò lì non potrò fare a meno di sentire i commenti, le previsioni, il rammarico, la condivisione di quel che accade e che mi irriterò assai.
Poi scende il buio, e decido che se esagereranno  gli dirò di tacere.
E invece nessuno parla. Credo per le scene del film che sono comprensibili, d’impatto, corrono veloci e non lasciano spazio alle considerazioni.
A un certo punto una signora fa una battuta molto audace sul sesso e di cui resto  sbalordita.
C’è un intervallo minimo che non concede l’imbastitura di un discorso.
Nell’ultimo quarto d’ora, quando il ritmo rallenta e i fili si sciolgono, ecco che si affaccia timidamente un brusio di anticipazioni, che si riveleranno errate, ma quando il chiacchiericcio sale di tono, e io mi dico che non vale la pena di dire nulla, che in fondo sono stati bravi, s’alza un imperioso: shhhhh che surgela le voci, senza possibilità di replica.
Le luci si riaccendono, e mi volto e li guardo mentre s’infilano cappelli, cappotti, guanti e sciarpe.
Chi sarà l’autrice della battuta scabrosa sul sesso e quella che ha urlato quel shhhh?
Ma le loro facce non scuciono indizi.
Oggi però rientro nei tempi e me ne vado a vedere un film in compagnia, in un cinema sicuro.







giovedì, febbraio 08, 2007
 
Puoi camuffarti da internescional quanto vuoi, ma prima o poi la tua natura romana spunta fuori
Sono in una piccola palestra vicino casa, con dei vetri al posto dei muri.
Cominciamo a far ginnastica, corso di pilates per emigranti.
Note di pianoforte, voce rilassante dell’insegnante, non avrei mai creduto che un’americana potesse tirare fuori una voce così.
Eseguo gli esercizi e guardo fuori.
Il cielo è di un bianco che pizzica gli occhi.
Poi inizia a nevicare. Nevica e ancora nevica. Dopo cinquanta minuti non ce la faccio più. Non per la fatica, ma per la neve, accidenti. Non mi posso più trattenere dal dirlo.
Dopo altri cinque minuti, abbiamo i cappotti e le borse sulle sedie in un angolo, tutti i cellulari trillano in simultanea. Un messaggio della scuola ci avvisa che sarà chiusa entro qualche ora per un’emergenza.
E’ un’emergenza dovuta alla neve! Dico ad alta voce. Sospiro di sollievo. Mi sono tolta un peso.







venerdì, gennaio 26, 2007
 
Pasqua con chi vuoi,  il dove è secondario.
Ieri dopo le quattro Camille e io calpestavamo il selciato irregolare dei viottoli di Leiden, con l’aria che pizzicava e l'acqua dei canali un po’ rigida vicino ai bordi.
C’è il ghiaccio sui ponti! Dicevo a un certo punto.
Non è il ghiaccio, mi correggeva lei, è il sale.
Infine arrivavamo al teatro con lo scopo di acquistare dei biglietti per le Nozze di Figaro, e qui potrei intrattenermi per pagine e pagine sulla manipolazione che stanno perpetrando per convertirmi alla lirica, ma non lo farò.
Varcavamo l’ingresso, tiravamo fuori le mani dalle tasche, abbassavamo chiusure e baveri. Uscivamo fuori come i sub dalle mute insomma o in un parallelismo che mi piace di meno, ma forse è più calzante,  come le lumache dal guscio dopo la pioggia.
Dietro al vetro due impiegati.
Un tipo che era la copia di Andy Warhol e dunque molto eclettico: parlava contemporaneamente in dutch con la tipa che prenotava dei biglietti, in inglese con noi, al telefono con chi telefonava, controllava date e posti dal monitor, spiegava alla collega le procedure di prenotazione e di pagamento bancomat, ritornava a parlare con noi, ci chiedeva di quale nazionalità fossimo.
Camille rispondeva, sorprendendomi: italiana.
Lui ribatteva: ecco perché abbiamo gli occhiali uguali tu e io!
Lei rimaneva perplessa a fissarlo, e pensando, immagino: ma non sono affatto uguali! E poi io li ho comprati in Francia perché sono francese.
Siccome Camille risparmia sulle parole, in qualsiasi lingua si esprima, non diceva nulla.
Poi la collega dell'eclettico affondava nel panico: i biglietti non li sapeva fare, nel programma del computer si perdeva, e il suo inglese s’era tuffato nel canale, lì fuori.
Allora Andy la soccorreva, ma non in modo protettivo, era un aiuto, il suo, che sottintendeva: guarda come sono fico!
Lei era la ragazza della porta accanto, quella che poi una sera si trasforma e diventa bellissima, con dita lunghe e sottili, capelli biondi e lisci separati da una linea un po’ sghemba, un paio d’occhiali con la montatura ordinaria e gli zigomi violetti per la sua incapacità nel fare e nel parlare.
Al termine di frenetiche  consultazioni ci proponeva quattro posti in seconda balconata di cui due coperti da una colonna.
A quel punto chiedevo: c’è rimasto qualcosa in platea?
Lei si maculava nel volto e ripartiva per la sua missione.
Ottimo suggerimento ci diceva Andy sollevando il pollice.
Ma Camille e io non l’ascoltavamo più. Eravamo tutte tese al sostegno della ragazza della porta accanto.
Alla fine ce la faceva e trovava quattro posti in platea.
Stampa dei biglietti, pagamento con bancomat, poltrone con prezzo diverso.
Venti minuti dopo Camille, la ragazza e io tagliavamo il traguardo.
Rialzavamo i baveri, infilavamo di nuovo le mani nelle tasche, le scarpe scricchiolavano sui grani di sale, il cielo si faceva giallo pallido e a quel punto realizzavamo, Camille e io, di aver appena acquistato dei biglietti per il giorno di Pasqua.






mercoledì, gennaio 17, 2007
 
Quando sono a Roma mica mi sento così intelligente.
Il medico mi dice: tuo figlio non ha la congiuntivite, altrimenti con il ghiaccio l’irritazione non sarebbe scomparsa. Forse è dipeso da un colpo di vento o dalla polvere.
Oppure è stata la psp penso io. Stanotte s’è visto un film al buio per non farsi sorprendere.
Comunque deve mettere un collirio, ma senza antibiotico, e può tornare a scuola.
La farmacia è enorme con sette impiegati al banco, ogni impiegato ha un computer dove ci sono i files di tutte le famiglie d’olanda, sul tipo di medicine che comprano, tutte rigorosamente con prescrizione.
Un’impiegata con delle dita che paiono delle salsicce d’aperitivo, le guance con dei capillari così fitti da sembrare una tela tessuta da un ragno particolarmente efficiente, digita che Lo deve mettere quattro gocce nell’occhio sinistro.
Poi va nell’enorme stanza che c’è alle sue spalle piena di cassettini, tavoli da lavoro dove preparano unguenti, polveri e non so che altro, e inizia, con molto flemma, la ricerca. Oltre ai sette impiegati che servono al banco, c’è un’altra decina di persone che apre e chiude i cassettini, prende appunti sui taccuini, pesa, annusa, mescola. Se ci si dimentica di essere dentro una farmacia e si fissa quel vortice umano senza pensare pare di avere davanti delle formiche nei pressi di un formicaio, e come le formiche non si scontrano mai.
Dieci minuti di ricerca, di consultazione, di telefonate e torna in un percorso a zig zag scartando i colleghi all’ultimo istante.
Non c’è. Mi dice. Dobbiamo prepararlo, lo trovi domani.
Ma io ne ho bisogno adesso.
Allora c’è una farmacia che ce l’ha. Sta all’Aja.
Ma io l’Aja non la conosco e mi perdo.
Un momento.
Segue un’altra consultazione.
Torna con una collega, d’aspetto più gradevole di lei, diciamo che è la versione moderna dell’olandese con gli zoccoli e la cuffietta bianca. E naturalmente ha due trecce bionde e perfette.
Mi spiega la strada con la precisione di un navigatore satellitare.
Otto chilometri di svolte a destra, sinistra, dritto e semafori. Non ce la farò mai. Sono come gli asinelli e se cambio strada mi perdo.
E’ impossibile che riesca a trovarla.
Assentono entrambe, facendomi intendere che mi comprendono e mi compatiscono.
Però se tuo figlio ne ha bisogno ora non c’è un’altra soluzione.
Come non c’è un’altra soluzione? C’è sempre una soluzione, basta pensarla.
La penso.
E’ un collirio molto comune, dico. A base d’acqua. Chiamate il dottore e fatevi prescrivere uno che avete.
Si danno uno scappellotto in testa contemporaneamente, ognuno sulla sua di testa, e dicono, suppongo, perché lo dicono in dutch: accidenti, è vero!
Sospiro. Di sollievo e di compiacimento.






domenica, gennaio 07, 2007
 
Il primo
La prima apparizione dell’olanda è avvenuta sul marciapiede davanti all’ingresso dei voli internazionali ed era di centosessanta centimetri per circa dieci anni di età, capelli biondissimi arruffati e sopra i vestiti stropicciati la maglietta di Totti e un paio d’occhiali a specchio, malgrado il buio della notte si fosse ormai infiltrato ovunque.
Ci siamo guardati Fran Lo e io e abbiamo bisbigliato nello stesso istante: un olandese! Anche la gatta era d’accordo con il riconoscimento. Poi ognuno ha combattuto la noia e lo stress dell'imminente  passaggio tra i due mondi esasperando le sue piccole manie: Lo mangiando pizza, latte e cioccolata contemporaneamente, Fran imparando a memoria la sua rivista di musica e identificando gli olandesi seduti al bar, io comprando un numero imprecisato di riviste che non comprerei mai e che leggerei volentieri dove vado a tagliarmi i capelli se le comprassero, la gatta chiudendosi in un silenzio riflessivo ché sorprendeva tutti quelli che conoscono un po' i gatti.
Ora cerco qualcosa di pulito da mettermi addosso e vado a trovare una bambina che d’olandese ha ben poco: non raggiunge i tre chili, è nera che più nera non si può e si chiama Federica. Be’ qualcosa d’olandese in effetti ce l’ha: è nata qui, quattro giorni fa. Siccome sua madre era stata esplicita su come avrebbe agito se avessero utilizzato il forcipe, hanno preferito usare il vacuum dato che non ne voleva sapere di venir fuori.






martedì, gennaio 02, 2007
 
Meno quattro e poi si sale
Io sono tra quelli che sostengono che al capodanno non ci tengono, che potrebbero anche dormire prima della mezzanotte e tutte quelle cose che dicono quelli così. E quindi fedele a questo partito non programmo nulla, non compro neanche lo spumante, magari capita nel frigo così, come ci si potrebbe trovare una fanta o una bottiglia di latte. E prima di mezzanotte non vado mai a dormire per abitudine e perché dovrei andarci proprio l’ultima notte dell’anno? Sarebbe un comportamento da scemi. E poi mi viene in mente o mi capita qualcosa da fare il pomeriggio del 30, e dopo penso che una serata migliore non la potevo passare e decido che l’anno prossimo la passerò nello stesso identico modo. Ma l’anno dopo capisco che è impossibile realizzare una serata che sia la copia precisa di quella di trecentosessantacinque giorni prima perché non c’è quel certo evento, non posso più andare in quel certo posto oppure quelle persone hanno un impegno altrove e allora dico che non m’importa di fare nulla.
La notte del trentuno eravamo a cinecittà a uno dei concerti organizzati dal Comune, e lo spettacolo dei fuochi e delle persone e la musica non erano affatto male, ti mettevano un’allegria leggera, e pensavo che una festa del genere la devi trascorrere così in mezzo alla gente, ma lo pensavo in quel momento e magari l’anno successivo è probabile che penserò il contrario.
Lo accendeva una stellina, l’appoggiava sulla strada e uno che era infarcito di botti più di un guerrigliero utilizzava le scintille per far scoppiare i suoi. Ce ne era un altro invece che li schierava in file ordinate come un piccolo esercito pronto all’attacco. C'era poi un tipo incredibile, con una bottiglia di whisky in cui era rimasto giusto un sorso che faceva l’ubriaco per rimorchiare le ragazze. Dell’ubriaco aveva solo qualche dettaglio selezionato: non ricordava dov’era, diceva, nè dove aveva in mente di andare, però aveva un equilibrio perfetto, uno sguardo limpido, le parole gli uscivano senza incertezze, alla fine stava quasi per riuscire con una spagnola, gli ha detto: parlami in spagnolo ti prego, è una lingua che mi piace tanto, lei stava con il suo ragazzo, il ragazzo gli ha detto: ehi, bello stai tranquillo, è la mia ragazza, e lui ha messo su la faccia smarrita dell’ubriaco, ha detto: ma che hai capito? A me piaceva solo ascoltarla parlare in spagnolo, solo questo, così mentre il tipo parlava al telefono la ragazza intenerita dalla sua faccia sperduta ha cominciato a parlargli spagnolo, prima veloce poi più lenta, e lui le diceva: che bello come mi piace, e io morivo dal ridere e mi chiedevo se la ragazza avesse intuito che il tipo ci marciava ché non era proprio possibile che si fosse fatto fuori una bottiglia intera di whisky, ma il ragazzo della ragazza spagnola lui sì che lo aveva capito e fremeva per chiudere la conversazione al cellulare. Tiravo un sospiro di sollievo quando Fran mi avvertiva che era a casa, che gli avevo predetto che in giro in centro con una bionda ragazza del nord, avrebbe avuto filo da torcere, un altro sospiro senza sollievo, quando mi pregava di non tornare prima delle quattro. Poi estraevo la micro bottiglia di spumante dalla borsa e brindavamo con degli sconosciuti conosciuti lì, i pompieri accendevano le luci del loro camion rosso, le linee telefoniche andavano giù, il tipo afferrava la sua ragazza spagnola e la trascinava lontano dal finto ubriaco che rimirava un po’ desolato la bottiglia con il sorso di whisky e infine partiva alla carica con un altro gruppo.
La mattina bevevo caffè sulla terrazza guardando le antenne, il cielo e la gatta che passeggiava sul cornicione.
Meno quattro e poi si sale, ma se le lo scrivo poi non ci penso.






venerdì, dicembre 22, 2006
 
Voi state bene e non mangiate troppo;-)
Non vivere in città ci porta a essere più vulnerabili a raffreddori e influenze varie. Perché ogni volta che avviene il passaggio da lì a qui uno di noi s’ammala.
Questa volta è toccato a me.
Non è uno di quei virus che ti schianta. Posso leggere, bere caffè, giocare ai vari giochetti scemi. E’ un’influenza che sta dalla mia parte, insomma. E che mi vedrà tornare attiva verso le nove di domenica sera quando la spesa sarà stata fatta, la cena cucinata, la tavola apparecchiata.
Ieri pomeriggio mentre il soffitto della stanza si riempiva di stelline multicolori iniziavo a leggere questo:
Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe. (Fante-Aspetta primavera, Bandini).






lunedì, dicembre 04, 2006
 
Venerdì
Venerdì alle otto di mattina al parcheggio della stazione sono incollata allo sportello della mia macchina in difesa di uno dei miei figli che per questioni di “privacy” non svelerò qual è. Davanti a me un arabo-turco inferocito, con gli occhi dilatati, che vuole aprire lo sportello.
L’arabo-turco ha ragione di essere arrabbiato, ma la reazione è spropositata. Intorno a noi centinaia di persone e nemmeno un poliziotto, che di solito sono ovunque in bici, a piedi, a cavallo, in motorino, ma non lì in quel momento.
Da quelli che passavano non mi aspettavo certo un aiuto, come non me lo sarei aspettato in nessun posto del mondo in effetti, però incredibile: la gente non ci ha rivolto nemmeno uno sguardo, come se fossimo trasparenti.
Gli emigrati sono sempre più arrabbiati, colpa della Verdonk, delle black school, della sproporzione tra offerta e domanda di lavoro.
Alla fine il tipo sono riuscita a calmarlo  pronunciando una frase magica.
Doveva essere lì da qualche parte, bastava tirarla fuori. Ho detto: è mio figlio. Ha smesso di gridare e di tirare lo sportello. Ci ha lasciato andar via  pur continuando a fissarci minaccioso.
M’è venuto in mente Sabato, un racconto di Giancarlo De Cataldo in Teneri assassini. La storia si svolge in un bar dove un padre e un figlio di un paese dell’est entrano a bere qualcosa. A un tavolo ci sono dei ragazzi del paese che sono un po' di malumore, un po' annoiati, un po' ubriachi. I due dell’est non sono a caccia di liti, i ragazzi invece sì. E una sera di un sabato che avrebbe potuto essere senza storia finisce nel peggiore dei modi. Più tardi, in macchina, disse agli amici che il ragazzo non aveva toccato Katia. Era stato tutto uno stupido equivoco. Nessuno gli chiese perché non l’aveva detto subito. E chi se ne frega, - disse Tappo - era solo uno straniero di merda. (Tratto da Sabato)
L’episodio che mi è capitato alla stazione non ha nulla in comune con il racconto di De Cataldo. Quasi nulla a parte l’intolleranza da cui derivano entrambi.






giovedì, novembre 30, 2006
 
A me la saggezza stresserebbe
Percorro la solita strada dritta che taglia la solita distesa verde, sul fondo c’è un po’ di sole tra la nebbia.
Sono soddisfatta. Assetata. Sudata.
Ho da poco terminato di giocare a tennis, ma la soddisfazione non deriva solo dal gioco, ma dal fatto che ho finalmente avuto un contatto con Misaki.
Cioè con la prepotente del gruppo che gioca a tennis.
Quella che deve essere prima a ogni costo. Prima a passare una porta, a sedersi su una sedia, a fare un determinato esercizio, a prenotarsi per la lezione successiva, a bere, ad andare al cesso, in fila, ovunque.
I tipi così si manifestano nel pieno del loro volere soprattutto nel lavoro e nel gioco, anche se quando ce l’hai dentro l’ossessione di essere primo devi metterla in pratica sempre.
Le altre del gruppo la lasciano primeggiare. Alcune forse non ci fanno caso, altre forse sì e saggiamente (ma si tratta di saggezza? non ne sono così sicura) pensano: in fondo a me cosa cambia? Sono qui per divertirmi e non mi occupo d’altro.
Nel lavoro, certo, non funziona così, ma in una situazione di svago si può lasciar perdere.
E’ meno stressante.
Vuoi essere la prima ad attraversare quella porta: vai pure, tanto non ho fretta in questo momento.
Io invece non glielo posso permettere. Non ce la faccio. Se davanti alla porta ci sono io non mi sposto per lasciar passare te a meno che non intuisca che sei distratta, che non ci fai caso.
Fino a oggi per una serie di casualità lei e io non siamo mai venute in contatto. Dato che il gruppo non è così numeroso, immagino che non siamo capitate vicino perché avevo bisogno di tempo per osservarla con attenzione.
Quando sono stata certa del suo obiettivo, allora, credo, non l’ho più evitata.
Ho adottato la tecnica olandese.
Excuse me, excuse me, a cui seguiva una frase in cui m’informava che c’era prima lei, Misaki. Reazione da parte mia? Nulla. Come se non avesse parlato. Come se non esistesse.
E’ andata avanti così fino a quando ha deciso di porre fino al contatto o alla prova di forza.
Si è ritirata insomma.
Mi pareva quasi di sentire il rumore scomposto degli zoccoli dei cavalli e un suono triste di tromba.
Si ritorna alla macchina dell’inizio.
Mi godo lo spettacolo della nebbia che si spezzetta sotto il sole.
Se non fosse per la sete starei benissimo.
Percorro questa strada dritta a doppio senso, senza corsia di sorpasso a cinquanta chilometri all’ora come da segnale stradale.
Si potrebbe andare a settanta, anche a novanta in effetti perché non c’è nemmeno una curva, un avvallamento del terreno, nessuna imperfezione, pare proprio una strada tracciata con la riga, ma rispetto la regola. Come quello prima di me e come quello dopo. Come la ventina di automobilisti che marciano tutti a una distanza di sicurezza.
Poi dallo specchietto noto un’automobile nera in corsia di sorpasso. Quando mi affianca vedo che è Misaki al volante. Pochi secondi ed è la prima della fila, altri pochi secondi ed è un punto in fondo alla strada.
Cinque minuti dopo c’è la sua macchina ferma in una piazzola e due poliziotti in moto.
Potevo non suonare il clacson e non salutarla?






lunedì, ottobre 30, 2006
 
Ma non dicevi che saresti voluta restare ancora qualche giorno?
La temperatura tropicale di Roma ha colpito Lo e la gatta: il primo ha rimediato una febbre, la seconda un raffreddore. Quando la decisione di rimandare la partenza era stata presa, e Lo s’alzava dal letto sentendosi un po’ meglio, ho infilato roba alla rinfusa nelle valigie e via.
Come passare il controllo all’aeroporto senza perquisizioni? Con un ragazzino influenzato che innaffia giacche, giubbotti e divise di chiunque si trovi nelle vicinanze.
Così si è creato il vuoto intorno a noi e abbiamo proseguito relativamente tranquilli.
A Parigi per due ore.
Mamma fai la normale, per favore.
Davanti agli imbarchi i francesi hanno costruito un’area massaggi. Ti accomodi su una poltrona con una forma speciale e in dieci minuti ti tolgono la stanchezza dell’attesa.
Che c’è di strano, chiedo.
Sei sotto gli occhi di tutti e poi è una roba da vecchi.
Invece quelli che avevano pagato per farsi togliere lo stress avevano tra i trenta e i quaranta anni.
Però quando Fran pronuncia la frase: roba da vecchi, io mi ritraggo dall’azione che sto per compiere come una lumaca nel guscio.
A Schiphol sotto l’ombrellone dei fumatori dopo nove ore di viaggio mentre Fran (sono il tuo facchino, ormai. Ma sei così incredibilmente forte! Sì ma i pesi pesano lo stesso) aspetta i bagagli. Arriva un tale con i capelli all’olandese (rasati sulla nuca più lunghi in cima), carnagione scura, occhi neri, sopracciglia folte.
Oh madonna mia, dice con un sospiro tirando fuori una sigaretta.
Con le dita nascondo il titolo del libro che ho appoggiato vicino al posacenere, il tipo mi domanda d’accendere, in inglese.
Eccomi qui. Sono atterrata da pochi minuti e già mi sono settata in modalità non comunicativa, mentre nei giorni passati sono stata sempre disponibile alle micro conversazioni che nascevano dalle attese.
Ci rifletto un po’ su questa cosa, mentre il facchino vigila il nastro, e concludo che non è il luogo che determina la mia disponibilità al dialogo ma è la prevedibilità del dialogo che avrei avuto con costui, emigrante come me, che non mi attira.
Poi dopo altri quarantasei chilometri sono finalmente a casa.
Nel giardino al buio a respirare aria di caminetto.






martedì, ottobre 17, 2006
 
Come ho passato il tempo in questi giorni?
Desiderando di giocare in borsa.
Io che desidero di tentare la sorte in borsa?
Io che non sopporto lo stress della tombola e se potessero essere eliminati i premi, parteciperei con più entusiasmo?
No, non è vero.
E invece in un certo senso sì.
C’è che dal 20 al 29 ottobre ci sono le vacanze d’autunno, che ho deciso di passare a Roma e non a Parigi dove sarei andata in auto dal solito amico che vive lì, beato lui, e che invece vorrebbe stare qui.
E nemmeno alle Ardenne, a Londra o a Bruges.
No.
Roma.
S’era detto in anticipo. Che fate durante le vacanze d’autunno? Andiamo a Roma. L’ho detto e ridetto e poi l’ho messo da una parte. Trascurando il dettaglio che le vacanze d’autunno riguardano tutte le scuole d’olanda. E quando sentivo che le amiche di Fran volavano nella capitale si sarebbe dovuta accendere una luce rossa che mi avrebbe dovuto segnalare: pericolo pericolo se vanno a Roma loro non ci vai tu.
Naturalmente i biglietti, più o meno, si trovano ma a prezzi da prima classe (senza viaggiare in prima, eh). Poi notavo che questa compagnia qui, olandese, low cost, cambiava i prezzi di continuo e così era poco costoso partire ma non si poteva tornare e poi invece il giorno dopo non c’erano più partenze e ritorni, oppure si poteva partire spendendo 1200 euro in 3 e si poteva tornare a un costo quasi accettabile. E’ stato in quel momento che avrei dovuto giocare d’azzardo, comprando andate e ritorni separatamente, ma non ce l’ho fatta. (nel momento in cui scrivo, per esempio, il volo di ritorno lo dà a 204 che è un’enormità, ieri sera,  invece, era quotato 404)
Comunque ho trovato una soluzione economica e un po’ lunga e alla fine insieme ad altre centinaia di olandesi, americani, eccetera, sbarcherò dopo parecchie ore a Roma.
Mentre mi stressavo su Praga, Basilea, Bruxelles e Londra, raccoglievo ben otto grappoli di uva bianca da una vite triste e coraggiosa che s’arrampica sul muro del mio giardino. Sorprendentemente i chicchi avevano il sapore di uva vera, non erano al gusto di caramella come quelli che arrivano dalla Spagna.
Infine mi risvegliavo dopo aver assistito a questo  in un bar in una via centrale dell’Aja in compagnia di Emme e di Chris che diceva: l’ Aja è provinciale come Firenze. Intanto crollava sul nostro tavolo due o tre volte - ehi a metà ottobre a mezzanotte eravamo all’aperto con i giubbotti leggeri, - un tipo, un ragazzo, sui trenta. Passava e ripassava per dieci minuti schiantandosi ovunque. Qualcuno ci andava a parlare, lui si chiudeva la faccia tra le mani e se ne stava un po’ così. A me montava una certa ansia a vederlo cader giù. Quando stava su,invece, telefonava e ritelefonava. Poi dal bar, noi eravamo seduti proprio di fronte all’ingresso, usciva un tipo biondo capelli sottili alto due metri in compagnia di una tipa bionda capelli sottili alta due metri, il tipo alto biondo parlava al telefono e guardava il tipo appoggiato  alla vetrina in modo un po' indeciso. Il tipo alto biondo diceva, presumo, alla ragazza alta bionda: mi dispiace ma lo devo accompagnare, lo vedi come sta, sì, deve aver detto proprio una frase del genere, perché poi lei lo guardava con quella faccia lì, di una che s’accerta di come sta qualcun altro.
Se ne andavano via quasi spediti, l’uomo sbilenco tenuto saldamente per un omero dall’uomo dritto.
In questo bar notavo il secondo olandese carino dei miei cinque di residenza.
Occhi di colore verde scuro, altezza che non superava l’uno ottanta, capelli folti e neri, carnagione olivastra. Un antiolandese in effetti.






giovedì, agosto 31, 2006
 
Che nessuno chiuda quella porta.
Da quando Emme è partito dormiamo con la porta della serra aperta.
E’ vero che non viene nessuno, è vero che il mio udito è sensibilissimo, soprattutto di notte quando dormo, però questa apertura verso il mondo m’inquieta assai.
E così Fran e io ogni sera ci proviamo. Ci vuole forza, destrezza e velocità per chiuderla, e noi non riusciamo a dosarli nel modo corretto questi tre elementi. E, ogni notte, ci ritiriamo nelle nostre stanze con la frase consolatoria: tanto non viene nessuno.
Fran sente la responsabilità, sa che se arrivasse qualcuno è a lui che toccherebbe agire, e se c'è un rumore, il giardino è pieno di rumori quando si fa scuro per il vento e per i gatti che si rincorrono, eccolo che scende, ma prima mi avverte: sto andando a dare un’occhiata.
E con questa frase mi ricorda quando era bambino, aveva cinque o sei anni, vivevamo ancora a Roma, e quando doveva lavarsi i denti la sera, c’era un lungo corridoio illuminato da una luce giallastra e parzialmente coperta da una libreria prima del bagno, mi diceva: io vado e canto, sottintendendo che se la canzone s’interrompeva, dovevo correre a salvarlo.
Due giorni fa, ero a letto a leggere, c’è stato un fracasso pazzesco ed è sceso con la sua Katana. Io gli sono andata dietro per incoraggiamento, sembravamo due personaggi di Dungeons & Dragons che avevano smarrito il gruppo, lui il guerriero e io la maga, come ai bei tempi. E invece non era nessuno, solo il secchio della spazzatura che s’era rovesciato.
Ieri sera, invece, stavo per tagliare la testa alla gatta. Ero al settimo o all’ottavo tentativo di: “afferra la maniglia tira con violenza devia verso l’esterno” per permettere alla serratura di agganciarsi e lei, la gatta intendo, è comparsa dall’oscurità e ha infilato la testa sulla soglia quando mancavano trenta centimetri alla chiusura.  Ho urlato, ma ormai avevo preso lo slancio e non mi potevo fermare, la porta s’è chiusa, la serratura non è scattata e lei, un istante prima,  è balzata indietro con una velocità fulminea.
Eccomi, urlava Fran, ma non c’erano ladri, stupratori e nemmeno assassini, c’ero soltanto io che morivo dal ridere.






martedì, agosto 15, 2006
 
Di nuovo qui un po'  stordita
Ma poverini! dicevano a Fran e Lo dopo aver saputo il giorno in cui ricominciava la scuola. Allora io rispondevo che non è poi così brutto dal momento che vivono in un posto in cui sono liberi come se fossero al mare e che comunque il mare è a trenta minuti di bici.
A Lucerna piove sempre, ma ogni volta, dopo una curva, sbuca il sole e t’acceca un gigantesco pezzo di vetro che invece è il lago. La Francia e il Belgio sotto il diluvio. E finalmente nel pomeriggio di ieri siamo ricomparsi a CameliaHof, contando gli ultimi chilometri come si fa a capodanno con i secondi, con la stanchezza infiltrata ovunque.
Appena in tempo per fermare il giardino e i ragni che stavano per ingoiarsi la casa e per scoprire che sul muro di recinzione è spuntata una vite con quattro grappoli d’uva e sotto al bambù tre fragoline di bosco (ma il bosco dov’è?) e un’ora imprecisata di oggi vedeva gli abitanti di Cameliahof salutare i tedeschi (lui lei e tre figli) che lasciavano l’Olanda per il Kwait. Lei contenta per questa destinazione e preoccupata per la prossima che sarà la Mongolia o l’Africa. Comunque eravamo lì, senza fazzoletti, a sventolare le mani e loro dentro a ricambiare i saluti e a suonare il clacson, e la macchina partiva e si fermava, e infine sono andati via perché il conducente del camion che portava le loro cose ha detto: basta così.
Fran è scomparso a casa di un’amica e Lo con i suoi amici nel grande prato verde, e poi m'è salita la curiosità e sono andata a contare quanti fossero, che quest’estate del suo gruppo ne sono partiti quattro, e invece erano  sette, che non sono pochi, e dopo riempivo la lavatrice e annusavo gli asciugamani da spiaggia, toccavo con le dita la sabbia che era scivolata giù, m’imbambolavo su un ragno che tesseva la tela in giardino, un ragno giallo e marrone con le zampe robuste, e si vedeva distintamente il filo mentre lo srotolava, allora ho chiamato Emme, che ha voluto fotografarlo, e per far risaltare la tela ci ha spruzzato sopra l’acqua, ma così lo fai cadere gli ho detto, ma no, non gli fa nulla, m’ha risposto. Lui, il ragno intendo, si è infastidito e si è rifugiato al centro dove il filo era una pallina e ha atteso che smettesse di piovere, piove strano avrà pensato.
I negozi erano aperti, l’orange, che era ovunque alla mia partenza, dissolto, qualche macchina circolava con la supervaligia sul tetto, e c'erano tracce di cavalli sulla ciclabile, e uno spiazzante invito fatto dall’Ammazzasette che vive nella casa-astronave a Lo e al suo gruppo: domani farò una festa per mia moglie, se venite a raccogliere le foglie del mio giardino riceverete un premio.
E che faccio: mi fido o non mi fido? Intanto domani comincia la scuola e le mille iniziative con cui cerca di incollarti a sé proprio come fa il ragno con la sua tela.






mercoledì, luglio 12, 2006
 
E se non telefonano per gli auguri, li perdoni?
A un figlio si perdona tutto, ma a un emme…
Scrivevo l’anno scorso. E quest’anno avevo deciso di non postare nulla fino a quando il 12 fosse passato qui e dall’altra parte del mondo. Ché il figlio si ricorda sempre, ma a Emme viene in mente dopo aver letto il blog e bara meschinamente sostenendo che gli auguri lui li fa dal suo tempo. Che è un’obiezione debole dato che il compleanno è il mio e non il suo. E poi con il counter che indica il paese di provenienza e l’ora e il successivo messaggio è definitivamente spacciato. Già elaboravo la frase che gli sarebbe rimbalzata addosso per i prossimi dodici mesi, ma incredibilmente se ne è ricordato. Quasi quasi mi dispiace.







giovedì, giugno 15, 2006
 
E’ arrivato il momento di cambiar colore
L’arancione è ovunque, addirittura dal ferramenta si può comprare una polverina orange per la birra. Me ne vado verso l’azzurro quindi (dell’acqua non della maglia, eh). Ci si rilegge a luglio.
State bene e…non litigate;-)






martedì, giugno 13, 2006
 
E purtroppo non sono riuscita a sapere quali fossero le penitenze.
Mi ricordo che qualche volta alle medie all’uscita di scuola si formava un circolo di maschi intorno a due che se le davano di santa ragione mentre quelli che guardavano intonavano un coro: Sangue Sangue! Al liceo scene simili, per fortuna, non accadevano più, semmai volava una sberla e il malcapitato di turno, di solito era sempre uno bravino e un po’ giocherellone, se la teneva.
All'elementare del mio primo figlio, frequentata in una scuola pubblica di Roma molto eterogenea - erano ancora piccoli quindi - qualche episodio di violenza oltre ci fu. A uno, per esempio, fu sbattuta la faccia contro un termosifone. A ogni episodio cruento Fran risultava sempre estraneo avendo adottato la filosofia: non si risponde alla violenza con la violenza. Il mio sorriso compiaciuto per questa frase si sarebbe trasformato in una smorfia quando sarebbero passati alla scuola inglese. Lì il bullismo germogliava dalla più tenera età. Così a sei anni Lo s’i ritrovò, dopo un paio di mesi, in un angolo di un grande giardino con l’erba rasata al punto giusto, in un paese in cui era arrivato da poco, con una lingua di cui conosceva trenta parole, bloccato da due tipi, che avevano la stessa età, mentre un terzo lo prendeva a calci. In quel momento la frase di cui sopra non deve essergli nemmeno passata per la testa ché si trattava di riportare a casa, come la chiama lui, la pellaccia. Questa fu una delle ragioni per cui cambiarono scuola e passarono a una american, dove il bullismo viene combattuto come la peste. Ovvio che non tutte le scuole americane sono così, però in questa c’è un clima rilassato.
C’è, poi,  il dopo scuola a Cameliahof, dove in questi mesi s’è creato un gruppo di maschi tra i nove e gli undici anni che giocano insieme tra le 4 e le 8 di sera. Fino a quando era freddo tutto è filato liscio, nessuna scaramuccia di rilievo, poi da quando è iniziato il caldo e sono usciti i waterguns qualche problema s’è palesato. Perché c’è sempre qualcuno che non rispetta la regola e spara all’avversario in faccia. Lo, in un paio d'occasioni, s’è azzuffato con uno di due porte più in là della nostra, che poi è venuto a bussarmi e me l’ha descritto come uno sterminatore e con tale ricchezza di dettagli, che la prima volta quasi gli credevo. Invece Lo mi spiegò: pensava di essere più forte, m’ha dato un pugno e io gliene ho restituiti due. Alla mia domanda: perché due?  Rispondeva: perché così ha capito.
Però tolti questi due fattacci, devo riconoscere che va d’accordo con tutti. Ma per qualcuno non va ugualmente bene. Ci sono quasi sempre due soccombenti. Due bambini di dieci e undici anni. Il primo è un americano e appena qualcosa non gira secondo il suo gusto, a torto o a ragione, comincia a piagnucolare e corre dalla madre. Il secondo è uno scozzese, obeso e insicuro.
Interrogato sul perché sempre a loro capiti qualcosa, Lo mi rispondeva: mica litigano con me e poi è anche un po’ colpa loro.
Nei mesi, comunque, il gruppo cresce. Compagni di Lo arrivano dalle strade adiacenti. E ci sono sempre loro, i soccombenti, che a un certo punto,  a turno, escono dal gioco. Un pomeriggio inoltrato, insospettita dal silenzio prolungato, vado a dare un’occhiata al parco. E scopro che ci sono nuovi ingressi: tre ragazzine mai viste prima. Sono seduti in cerchio a gambe incrociate e girano una bottiglia vuota. Un gioco tranquillo, penso, finalmente! Poi, ieri, sorprendo il bambino scozzese seduto dietro un cespuglio con le lacrime che stanno proprio lì, agli angoli. Ma non è solo, a parlargli ci sono le tre.
La pace è femmina, non ci sono dubbi.






lunedì, maggio 22, 2006
 
Di O. e di A.
Come andò? Direi bene, anzi benissimo.
Fran era addetto alle vendite, Lo al rovesc..alla disposizione del cibo, Emme alla macchina fotografica, la vicina alla telecamera, una bambina ai ritratti, un’amica alle luci (che si trovavano in uno stanzino segreto), Gianfelice dietro al leggio, le bottigliette d’acqua Spa blu sul nostro tavolo ma senza bicchieri, Demetrio al mio fianco in una tranquillità pazzesca e fece sorridere più volte il folto pubblico femminile, i termosifoni verniciati pochi minuti prima senza cartello e il color salmone della pittura sulle maniche della mia giacca di fintapelle, molte persone che ci fecero molte domande e a me alla fine scappava la pipì ma non potevo dire torno subito, poi non mi ricordai il titolo del mio racconto che doveva essere letto, questo a O. tra le 8 e mezzanotte, in una giornata invernale, però verso le 9 sbucò il sole: un rettangolo sul nostro tavolo e negli occhi per venti minuti.
Ad Amsterdam, invece, pareva che non ci fosse nessuno, a parte una vecchia signora olandese che è presente a tutte le manifestazioni italiane, e invece arrivarono un po’ in ritardo, una addirittura da Rotterdam, io ero molto più tranquilla rispetto a O., Demi si rubò la sedia morbida e lasciò a me quella rigida, Marino disse delle cose bellissime su di noi e sull’Untitled, io m’ero scritta tutto quello che dovevo dire ma dissi altro, Marino ci portò dei libri a D. e a me, e un Tex a Lo che ad un certo punto fece un sospiro profondissimo, io comprai Il giorno della civetta, non capisco perché non abbia mai letto Sciascia, poi andammo a mangiare una pizza al centro, in un locale scuro, e un editore olandese, con un cognome che in italiano suona un po’ strano, ci spiegò le regole per stampare un libro e si parlò anche di altro, dopo avrei camminato volentieri verso il Dam, ma una pioggia noiosa ci costrinse a girare in auto, poi quando Demetrio è partito ieri m’è dispiaciuto un po’. Comunque la mattina l’avevo portato a guardare il mare.






domenica, maggio 21, 2006
 
                                         Untitled ad Amsterdam
                                  Demetrio, la sottoscritta e Marino, ieri alla libreria Bonardi.






giovedì, maggio 18, 2006
 
Una testa in ordine per un libro.
Una mia amica, a Natale, parlando di un’altra che vive a Modena e lavora a Bologna da quindici anni, mi diceva: pensa che non si taglia lì neanche i capelli!
Veramente nemmeno io me li sono mai tagliati in Olanda, rispondevo.
Sì, ma tu almeno hai qualcuno con cui uscire oltre a Emme, fai qualcosa, per lo meno tenti di farla.
Lei invece ha conservato tutto a Roma. Anche la spesa fa qui, una volta al mese!
Ma non ci credo…
E invece sì. Lì ha il suo lavoro e il suo uomo e punto.
Ma lei che è così socievole…
E’ socievole qui, non lì. Lì è chiusa come una torre.

Comunque i capelli…E’ da Natale che non torno in Italia, be’ c’è stata Genova con loro, ma ci sono stata solo due giorni e i capelli sono cresciuti e così ieri pomeriggio con un paio di forbici li ho sistemati. Proprio sistemati.
Ma quando decido qualcosa, trovo anche l’umorismo per assimilare le conseguenze.
E ieri sera sono andata a una cena d’addio in un piccolo ristorante sul vecchio porto di Scheveningen, tranquilla e sorridente, e m’ero dimenticata di loro, dei capelli, intendo. Diciamo che erano assurdi o passabili a seconda del punto di vista. Se mi guardavi di profilo sembravano quasi normali. Ma se ti mettevi di fronte, notavi che qualcosa di terribile era accaduto.
La cena era tutta al femminile. Undici donne più io. Molto educate perché nessuna m’ha chiesto spiegazioni. Solo una mi ha domandato cosa fosse successo. Lei era proprio di fronte a me e poi una volta lavorava a New York nel settore della moda. E proprio non ce la faceva a non dire nulla.
Perché non vai da un parrucchiere?
Perché usano il cif per pulirti la tintura che ti macchia la fronte.
Mica ti devi colorare i capelli, li devi solo tagliare, giusto?
Sì, giusto, però non posso proprio, non ce la faccio, potrebbe venirmi una crisi di panico, e allora preferisco tenermeli così, imprecisi.
Stamattina verso le otto m’ha telefonato. Tra un’ora sono lì, m’ha detto, a recuperare il disastro.
Dopo, per sdebitarmi, le ho prestato la più bella storia d’amore che abbia mai letto.






martedì, maggio 02, 2006
 
Ora spero che non ci sia altro.
Il vet di O. a cui avevo riportato la gatta, di nuovo con lo zampino malato, è vero quel proverbio accidenti, aveva scosso la testa, m’aveva indicato la lastra illuminata, s’era sfilato gli occhialini argentati, aveva detto: non so proprio cosa proporvi. C’è un’altra infezione alla stessa zampa! Proviamo con un altro antibiotico.
Ma l’infezione cresceva e cresceva, e allora il mio consigliere dutch m’ha suggerito di portarla all’ospedale di Utrecht. E la mia vicina preferita ex infermiera, siamo tutte ex qualcosa noi emigranti di qui, m’ha detto: non sarà mica una ciste interna che si è infettata? Le analisi del sangue gliele ha fatte? No, il vet di O. non gliele aveva fatte. Allora sono andata dal vet di W. che sembra il fratello di quello di O. (medesimi occhialini argentati, 2 metri d'altezza su una corporatura asciutta, capello biondo sottile un po’ stempiato), ma ha uno studio da vet ricco: televisore enorme incollato alla parete che trasmette documentari di animali, un mobile con cassetti e scomparti per le medicine, una segretaria che parla un inglese da Oxford, una ciotola trasparente piena di caramelle per cani e pastiglie rinfrescanti per gatti e poltroncine assai comode. Però agli animali non gliene frega un accidente di questo lusso sfrenato e tremano come foglie come nello studio del vet povero di O.
Quando sono tornata a prendere la gatta che mi ha miagolato triste con un cilindro di plastica intorno al collo, il vet di W. s’è tolto gli occhiali, m’ha indicato la lastra da cui non si vedeva nulla, e m’ha detto: guarda che ho trovato nella zampa.
Nello scatolino n.1 c’era una ciste, nello scatolino n.2 c’era una palla di pelo. E’ congenita m’ha detto. In vent’anni di lavoro non ho mai visto una roba simile.
Ma la mia vicina preferita ex infermiera sostiene che (negli uomini) si trovano robe simili. Tipo una ciste e un embrione, una ciste e un dente e così via.






giovedì, aprile 27, 2006
 
La distratta di W.
Chi lo avrebbe detto che spostandomi di sei chilometri sarebbero cambiati alcuni piccoli dettagli che sommati tutti insieme m’avrebbero condotto a un miglioramento delle condizioni di vita?
Intanto quando giro tra gli scaffali del super dietro casa capisco ogni parola perché tutti parlano inglese tra loro, poi la vicina mi telefona e m’invita per un caffè al sole delle due, un’altra m’avvisa che ho lasciato i fari della macchina accesi, e qualcuno stamattina ha preso il secchio della mia spazzatura e l’ha portato insieme agli altri. Me ne ero dimenticata ancora, malgrado il post it attaccato sul muro davanti cui scrivo, che era scivolato sul pavimento, ovvio. Così fissavo quel pezzetto di carta gialla, mi dicevo tra un po’ lo raccolgo, e tra due giorni sposto il container, ieri gli ho dato un calcio al post it che è volato all’angolo, la gatta c’è saltata sopra ed è schizzato all’altro angolo, domani devo spostare il container, e durante la notte il pezzo di carta è sparito, qualcuno l’ha raccolto, per caso? Impossibile. Gli oggetti che cadono per terra vengono schivati, calpestati o calciati, a seconda dello stato d’animo, mai raccolti.
E il container l’hai spostato tu ieri sera, chiedevo a Emme. Ha sgranato gli occhi, c’era tutto un discorso complesso in quello sgranamento, e m’ha risposto: Iooo? Allora Fran. E’ scoppiato a ridere. Ho riso anche io. E però qualcuno l’ha spostato. Qualcuno che mi ama un po’.






martedì, aprile 11, 2006
 
A quanto pare le matite sono state temperate bene.
Il 27 gennaio scrivevo:
Iniziamo a temperare le matite
Se è diventato ricco lui allora ci farà ricchi pure a noi.
Così diceva il mio lattaio, a quei tempi abitavo ancora a Roma, così si ripetevano due anziane alla fermata della metro, così precisava l’inquilino del terzo piano a quello del quinto mentre aspettavano l’ascensore . Il fruttivendolo del chiosco all’angolo, in fila con me nel seggio del mio liceo, prevedeva: se ne accorgeranno…
Alla fine ricco ci è diventato lui con i soldi di loro. Anche di quelli del fruttivendolo, suo malgrado. Non con i miei, però. Perché qualche mese dopo volai verso un altro luogo e le tasse le pagai altrove.
E provo una certo compiacimento quando penso al giorno delle elezioni.
Che noi dell'estero non paghiamo, ma votiamo.






lunedì, aprile 10, 2006
 
  Per tutti coloro che sono a Copenaghen: ci si ritrova a festeggiare a Rådhuspladsen? Alle 20.00? scritto da...
Purtroppo il video non è più visibile, ma leggete i commenti sono troppo troppo spassosi.
E si prendono appuntamenti nelle piazze di tutto il mondo. Anche ad Amsterdam. Ma a W. non si raduna nessuno? Ma a W. non c'è una piazza solo vie, forse per questo. E allora si festeggia a casa!






lunedì, aprile 03, 2006
 
Amsterdam, Rembrandtplein ore 19.00, venerdì
Baricco?
NO!
Per quale ragione facevo questa domanda a un uomo barbuto seduto ad un tavolo con degli amici?
Assomigliava a Baricco per caso?
Sapete se Baricco si sia fatto crescere la barba recentemente?
E se avessi riconosciuto Baricco, sarei andata a dirgli come un'idiota: Baricco?
No, non credo.
La ragione è spiegata qui.
Emme e io c’eravamo prima guardati intorno: nel locale c’erano almeno duecento persone in piedi, con un bicchiere di birra in mano che urlavano, più una cinquantina sedute che urlavano anche loro.
Emme mi chiedeva all’orecchio: quali sono?
E io: ma che ne so.
Lui continuava: ma li conosci tu!
Io rispondevo: ma no!
Chiamali sul cellulare.
Ma non ho il numero di nessuno!
Poi mi mollava lì, dicendomi: tu rintracciali, io torno subito.
Così m’infilavo tra i gruppi, cercando di rubare qualche parola, e selezionavo un tavolo dove tutti avevano i capelli castani e neri, notavo che avevano la barba, e che nessuno aveva il libro.
Gli italiani hanno la barba?
Alcuni sì, certo, ma in un gruppo di otto persone è plausibile che l’abbiano tutti?
Avrei dovuto farmi questa domanda. E poi anche un’altra: è realistico che un gruppo di persone che non si sono mai viste prime si riuniscono per parlare di un romanzo e nessuna di queste mette il libro davanti a sé? E la terza domanda: è possibile che colui che ha promosso l’iniziativa del gruppo di lettura - che vive ad Amsterdam beato lui, come tutti gli altri del resto beati loro, anche se quando mi hanno chiesto dove vivevo io: hanno commentato: aaahhh vivi a W.! – è possibile, dicevo, che costui abbia scelto un locale così affollato dove per comunicare bisogna urlarsi nelle orecchie? Avrei dovuto pormi queste domande, ma non sarebbe cambiato nulla in effetti, perché l’unico gruppo che non sembrava dutch pareva essere composto proprio da quegli otto uomini barbuti e da due donne, che non avevano la barba per lo meno così osservavo da lontano.
E quindi mi sono buttata con la mia domanda idiota. E siccome mi vergognavo un po’, anziché chiedere: sei italiano, sei del gruppo di lettura, insomma anche in questo caso potevo fare tante domande, ho cercato la strada più breve e per accorciare l’imbarazzo mi sono espressa con una sola parola.
Il tipo a cui l’ho rivolta, poi, aveva notato che lo guardavo, s’aspettava che gli dicessi qualcosa, ed era evidentemente seccato del mio sguardo fisso su di lui. Per questo ha risposto: NO!
Sei sicuro che è il posto giusto? Chiedevo a Emme. Lui era sicuro, io invece no, e poi che restavamo a fare lì. Così sono uscita e sull’insegna del locale c’era scritto Schiller Restaurant, mentre invece l’appuntamento era allo Schiller Cafè. Che era proprio a fianco, con un’entrata nascosta. Al Restaurant si beve, al Cafè si mangia. Logico, no?
Per evitare altre figure meschine, domandavo alla cameriera: c’è un gruppo d’italiani, per caso? E sì c’era. E avevano tutti il libro davanti.
Ed erano senza barba.






venerdì, marzo 31, 2006