ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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lunedì, novembre 06, 2006
 
L'ultima fuga di Bach
Lipsia, 28 luglio 1750
Personaggi in questa scena:
Maria 16 anni, domestica della famiglia Bach

Ingrid 15 anni, domestica di una famiglia amica dei Bach.
Prima Parte: Maria è alla finestra, Ingrid sulla strada, canticchia una canzone di chiesa

Ingrid (ad alta voce) - ciao Maria, vieni a fare la spesa?
Maria (sottovoce) – Il mio padrone è morto poco fa. Vengo, sì, per comprare i fiori.
Maria scende in strada
Maria (mentre si annoda un fazzoletto in testa) - La mia padrona mi ha ordinato di comunicare alla tua che Bach è morto. E di chiederle se puoi venirci ad aiutare per il rinfresco.
Ingrid (felice) – E’ sicuro che mi darà il permesso! Finalmente potrò respirare l’aria che ha respirato un genio! La mia padrona quando ne parla dice sempre: quell’uomo è un genio. Sarà compreso quando saremo morti.
Maria (sospirando) – è l’unica a pensarlo. Forse un giorno si scoprirà che è stato un genio, ma come padrone è, era (calcando la voce) insopportabile.
Ingrid (con un’espressione sognante) - Eppure ho ascoltato suonare una sua composizione in chiesa e quel giorno non ho commesso peccati. Raccontami di lui, della sua morte!
Maria ( si ferma e sgrana gli occhi) - La sua morte è stata preceduta da un miracolo!
Ingrid: (mettendosi le mani sulle guance) - E’ Dio che ci ha mandato un segno!
Maria: (sussurrando) - Poco prima dell’alba si è svegliato, mi hanno chiamato per accendere le lanterne, la padrona si è sistemata al tavolo e lui le dettava le note fino a che ha gridato: vedo la luce! La padrona ha rovesciato l’inchiostro che ha cancellato l’ultimo pezzo che aveva scritto. Ci siamo avvicinate al letto, la padrona con le mani tremanti, io gelata dalla paura, ma anche per il freddo. Improvvisamente quel vento bollente che ha soffiato tutta la notte si è sciolto e dalla finestra si è insinuata una brezza gelida che ha quasi ghiacciato la stanza.
Ingrid (si porta le mani sul cuore) continua, ti prego!
Maria (con voce sempre bassa e misteriosa di chi ha visto) - La padrona mi ha detto: prendi la lanterna, svelta! Le ho passato la lanterna, l’ha avvicinata agli occhi del padrone che erano pieni di lacrime e che hanno seguito la luce della fiamma. A quel punto Bach ha sussurrato: ci vedo di nuovo, Anna!
Una carrozza vuota passa nella strada, il cocchiere rallenta.
Cocchiere (togliendosi il cappello) - Oh che belle signore! Posso avere il piacere di dar loro un passaggio?
Maria (con un sospiro)- Purtroppo no, signore, siamo serve che vanno al mercato.
Ingrid (indignata) - Vattene immediatamente! Altrimenti chiamo la guardia!
Il cocchiere si rimette a posto il cappello. Frusta il cavallo e riparte veloce.
Maria (arrabbiata, fissando la carrozza che scompare nella via) – Che bisogno c’era di trattarlo in quel modo? Quando troveremo un marito se ogni volta che si avvicina qualcuno lo fai fuggire via così?
Ingrid (alza le spalle) - Non è tempo di mariti ora, ma è tempo di storie.
Ingrid (abbassa la voce) – E poi io non voglio sposarmi, io voglio fare la cantante come la tua padrona Anna Wulcken!
Maria (scuote la testa) - Per ora fai la serva.
Ingrid (con voce un po’ lamentosa) – Ti prego continua la storia.
Maria (compiaciuta) - Non è una storia è la verità
Ingrid (sorridendo) - Ma tu la trasformi in storia.
...


postato da alice121 ~ 06/11/2006 12:21 ~ commenti (7)
~ incipit




mercoledì, ottobre 11, 2006
 
Misteri degli incipit
Tano, abbreviazione di Gaetano, era un ragazzo di circa vent’anni che preparava caffè in un bar della stazione Termini.
Sono di Messina, anzi di Messina porto, rispondeva con un lampo d’orgoglio negli occhi, se qualcuno gli chiedeva quale fosse il suo paese senza spiegare la ragione di quella precisazione.
Tutte le mattine sedevo per sessanta minuti vicino al frigo delle bibite e invece di sfogliare il giornale, osservavo Tano che sciacquava tazze e tazzine, premeva bottoni, aggiungeva latte, e dava un’occhiata all’orologio.
Alle nove l’afflusso dei clienti diminuiva e lui scambiava qualche parola con la cassiera, con il collega o con chiunque fosse presente.
Era proprio dopo le nove che gli domandavano da dove venisse.

Il piccolo scrittore era sotto il gettito della doccia e alternava acqua bollente e gelata. Continuò con questo gioco fino a quando la pelle s’arrossò e cambiò consistenza. Allora indossò l’accappatoio, un paio di misure più grandi della sua taglia, si versò il caffè in una tazzina bianca in cui fece sciogliere una zolletta di zucchero scuro, mescolò a lungo fintanto che l’ultimo granello non si fu liquefatto, ne aspirò l’aroma per un istante, poi inghiottì un abbondante sorso scottandosi le labbra e la gola.
Quindi afferrò la cornetta del telefono.

Tonino chiuse la porta a chiave e si chinò sul water.
Ebbe due conati brevi, ma nulla uscì dalla bocca. Attese qualche minuto per essere certo che non ne seguissero altri.
Il consiglio di Antonella, sua moglie, si era rivelato sensato: lo stomaco era vuoto e i conati erano troppo deboli per vomitare succhi gastrici.
Si diresse verso il lavandino comune per sciacquarsi la bocca e notò un capello lungo e nero che sembrava proprio quello di una donna. Pensò che era insolito che si trovasse lì, nel bagno degli uomini. 
Il capello disegnava un punto interrogativo.
Allora è vero, pensò, che si commettono atti impuri durante l’orario di lavoro.

Ieri ho scritto tre incipit che probabilmente non proseguirò. Anzi proprio il fatto di averne scritti tre e di non aver portato a termine nemmeno la prima pagina mi fa pensare che rimarranno tali.
Nell’incipit 2 l’espressione “piccolo scrittore” sarebbe stato modificata con un nome e un cognome, mi serviva solo per fissare l’idea del personaggio che volevo tracciare.
Negli incipit 1 e 2 c’è il caffè di mezzo. Forse perché ho comprato recentemente una macchinetta che fa un caffè strepitoso?
Il 3 non so cosa me lo abbia ispirato. Digerirei anche le spare ribs affogate nella salsa di noccioline se le mangiassi. Non ho modo di osservare capelli lunghi e nemmeno bagni di posti di lavoro. E per giunta il nome Antonella è un nome che m’innervosisce. Mah.



postato da alice121 ~ 11/10/2006 12:35 ~ commenti (13)
~ incipit




mercoledì, settembre 20, 2006
 
Tre
Chiara
C’era stato un tempo in cui Chiara Bersani s’alzava al primo chiarore dell’alba perché aveva bisogno di riflettere prima di uscire.
Riflettere, in realtà, non era la parola giusta.
Chiara aveva bisogno di prendere coscienza di sé.
Distendeva una stuoia sul pavimento e, in calzettoni e pigiama, si tirava, si fletteva, respirava e aspirava. In basso le braccia, in alto le gambe. Poi si concentrava sui muscoli fino a quando non li identificava singolarmente. Seguiva il sangue che scorreva nelle arterie e nelle vene e si disperdeva nei capillari. Quel flusso doveva pur produrre un suono e, per quanto impercettibile, tentava d’identificarlo.
Infine entrava in cucina, si sedeva, allungava le gambe sullo sgabello di fronte, fissava il caffellatte bollente che appannava il bicchiere, i polpastrelli che sfioravano la superficie del vetro mentre mutava da nitida ad opaca, un filo di musica muoveva l’aria, e lasciava che i pensieri le calassero addosso.
Ma non era esatto chiamarli pensieri.

Va? Non Va? E Perchè Non Va?
Curioso che quando sto per postare un pezzo (ma anche dopo) o per inviarlo per posta a qualcuno che non è un amico (anche qui faccio sempre almeno un'altra spedizione), mi accorgo di errori, ripetizioni, dissonanze.


postato da alice121 ~ 20/09/2006 11:20 ~ commenti (9)
~ incipit, romanzo




venerdì, aprile 28, 2006
 
Il gabbiano e il ciclista
Disse il gabbiano: ora sputo al ciclista.
Ma i gabbiani non hanno saliva e allora andò a cercare qualcosa che la sostituisse.
Si lanciò verso l’alto, si buttò con le ali tirate, un battito, una planata e finalmente avvistò il Mare del Nord. Era un gabbiano con le penne marroni che ancora non poteva volare a lungo.
Il Mare del Nord, quel giorno, aveva l’aspetto di un mare del Sud: era tratteggiato da onde leggere e rade e siccome splendeva un sole, dal punto di vista del gabbiano ma anche di un aereo, era azzurro. Visto dalla riva invece era di un grigio meno drammatico del solito.
Con un grido di battaglia, ma in realtà era uno strepito di gioia, ancora non riusciva a esprimersi con precisione, il gabbiano si tuffò, fece un breve tratto sott’acqua, se ci fosse stato un sub avrebbe descritto una traiettoria a virgola, ma non ci sono sub nel mare del Nord, poi riemerse, aveva catturato un’aringa che aveva smarrito il branco, si mise in posizione di riposo sul pelo dell’acqua e infine si riempì il becco con un po’ di mare.
E via di nuovo verso l’alto a cercare il ciclista.
Intanto s’era alzato il vento, ancora le onde restavano tranquille, ma se si socchiudevano gli occhi e si fissava l’orizzonte oltre la piattaforma petrolifera, si notava un' increspatura che s’andava espandendo.


postato da alice121 ~ 28/04/2006 11:16 ~ commenti (9)
~ incipit




giovedì, aprile 06, 2006
 
Quella volta che la miccia si spense
Enzo Nobile era nervoso.
Nervosissimo.
Si aggiustava e riaggiustava la lunga ciocca che copriva il diradamento sulla cima del cranio.
Sua figlia era scoppiata a piangere appena era comparso all’asilo.
Con papà, no! Con papà, no! Ripeteva come una segreteria inceppata.
La maestra, -  una con il corpo a pera, e lui Enzo Nobile aveva il disgusto per le pere, figuriamoci per una donna con quella forma, - aveva chiamato Silvana, la sua ex moglie. Lei, che nei primi tempi della separazione s’era accanita con il ricatto: ti faccio vedere mia figlia solo se mi paghi la bolletta o mi fai un regalino, da qualche tempo s’era tranquillizzata.
Aveva l’uomo l’infingarda. Ecco perché.
S’era anche appostato sotto casa della Silva per verificare se quell’essere lungo, tutto uno scrocchio doveva essere a letto, mamma mia con chi s’era andata a mettere, si trattenesse a dormire nell’appartamento.
Primo perché non andava bene per l’educazione della bambina, secondo perché poteva chiamare l’avvocato e tentare una riduzione degli alimenti. Ma nulla da fare: lo scrocchio a mezzanotte meno dieci  usciva dal portone, accecava Enzo con il bagliore del telecomando e partiva su una mini metallizzata, che era un mistero come c’entrasse dentro. Un mistero dei pieghevoli dell’ikea.
Comunque da quando Silvana s’era trovata l’uomo, che doveva ammettere  gli bruciava un po’, sua figlia la vedeva senza salassi e ricatti. Anzi la bilancia era piombata dall’altra parte. Era tutto un chiedere con la bocca a cuore: la tieni tu stasera?
Per questo s’era arrabbiato quando la pera l’ aveva chiamata. Imbestialito quando lei aveva risposto che un improrogabile impegno non le permetteva di venire a scuola: Stava con lo spilungone, altro che impegno!
E come parlava elegante! Merito dello scrocchio?
Almeno la pupa avesse fatto i capricci perché voleva la madre.
L’avrebbe capita.
Una madre è sempre una madre per quanto puttana.
Invece no. Sua figlia pretendeva che andasse lì sua nonna, la madre di Silvana, di professione sarta, con tre denti mancanti a causa di una sberla ricevuta dal suo compagno che l’aveva sorpresa mentre sistemava in modo poco profescional la patta dei pantaloni a un cliente.
Ma si può? A sessant’anni?
Aveva interrogato l’avvocato, così tanto per vedere se ci fosse qualche appiglio.


postato da alice121 ~ 06/04/2006 09:19 ~ commenti (13)
~ incipit



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