ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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lunedì, febbraio 26, 2007
 
Dalla mia posizione osservavo la stanza.
Era una stanza ampia, di venti metri quadrati circa, illuminata da due grandi finestre e da una plafoniera incollata al soffitto che pareva un coccodrillo in attesa di un cerbiatto, ma avevo sonno e questo spiega l’immaginazione.
C’era una scrivania piccola accostata al muro, zeppa di cartelle, una fotocopiatrice e un monitor di un computer ricoperto da un telo di plastica su un tavolino di metallo, una cassettiera dove erano ammucchiati fascicoli e cartelle, e una macchinetta per l’espresso con dei bicchierini di plastica e le bustine di zucchero in un vassoio. Una armadio-libreria di vetro, con dei libri all’interno, che mi ha smosso la curiosità d’ avvicinarmi, ma si trovava dalla parte opposta rispetto a dove ero io e non mi sembrava il caso di andare a curiosare.
Sulle pareti erano appesi tre calendari, un crocefisso lungo circa un metro su cui era stato incastrato un ramoscello d’ulivo, secco e impolverato, un foglio di papiro rinchiuso dentro un quadro con il disegno di un faraone e un poster strappato su un angolo con il ritratto di Pirandello.
La signora era seduta dietro a una scrivania enorme che avrebbe potuto contenere un sacco di oggetti, e invece ce ne erano solo cinque.
Un calendario-agenda da tavolo con mille appunti, mille post it e mille scarabocchi di qualcuno che ha provato delle penne che inizialmente non scrivevano.
Un portamatite con delle matite spuntate, un righello e due paia di forbici, un paio più piccolo con la punta arrotondata e uno più lungo dall’aspetto affilato.
Un contenitore di legno porta documenti pieno di documenti.
Un telefono degli anni ottanta con le lucette che non lampeggiavano più e una scatola trasparente con degli elastici gialli e delle puntine.
La signora aveva i capelli tinti di biondo, di un biondo biscotto che in natura non esiste, in accordo con la carnagione scura, di gran moda tra le signore tra i cinquanta e i sessanta con la carnagione scura, le dita sfavillanti di anelli, uno smalto rosa sulle unghie, la pelle del dorso delle mani con delle macchie scure.
La signora quando siamo entrate era al telefono e ci ha fatto cenno di sedere, la mia amica si è seduta, io sono rimasta in piedi perché la pelle della poltroncina era sollevata e avrei dovuto lisciarla prima di sedermi.
Quando la telefonata è terminata, la mia amica ha cominciato a parlare, ma dopo qualche secondo qualcuno è apparso sulla porta e ha fatto una domanda a cui la signora ha risposto prontamente.
Per la rapidità della domanda e della risposta la mia amica non ha interrotto il discorso, l’ha solo rallentato un po’.
Poi la signora ha preso un cartellina dal porta documenti l’ha aperta e ha dato un’occhiata ai documenti. Continui, ha detto, l’ascolto.
La mia amica ha continuato.
Il telefono ha squillato, ma doveva essere una comunicazione all’interno dell’edificio perché la signora non ha risposto pronto, ha detto: sì certo. Ha chiuso la cartellina e l’ha riposta nel porta documenti, ha preso una penna da un cassetto della scrivania e ha segnato un appunto sul calendario-agenda da tavolo tra gli scarabocchi.
Intanto la mia amica, dopo aver esposto il centro del suo discorso, tentava di rifinirlo con degli esempi e sulla faccia della signora calava la noia e immagino che due esseri minuscoli abbiano chiuso con delle porte i padiglioni delle sue orecchie perché ha cominciato a fissare la mia amica come se fosse il panorama al di là di una finestra da cui si guarda sempre.
Poi ha squillato il cellulare, una suoneria discreta di un modello discreto, la signora si è destata dall’incanto, ha messo su uno sguardo attento, con la mano meno sfavillante ha arrestato il flusso di parole della mia amica.
Ci vediamo alle 13.00 a Via Appia e ha detto il nome di un negozio. Vedrai che lo trovi. Se non lo trovi, chiedi: lo conoscono tutti. E’ vero che lo conoscono tutti: lo conoscevo anch’io.
La mia amica ha concluso il suo discorso, la signora le ha dato una risposta talmente generica che poteva essere la risposta per qualsiasi altro discorso, e a una domanda della mia amica che era poi la ragione per cui era andata lì, a sprecar parole, la signora ha detto che ci avrebbe pensato.
La mia amica le ha teso la mano, ringraziandola, ma il telefono ha squillato ancora mentre una voce chiedeva dalla porta: Preside prende qualcosa al bar?
Lei ha risposto: già fatto, grazie! Ha sollevato la cornetta, si è dimenticata di quella mano a mezz'aria e ha piegato le labbra in una specie di sorriso ed è stato il segnale del suo congedo.
Ti pare normale? Ho chiesto alla mia amica mentre scendevamo le scale.
Lei m’ha risposto che le pareva normale, anzi normalissimo. Che era stata gentile ad ascoltarla, che le aveva risposto che ci avrebbe pensato. Che c’era di peggio.


postato da alice121 ~ 26/02/2007 12:17 ~ commenti (5)
~ fatti italiani




mercoledì, febbraio 21, 2007
 
Sono fuori tempo perché ero fuori
Dunque vado a vedere il film da sola e non al solito cinema.
Il cinema si trova in un quartiere ad alta densità di uffici, di negozi e di anziani benestanti.
Se vai in un cinema di un quartiere popolare, come Testaccio, gli anziani alle quattro stanno a chiacchierare in piazza o al bar, ma se vai in un quartiere ricco e per giunta piove, vanno al cinema, ovvio.
Se poi il cinema pratica la numerazione dei posti: sei fregato, se non ci rifletti in tempo.
Io ho il numero 8f che è occupato da una signora molto ma molto anziana.
Glielo dico che ha occupato il mio posto? Perché dovrei? La sala è vuota.
Mi siedo al 9f.
Arriva un signore molto anziano, mi guarda, scandisce la numerazione dei suoi biglietti e quella della poltrone.
9F! Qui c’è un errore, dice allo schermo.
Mi scusi, dico. Mi sono seduta al suo posto perché il mio era occupato.
La signora molto ma molto anziana alla mia destra, rivolgendosi anche lei allo schermo, dice: eh, quante storie per un posto! Oltretutto la sala è vuota!
Che facciamo? dice il signore molto anziano, sempre allo schermo.
A quel punto commetto un errore perché chiedo alla signora molto ma molto anziana: le dispiace se mi siedo all’otto?
Lei scuote la testa e sussurra ad alta voce (come è possibile sussurrare ad alta voce? Non lo so: in teoria è impossibile) all’amica molto anziana: da non crederci Margherì! Ci dobbiamo spostare!
Ci sediamo con il nuovo assetto.
Il signore molto anziano si guarda intorno con aria compiaciuta, si toglie l’impermeabile, il cappello, la sciarpa, i guanti e poi aiuta la moglie a svestirsi.
Mi vengono in mente le istruzioni prima del decollo: dovete indossare prima voi la mascherina che eroga ossigeno, dopo aiutate chi non è in grado di farlo.
Parte la pubblicità, io tento di telefonare, ma il campo va e viene.
Entrano altre persone sempre più anziane.
Si riempie la mia fila, quella dietro e quella davanti.
Entra anche un ragazzo, un ragazzo vero, non uno di trenta o quaranta anni, un ragazzo sui diciotto, e si siede molto avanti. I suoi capelli scapellati (parola inventata da Lo un po’ d’anni fa) risplendono solitari davanti a me.
E allora capisco che il ragazzo sapeva, io no, purtroppo, io sono fuori tempo e fuori posto, ma ormai è troppo tardi per cambiare perché sono circondata.
Ti rendi conto? Bisbiglia ad alta voce il signore molto anziano alla moglie. Che se non la facevo alzare ci toccava muoverci magari dopo, con le luci spente?
Che ci vuoi fare, risponde lei. Questo paese è così: ognuno fa come gli pare!
Seguitano a bisbigliare ad alta voce, di me.
Costituisco anche il soggetto della conversazione che si svolge tra le due signore alla mia destra anche se si mantengono su un filo più generico.
Il tono è identico, però. Bisbiglio ad alta voce.
Invidio terribilmente il ragazzo davanti che sfoglia pigramente il giornale, e  ragiono sulla possibilità di uscire dalla fila, ma non so da quale parte sia preferibile passare. Penso che se resterò lì non potrò fare a meno di sentire i commenti, le previsioni, il rammarico, la condivisione di quel che accade e che mi irriterò assai.
Poi scende il buio, e decido che se esagereranno  gli dirò di tacere.
E invece nessuno parla. Credo per le scene del film che sono comprensibili, d’impatto, corrono veloci e non lasciano spazio alle considerazioni.
A un certo punto una signora fa una battuta molto audace sul sesso e di cui resto  sbalordita.
C’è un intervallo minimo che non concede l’imbastitura di un discorso.
Nell’ultimo quarto d’ora, quando il ritmo rallenta e i fili si sciolgono, ecco che si affaccia timidamente un brusio di anticipazioni, che si riveleranno errate, ma quando il chiacchiericcio sale di tono, e io mi dico che non vale la pena di dire nulla, che in fondo sono stati bravi, s’alza un imperioso: shhhhh che surgela le voci, senza possibilità di replica.
Le luci si riaccendono, e mi volto e li guardo mentre s’infilano cappelli, cappotti, guanti e sciarpe.
Chi sarà l’autrice della battuta scabrosa sul sesso e quella che ha urlato quel shhhh?
Ma le loro facce non scuciono indizi.
Oggi però rientro nei tempi e me ne vado a vedere un film in compagnia, in un cinema sicuro.







martedì, febbraio 20, 2007
 
L’olandese, per esempio, quello è impossibile.
In due giorni di Roma ho bruciato una scheda telefonica e bevuto un numero vergognoso di caffè ché ognuno che incontro mi dice: te lo prendi un caffè?
Inseguito Silvio Muccino (con Zazie e Lo, ma era Zazie che voleva l’autografo) ma lo abbiamo perduto a un bivio. Grande magazzino o direzione Villa Borghese? Secondo me verso Villa Borghese dato che era con una ragazza. Dopo lo smarrimento del Muccino è seguita una conversazione animata in cui Zazie sosteneva che la ragazza era orrenda e Lo diceva che Muccino poteva dirsi simpatico, ma non certo bello, anzi che è decisamente flaccido e se lo è adesso chissà come diventerà dopo. Io ci ho provato a dire che forse esageravano, ma non mi stavano a sentire. Ho pure fatto un po' la bastarda e detto a Zazie: ci pensi? Se fossi stata più decisa avresti fatto vedere alle tue amiche  il suo autografo e ti saresti potuta inventare pure una bella storia su come l'avevi incontrato.
Conosciuto una tipa che vive con tre gatti, due furetti e tre cani, tutti maschi, e che mai vivrà con un uomo.
Ascoltato il racconto di un tassista su Piazza Vittorio dove di notte scintillano le lame dei coltelli. A questo scintillio contribuiscono tutti tranne i Cinesi che se ne stanno per conto loro. Però quando siamo passati scintillavano solo i binari e i sanpietrini. Perché piove, piove sempre, ma non me ne importa nulla in effetti.
Combinato pasticci con gli appuntamenti.
Comprato al reparto libri usati di MelBookstore Terrorista di John Updike, uscito un mese fa, ma il colpo grosso l’avevo fatto a Natale quando trovai Nell’esercito del Faraone di Wolff.
Imparato a collegar cavi.
Se ho imparato a collegar cavi posso imparare tutto, o quasi.






giovedì, gennaio 04, 2007
 
Trovo sempre portafogli rossi.
Forse perché a perderli o a farseli rubare sono sempre donne, e il rosso è un colore che molte prediligono per un portafoglio. A me non piace. Ora ne ho uno viola, prima ne avevo uno color caccadicaneconmaldipancia, i precedenti erano neri da uomo o da signorina e uno a fiori che mi piaceva moltissimo ma che mi hanno rubato in un grande magazzino un po’ di tempo fa.
Camminavamo Fran e io costeggiando Villa Borghese, avevo ancora tutto il biancore di Paolina, di Dafne, di Proserpina nella testa e gli sguardi che ti raddrizzano dei ritratti del Caravaggio, e perdevamo tempo. Fran aveva un appuntamento con una sua amica che gli era stato rinviato di un’ora, io dovevo andare a Trastevere.
C’era una bella luce azzurra e il sole discreto del primo pomeriggio.

Così imbocchiamo l’ingresso che conduce al tapirulan attraverso cui si arriva a Piazza di Spagna.
Questo ingresso non mi pare sicuro. Qui ci potrebbero uccidere una persona e nessuno lo noterebbe. Un giallo lo farei proprio partire da un posto come questo, dice Fran.
Iniziamo la discesa della scala mobile. Le pareti sono sporche, scrostate, con grosse macchie di umidità e scritte con le bombolette spray.
A metà della discesa, sulla rampa di scale a fianco, c’è un vecchio, con abiti stracciati, impegnato in un discorso con una parete.
Cos’è quella roba, dice Fran, indicando una macchia rossa da cui proviene un "flap flap".
Parrebbe un portafoglio, dico io.
Lo apriamo. Dentro non ci sono documenti, non ci sono soldi, ma c’è un numero incredibile di carte dei punti del supermercato, tessere di adesioni, foto di un ragazzo e di una ragazza e quelle di una donna strappate da dei documenti  scattate a diverse età, biglietti del treno non ancora usati.
L' infilo in borsa e mi dimentico di lui.
Le macchinette dei biglietti dell’autobus all’ingresso di Piazza di Spagna sono rotte.
Fran mi illustra una sua teoria che ha l’intento di dimostrare che sono state sabotate.
Mi pare che i punti su cui si basa traballino un po’. E quindi anche la teoria vacilla, però non mi va di discutere.
Mi andrebbe un gelato, dico.
Ora ti porto in un posto che ne fa di speciali, mi dice lui con l'aria da esperto di Roma.
Dopo il gelato ci separiamo: lui raggiunge la sua amica, io Trastevere.
E’ notte da un pezzo quando, fumando sotto la luna, mi ricordo del portafoglio.
Miss Marple, cioè mia sorella, e il suo aiutante, cioè Fran, estraggono dal portafoglio le decine di biglietti, tessere, scontrini e ricevute. E scoprono che:
la proprietaria è un’insegnante che vive a Tivoli.
che non ha un numero telefonico intestato a lei.
Deducono, ricostituendo il puzzle del contenuto, il suo numero.
Le telefono.
Emilia, si chiama così, dice che le è stato rubato alla stazione Termini. Mi dice che c’erano delle foto di sua madre che è morta da poco, che aveva intenzione di duplicare. Si stupisce che l’abbia rintracciata. Mi chiede se lavoro alla metropolitana.
Dentro non ci sono documenti, né soldi, dico io, però ci sono rimasti dei biglietti del treno. Emilia mi dice che i biglietti le fanno comodo. E perché quelli li hanno lasciati? E’ strano.
Ah non lo so, rispondo.
Tra stupore e stranezze Emilia non dice neanche un grazie.
E finora non mi ha ancora richiamato per venirselo a riprendere. Non posso credere che abbia pensato che stia architettando qualche tranello.


postato da alice121 ~ 04/01/2007 17:23 ~ commenti (3)
~ fatti italiani




venerdì, dicembre 29, 2006
 
E intanto una macchia di sugo le ha appena ucciso il colletto della sua camicia candida.
Nella Piazza dove c’è la statua di Pasquino a pochi metri da piazza Navona mentre aspetto di mangiare nella mia enoteca preferita, ascolto pezzi di conversazione della gente già seduta.
E’ una bella giornata di sole e i tavoli all’esterno sono tutti occupati.
Ragazze: siamo a Roma! Dice una tipa sui sessanta con lo sguardo che guarda Pasquino e i messaggi che sono incollati alla base.
Le sue amiche concordano e assaggiano Roma in una cucchiaiata abbondante di zuppa di lenticchie rosse.
Ogni tavolino è stracolmo di piatti.
Mi arriva un’ altra manciata di parole, e di effluvi.
Una bambina sui cinque anni chiede denaro a quelli che pranzano e tralascia quelli che aspettano. Si ferma a un tavolo occupato da una coppia e dalle loro due figlie. Si rivolge alla donna che sta sminuzzando delle lasagne con l’intento di farle raffreddare, però la taglia troppo e diventano una poltiglia confusa e si fa quasi a fatica a capirne l’origine.
La bambina chiede cinquanta centesimi.
Hai mangiato, domanda la donna.
No, risponde la bambina.
Tu hai mangiato meglio di me, dice la donna.
Poi si ficca in bocca un’ampia porzione ancora fumante.
Mentre mastica, guarda anche lei la statua di Pasquino, tira fuori dalla tasca del cappotto una moneta e l’appoggia sull’angolo del tavolo.
Poi ricomincia a schiacciare.


postato da alice121 ~ 29/12/2006 11:00 ~ commenti (6)
~ fatti italiani




mercoledì, dicembre 27, 2006
 
Non facciamolo cadere
Che ci faccio alle undici di sera del ventisei dicembre in compagnia di quattro sconosciuti, tre donne e un uomo, che non si conoscono tra loro, in un punto affollato di Trastevere?
Non è un’evoluzione della trama di Non Buttiamoci Giù, e io fino a qualche minuto prima passeggiavo allegramente con i miei amici che adesso mi aspettano pazientemente vicino al semaforo.
Discuto con i quattro su quello che è opportuno fare.
C’è un altro sconosciuto ed è per lui che ci siamo fermati noi cinque. Per impedirgli di buttarsi giù. Un tipo sui vent’anni, ubriaco fradicio, che si alza e cade, si alza e cade, e ha battuto la testa violentemente sui gradini già un paio di volte.
Due degli sconosciuti (l’uomo e una delle donne) lo sostengono, io faccio le domande in inglese e veniamo a sapere che è polacco, che ha ventidue anni, che si chiama Pit, che non ha un posto per dormire. Non è che veniamo a sapere, intuiamo tutte queste cose perché lui s’esprime con un linguaggio da ubriaco e quando gli domando dove dormi non risponde e i due che lo sostengono dicono: dorme per strada.
Comunque l’autoambulanza non arriva e l’uomo organizza il soccorso di Pit.
Ci vogliono delle gomme! Le gomme svegliano. Rimediate le gomme. Mangia una gomma Pit! Ma Pit ci guarda e non reagisce. Allora io traduco. Pit prende la gomma, ma la lascia cadere e ci parla in polacco. Ci vorrebbe dell’acqua! Una bottiglietta d’acqua. Meglio ancora una fontanella. C’è una fontanella laggiù, dice una delle donne. Ma non ce la facciamo a portarlo fino a lì. Dovrebbe vomitare! Ce la fai a vomitare Pit?. Pit non capisce. Traduco. Non capisce lo stesso o forse non vuole vomitare. I vigili, dico io. Prima c’era un vigile su viale Trastevere. Magari se richiamano loro l’ambulanza… La donna bionda, elegante, va a cercare il vigile, ma il vigile è sparito. Epperò quanto ci mette ad arrivare, dice l’altra, che è bruna ed elegante come l'altra. Parliamo ancora con Pit, ma non otteniamo risposte. Riescono a farlo sedere sul gradino. Lui si copre il viso con le mani, appoggia la schiena al portone e non cade. Sta molto meglio, dice l’uomo. Passano altri minuti. Intanto chiacchieriamo ancora, poi la donna bionda dice: certo che non si ferma nessuno... Ti succede qualcosa e nessuno ci fa caso. Non è vero che non si ferma nessuno, dico io. Noi ci siamo fermati. E siamo cinque.
In fondo alla strada, dove c’è la piazza, si vede, oltre la gente, una luce lampeggiante blu. L’ambulanza è arrivata, ma dalla parte sbagliata. La tipa che reggeva Pit, che è stata quella che si è fermata per prima e che ha chiamato il 118 scappa a chiamarli.
La tua ragazza è in gamba, dice la tipa bruna all’uomo.
Non è la mia ragazza, risponde lui. Ci siamo conosciuti poco fa, per reggere Pit.
Non è la tua ragazza?, dice la bionda. Scusa, eh, ma sembra proprio che state insieme.
No, no. Risponde lui. Ognuno per conto suo.
Avete detto che stavate andando al cinema, dico io.
Sì, dice lui, ma mica insieme, e poi ormai si è fatto tardi.
Arriva la tipa con i due infermieri del 118. Una donna e un uomo. La donna dice alla tipa che è un’ ottusa. Come un’ottusa? Diciamo tutti insieme. Un’ottusa, sì, proprio un’ottusa.
Sono 40 minuti che aspettiamo, dico io.
Colpa dell’ottusa, dice l’infermiera. Ha detto che eravate vicino a S.Maria in Trastevere e che indicazione è? Il vostro senso civico, se si trattava di un infarto, avrebbe ucciso una persona con questa indicazione.
Sussurriamo alla tipa di lasciar perdere, le facciamo capire che per noi non è ottusa.
L’infermiera prende la mano di Pit, si fa dire il suo nome, gli dice: ehi Pit adesso tu vieni con me dal dottore, capito? Pit resta qualche secondo in silenzio, poi fa un grugnito d’assenso, dice: sì, va bene.
Allora parla anche italiano, dico io. Pit sale sull’ambulanza, io dico ai quattro: be’ allora ciao.
E chissà com' è finita tra i due che andavano  al cinema ognuno per proprio conto.


postato da alice121 ~ 27/12/2006 11:03 ~ commenti (7)
~ fatti italiani




martedì, ottobre 24, 2006
 
Una promessa.
E’ facile: non puoi sbagliare! Dicono in coro.
E’ il mio ex collega a prendere la parola: è lontano, però con una metro, due autobus e cinquecento metri di walking sei arrivata.
Walking?
Walking! Sentito che pronuncia? Da settembre ho iniziato un corso d’inglese!
Ma che stai dicendo? E’ la mia ex collega che interviene. Uochin, due autobus, una metro? Dove la vuoi mandare? L’inglese t’ha confuso l’orientamento oltre che il cervello. Quella strada è vicina. Tre fermate di metro e poi lo uochin che dice lui.
Ma no.
Ma sì. Verifichiamo sul computer, dice lei.
Un momento, dico io. Forse esistono due vie con lo stesso cognome. L’iniziale del nome è P.
E’ vero, ci sono due strade, dice la mia ex collega. Però avevo più ragione io. Perché io ho fornito le indicazioni per P.B., tu invece per E.B. e l’avresti spedita dall’altra parte della città.
La strada dell’altra parte della città è più grande. Avendo a disposizione solo il dato del cognome è più normale che si pensi a quella piuttosto che al vicolo che le hai indicato tu.
Però la mia è quella giusta.
La mia era quella più logica.
Però...
Come faccio a dimenticare queste micro discussioni?

E’ facile: non puoi sbagliare. Devi andare dritta, poi giri a destra e sei quasi arrivata.Mi dice un ragazzo con dei capelli lunghissimi legati con un elastico e un cane nero al guinzaglio che non pare molto contento della spiegazione o della sosta.
Scusate se m’intrometto. E’ un signore anziano d’altri tempi che interviene. Indossa un impermeabile grigio leggero e ha dei capelli bianchi e umidi ravviati all’indietro.
Così le fai allungare la strada.
Ci sono i lavori in corso per questo la deve allungare, dice il ragazzo.
Se taglia per le scalette che le indico io, accorcia di almeno trecento metri.
E’ vero, dice il ragazzo.
Il cane scodinzola speranzoso.
E’ facile: non puoi sbagliare, continua il signore anziano. Vai sempre dritta e poi...
Arrivo alla fine della strada, c’è una specie di giardino circolare che non è proprio un giardino, ci sono delle panchine, un tipo che legge molto concentrato, un tipo da cui non ti aspetteresti una concentrazione simile nella lettura, tre ragazzini in ginocchio che smontano una bicicletta, un ragazzo appoggiato a una panchina che guarda un punto dove le case scompaiono e inizia la campagna o il prato, non so cosa sia quella distesa di verde un po’ selvaggia lì di fronte.
Mi avvicino a una signora anziana in compagnia di un'altra più giovane.
La giovane è di un paese dell’est e non sa nulla di strade, la signora anziana sì, ma non ce la fa a parlare. Biascica qualche parola con enorme fatica.
Ringrazio, mi allontano e chiedo ancora.
Sei vicina, mi dice un tipo sui quaranta e una barba nerissima. So che è da questa parti, ma non so dove esattamente.
E’ facile non puoi sbagliare.
Mi volto.
C’è una signora bionda con una giacca viola.
E’ lì. Punta un dito indice con l’unghia lunga e dipinta di una tonalità più scura di quella della giacca.
Dietro quel pino inizia la strada che cerchi.
All’ultimo piano c’è un odore incredibilmente struggente di peperoni ripieni.
L'odore per le scale dei peperoni ripieni: come posso dimenticarlo?
L'odore non proviene dall’appartamento in cui entro io.
C’è un corridoio lungo e ampio con le pareti ricoperte da libri.
Vieni, mettiamoci qui.
Sono in una stanza completamente tappezzata da libri. C’è una piccola scrivania in un angolo sommersa anche essa da libri stropicciati e nuovi e una finestra da cui entra il principio di un tramonto e un pezzo di quella cosa che è un po’ prato e un po’ campagna.
Quanta luce, dico. Quanti libri, invece, me la tengo per me.
C’è un oggetto a cui do un’occhiata per un attimo. Un oggetto di legno, antico, una specie di triciclo, ma non proprio. Per capire dovrei guardare ancora.
Il tipo sta vicino alla finestra.
Seguo le sue parole e il sole che scende.
La rete sta uccidendo i classici, dice a un certo punto.
E’ vero, rispondo io. Ci penso da tempo a questa cosa. Mi sono fatta una promessa: per ogni autore vivente che leggo, ne leggerò uno nato almeno agli inizi del novecento.
Il tramonto diventa crepuscolo e io continuerei a chiacchierare ancora, ma mi viene in mente che magari il tipo vorrebbe che andassi via, ma che per cortesia non dà segnali a riguardo. Mi faccio una di quelle menate pazzesche e mi alzo in piedi di scatto, come se mi fossi ricordata di un appuntamento improvviso.
Devo andare, adesso.
Hai avuto difficoltà a trovare la strada?
Ma no! Era facile, non potevo sbagliare.
Sulla strada che mi riporta a casa ripenso alla luce al mio ingresso nella stanza, all’oggetto che ho guardato di sfuggita. Poi passo davanti a una libreria e compro Quella sera dorata e La recita di Bolzano.






mercoledì, ottobre 04, 2006
 
Titolo
Il telefono squilla mentre mi sto preparando il panino.
Pronto, mi dice una voce che sembra la nota più acuta di un flauto.
A quella parola, anzi al timbro con cui viene pronunciata, è come se una mano, un’entità autonoma, voltasse all’indietro le pagine di un calendario (un calendario bianco e nero, molto minimalista, con la pubblicità discreta di un autoricambi su un lato).
Poi la mano svanisce e il calendario è aperto sulla pagina del mese di maggio dell’anno 2000. E’ la stessa ora, ma sono nella mia Roma, seduta a una scrivania e sto mangiando sempre un panino. Anche lì, il telefono, con più bottoni e luci di quello di adesso, squilla e lampeggia.
Pronto, dice una voce che sembra sempre uno strumento a fiato, ma è meno acuta.
Diciamo che quella del 2000 era quella di un clarinetto.
Pronto, sono l’Ingegnere RompiPonti potrei parlare con il Dottor Commercialista Scuciisold? Ho avuto il vostro numero dall’Avvocato Tifregoio!
Nel 2000, o giù di lì, queste telefonate di citazioni di titoli, come questa riportata, erano frequenti e non ci facevo caso.
Nel 2006 suona strana.  (I titoli sono leggermente diversi, ma sono sempre tre).
Mi fa sorridere, mi irrita, mi fa pena? Al tipo che sta dall’altra parte dico chi sono, in effetti conosco chi gli ha dato il mio numero, oppure mi spaccio per la donna delle pulizie, o gli dico che ho anch’io un titolo, ma che ho scritto un libro untitled, insomma lo confondo un po’e gli abbasso la voce fino a farla diventare come quella di un oboe?
Costui è un flauto, a differenza del suo antenato che era un clarinetto. Se ha una voce più acuta significa che oltre all’entusiasmo per la citazione dei titoli, ne ha anche un altro di entusiasmo che è quello di essersi appena trasferito qui.
Gli emigrati freschi sono di tre tipi: quelli che credono di essere approdati nel paese delle meraviglie, quelli che tentano di non pronunciare la pericolosa frase: stavo meglio prima e dicono invece: vediamo che si può fare, quelli che si sparerebbero un colpo per essere stati costretti ad andarsene.
La prima è la categoria più a rischio. Di depressione e di rifiuto della nuova vita. E si manifesta dopo un po’.
All’Estero si vive meglio che da noi è una frase-chimera alimentata sia dai mass media che dalla gente. E vorrei tanto sapere chi è stato il primo a tirarla fuori. Forse è uscita a causa della storia del nostro paese che, un tempo, ha avuto un’emigrazione di massa.
Comunque ora è in circolo e non la ferma più nessuno.
E divora persone. Cioè le illusioni di queste persone che parlano come strumenti musicali.
Come questo tipo che telefona all’ora di pranzo, a cui in tre mesi  si smonteranno due miti: quello del titolo e quello dell’estero. E si trasformerà in un trombone bucato.
Gli vorrei dire: quando hai bisogno, chiama pure. Ma sarebbe inutile: al momento vola troppo alto.






lunedì, ottobre 02, 2006
 
Leggendo qui mi sono ricordata di come era prima.
Tra i sei e gli undici anni ho passato le mie estati in un paese in Abruzzo ospite di una famiglia del posto.
Il ricordo più vivo di quel periodo è quello della libertà. Ero libera di andarmene ovunque per tutto il giorno. La libertà aveva anche un risvolto solitario che a volte mi pesava.
I miei coetanei erano ragazzini bizzarri, per lo meno io li vedevo così. D’altra parte anche loro mi consideravano un po’ strana. Giocavamo a nascondino, ma solo nel tardo pomeriggio quando avevano terminato i lavori. Tutti avevano frequentato la scuola fino alla seconda elementare, non avevano giocattoli e avevano le mani da vecchi. A dieci anni si fidanzavano. E gli ultimi tre anni non furono affatto piacevoli per me da questo punto di vista, ché io di storie d'amore non ne volevo assolutamente sapere. Fu per quel motivo che presi l’abitudine di fare lunghe passeggiate in montagna o di vagare per ore da un orto all’altro. Poi divenni amica di una di sedici, fidanzata con uno di città. La città era Sulmona. Io ascoltavo i suoi sfoghi, lei mi proteggeva dalle trappole dei tipi che volevano fidanzarsi con me. L’accompagnavo nei suoi servizi, mi coprivo gli occhi quando uccideva i conigli, e lei mi parlava di questo ragazzo che guidava il camion, che aveva un buon lavoro. Poi ce n’era un altro che le regalava in segreto campioni di profumi e di creme. E lei era combattuta. Però questo tipo non aveva futuro, ché pascolava un gregge di pecore che non era nemmeno suo. E un giorno se ne sarebbe andato da qualche parte al Nord. Il fidanzato, inoltre, aveva fatto assumere suo fratello nella stessa ditta di camion e lei aveva un debito con lui. Sono legata, mi diceva certe sere con le lacrime agli occhi. E’ come se avessi già la fede. Tirava fuori una scatola che teneva nascosta sotto l’armadio. Quello che faceva il pastore le scriveva dei biglietti a caratteri giganti, quello che guidava il camion le scriveva lunghe lettere sui dei fogli di carta velina con le linee tracciate a matita. Lui, il fidanzato di Sulmona, aveva la licenza elementare. Alla fine è meglio in tutto, concludeva riponendo la scatola. Io le davo dei consigli che ogni volta erano un po’ diversi. Mi ricordo che la guardavo in faccia e, a seconda della sua espressione, le dicevo: lascialo. Oppure: continua a stare con lui.
Il 10 agosto c’era la festa di San Lorenzo in una chiesa su in montagna. Ci si alzava prima dell’alba, ci si dava appuntamento a un angolo della strada con altre ragazze, e suo fratello ci portava con il camion, venti o trenta persone, fino a dove terminava la strada asfaltata, dopo si proseguiva a piedi per tre o quattro ore. Il viaggio in camion era bellissimo.
Le vacanze erano scandite da feste religiose, da processioni e da matrimoni che duravano due giorni. Un’estate, una che se ne era andata molti anni prima in America comprò una casa nel paese. Nessuno parlava con lei e con la sua bambina, nemmeno la sua famiglia, e anche a me era proibito avvicinarle. Lei era La Divorziata. La Divorziata aveva la Cameriera. E andava ogni mattina dal parrucchiere a farsi la pettinatura. Verso le undici uscivano in fila indiana lei, la bambina e la cameriera. La Divorziata aveva anche la macchina, una mini minor arancione, e con quella andavano al lago o alla pineta. Quando salivano le scale che portavano alla strada tutti s’affacciavano a guardarle.
L’estate che ho compiuto undici anni è stata la mia ultima estate su quelle montagne.
Ho saputo che la ragazza che usavo come paravento per non fidanzarmi si è sposata l’estate successiva e si è trasferita a Sulmona. Poi è arrivato il progresso e sono stati costruiti gli impianti  sciistici.
Da allora molte cose non sono più come prima, mi ha raccontato qualcuno che ancora va lì. Non lo riconosceresti più. Alla gente è cambiata la testa. I vecchi dicono che questo è un male, ma per i giovani significa la vita.






martedì, luglio 25, 2006
 
Vacanze romane: quasi terminate
Privilegio: Fran la guarda ammirato mentre valutazioni scontatamente immaginabili s’addensano nel suo cervello in formazione. Lei, la sorella più piccola del terrazzo di destra, gelataia part time, ricambia lo sguardo con coni giganti e una raccomandazione alle colleghe: a loro sempre la dose extra!
Stupore: al passaggio della Madonna del Carmine sabato pomeriggio a Trastevere, davanti alla gigantesca statua merlettata di bianco preceduta da una croce con teschio, dalla banda dei vigili, dai poliziotti a cavallo, s’alzava un coro esaltato di viva maria.
Sono drogati? Mi chiedeva Lo.
Sono fatti? Correggeva Fran.
Io, che non perdo occasione per parlar male dei cattolici, stavolta li ho difesi.
E’ il loro modo di manifestare la fede. E poi mica sono tutti così. Alcuni hanno bisogno delle statue, altri no. Vostra nonna credeva in Dio, ma non avrebbe urlato in quel modo.
E li avevo convinti: sì è vero, dicevano con le teste e gli occhi, quando una signora, una di quelle che aveva iniziato il grido diceva ad alta voce: ci dovremmo tagliare tutti davanti alla Vergine e poi buttarci per terra al suo passaggio!
Stordimento: quando il termometro raggiunge i trentasette gradi e il traffico delle sei è un nodo irrisolto si va in un cinema e si sta per 90 minuti al buio, al fresco, in una sala da cento posti vuota senza brusii e intervalli e all'uscita ti gira tutto.
Sorpresa: scopro che il Selarum a via dei Fienaroli ha riaperto e che la libreria del cinema ci trasmette film la sera gratuitamente e ci guardo un episodio dei Ai confini della realtà, ai confini della realtà come mi sentivo io appena arrivata, ma adesso…
Pettegolezzo: il vicino di sinistra ha una fidanzata dell’est con cui parla in... inglese.
Apprendimento di Lo: ha ampliato la sua conoscenza dei termini che indicano gli organi sessuali femminili nonché ha memorizzato un’infinita serie di ritornelli dal contenuto boccaccesco.
E di Fran: come si fa a convincere un quasi quindicenne a girare per il Foro Romano, a cercare il centro della piazza davanti alla Basilica di San Pietro, a guardare la luce che entra dal buco del Pantheon? Non si convince: s’aspetta che arrivino i suoi amici dall’Olanda.
Miracolo: la casa della mia amica tutta dentro la mia macchina!
Conclusione: e poi resterei qui  perchè
E invece
Domani comincio l’operazione valigia e me ne vado al mare più o meno, il meno è un matrimonio che occupa 2  giorni (due) e mi sposterà a Palermo.
E dal 16 agosto sarò di nuovo in Holland ché la scuola riapre.
Quindi
State bene e non litigate;-)






giovedì, luglio 20, 2006
 
Per l’intimità
Mi sveglio perché uno sguardo mi pesa addosso.
Lo sguardo è di un uomo e proviene dall’appartamento del palazzo adiacente al mio.
Sto un attimo immobile mentre valuto quello che farò tra poco.
Lui sta pulendo il davanzale con uno straccio. L’angolo destro del davanzale per la precisione, ché solo da lì può sbirciare nella mia stanza. Dovrei alzarmi e tirare la serranda verso di me, con forza magari, per fargli capire che ho visto che guardava. Ma non ce la faccio. Afferro il lenzuolo, mi ci avvolgo completamente e cerco di riaddormentarmi. Ma i rumori per la costruzione della metro, le auto che passano e le considerazioni idiote: e così l’appartamento è occupato da un deficiente impiccione mi impediscono di riprendere sonno.
Mi alzo.
Yogurt, caffè, clic dell’ombrellone, se l’ombrellone fa clic sono passate le nove e il tavolo è spaccato dal sole, arretrato di D Donna, occhio che conta le foglie del basilico rigoglioso (pianta incompatibile con l’olanda).
Sospiro, e il malumore fugge via.
Clic clac. Una porta di metallo si apre e una figura si compone nel terrazzo a fianco.
Non alzo gli occhi dalla rivista, bevo un sorso di caffè e volto pagina.
La sagoma si schiarisce la voce, una due volte, poi dice: buongiorno! Con un tono squillante, quel tono che si usa quando non vedi qualcuno da un sacco di tempo.
Buongiorno, rispondo. Siccome non riesco a leggere nemmeno una parola m’irrito un po’.
Mi scusi se la disturbo. Continua lui con la voce ancora più entusiasta.
Lo fisso.
Ha una faccia di quelle che dopo un po’ non ti ricordi più, un’età che potrebbe essere di trentacinque o di cinquanta, ma dall’entusiasmo penso che sia di cinquanta.
Volevo farle una domanda.
A quel punto credo che m'esca un sorriso- smorfia che lo autorizza a chiedere.
Lui prosegue con l'entusiasmo in crescita: le sente le vibrazioni?
Stringe le mani intorno alla grata di separazione, appoggia il viso sui quadrati di metallo.
Le vibrazioni? Che vibrazioni? dico io.
Si scioglie in una risatona grassa, divertito dalla natura equivoca della sua domanda.
Le vibrazioni prodotte dai lavori per la metro.
No. Rispondo.
Sarà un problema del mio palazzo perché la signora del piano di sotto le sente, invece.
Dondolo la testa dall’alto verso il basso, stile cagnolino d'auto di una volta, altra smorfia sorriso, conversazione terminata intende il gesto, ingoio l’ultimo sorso di caffè e torno sulla pagina.
Mi tolga una curiosità, continua lui. Quei ragazzini che cenavano ieri sera erano tutti suoi?
No.
Ah. Infatti mi sembravano troppi. A volte la natura è strana: a chi tanti, a chi nessuno. La mia vicina, per esempio, ha provato per dieci anni ad avere un bambino. Ma la lascio tranquilla. Immagino che si sia appena svegliata.
Smorfia- sollievo da parte mia e ritento con la lettura.
Un’ultima cosa.
Ecco a chi assomiglia! Ad Alberto Sordi. Mi ricorda una scena di un film, ma quale?
Le dispiace se monto un’incannucciata di separazione? E' per l’intimità.
Chiude la frase con una strizzata d’occhio, io rispondo: per me va bene.
Poi mi rifugio nell’unico luogo che è libero da persone e da sguardi: il cesso.






martedì, luglio 18, 2006
 
L’isola – 3 – La banda della Vis Botta
Naturalmente c’era un numero 3 che avrebbe chiuso il ciclo dell’isola. E avevo anche cominciato a scrivere qualcosa ieri mattina prima che gli adolescenti o i quasi adolescenti che affollano la casa in cui vivo tornassero in attività. Ma ormai il momento è passato e se mai ci scriverò qualcosa sopra sarà in una storia.
La banda m’aveva colpito assai perché non ne avevo mai vista una, perché i suoi componenti avevano dodici e tredici anni, perché erano femmine, perché erano pericolose e sgradevoli in modo talmente eclatante da risultare commoventi.
Tant’è che alla loro prima apparizione pensavo che fosse la scena di un film, una specie di scherzo organizzato dagli animatori dell’isola. Ma poi mi sono detta che no, che era impossibile, che Almodovar non si sarebbe scomodato per girare un film tra i pini Caprera e che non avevamo pagato un extra-sorpresa.


postato da alice121 ~ 18/07/2006 10:20 ~ commenti (3)
~ fatti italiani




venerdì, luglio 14, 2006
 
L’isola – 2-
Io credo che molti mali dell’Italia potrebbero essere ridimensionati o spazzati via. E non penso che il cambiamento dovrebbe partire dalla classe politica, dalla tv o dalla stampa.
Loro, i centri di potere e/o d’informazione,  non sono che altro che un’esasperazione di quello che siamo noi.
E dunque la ricetta è semplice e neanche complicata (apparentemente) da realizzare.
Bisognerebbe imparare a fare le file.
Io credo che parta tutto da qui. E non c'è neanche bisogno di dilungarsi a spiegare perché. Chi non rispetta il suo turno, chi finge di non notare l’esistenza di una coda o s’arrabbia se qualcuno gliela indica è uno che giustifica il privilegio se questo va a lui e quindi un corrotto .
Sull’isola davanti all’unica fontanella d’acqua potabile un bambina con una treccia bionda ben tirata, alta poco più di un metro, si precipita a bere.
La mamma: Martina! Sei passata davanti a tutti! Mettiti dietro agli altri.
La bambina s'arresta indecisa, ma interviene il papà: Amore ma la bambina è piccola e ha tanta sete!
La mamma per un attimo tace, con gli occhi sembra dar ragione alla frase di lui, fissa la figlia che inghiotte rumorosamente, e all'improvviso dice: mica moriva di sete se aspettava cinque minuti! Certe cose bisogna impararle da piccoli, altrimenti…
Lui alza le spalle e risponde: e quanto la fai lunga per un sorso d’acqua!






giovedì, luglio 13, 2006
 
L'isola - 1 - Peccato non esserci stata per la finale
Il contrario dell’Olanda non è la Svizzera o la Val D’Aosta, il contrario dell’Olanda è una piccola isola di cui con lo sguardo puoi tracciare i contorni.
Qui finisce la terra, lì inizia il mare.
Il colore che si oppone al grigio bianco olandese (a primavera inoltrata, per la verità, si copre di colori, ma alla fine se devo sceglierne uno mi viene in mente questo) è l’azzurro. E il Mediterraneo è pieno d’isole con il mare di questo colore. Così quest’anno siamo sbarcati a Caprera. A Caprera ci sono tre cose: la casa di Garibaldi, la scuola di Vela e le capanne del Club Med che l’anno prossimo saranno abbattute con le ruspe. Se otterranno il permesso verranno sostituite con finte capanne dotate di bagno, aria condizionata, eccetera.
L’ottanta per cento del personale del Club è francese, il restante 20 è italiano. Nelle due settimane che sono stata lì ci sono state due partite dell’Italia e due della Francia. Siccome la cosa noiosa dei Club è l’animazione serale, nelle 4 sere delle partite ho tirato un sospiro di sollievo. Leggere, per esempio, non si può. Si potrebbe in capanna con una torcia (c’è una piccola lampadina centrale ma la luce è troppo fioca) ma alla fine ci si stufa di posare la torcia ad ogni cambio di pagina oppure si potrebbe vicino al bancone del bar, ma come è intuibile c’è un chiasso pazzesco, oppure nei bagni - c’era un tedesco che leggeva tutte le sere seduto tra due lavandini – ma a me questa soluzione faceva schifo. Così mi sono vista tutte e quattro le partite. Viste è un modo di dire. Stavo lì davanti allo schermo e guardavo le persone guardare. Gli italiani erano mettiamo 500 e i francesi 50. E quando c’erano le partite della Francia al bar, per un loro accordo, lavoravano solo le ragazze. Per tentare un’analisi del comportamento del tifoso di calcio di due diverse nazionalità davanti a una partita bisognerebbe avere un pubblico di ugual numero e omogeneo come composizione e quello italiano oltre a essere più numeroso era anche pagante. Comunque questi c’erano e questi ho guardato. Quello che non dice niente, quello che si morde la pelle della dita, quello che stringe le mani sulla sedia davanti, e ci giurerei che manco lo sa dove sono le sue mani, quello che si copre gli occhi, quello che bisbiglia da solo. Poi si alzano in piedi e urlano di gioia o di sdegno.
Sia gli italiani che i francesi.
Ma dopo l’urlo di gioia che segue al goal il comportamento si differenzia. C’è l’italiano ultra cinquantenne che bacia appassionatamente la moglie (caspita e chi l’avrebbe mai sospettato?) quello che prende la sedia davanti a lui e la solleva in alto come fosse la coppa (e mi costringe a allontanarmi), quello dall’aria precisa che tira fuori dei fischi che se non l’avessi sentito mai avrei immaginato, quello che ripete la stessa frase almeno trenta volte. I tifosi francesi, invece, dopo l’urlo di giubilo posano le braccia uno sulle spalle dell’altro e intonano una canzone.
La sera di Francia-Brasile m’incrocio con uno del villaggio addetto alle pulizie, con cui avevo scambiato qualche parola, era di P.(italia) e quindi non guardava la partita. Chi vince, gli chiedo. Non lo so, risponde lui. Gira intorno ai tavoli da ping pong con la scopa e la paletta, raccoglie una bottiglia di plastica, qualche cicca e getta tutto in un secchio. Si ferma davanti allo stand dove le lavoranti francesi vendono i buoni per i bar e ricaricano i cellulari, parla con una, l’unica carina secondo me. Poi mi si avvicina di nuovo, raccoglie una carta invisibile. Vince il Brasile! Vince il Brasile! Mi sussurra all’orecchio senza fermarsi.


postato da alice121 ~ 13/07/2006 16:34 ~ commenti
~ fatti italiani




lunedì, luglio 10, 2006
 

E poi hai notato? Sono aumentati anche i gabbiani
La notte della finale ci vede così distribuiti: Fran con un suo amico in
un paese di circa trenta abitanti in cima a una montagna vicino
Torino, Emme in un pub di little italy a San Francisco, Lo e io in un
soggiorno tiepido al centro di Roma. Da tipica famiglia
internescional. Però Lo ha una malefica trombetta e dei riti da rispettare, e
alla fine della partita sarò assai provata. Alle 4 del pomeriggio,
invece, guardavamo i tifosi passare, trovavamo una targa di
un'automobile, entravamo in un ufficio di polizia deserto, seguivamo
dai monitor quello che succedeva all'esterno, Lo disteso su una
poltroncina, perfettamente a suo agio e deluso che non accadesse
nulla, mentre il commissario rintracciava sul terminale colui che
aveva smarrito la targa. Nel tragitto di ritorno verso casa, lì sì che
c'era da guardare: una ragazza vestita di nero con dei teschi
ovunque, che puzzava di vino e d'ammoniaca, un vecchio arabo
abbracciato a un semaforo che malediceva le bandiere e i clacson e
ripeteva sottovoce: italia perde, italia perde, un tipo con le
stampelle che voleva fare la pipì in un angolo e non riusciva a
slacciarsi i pantaloni. Sembra quel quartiere di San Francisco, senza
case rotte e senza grattacieli, però, diceva Lo. Ma con i gelati.
Dicevo io. Già. Quando si chiama ice cream fa sempre schifo. Ci hai
fatto caso? Continuava lui. Attento! Urlavo io. Troppo tardi: un etto
di panna era tristemente deceduto sul marciapiede. Ma c'erano altri
tre montagne da leccare. Pistacchio, limone e cioccolato. Il segreto è
il pistacchio, spiegava lui. Perché va d'accordo con gli altri due.




postato da alice121 ~ 10/07/2006 15:06 ~ commenti (1)
~ fatti italiani




mercoledì, luglio 05, 2006
 
Piazza Venezia e le auto bianche
Su un autobus drammaticamente inclinato verso destra ripasso gli incidenti che m’è capitato di leggere sui giornali e concludo che un autobus che si è capovolto da una parte non c'è mai stato.
Io, purtroppo, sono incollata alla porta e, nel caso, sarei tristemente schiacciata. L’autobus è apparso come un miraggio sui sanpietrini fumanti dopo un’ora e mezza d’attesa. Mentre mi do della stupida per la faccenda del ripasso, l’autista dice: ancora qualche minuto e poi facciamo il botto!
Guardo tutti gli altri intorno a me: se ne stanno lì con le facce impassibili ammollate dal caldo.

Come il botto? Chiedo infine.
Il botto, lo schianto, insomma ci siamo capiti, no? Del resto voi volete salire e io non corro il rischio di essere menato dicendo che è stato oltrepassato il numero di passeggeri e che dovete restare giù.
Io voglio scendere, dico. Se c’è la possibilità di un botto preferisco andare a piedi.
Mica è pericoloso, dice lui. Il botto è quello che fanno gli ammortizzatori quando si rompono e dopo l’autobus non cammina più.
Era meglio se l’Italia perdeva la partita, dice un pakistano con un sorriso che pare smentire la frase che pronuncia.
Mica c’entrano i tifosi, dico io. Sono i tassisti che hanno bloccato gli autobus.
No, sono quelli che vanno in giro a suonare per l’Italia, risponde lui.
Sono i tassisti, conferma il conducente.
E perché? Chiede uno con due valigie enormi e una nazionalità che non riesco a decifrare( è molto carino però).
Perché il governo ha deciso di liberalizzare le licenze e le tariffe s’abbasseranno, gli spiego.
E’ giusto, dice lui, sono troppo elevate. E comunque se perdo l’aereo la prima auto bianca che incontro la brucio! Lo giuro! Si guarda intorno in attesa d' una reazione.
Ma gli altri passeggeri tacciono.


postato da alice121 ~ 05/07/2006 16:09 ~ commenti (7)
~ fatti italiani




martedì, luglio 04, 2006
 
Dall’isola al paese di effe
Sono tornata o arrivata?
Sei mesi d’assenza da Roma mi suscitano una certa confusione, confusione iniziata allo sbarco dal traghetto dove alcuni furbi accendevano i motori per rinfrescarsi un po’ , 30 minuti chiusi nei garage, automobilisti e gente a piedi, io in quel posto non ci entro, c’è un’ altra uscita? Un’altra uscita non c’è, allora io resto sulla nave, ma noi la dobbiamo pulire, io a respirare gas di scarico non ci vado, allora passi dal ponte due, lì le auto sono già uscite. Confusione nella piazza dove si festeggia il primo maggio, dove c’era un concerto dei Subsonica, e meno male che Fran l’ha saputo solo dopo, confusione nella pizzeria sotto casa con le macchine in doppia fila, dove  si urlava invece di conversare, forse in questi 6 mesi gli abitanti di Roma sono diventati sordi? Confusione mentre ascoltavo quelli del tavolo dietro al nostro, che urlavano anche loro, in olandese: incredibile!, suoni che identificavo e quasi ne seguivo il senso. Se cominciassi a memorizzare le parole… ma non comincio.
In effetti ieri sera avrei spento anche il pulsante con l’italiano che “guarda mia suocera non la reggo proprio” e “Jessica, a Jè attenta che te macchi col sugo la maglietta nuova” mi distraevano dalla birra ghiacciata, ma per fortuna c’erano loro, i figli, che identificati i dutch hanno iniziato una gara su chi sapesse più parolacce, e mentre tentavo di farli tacere, mi sono persa la frase che ha spinto Jessica, una bambina bionda e abbronzata di circa dieci anni, ad alzarsi e a correre all’interno della pizzeria, urtando il nostro tavolo e mormorando a voce sostenuta tra le lacrime - era un mormorio rispetto alle altre voci, squillanti roche e pastose ma tutte rigorosamente a forza dieci - andate a quel paese tutti, beh il paese l’ho cambiato io, licenza poetica diciamo, il paese di Jessica era un altro, cominciava con la effe, e ci giurerei che è popolato da genitori sbrodoloni che approvano le macchie.






venerdì, maggio 12, 2006
 
Milano, immigrato romeno...,  continua qui.
Le scrivi certe storie perché non ne puoi fare a meno. Le scrivi perché sono già accadute e per una sciocca idea infantile ti dici che se vanno sulla carta, sulla rete, se diventano parole insomma, poi non accadono più. Le scrivi perché hai visto una signora con foulard, maggiolino nero e luci lampeggianti in seconda fila, infilare buste nel cassonetto - le labbra piegate in una smorfia per la fatica di sollevare i sacchi - e ignorare quella voce insistente che le chiedeva di regalargliene uno.
Quel cappotto, non lo lascerà qui.
Afferra la maniglia e prova a scardinare il coperchio, ma quello resiste. Posa la busta, tira di nuovo con forza puntando i piedi, ora sì che sarebbe nei guai se passasse una macchina della polizia.
Respira, riempie i polmoni e dà un altro strappo secco, ecco lo sportello s’allenta, s’intravedono gli abiti e il cappotto proprio in cima al mucchio. S’allunga sulle punte dei piedi, il buco nella scarpa cede e l’acqua piovana penetra all’interno come un serpente ghiacciato.
Non molla, lo prende, eccome se lo prende.
Tira ancora, quanta forza c’è nelle sue braccia, l’apertura è ampia adesso, si appoggia con le braccia sul bordo, si solleva, entra per metà nel buio pesante in cui si trovano gli indumenti usati. (brano tratto da Vedrai Vedrai).






giovedì, gennaio 05, 2006
 

Per l'estate, per un cappuccino freddo.
Le mie due amiche sono allegre, con pochi euro nel borsellino, o per lo meno con poche monete da destinare al più, i soldi per mangiare li hanno, ogni tanto si comprano qualche vestitino, ma solo in certi posti economici che conoscono loro, una soprattutto ha sempre addosso cose particolari. Era la cantante di un gruppo rock femminile, è stato scioccante la prima volta che l’ho vista esibirsi: era un’altra persona sul palco. Poi se ne andò via la bassista e allora presero un uomo, ma lo tennero poco perché suonava male ed era timido e se suoni non puoi essere timido a meno che non sei un virtuoso delle quattro corde del basso, e lui era timido anche con la musica, comunque poi il gruppo si è sciolto.
Le mie amiche un tempo erano ricche, ricche magari è esagerato, diciamo che guadagnavano bene.
Scrivevano romanzi rosa.
Narravano le avventure d'amore dei Bill con le Jenny e dovevano firmarsi con Pamela o Sue. Laura e Giovanna non erano nomi che si addicevano alle loro storie. Poi il genere rosa è deceduto, hanno tentato con l’erotico, hanno scritto un romanzo a due mani, sono andate da un editore, lui è stato gentilissimo, le ha ricevute nella sua stanza bianca e blu, che pareva la cabina di un capitano di una nave, ha offerto loro un bicchiere di bianco ghiacciato, li aveva letti tutti i capitoli della loro storia, be’ si vedeva che sapevano scrivere, il suo era un settore in crescita e le scrittrici della sua collana voleva incontrarle di persona, per questo le aveva fatte andare da lui, però ecco…
Però?
Ragazze siete troppo…
Troppo? Poco erotiche forse?
Sì. Siete romantiche! Troppo! Le scene di sesso sono insignificanti. I miei lettori, lo sapete, sì, che un numero sempre maggiore di uomini acquista romanzi di letteratura erotica, vogliono roba più forte!
Possiamo riscriverle.
Lui ha scosso la testa e ha risposto: Ormai è troppo tardi. Le frasi vi escono rosa, non c’è nulla da fare. Cambiate genere.
E così hanno fatto.
Una è diventata traduttrice, attività con cui non si diventa certo ricchi, e l’altra si è arrangiata con quello che le capitava o andava a pescare, ma dove? Ah non lo so proprio. I lavori più stravaganti di Roma li ha fatti lei, ne potrei descrivere due o tre, ma non lo faccio, perché se mi leggesse poi magari mi direbbe: ehi si capisce che sono io, comunque i suoi lavori devono tassativamente iniziare dopo le undici di mattina perché lei ha il risveglio lento.
Ora sta scrivendo un libro, che tipo di libro non lo spiego, poi magari mi dice: hai messo troppi dettaglii, però siccome fa delle foto bellissime, dico che questo libro c’entra con le foto oltre che con le parole.
E insomma ci diamo un appuntamento al centro, di solito scovano dei posti molto carini dove con pochissimi euro mangi tanto o bene. Una delle due mi dice: prendiamo un aperitivo, un aperitivo abbondante che sostituisce la cena, in questo bar che sta in questa libreria, perché così mi copio un paio di poesie di Shelley che non riesco a trovare, mi servono per il libro.
Il cameriere del bar, che le conosce, dice: fate come se foste a casa vostra, io penso che dice così tanto per dire, invece, questo lo capisco dopo, lo dice convinto con una punta d'ironia, forse, una punta leggera leggera, perché tutte quelle tartine, tramezzini, pizzettine, vengono messi su un piatto per sei volte, a turno, da ognuna di noi.
Loro bevono vino rosso in quei bicchieroni di degustazione solo che il cameriere che le conosce glieli fa belli pieni, con me invece, storce il naso, piega la bocca, scuote la testa perché non si può ordinare un cappuccino alle sette e mezzo di sera.
Ma lei vive in Olanda! Dicono le mie amiche in coro.
Ma cosa c’entra, ora sta qui a roma, sei di roma, no?
Il secondo giro degli antipasti, ma è un gioco o una cena? Il secondo giro è più difficile, un po’ imbarazzante, però il cameriere è distratto o si finge distratto, va al bagno, si mette a sfogliare le riviste esposte al fianco del bancone, torna al bagno, un’altra volta? Noi ridiamo, di cosa, di che? Non me lo ricordo più, ridiamo insensatamente credo, per loro potrebbe essere quel superbicchiere di vino, ma per me? Sarà il cacao del cappuccino, forse, oppure sarà che in quelle due ore transitano le persone più curiose e buffe di roma nel bar.
Sciogliamo la riunione. Un cappuccino e due bicchieri di vino, dico.
Ma davvero, dice lui, ma lo sai che non lo ricordavo? Tornate, tornate presto.
Lo guardo perplessa, loro, le mie amiche, ridono o sorridono.
Tornate, davvero, dice il cameriere.
 Ah io non torno, cioè per un sacco di tempo sarò via, parto domenica.
Allora torni per un cappuccino freddo. Stavolta non commento, giuro, dice il cameriere. E si posa una mano sul cuore.







domenica, dicembre 18, 2005
 

Sotto il cielo di Roma
La febbre è improvvisamente scomparsa.
Forse la temperatura, il cambiamento d'atmosfera, forse il nuovo specchio davanti al quale ho recitato la formula magica.
Comunque ora sono qua.
Per un po' me ne vado in giro poi magari scrivo.  







giovedì, luglio 07, 2005
 

Prima che parlino

Sull’autobus  alle 18.00 con l’aria condizionata che non funziona e i finestrini chiusi, cerco di concentrarmi su qualcosa fino a quando salgono due ragazze che si siedono proprio davanti a me.
Molto belle, sui sedici diciassette anni.
Passeranno uno o due minuti e parleranno. In quei 100 secondi ho il tempo di notare che delle amiche affiatate come sembrano essere le due davanti a me non sono mai entrambe stupende. E che se una è bella, l’altra si dice passabile. Le belle cercano sempre la compagnia delle brutte.
Una è bionda e una mora. Quella bionda ha occhi nocciola  molto grandi in accordo completo con i capelli. Quella mora ha occhi a mandorla con ciglia lunghissime. Anche ciò che è sotto i visi mi sembra nella norma e anche oltre.
Sono perfette insomma e se proprio devo trovar loro un difetto, direi che sono sudate.
Valuto chi è la migliore, ma non so decidermi. Vorrei che Fran fosse qui, per sentire il suo parere.
Poi quella mora parla. Piazza una frase che conclude un discorso che avevano già iniziato prima di salire, è evidente.
Se c’hai il ragazzo giusto, stai na favola. Dice.
E la bionda risponde: Regolare.
Vuoi na gomma? Chiede la mora.
Due. Dammene due, risponde lei con un battito di ciglia.
Due Big Babol a testa. Che masticano con accanimento.

Lo so cosa avrebbe risposto Fran, e non lui solo, a un commento circa la mia disillusione sulle due: questo è un dettaglio che non c’interessa.



postato da alice121 ~ 07/07/2005 08:25 ~ commenti (5)
~ fatti italiani




mercoledì, luglio 06, 2005