ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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mercoledì, febbraio 28, 2007
 
Non è una malattia, non è nemmeno un problema in effetti
China non è China ma Silvestro.
Me l’ha svelato il Vet dopo un’attenta osservazione.
La palpava e mi faceva le domande, poi ha taciuto all’improvviso, io ho trattenuto il respiro, ecco, mi sono detta, ha scoperto che ha qualcosa di terribile perché è caduta dalle scale del secondo piano quando aveva poco più di un mese, oppure ha una malattia inguaribile o una malformazione che non dà speranze, mentre pensavo tutte queste cose il Vet ha sollevato la testa - la povera gatta invece continuava a tenerla bassa per la paura o per l’umiliazione o per entrambe - mi ha guardato, con il polso si è ricacciato indietro il ciuffo filiforme biondo, e infine ha detto: non è lei è lui!
Ho respirato di nuovo, e ho pensato che l’equilibrio maschio-femmina della mia famiglia era definitivamente compromesso.
Ma l’abbiamo chiamato China! Ho detto scioccamente.
Be’? Ha risposto lui. Il nome China va benissimo per un maschio.
Sono tornata all’ingresso, la segretaria mi ha teso il passaporto.
C’è un problema, ho detto. Non è una femmina, è un maschio, il nome va cambiato.
Lei ha risposto che ormai era impossibile correggerlo, che al gatto non importava nulla del nome, che lei al suo cane, una femmina, l’aveva chiamato Marcelo come Marcelo Mastoiani.
Non ho detto nulla, un po’ per lo stupore di questa conoscenza italica, ma soprattutto per rassegnazione. Perché lo so: quando un dutch afferma “ormai è impossibile” continuare a insistere è da scemi.
Tranquillo, ho detto quando eravamo soli, lui e io, in macchina.
Per la faccenda dei nomi sono all’antica.







lunedì, febbraio 26, 2007
 
Dalla mia posizione osservavo la stanza.
Era una stanza ampia, di venti metri quadrati circa, illuminata da due grandi finestre e da una plafoniera incollata al soffitto che pareva un coccodrillo in attesa di un cerbiatto, ma avevo sonno e questo spiega l’immaginazione.
C’era una scrivania piccola accostata al muro, zeppa di cartelle, una fotocopiatrice e un monitor di un computer ricoperto da un telo di plastica su un tavolino di metallo, una cassettiera dove erano ammucchiati fascicoli e cartelle, e una macchinetta per l’espresso con dei bicchierini di plastica e le bustine di zucchero in un vassoio. Una armadio-libreria di vetro, con dei libri all’interno, che mi ha smosso la curiosità d’ avvicinarmi, ma si trovava dalla parte opposta rispetto a dove ero io e non mi sembrava il caso di andare a curiosare.
Sulle pareti erano appesi tre calendari, un crocefisso lungo circa un metro su cui era stato incastrato un ramoscello d’ulivo, secco e impolverato, un foglio di papiro rinchiuso dentro un quadro con il disegno di un faraone e un poster strappato su un angolo con il ritratto di Pirandello.
La signora era seduta dietro a una scrivania enorme che avrebbe potuto contenere un sacco di oggetti, e invece ce ne erano solo cinque.
Un calendario-agenda da tavolo con mille appunti, mille post it e mille scarabocchi di qualcuno che ha provato delle penne che inizialmente non scrivevano.
Un portamatite con delle matite spuntate, un righello e due paia di forbici, un paio più piccolo con la punta arrotondata e uno più lungo dall’aspetto affilato.
Un contenitore di legno porta documenti pieno di documenti.
Un telefono degli anni ottanta con le lucette che non lampeggiavano più e una scatola trasparente con degli elastici gialli e delle puntine.
La signora aveva i capelli tinti di biondo, di un biondo biscotto che in natura non esiste, in accordo con la carnagione scura, di gran moda tra le signore tra i cinquanta e i sessanta con la carnagione scura, le dita sfavillanti di anelli, uno smalto rosa sulle unghie, la pelle del dorso delle mani con delle macchie scure.
La signora quando siamo entrate era al telefono e ci ha fatto cenno di sedere, la mia amica si è seduta, io sono rimasta in piedi perché la pelle della poltroncina era sollevata e avrei dovuto lisciarla prima di sedermi.
Quando la telefonata è terminata, la mia amica ha cominciato a parlare, ma dopo qualche secondo qualcuno è apparso sulla porta e ha fatto una domanda a cui la signora ha risposto prontamente.
Per la rapidità della domanda e della risposta la mia amica non ha interrotto il discorso, l’ha solo rallentato un po’.
Poi la signora ha preso un cartellina dal porta documenti l’ha aperta e ha dato un’occhiata ai documenti. Continui, ha detto, l’ascolto.
La mia amica ha continuato.
Il telefono ha squillato, ma doveva essere una comunicazione all’interno dell’edificio perché la signora non ha risposto pronto, ha detto: sì certo. Ha chiuso la cartellina e l’ha riposta nel porta documenti, ha preso una penna da un cassetto della scrivania e ha segnato un appunto sul calendario-agenda da tavolo tra gli scarabocchi.
Intanto la mia amica, dopo aver esposto il centro del suo discorso, tentava di rifinirlo con degli esempi e sulla faccia della signora calava la noia e immagino che due esseri minuscoli abbiano chiuso con delle porte i padiglioni delle sue orecchie perché ha cominciato a fissare la mia amica come se fosse il panorama al di là di una finestra da cui si guarda sempre.
Poi ha squillato il cellulare, una suoneria discreta di un modello discreto, la signora si è destata dall’incanto, ha messo su uno sguardo attento, con la mano meno sfavillante ha arrestato il flusso di parole della mia amica.
Ci vediamo alle 13.00 a Via Appia e ha detto il nome di un negozio. Vedrai che lo trovi. Se non lo trovi, chiedi: lo conoscono tutti. E’ vero che lo conoscono tutti: lo conoscevo anch’io.
La mia amica ha concluso il suo discorso, la signora le ha dato una risposta talmente generica che poteva essere la risposta per qualsiasi altro discorso, e a una domanda della mia amica che era poi la ragione per cui era andata lì, a sprecar parole, la signora ha detto che ci avrebbe pensato.
La mia amica le ha teso la mano, ringraziandola, ma il telefono ha squillato ancora mentre una voce chiedeva dalla porta: Preside prende qualcosa al bar?
Lei ha risposto: già fatto, grazie! Ha sollevato la cornetta, si è dimenticata di quella mano a mezz'aria e ha piegato le labbra in una specie di sorriso ed è stato il segnale del suo congedo.
Ti pare normale? Ho chiesto alla mia amica mentre scendevamo le scale.
Lei m’ha risposto che le pareva normale, anzi normalissimo. Che era stata gentile ad ascoltarla, che le aveva risposto che ci avrebbe pensato. Che c’era di peggio.


postato da alice121 ~ 26/02/2007 12:17 ~ commenti (5)
~ fatti italiani




venerdì, febbraio 23, 2007
 
Ritorno
Tra qualche ora con il solito aeroplanino tornerò su.
Il bello è che anche quando vengo giù penso di tornare.
Questo dualismo del ritorno è un po' dissociativo ma anche consolatorio in effetti.
Ho fatto un po' di spesa, dato che avevo una valigia praticamente vuota. La valigia è piccola e quindi non la spedirò.
Spero che non me la aprano, ma tanto la aprono sempre.
Esporto pasta d'acciughe, formaggi e pomodori pachino, ma soprattutto dentifricio.



postato da alice121 ~ 23/02/2007 08:59 ~ commenti (12)
~ pensierini




mercoledì, febbraio 21, 2007
 
Sono fuori tempo perché ero fuori
Dunque vado a vedere il film da sola e non al solito cinema.
Il cinema si trova in un quartiere ad alta densità di uffici, di negozi e di anziani benestanti.
Se vai in un cinema di un quartiere popolare, come Testaccio, gli anziani alle quattro stanno a chiacchierare in piazza o al bar, ma se vai in un quartiere ricco e per giunta piove, vanno al cinema, ovvio.
Se poi il cinema pratica la numerazione dei posti: sei fregato, se non ci rifletti in tempo.
Io ho il numero 8f che è occupato da una signora molto ma molto anziana.
Glielo dico che ha occupato il mio posto? Perché dovrei? La sala è vuota.
Mi siedo al 9f.
Arriva un signore molto anziano, mi guarda, scandisce la numerazione dei suoi biglietti e quella della poltrone.
9F! Qui c’è un errore, dice allo schermo.
Mi scusi, dico. Mi sono seduta al suo posto perché il mio era occupato.
La signora molto ma molto anziana alla mia destra, rivolgendosi anche lei allo schermo, dice: eh, quante storie per un posto! Oltretutto la sala è vuota!
Che facciamo? dice il signore molto anziano, sempre allo schermo.
A quel punto commetto un errore perché chiedo alla signora molto ma molto anziana: le dispiace se mi siedo all’otto?
Lei scuote la testa e sussurra ad alta voce (come è possibile sussurrare ad alta voce? Non lo so: in teoria è impossibile) all’amica molto anziana: da non crederci Margherì! Ci dobbiamo spostare!
Ci sediamo con il nuovo assetto.
Il signore molto anziano si guarda intorno con aria compiaciuta, si toglie l’impermeabile, il cappello, la sciarpa, i guanti e poi aiuta la moglie a svestirsi.
Mi vengono in mente le istruzioni prima del decollo: dovete indossare prima voi la mascherina che eroga ossigeno, dopo aiutate chi non è in grado di farlo.
Parte la pubblicità, io tento di telefonare, ma il campo va e viene.
Entrano altre persone sempre più anziane.
Si riempie la mia fila, quella dietro e quella davanti.
Entra anche un ragazzo, un ragazzo vero, non uno di trenta o quaranta anni, un ragazzo sui diciotto, e si siede molto avanti. I suoi capelli scapellati (parola inventata da Lo un po’ d’anni fa) risplendono solitari davanti a me.
E allora capisco che il ragazzo sapeva, io no, purtroppo, io sono fuori tempo e fuori posto, ma ormai è troppo tardi per cambiare perché sono circondata.
Ti rendi conto? Bisbiglia ad alta voce il signore molto anziano alla moglie. Che se non la facevo alzare ci toccava muoverci magari dopo, con le luci spente?
Che ci vuoi fare, risponde lei. Questo paese è così: ognuno fa come gli pare!
Seguitano a bisbigliare ad alta voce, di me.
Costituisco anche il soggetto della conversazione che si svolge tra le due signore alla mia destra anche se si mantengono su un filo più generico.
Il tono è identico, però. Bisbiglio ad alta voce.
Invidio terribilmente il ragazzo davanti che sfoglia pigramente il giornale, e  ragiono sulla possibilità di uscire dalla fila, ma non so da quale parte sia preferibile passare. Penso che se resterò lì non potrò fare a meno di sentire i commenti, le previsioni, il rammarico, la condivisione di quel che accade e che mi irriterò assai.
Poi scende il buio, e decido che se esagereranno  gli dirò di tacere.
E invece nessuno parla. Credo per le scene del film che sono comprensibili, d’impatto, corrono veloci e non lasciano spazio alle considerazioni.
A un certo punto una signora fa una battuta molto audace sul sesso e di cui resto  sbalordita.
C’è un intervallo minimo che non concede l’imbastitura di un discorso.
Nell’ultimo quarto d’ora, quando il ritmo rallenta e i fili si sciolgono, ecco che si affaccia timidamente un brusio di anticipazioni, che si riveleranno errate, ma quando il chiacchiericcio sale di tono, e io mi dico che non vale la pena di dire nulla, che in fondo sono stati bravi, s’alza un imperioso: shhhhh che surgela le voci, senza possibilità di replica.
Le luci si riaccendono, e mi volto e li guardo mentre s’infilano cappelli, cappotti, guanti e sciarpe.
Chi sarà l’autrice della battuta scabrosa sul sesso e quella che ha urlato quel shhhh?
Ma le loro facce non scuciono indizi.
Oggi però rientro nei tempi e me ne vado a vedere un film in compagnia, in un cinema sicuro.







martedì, febbraio 20, 2007
 
L’olandese, per esempio, quello è impossibile.
In due giorni di Roma ho bruciato una scheda telefonica e bevuto un numero vergognoso di caffè ché ognuno che incontro mi dice: te lo prendi un caffè?
Inseguito Silvio Muccino (con Zazie e Lo, ma era Zazie che voleva l’autografo) ma lo abbiamo perduto a un bivio. Grande magazzino o direzione Villa Borghese? Secondo me verso Villa Borghese dato che era con una ragazza. Dopo lo smarrimento del Muccino è seguita una conversazione animata in cui Zazie sosteneva che la ragazza era orrenda e Lo diceva che Muccino poteva dirsi simpatico, ma non certo bello, anzi che è decisamente flaccido e se lo è adesso chissà come diventerà dopo. Io ci ho provato a dire che forse esageravano, ma non mi stavano a sentire. Ho pure fatto un po' la bastarda e detto a Zazie: ci pensi? Se fossi stata più decisa avresti fatto vedere alle tue amiche  il suo autografo e ti saresti potuta inventare pure una bella storia su come l'avevi incontrato.
Conosciuto una tipa che vive con tre gatti, due furetti e tre cani, tutti maschi, e che mai vivrà con un uomo.
Ascoltato il racconto di un tassista su Piazza Vittorio dove di notte scintillano le lame dei coltelli. A questo scintillio contribuiscono tutti tranne i Cinesi che se ne stanno per conto loro. Però quando siamo passati scintillavano solo i binari e i sanpietrini. Perché piove, piove sempre, ma non me ne importa nulla in effetti.
Combinato pasticci con gli appuntamenti.
Comprato al reparto libri usati di MelBookstore Terrorista di John Updike, uscito un mese fa, ma il colpo grosso l’avevo fatto a Natale quando trovai Nell’esercito del Faraone di Wolff.
Imparato a collegar cavi.
Se ho imparato a collegar cavi posso imparare tutto, o quasi.






venerdì, febbraio 16, 2007
 
Un pomeriggio al Super
C’è il supermercato e potresti essere ovunque.
C’è il parcheggio davanti al supermercato, e anche con questo parcheggio e con queste auto, lucide ed enormi, potresti essere altrove.
Ci sono le signore che spingono i carrelli, i padri con i figli sulle spalle, un paio di cani legati, con lo sguardo preoccupato, che aspettano i padroni.
Se guardi i due cani, che s’ignorano scrupolosamente, ti dici che non sei in una grande città o in una tartassata dai furti.
Perché uno dei cani è un bastardo bianco e marrone, ma l’altro è un Labrador nero. E il padrone del Labrador nero se si trovasse in una grande città o in una tartassata dai furti non lo lascerebbe con tanta leggerezza. Ma li rubano i cani adulti di razza? Pensi che sì in un luogo dove si ruba di continuo anche un cane adulto, ma di razza, potrebbe far gola.
Comunque ci sono i cani, i carrelli pieni, le signore con gli stivali, i padri con i figli, e pensi che potresti essere quasi ovunque. Certo se hai lo sguardo che misura, noti che le signore con gli stivali sono altissime e anche i padri e i figli seduti sulle spalle sono dei giganti.
Piove.
Allora, ti dici, fissando quelle gocce sottili, allora sono a Nord! Torni a guardar meglio la scena e t’accorgi che nessuno ha un cappello, un ombrello, un impermeabile; certo, ci sono le signore con gli stivali, ma sono stivali con le punte e i tacchi altissimi, che non c’entrano nulla con la pioggia.
Allora nella tua mappa mentale sali ancora più a Nord.
Poi vedi un signore anziano, un gigante anziano, che sta uscendo dal parcheggio alla guida di un catorcio, è una macchina piccola, ammaccata sulle fiancate e sul portabagagli, e ti chiedi se è la macchina che ti appare tanto piccola perché lui è così gigante oppure se questa macchina ti sarebbe apparsa piccola anche se dentro ci fosse stato un vecchio piccolo.
Ti fai un’altra domanda sempre del genere "che non ti porta da nessuna parte"  ma che ti fa compagnia, e poi noti che il signore anziano manovra in modo assai maldestro, sfiora il parafango dell’auto che c’è dietro , accelera e ne urta una davanti, si gira a destra e sinistra con una mossa ladresca, tu sei coperta dall’albero e non s’accorge di te, allora lui dà una violenta accelerata e parte con un borbottio lamentoso della marmitta che sta per venir giù.
Ah, dici tu, mentre il catorcio macchiato di ruggine e di fango lascia il parcheggio, questa scena io già l’ho vista. Non è che proprio lo pensi, diciamo che hai una specie di pre-pensiero, di un riconoscimento di un fatto che ti è familiare.
Il pre-pensiero è più veloce del pensiero ed ha la durata inferiore a quella di un lampo.
Però il catorcio macchiato di ruggine e di fango non ha ancora abbandonato il parcheggio, il vecchio gigante è ancora lì che gira a destra e sinistra la sua testa enorme, e una signora in un paio di stivali, una gonna corta su due gambe da statua di Michelangelo, parla al telefono. Quando il catorcio svolta a sinistra, la signora con tre passi, mentre tu ne avresti fatti almeno sei, raggiunge l’automobile danneggiata, conferma che il danno c’è stato e scandisce dei numeri e delle lettere.
Forse conosce il proprietario dell’auto danneggiata, forse è un suo amico, è lui che sta chiamando, ti dici mentre infili le buste della spesa nel portabagagli.
Certo che è stata rapida. Di una sveltezza tale che ti fa supporre che l’amico è molto amico e lo chiama tutti i giorni, l’ha chiamato anche recentemente, tanto che non ha dovuto cercare nemmeno il suo numero sulla rubrica. Oppure questa signora, con le gambe da statua sorrette da due tacchi sottili, è una veggente.
Stai ancora infilando le buste della spesa nel portabagagli, la terza e ultima per la precisione, quando un’auto bianca con le luci rosse e blu entra nel parcheggio.
L’auto della polizia.
La signora sui tacchi s’avvicina, indica la macchina danneggiata, ripete il numero della targa del catorcio che ormai è scomparso.
Allora a causa di tutta questa velocità, capisci che il proprietario della macchina non è un suo intimo amico e tu non stai in un qualsiasi punto del mondo, sei in un nord ben preciso, nel paese delle regole per l’esattezza, o della meraviglia che dopo sei anni provi ancora, perché la prontezza della segnalazione  e dell'arrivo della polizia ti sono parsi simili allo scatto di un atleta dopo il colpo di pistola.
Poi scopri di avere i capelli bagnati. E cerchi di ricordarti quando hai smesso di portare il cappello.


postato da alice121 ~ 16/02/2007 11:39 ~ commenti (11)
~ roba d olanda




mercoledì, febbraio 14, 2007
 
Forse sono tipi che non dimenticano le ex
Poi ci sono gli scrittori che aprono il blog per pubblicizzare il loro libro e quelli che usciranno. I loro post sono segnalazioni di recensioni apparse su riviste, giornali, altri blog,  presentazioni e interventi . Su costoro non ho nulla da dire. Immagino che scelgano lo strumento blog perché è gratuito o più facile da gestire di un sito. O per entrambi i motivi.  
Poi ci sono gli scrittori che entrano in rete come fa chiunque. Scrivono recensioni sui libri di altri, fatti personali, micro storie, parlano di quello che accade, magari se la tirano un po’ anche se mai lo ammetteranno, magari arrivano con l’obiettivo di conquistarsi un'altra fetta di lettori, però nei loro post leggi lo sforzo (oltre che il risultato) di mettere delle parole in fila in modo non banale. Scrivono una pagina e si mettono in gioco. Entrano in una piazza in cui non c’è il vetro protettivo di uno schermo televisivo, il riparo di un tavolo con il microfono, delle tartine e del vino frizzante che ammiccano in un angolo.
Poi ci sono gli scrittori furbi e dissimulatori. Quelli che parlano sempre del loro libro, che hanno scritto l’anno prima o che sta per essere dato alle stampe, mai di quello che stanno scrivendo, e ne parlano in modo occulto, prendendoti in giro, insomma. Scrivono sulla giovinezza traendo spunto da un fatto di cronaca e zac! t’infilano un pensiero, un ricordo di quanto soffrivano durante il processo creativo di Quando I Giovani Sorridevano. Riflettono sulla strage di Facconto, il nonno e la nonna e le galline trucidati nell’identico modo e: pausa di riflessione sul dolore e la sua intensità per poi riallacciarsi abilmente al loro dolore, alle loro crisi, ai loro dubbi di quando ragionavano sulla trama di Ogni lasciata è persa.
Ti vogliono far credere che la scrittura è la loro ossessione.
Ogni scrittore è più o meno ossessionato dalla sua scrittura, dalle sue trame, dai suoi personaggi. Anzi diciamo che prima ci sono le ossessioni, le manie, le osservazioni più o meno paranoiche e poi arriva la scrittura. Quello che non sopporto in costoro è il modo furbastro, che mi richiama in mente quello degli agenti immobiliari, con cui mascherano la promozione con l’ossessione.
Quando scrivi un racconto, un romanzo ci sei dentro, lo so.
Ne parleresti sempre.
E’ come quando ti nasce un figlio. Anzi il primo figlio. Lui fa guh e tu non puoi fare a meno di dirlo anche al panettiere. Lo sai che esageri, però per il tuo entusiasmo non esiste un contenitore. Nasce il secondo, sei contento, ma se ripensi a cosa dicevi quando uscì il primo nasconderesti la testa sotto la sabbia.
Poi c’è il tempo. Il tempo cancella tutto, o quasi. Perché non dovrebbe cancellare le storie che hai inventato, i libri che hai scritto?
Non riesco a trovare un’altra spiegazione su quelli che si comportano così se non di tipo pubblicitario. Forse sono particolare io. Ma dopo che è passato un mese da un racconto, un romanzo, pubblicato o no, non me ne importa più nulla nel senso che non ci penso più. Come mi è successo con gli ex fidanzati.


postato da alice121 ~ 14/02/2007 11:33 ~ commenti (18)
~ pensierini




lunedì, febbraio 12, 2007
 
Voi perché scrivete?
Patricia Highsmith in risposta alla domanda qui sopra fatta dalla rivista Libération: sono ansiosa per natura. Se ho comprato il biglietto del treno, mi immagino sempre di avere cinque minuti di ritardo, malgrado i miei sforzi per arrivare una mezz’ora prima. Nella vita non perdo mai il treno, ma l’idea di farlo m’inquieta. Allora invento intrighi in cui arriva il peggio, o in cui l’eroe ha paura che arrivi il peggio. Non so se questo mi dà sollievo o no. Intrighi come questi non possono che aggravare la mia angoscia innata.

Gianni ha un viso affilato, due occhi verdi che si modificano a seconda della luce, un corpo lungo e muscoloso, da centometrista che taglia il traguardo: scrivo per capire. Scrivo degli altri, ma in realtà è me quello che cerco attraverso le loro storie. Sono sempre stato uno tranquillo, uno che si piaceva, che fuggiva dalle storie complicate, dalle responsabilità. Mi andava bene così. Poi mi sono visto sul finestrino dell’auto, il vetro era appannato, c’era un’umidità che ti succhiava le ossa quel giorno, ho pulito il vetro con la mano, sono tornato a guardarmi, accidenti questo sono io ho pensato, credevo di essere un altro. Così mi sono messo a elaborare questa sensazione e m’è venuta bene, molto toccante. Tu hai la scrittura nel sangue, m’ha detto mia madre e non era la sola ad avere questo pensiero.

Tiziana ha due occhi neri sotto due sopracciglia ordinate e sottili, due polsi appesantiti da braccialetti che tintinnano quando parla: a me scrivere non è mai piaciuto. Facevo sempre fatica con i temi a scuola, poi al corso prematrimoniale, il prete, don Anselmo si chiamava poveraccio è morto l’anno scorso durante la benedizione, ci diede come esercizio da fare a casa quello di scrivere i nostri pensieri sul matrimonio, sui sacrifici e la fede. Così quando Roberto cominciò a passare ore sulla chat con quella, che io lo sapevo che mica era una cosa normale la chat anche se non gli dicevo nulla, ho aperto un quaderno a quadretti che usavo per annotare i conti del negozio, e ci ho scritto sopra un’immaginazione: Roberto mi faceva chiamare a C’è posta per te. E io ci andavo tutta apparecchiata, la faccia seria, le sopracciglia perfette e prima rispondevo che non lo rivolevo, poi Maria mi faceva ragionare, e dicevo che lo perdonavo. A quella trasmissione non ci sono mai andata, nemmeno ne conosceva l’esistenza lui: stava sempre attaccato a quel computer. Alla fine ci siamo lasciati e io ho continuato a scrivere i miei sogni sul quaderno con la speranza che s’avverassero e poi ho pensato che forse c’era un editore che me li pubblicava, e che ci diventavo anche ricca, che a volte, si sa, da un male spunta fuori un bene.

Beatrice ha dei capelli biondi e lunghi, che s’avvita di continuo intorno all’indice, un sedere abbondante compresso in un paio di jeans, un camicetta sbottonata su un piccolo seno: il mio sogno è sempre stato quello di diventare una scrittrice sin da quando ero alle medie. Poi ho scelto la facoltà di giurisprudenza perché avevo uno zio che m'aveva promesso un aiuto per entrare in banca, ma ho sempre continuato a covare quel sogno, anche quando facevo i conti. Non quando ero allo sportello però. Poi un giorno il mio ragazzo mi ha detto che gli sarebbe piaciuto leggere qualcosa e mi sono accorta che non avevo mai scritto nulla! Allora ho cominciato a buttar già la storia della mia vita, cambiandola un po’. E tutti mi hanno detto che era molto bella e allora ho continuato, del resto ci stanno tante schifezze in giro: se hanno pubblicato quelle perché non dovrebbero pubblicare le mie?

Stefano ha un corpo sottile come un cerino da caminetto, due mani che stanno tranquille su una ventiquattrore e che rimangono in quella posizione anche quando parla: sono sempre stato uno pigro, che detestava lo sport, il pallone poi solo a vederlo rimbalzare mi faceva salire le bolle. Così ho passato l’infanzia a leggere fumetti e libri per ragazzi, poi mi sono fatto i classici, mi sono innamorato degli scrittori americani, e del noir molto prima che venisse scoperto. E delletrame, i personaggi, i meccanismi che portano a una soluzione finale, l’unica possibile. Poi c’è un sacco di spazzatura in giro, la gente scrive ma non legge, così mi sono chiesto: io sarei in grado di scrivere un romanzo? Già scrivevo dei racconti, ma un romanzo è un’altra cosa. Sentivo questa urgenza, non ne potevo fare a meno.*

*Le risposte di Gianni, Tiziana, Beatrice e Stefano sono immaginarie, li ho descritti in modo un po' ridicolo, avrei potuto renderli  più commoventi di sicuro, ma mi serve per  non prendermi  troppo sul serio.  Io avrei risposto,  più o meno,  come Patricia, ma se ci penso bene anche nelle risposte degli altri c'è qualcosa che mi riguarda anche se non saprei dire quale. Forse quella che non hanno detto.


postato da alice121 ~ 12/02/2007 12:20 ~ commenti (9)
~ storie




venerdì, febbraio 09, 2007
 
Incontri
Sono in macchina, in atteggiamento non comunicativo, e una tipa che conosco, che mi è stata simpatica al primo sguardo, mi si avvicina.
Apro lo sportello.
Mi fa una domanda, chiacchieriamo un po’,  ma c’interrompiamo quando un tipo posa uno scheletro davanti alla mia auto.
Dopo qualche minuto, siccome la pavimentazione della strada è irregolare, lo scheletro s’inclina e con il femore (credo sia quello l’osso sotto il bacino) sfiora il cofano della mia auto. Il tipo tira giù i sedili posteriori della sua macchina, distende una coperta, si gira, prende lo scheletro, balbetta un sorry, lo adagia sul giaciglio che gli ha preparato e se ne va.
Due ore dopo sono di nuovo nello stesso luogo, sempre in macchina e sempre in atteggiamento non comunicativo e una tipa che conosco, che mi è stata antipatica al primo sguardo, mi si avvicina.
Abbasso il finestrino.
Ti avevo scambiato per un’altra, mi dice. Che ha la macchina come la tua e dello stesso colore.
Io non so cosa risponderle, poi mi ricordo dell'incontro precedente e dico: ho visto uno scheletro poco fa, misurava quasi due metri e l’hanno disteso dentro un portabagagli.
Mi fissa perplessa.
Questa mi sta prendendo in giro, pensa. Oppure questa è scema, l’Olanda le ha mischiato il cervello.
L’ho pure fotografato, eccolo qui.
La foto è buia, mi dice.
Però lo scheletro si vede bene, rispondo.
Si è fatto tardi! Mi dice.
Accidenti è vero, dico io.
Poi se ne va scuotendo la testa, e io rido e rido.
Ancora rido se ci penso.






giovedì, febbraio 08, 2007
 
Puoi camuffarti da internescional quanto vuoi, ma prima o poi la tua natura romana spunta fuori
Sono in una piccola palestra vicino casa, con dei vetri al posto dei muri.
Cominciamo a far ginnastica, corso di pilates per emigranti.
Note di pianoforte, voce rilassante dell’insegnante, non avrei mai creduto che un’americana potesse tirare fuori una voce così.
Eseguo gli esercizi e guardo fuori.
Il cielo è di un bianco che pizzica gli occhi.
Poi inizia a nevicare. Nevica e ancora nevica. Dopo cinquanta minuti non ce la faccio più. Non per la fatica, ma per la neve, accidenti. Non mi posso più trattenere dal dirlo.
Dopo altri cinque minuti, abbiamo i cappotti e le borse sulle sedie in un angolo, tutti i cellulari trillano in simultanea. Un messaggio della scuola ci avvisa che sarà chiusa entro qualche ora per un’emergenza.
E’ un’emergenza dovuta alla neve! Dico ad alta voce. Sospiro di sollievo. Mi sono tolta un peso.







mercoledì, febbraio 07, 2007
 
Per non pensarci penso.
Una delle cose che mi colpì quando arrivai qui fu la dieren ambulance.
Per molto tempo pensai che dieren significasse vecchio e quel furgone che incrociavo di continuo raccogliesse persone anziane che s’erano fatte male, poi un giorno vidi un segnale con l'immagine di un cane che correva, un numero di telefono e la scritta dieren ambulance e capii che dieren significava animale.
Però mi rimane il dubbio: la dieren ambulance la vedo spesso perché qualcuno l’ha chiamata o perché va comunque in giro? Se va in giro è perché c’è lavoro. E siccome qui i randagi non ci sono, la dieren si occupa solo di animali di proprietà. Poi ci sono i gabbiani, certo, ma i gabbiani hanno i loro luoghi segreti dove vanno a morire.
Nel paese di O. dove ho vissuto per quattro anni c’erano molti più fogli formato A4 con foto di gatti smarriti di qui, anch’io ne appesi diversi quando scomparve la mia, un anno fa. Tornò dopo quattro giorni con una zampa posteriore lacerata. Il vet disse che forse era stato un morso di un animale, a me sembrava  una tagliola invece.
Quando sono andata a riconoscerla mi hanno chiesto: preferisci guardarla in foto o direttamente? Io ho risposto in foto. Camille, che m’aveva accompagnato, mi ha detto: se vuoi posso vederla io, non mi fa piacere ma non mi impressiono (Camille faceva l’infermiera in sala operatoria).
Poi la tipa ha cercato il file con il nome Sofia sul pc e mi ha mostrato la foto.
Sì, è la mia gatta, ho confermato.
Però sembra che non le è successo nulla, ho detto a Camille.
Lei mi ha risposto: secondo me li ricompongono prima. Uno dei miei tre gatti me lo hanno portato addirittura su un lenzuolo bianco. L’avevano trovato a pochi metri da casa e nessuno dei tre era sporco di sangue.
Infine siamo passati agli accordi per la sepoltura.
C’erano due modalità: una economica e una di lusso.
Quella economica era che la seppellivano loro e costava cinquanta euro, quella di lusso era che la cremavano e costava un po’ più del doppio ma potevi seguire il furgone che la portava al crematorio. Io ho scelto la tariffa da cinquanta, non per spendere meno ma perché i riti, felici o tristi che siano, non mi piacciono.
Ce ne era anche una terza che prevedeva il ritiro dell'animale, ma dovevi dichiarare il luogo di sepoltura e  subentravano altre complicazioni varie, ma in questo caso si pagava solo il recupero.
Ho detto a Camille: mi pare che ci hanno realizzato un business con questa raccolta di animali morti. Lei mi ha risposto che no, non c’era la convenienza. Due computer, due stampanti, un ufficio con varie stanze, gli impiegati, quello che guida l’autoambulanza, sono tutte robe costose.
Prima di andare lì siamo passate al bancomat e ho fatto un prelievo, invece ho notato che la macchinetta per il pagamento c’era.
Dopo ho pensato un sacco di cose. Alcune folli e surreali, una d’osservazione: durante i miei sei anni e mezzo di guida in terra d’olanda i gatti non li ho incrociati mai. Galline e oche invece sì. Le galline sono caotiche e un po’ simili a certe anziane perché corrono come invasate fino al centro della strada e poi imprevedibilmente tornano indietro. Le oche invece sono ordinate e decise. Attraversano sempre in fila, senza ripensamenti, e a volte anche sulle strisce. 
Comunque la durata della vita di un gatto a Cameliahof e dintorni è di circa dodici mesi, naturalmente è una stima parziale. Stima in cui  è rientrata la mia ché il 15 fa giusto un anno che ci siamo trasferiti qui.
Mentre a O., malgrado vivessimo in una casa che dava sulla strada, per due anni se l’era cavata.
La mia amica Elena mi ha raccontato che anche a Brasov, la sua città, i gatti vanno in giro e spesso muoiono. Ma come guidano i romeni? Mi sono dimenticata di domandarglielo. Perché gli olandesi vanno pianissimo. Trenta all’ora nelle strade di paese, cinquanta nel tratto di autostrada che c’è qui vicino.
Dopo che avevo firmato la ricevuta ho domandato al centro di raccolta: dove l’avete trovata? Mi sono sempre chiesta dove andasse quando saltava la staccionata.
Una volta a rubare un pesce già arrostito nel giardino dell’Ammazzasette, ma le altre? L’hanno trovata in una strada parallela all’autostrada. Dunque era andata a sinistra di Cameliahof. Io invece l’avevo cercata a destra, nei dintorni del grande prato.






martedì, febbraio 06, 2007
 
Poi capita che un giorno ti rivedi
Ieri pomeriggio quattro ragazzi e quattro ragazze percorrevano il viale che porta alla fermata dell’autobus.
Erano appena terminate le lezioni, ma erano senza zaini.
Tutti indossavano jeans, giubbotti slacciati su magliette a maniche corte e scarpe da ginnastica leggere. Ridevano, sorridevano, parlavano ad alta voce e una ragazza saltellava da uno all’altro. Dopo l’autobus avrebbero preso il treno, sarebbero scesi ad Amsterdam, avrebbero camminato per un pezzo fino all’Heineken Music Hall dove alle nove avrebbero suonato gli Snow Patrol.
Gli otto ragazzi erano di tre continenti diversi e molto simili a milioni di altri coetanei di altri spazi e di altri tempi.
Allora ho pensato che quell’uniformità, sempre criticata, mi piaceva.
Mi piaceva perché in quel gruppo c’ero  stata anch’io.
Poi uno di loro mi si è avvicinato, indossava un mio giubbotto di molto tempo fa,  quello che mi è sempre stato troppo grande.
Non metterti in prima fila, capito? Gli ho detto.
Stai tranquilla, m’ha risposto.
Naturalmente sapevo che era una raccomandazione inutile e avrei voluto non farla, ma un'altra me aveva preso il sopravvento e mi sono dovuta arrendere.






lunedì, febbraio 05, 2007
 
Nel paese di O. l’inglese lo hanno dimenticato
Sono nel paese di O. dove abitavo fino all’anno scorso. Entro in un negozio che è un’edicola, un tabaccaio, una cartoleria, una rivendita di caramelle e patatine e mostro un libro alla signora dietro al bancone.
E’ una signora di medie dimensioni, che si muove tra gli scaffali e i cassetti con un’andatura claudicante, da pinguino fuori dall’acqua.
Descrivere la signora come una di medie dimensioni è vago, aggiungo allora che le forme di questa signora, se la si osserva con lo scopo di ricordarla, sono tutte angolari.
Uno scaleno al posto del naso, un equilatero il perimetro del viso, un acuto sul petto, un ottuso il rilievo del sedere. E uno spigolo per carattere. Perché questa signora non sorride mai, a me ma anche agli altri che parlano la sua lingua.
Mi occorre una busta, le dico in inglese, sventolandole davanti  il libro.
Con il dito punta uno scaffale tra i tanti scaffali e mi dice, in olandese, con una smorfia un po’seccata e un po’annoiata: è lì.
M’incammino verso la direzione segnata dal dito, vedo decine di penne, cartoncini, cartelline, temperamatite ma nessuna busta.
Più lì. Mi dice.
Ripasso gli scaffali senza successo.
La guardo.
Scuote la testa.  Alza di nuovo l’indice a individuare il punto.
E finalmente la trovo. Infilo il libro nella busta, tolgo l’adesivo e la sigillo, penso che forse avrei dovuto metterci un biglietto dentro, comincio a scrivere l’indirizzo, in uno stampatello un po’ indeciso, che stupida che sono stata a non averci lasciato nemmeno due parole penso ancora, sbaglio il nome della strada, lo correggo, faccio una pasticcio, allontano la busta per osservare meglio la scritta, è a quel punto che la donna angolare, con un gesto rapido e imprevisto, me la ghermisce, la pesa e sta per incollarci sopra il francobollo.
Un momento, per favore. Dico questa frase in italiano.
Tanto le parole per lei sono tutte uguali, ma la mia espressione, il mio tono è più comprensibile se uso la mia lingua.
Ne voglio comprare un’altra. Voglio cambiare busta. Aiuto le parole con dei gesti.
Non è necessario,dice lei, basta correggere.
Riscrive la parola corretta con una penna rossa, io ne avevo usata una nera, e fa un corposo scarabocchio su quella sbagliata, quasi buca la carta, infine sottolinea con due linee Roma e Italy.
Ora va bene, dice alzando il pollice.
Non va bene per niente, rispondo. Voglio un’altra busta.
No, dice lei, è uno spreco.
E la infila nel sacco della posta.
A questo punto avrei potuto piantare una grana pazzesca e pretendere la restituzione del plico.
Invece non ho fatto nulla.
Sono rimasta lì a fissarla per quasi un minuto fino a quando non si è fatta avanti una nuova cliente e sono uscita dall’incantamento.
Perché la signora aveva sorriso, con la bocca a mezzaluna. Gli angoli c'erano sempre, è vero, ma mi sono apparsi,  per la prima volta, come posso dire?,  elastici, morbidi, scomparsi dal primo piano insomma.


postato da alice121 ~ 05/02/2007 12:06 ~ commenti (7)
~ roba d olanda




domenica, febbraio 04, 2007
 
Ora dobbiamo darle un nome
Mi hanno appena regalato un gatto, anzi una gatta. E’ figlia della stessa madre di quella che è morta qualche giorno fa, solo che stavolta nei cuccioli ha prevalso il gene del padre ed è nera e un po' bianca non foresta norvegese, ma tanto di come ha il pelo lungo corto riccio non me ne importa nulla.
L’importante è che sia femmina.





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