ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



mercoledì, gennaio 31, 2007
 
Da una storia a un conduttore tv passando per Padre Pio arrivo a c'era una volta una gatta.
C’è una mia storia qui.
Se avete qualche commento (positivo o negativo) fatelo sul mio blog e non lì, ché poi mi rinfacciano di essermi portata la claque.
Alcuni commenti ai pezzi su Nazione Indiana mi ricordano Teo Mammucari.
Se Wiki dice il vero, Teodoro Roberto Luis è un devoto di Padre Pio.
A volte le associazioni d’idee ti fanno scoprire legami impensabili.
Da ieri è scomparsa la gatta e anche questa frase riportata qui, adesso, deriva da un’associazione d’idee. Ché quando vedevo Padre Pio in tivù, da bambina, mi saliva una paura pazzesca, e correvo a nascondermi sotto al letto.
Ora devo trovare il sistema di non pensare che alla mia vicina hanno fatto fuori tre gatti.


postato da alice121 ~ 31/01/2007 10:34 ~ commenti (10)
~ pensierini




martedì, gennaio 30, 2007
 
Ancora Tre
Così Fran:
Sto scrivendo una storia. Una storia dove capitano cose pazzesche, delitti, furti e magie. E tutti i personaggi hanno paura degli altri, dei fatti che accadono e che accadranno, e anche di loro stessi. Devo fare in fretta a scriverla prima che svanisca il divertimento. Poi... Poi la sto scrivendo in inglese. Ti dispiace?
Ma no. Perché dovrebbe dispiacermi?
Sai ho deciso di scriverla in inglese così i miei amici la possono leggere. Se scrivi una storia è perché qualcuno la legga altrimenti perdi metà del gusto.
Hai ragione.
Sai che nell’ultima lezione d’italiano l’insegnante ci ha parlato del congiuntivo, ci ha detto che si usa sempre meno e che i prof. quando correggono i compiti in Italia, spesso, chiudono un occhio se c’è un indicativo al posto di un congiuntivo e i giornali non lo usano praticamente più. Mentre ci raccontava queste cose, a un certo punto, ne ha sbagliato uno. E io l’ho corretta. Sai io ho la fissazione del congiuntivo. Credo che si sia sviluppata perchè vivo qui.
L’hai corretta? Sei matto?
Lei è una ok, e si è fatta una risata. Mi ricordo che in terza elementare si facevano le gare e i caduti erano sempre per il congiuntivo e allora siccome volevo vincere l’ho studiato e l’ho studiato fino a quando è diventato naturale. E noto sempre quando qualcuno lo sbaglia e devo fare uno sforzo per non correggerlo.

Qualche ora dopo:
Senti... mi mandi a Bruxelles da Max?
E chi sarebbe questo Max?
Uno che ho conosciuto a Copenhagen. Uno simpatico.
Non se ne parla.
E’ per il viaggio? Sono due ore di treno!
Sei andato da solo in treno a Torino quest'estate, no? A Londra dal tuo amico e a Roma per il concerto. Non è per il viaggio.
Allora è per i soldi! Se è per i soldi io…
Non è per i soldi, ovviamente. Non conosco Max e i suoi genitori. E’ questo il motivo.
Non li conoscerai mai e io voglio vedere Bruxelles.
Intanto invitalo tu, no?
Non è la stessa cosa. Poi abbiamo i fine settimana impegnati sia lui che io. Pensavo di saltare due giorni di scuola e…
No.
Qualche minuto dopo:
Sai quante volte non hai usato il congiuntivo quando parlavamo? Lo sai, eh? Tre!








lunedì, gennaio 29, 2007
 
Tre
Ieri ho indossato un paio di collant e di stivali, pantaloni e felpa, un cappotto e un berretto, tutti  rigorosamente grigio aja, e sono andata in città.
Lì il mio sogno d’invisibilità si è finalmente realizzato.
Scritta così parrebbe una roba triste e invece non lo era affatto, anzi mi sentivo leggera leggera, tant’è che poi ho chiuso gli occhi e sono partita con il secondo: quello di volare. Però è durato un minuto al massimo ché mentre contemplavo il mondo dall’alto in basso mi sono ricordata del terzo.
Il terzo è ancora in fase di definizione. Trattasi di un viaggio con la macchina del tempo. Solo che non ho ancora stabilito se fare un salto nel passato o dare un’occhiata al futuro.
Così sono tornata al presente, sono entrata in un grande magazzino, ho cercato il settore anni dodici e mi sono comprate un po’ di cose colorate. E ho dato un calcio all’invisibilità che m’aveva stancato.
Vivere nel paese dei giganti dà delle soddisfazioni qualche volta.
.


postato da alice121 ~ 29/01/2007 10:06 ~ commenti (5)
~ roba d olanda




venerdì, gennaio 26, 2007
 
Pasqua con chi vuoi,  il dove è secondario.
Ieri dopo le quattro Camille e io calpestavamo il selciato irregolare dei viottoli di Leiden, con l’aria che pizzicava e l'acqua dei canali un po’ rigida vicino ai bordi.
C’è il ghiaccio sui ponti! Dicevo a un certo punto.
Non è il ghiaccio, mi correggeva lei, è il sale.
Infine arrivavamo al teatro con lo scopo di acquistare dei biglietti per le Nozze di Figaro, e qui potrei intrattenermi per pagine e pagine sulla manipolazione che stanno perpetrando per convertirmi alla lirica, ma non lo farò.
Varcavamo l’ingresso, tiravamo fuori le mani dalle tasche, abbassavamo chiusure e baveri. Uscivamo fuori come i sub dalle mute insomma o in un parallelismo che mi piace di meno, ma forse è più calzante,  come le lumache dal guscio dopo la pioggia.
Dietro al vetro due impiegati.
Un tipo che era la copia di Andy Warhol e dunque molto eclettico: parlava contemporaneamente in dutch con la tipa che prenotava dei biglietti, in inglese con noi, al telefono con chi telefonava, controllava date e posti dal monitor, spiegava alla collega le procedure di prenotazione e di pagamento bancomat, ritornava a parlare con noi, ci chiedeva di quale nazionalità fossimo.
Camille rispondeva, sorprendendomi: italiana.
Lui ribatteva: ecco perché abbiamo gli occhiali uguali tu e io!
Lei rimaneva perplessa a fissarlo, e pensando, immagino: ma non sono affatto uguali! E poi io li ho comprati in Francia perché sono francese.
Siccome Camille risparmia sulle parole, in qualsiasi lingua si esprima, non diceva nulla.
Poi la collega dell'eclettico affondava nel panico: i biglietti non li sapeva fare, nel programma del computer si perdeva, e il suo inglese s’era tuffato nel canale, lì fuori.
Allora Andy la soccorreva, ma non in modo protettivo, era un aiuto, il suo, che sottintendeva: guarda come sono fico!
Lei era la ragazza della porta accanto, quella che poi una sera si trasforma e diventa bellissima, con dita lunghe e sottili, capelli biondi e lisci separati da una linea un po’ sghemba, un paio d’occhiali con la montatura ordinaria e gli zigomi violetti per la sua incapacità nel fare e nel parlare.
Al termine di frenetiche  consultazioni ci proponeva quattro posti in seconda balconata di cui due coperti da una colonna.
A quel punto chiedevo: c’è rimasto qualcosa in platea?
Lei si maculava nel volto e ripartiva per la sua missione.
Ottimo suggerimento ci diceva Andy sollevando il pollice.
Ma Camille e io non l’ascoltavamo più. Eravamo tutte tese al sostegno della ragazza della porta accanto.
Alla fine ce la faceva e trovava quattro posti in platea.
Stampa dei biglietti, pagamento con bancomat, poltrone con prezzo diverso.
Venti minuti dopo Camille, la ragazza e io tagliavamo il traguardo.
Rialzavamo i baveri, infilavamo di nuovo le mani nelle tasche, le scarpe scricchiolavano sui grani di sale, il cielo si faceva giallo pallido e a quel punto realizzavamo, Camille e io, di aver appena acquistato dei biglietti per il giorno di Pasqua.






mercoledì, gennaio 24, 2007
 
Ma quanto è simpatica Margherita Hack?
A me tantissimo.
Su blob qui, quasi all’inizio del video.


postato da alice121 ~ 24/01/2007 10:51 ~ commenti (8)
~ segnalazioni




martedì, gennaio 23, 2007
 
Radio Madrid e Paola-Paola
Il tipo di Madrid che abita nella casa alla mia sinistra è tornato dopo le vacanze di Natale, ma è tornato solo. Sua figlia e sua moglie Paola-Paola sono restate a Madrid. Quando li ho conosciuti un anno fa ho pensato che lei non avrebbe resistito a lungo qui, malgrado W. sia l’unico paese dell’Olanda in cui sia facile vivere. Da un punto di vista emotivo, intendo.
L’ultima immagine che ho di lei, di Paola-Paola intendo, è nella notte di Halloween quando si è mascherata da Fata Turchina ma ai piedi portava scarpe più da Cenerentola che va al ballo che da fata. Lui da mago, ma da mago triste, con la punta del cappello ripiegata su se stessa. Comunque dicevo che avevo immaginato che non sarebbe durata a lungo. Lei parlava un inglese perfetto, quasi british, ed è difficile trovare uno di lingua spagnola che lo parli così bene, e soprattutto non sorrideva mai. Poi il modo come lui chiamava sua moglie. Sempre due volte e con un tono ansioso, che faceva saltare i nervi. Per lo meno a me li avrebbe fatti saltare. Magari in primavera lei torna e la mia ipotesi sulla loro separazione è fasulla. Forse lui ha un periodo in cui sta sempre in missione e allora che ci sta a fare lei d’inverno qui, con una bambina di tre anni che ancora non può frequentare la scuola americana? Però stamattina quando sono tornata l’ho visto in cucina. E’ dimagrito, anzi come avrebbe detto mia nonna: sciupato. E la luce bassa che illuminava le pareti color crema della cucina non gli dava un’aria felice, o forse non l’aveva un’aria felice. Ho parcheggiato, e ho gettato un’altra occhiata. E l’ho visto che toglieva le galline di ceramica sul davanzale. Quelle galline ce le aveva messe lei, Paola-Paola, l’anno scorso quando erano venuti a vivere qui, qualche settimana prima di noi. E le assomigliavano vagamente.
Avevano un forma un po’ strana, non da gallina. Il corpo rotondo e la testa ovale e sottile. Però erano proprio galline ché le ho viste da vicino un pomeriggio durante la loro assenza quando sono entrata nel loro giardino per chiudergli il container della spazzatura che il vento aveva scoperchiato.
Paola-Paola era il contrario delle sue galline: aveva la faccia rotonda, da luna piena e un corpo sottile e longilineo. Portava sempre scarpe con tacchi altissimi anche quando non avrebbe dovuto e aveva un’altezza che superava quella del marito di dieci o quindici centimetri, più o meno la lunghezza dei suoi tacchi.
Comunque per lui deve essere dura adesso perché quando tornava dal lavoro passava tutto il tempo a giocare con sua figlia, a insegnarle le parole, a raccontarle storie. Emme lo aveva soprannominato Radio Madrid perché quando era in giardino con la bambina, il pomeriggio, non riusciva neanche a respirare tra una parola e l’altra. Magari Emme potrebbe parlarci, ma lui ora in giardino non ci va più. Inoltre ha un carattere molto schivo, più da spagnolo del Nord.


postato da alice121 ~ 23/01/2007 11:15 ~ commenti (7)
~ roba d olanda




lunedì, gennaio 22, 2007
 
Massimo ranieri moglie 7, moglie massimo ranieri 3,massimo ranieri ha figli 1, massimo ranieri marito 1,massimo ranieri+moglie 1.
Immagino che Massimo Ranieri se non fosse il Massimo Ranieri che tutti conosciamo ma un massimo ranieri qualunque sarebbe davanti alla tv a guardare un tipo che potrebbe essere lui e si consumerebbe il fegato domandandosi: che differenza c’è con la mia voce? E con il mio accento? E con la passione che riesco a comunicare attraverso le vibrazioni della mia gola? E i miei occhi non sono forse la copia identica di quei due bottoncini di peluche che bucano lo schermo, il cuore delle donne e le anime senza distinzione di sesso perché l’anima non ha sesso?  E la mia mano, ditemi, mamma, nonna, moglie, quando la protendo nel gorgheggio finale non trema come quella di quel Massimo Ranieri dello schermo?
E invece Massimo Ranieri si trovava lì dove doveva essere, mi dicono le chiavi di ricerca registrate dal counter e l’articoletto su repubblica che sono andata a leggermi per sapere che accidenti avesse combinato, e in parecchi lo stavano a guardare e poi frugavano nelle rete per saperne di più di lui e dei suoi parenti. E capitavano qui da me che ne avevo scritto in un pomeriggio malinconico e decadente  a scheveningen in un risto-bar assai kitsch in cui girava tutto il suo repertorio, repertorio che la maestra ci obbligava a cantare e a me stavano sulle palle le sue canzoni, la maestra e anche massimo ranieri.
Pare che quel Massimo Ranieri sia al posto giusto, però mi dico che per una serie di coincidenze avrebbe potuto essere anche dall’altra parte ad arrabbiarsi e a commuoversi e in quel caso io non avrei detto tanti anni fa: io sono comunista! Comunque è da quella parte, dalla parte dei mass media intendo, e a un certo punto il capo del programma va da lui e gli dice: Ehi Massimo Ranieri bisogna alzare lo share, così gli autori hanno pensato che puoi far venir sul palco tua figlia e garantiscono che viene fuori un numero di ascolti e di fazzoletti che nemmeno Raffa con Caramba che sorpresa c’è riuscita!
E allora Massimo Ranieri dice no, ma poi dice sì, se fossi davanti alla tivù, pensa, mi piacerebbe vedere un massimo ranieri che compie un’azione del genere. E quindi eccolo sotto i riflettori che gli spremono il sudore e che fa il training autogeno per arginarlo. Stringe il microfono, forse le luci s’abbassano e inquadrano quei bottoncini vispi e irrequieti e in quel momento di silenzio, che determinerà l’innalzamento dello share delle prossime puntate, le ricerche sulla rete, gli autori trattengono il fiato e s’infilano le unghie nei palmi, e lui pensa: ma vaffa io non sono massimo ranieri che sta davanti lo schermo, io sono Massimo Ranieri che sta al di là dello schermo, e però sono rimasto come voi, quasi come voi, solo un vetro ci separa, quindi questa cosa che vi devo dire ve la dico proprio bene e vi faccio piangere tutti. E siccome sono come voi, le lacrime s’affacceranno anche dai miei bottoncini vispi e irrequieti.
Poi dice e fa quello che era stato concordato.
E dopo che l’ha detto e fatto, mentre gli autori smettono di torturarsi i palmi, quel Massimo Ranieri  lì che poteva essere anche massimo ranieri che sta al di là, pensa: io sono un gran figo oppure voi siete degli imbecilli?






venerdì, gennaio 19, 2007
 
La quiete dopo la tempesta
Ieri sera, mentre Kyrill compiva gli ultimi danni, Emme tornava dalla Francia con il volo più instabile della sua vita.
Vento a cinquanta nodi con raffiche a settanta, informazione che hanno ripetuto a intervalli regolari prima dell’imbarco (con il messaggio implicito: se decidi di salire a bordo sono cavoli tuoi) e durante il volo. Divieto di alzarsi dai sedili. Discesa al buio e nel silenzio totale. Abbiamo spento anche le luci per leggere, senza che ce l’avessero chiesto. Atterraggio alla paperino che non ha mai pilotato un aereo.
Io, nel frattempo, ero tranquilla. Tanto, pensavo, annullano il volo.
Ma glielo avete fatto l’applauso al pilota dopo l’atterraggio? Gli ho domandato. Macché, m’ha risposto lui. Non c’erano turisti su quell’aereo, solo gente in missione. Però ho visto che le hostess, prima di aprire il portellone, sono andate dal comandante a congratularsi.
Già dalla mattina avevano divulgato avvisi attraverso tv, radio e scuole.
L’apice è stato raggiunto, qui a W., dopo le quattro quando è arrivato il temporale. Mentre contemplavo quella massa d’acqua furiosa, mi sono ricordata del racconto di un tipo che s’era trovato in mezzo allo tsunami: Sai la cosa più sorprendente? E’ che stavo attaccato alla colonna, aspettando che l’onda passasse e a un certo punto ho visto che il mare aveva coperto tutto lì sotto. E per qualche minuto, ché poi il livello dell’acqua è sceso, la piscina era in mezzo all’oceano. E io ero terrorizzato ma non ho potuto fare a meno di notare di quanto fosse  bella quell'acqua azzurra immersa nella distesa torbida.
Ora c’è il sole e soffia una brezza leggera.


postato da alice121 ~ 19/01/2007 09:59 ~ commenti (9)
~ roba d olanda




giovedì, gennaio 18, 2007
 
Credo di non aver mai tanto cliccato su un sito in vita mia.
Ora che l’aereo di Fran è atterrato in quel di Copenhagen, posso tornare a stupirmi dell’elasticità degli alberi e di quel paio di corvi che si fissano l’uno con l’altro sui rami di una scorticata betulla.
Lì fuori ulula, fischia, tira, pigia (come disse uno di Pisa dopo un precipitoso rientro al porto) da quando è comparsa la luce (cioè dalle nove) e sarebbe ora che la smettesse, ché vorrei uscire.

Ah, ecco, scopro che è tutta colpa di Kyrill






mercoledì, gennaio 17, 2007
 
Quando sono a Roma mica mi sento così intelligente.
Il medico mi dice: tuo figlio non ha la congiuntivite, altrimenti con il ghiaccio l’irritazione non sarebbe scomparsa. Forse è dipeso da un colpo di vento o dalla polvere.
Oppure è stata la psp penso io. Stanotte s’è visto un film al buio per non farsi sorprendere.
Comunque deve mettere un collirio, ma senza antibiotico, e può tornare a scuola.
La farmacia è enorme con sette impiegati al banco, ogni impiegato ha un computer dove ci sono i files di tutte le famiglie d’olanda, sul tipo di medicine che comprano, tutte rigorosamente con prescrizione.
Un’impiegata con delle dita che paiono delle salsicce d’aperitivo, le guance con dei capillari così fitti da sembrare una tela tessuta da un ragno particolarmente efficiente, digita che Lo deve mettere quattro gocce nell’occhio sinistro.
Poi va nell’enorme stanza che c’è alle sue spalle piena di cassettini, tavoli da lavoro dove preparano unguenti, polveri e non so che altro, e inizia, con molto flemma, la ricerca. Oltre ai sette impiegati che servono al banco, c’è un’altra decina di persone che apre e chiude i cassettini, prende appunti sui taccuini, pesa, annusa, mescola. Se ci si dimentica di essere dentro una farmacia e si fissa quel vortice umano senza pensare pare di avere davanti delle formiche nei pressi di un formicaio, e come le formiche non si scontrano mai.
Dieci minuti di ricerca, di consultazione, di telefonate e torna in un percorso a zig zag scartando i colleghi all’ultimo istante.
Non c’è. Mi dice. Dobbiamo prepararlo, lo trovi domani.
Ma io ne ho bisogno adesso.
Allora c’è una farmacia che ce l’ha. Sta all’Aja.
Ma io l’Aja non la conosco e mi perdo.
Un momento.
Segue un’altra consultazione.
Torna con una collega, d’aspetto più gradevole di lei, diciamo che è la versione moderna dell’olandese con gli zoccoli e la cuffietta bianca. E naturalmente ha due trecce bionde e perfette.
Mi spiega la strada con la precisione di un navigatore satellitare.
Otto chilometri di svolte a destra, sinistra, dritto e semafori. Non ce la farò mai. Sono come gli asinelli e se cambio strada mi perdo.
E’ impossibile che riesca a trovarla.
Assentono entrambe, facendomi intendere che mi comprendono e mi compatiscono.
Però se tuo figlio ne ha bisogno ora non c’è un’altra soluzione.
Come non c’è un’altra soluzione? C’è sempre una soluzione, basta pensarla.
La penso.
E’ un collirio molto comune, dico. A base d’acqua. Chiamate il dottore e fatevi prescrivere uno che avete.
Si danno uno scappellotto in testa contemporaneamente, ognuno sulla sua di testa, e dicono, suppongo, perché lo dicono in dutch: accidenti, è vero!
Sospiro. Di sollievo e di compiacimento.






martedì, gennaio 16, 2007
 
Secondo me
La classificazione di chi ama stirare è composta da due gruppi:
1) quelli che sono alla ricerca dello Zen.
2) quelli immersi nella follia.


postato da alice121 ~ 16/01/2007 11:00 ~ commenti (1)
~ pensierini




lunedì, gennaio 15, 2007
 
Effetto montagna
Sarà per le conifere nane  che ho piantato nel giardino anteriore, sarà per i camini che vengono accesi quando la luce scompare, sarà perché verso sera l’aria s’asciuga, ma pare di stare in montagna.
Mancano solo un paio di cose: la montagna e la neve.
E la folla, in effetti. Anche se uno quando fa le immaginazioni dimentica l'elemento che lo infastidisce.
Comunque se si monta in macchina e si percorrono sei o sette chilometri si trovano montagne, neve e folla, ma sola la folla è reale. Le montagne sono dei pendii in ferro e plastica e ignoro quale sia  la composizione della neve.
Ieri, che c’era un bel sole ed era domenica, l’effetto montagna è stato anticipato al pomeriggio. Camminavamo la mia amica P., la sua bambina, due puntini d’occhi nella carrozzina, e io sotto quel sole sbieco, quel silenzio spezzato da un paio di ragazzine sull’altalena, guardando i fili dritti che s’alzavano dai camini. E finalmente avevo una scusa per andare al parco che c’è dietro casa, che se c'è Lo ho il divieto di frequentare, nessuna delle madri lo fa, e se Lo è altrove, c’è un altro divieto implicito: nessuno va da solo nel parco a passeggiare, a meno che non sia in compagnia di un cane.
Così sono ritornata al vecchio pensiero del cane, mi sono anche informata con le hostess quando ripartivo da Roma: come se la passa un cane di media taglia durante un volo? Lei m’ha detto che lo sigillano in una gabbia e che non è poi così terribile dato che il volo è breve. A quel punto è intervenuta la collega, ha precisato che un cane è un impegno, e che lei ne aveva due. Io le ho risposto che sapevo di questa faccenda dell’impegno.
Allora me ne ha consigliato uno di una razza piccola, inglese,  che lo posso portare a bordo come faccio con il gatto, e che è paziente con i bambini, e ha fissato i miei figli e loro l'hanno guardata male.  Più risentiti, credo,  del termine bambini che per l'allusione alla pazienza del cane.
Comunque c’era una debolezza nel consiglio perché a bordo possono starci solo due animali e se ce ne è un terzo se ne  va in gabbia a prescindere dalle dimensioni.
L’ho ringraziata, ho detto che cercavo di ricordarmi il nome, ma due minuti dopo già l’avevo dimenticato, ché non mi piacciono i cani piccoli e quelli di razza sono belli, certo, ma perché andarne a comprare uno quando ce ne sono decine dietro le sbarre?

Il cane è femmina e si chiama Lara, ha cinque mesi, il pelo arruffato bianco sporco. M’ha abbaiato una paio di volte oltre la gabbia, e ho capito che era lei.
Per ora scodinzola e piscia in continuazione. Se le dico che è bellissima, che è adorabile, insomma tutte quelle idiozie che dici al tuo cane quando sei solo con lui, si scioglie in una cascata di liquido trasparente . Ho ricoperto il linoleum con dei fogli di giornale che m’ha dato la vecchia qui sopra.
C’è rimasta male quando l’ha vista.
E’ un bastardo! Ha detto spalancando quel forno che inghiotte tutto.


Ma stavolta sarò più decisa. Non me ne inventerò uno che sta sulla carta. Quando avrò risolto un paio di cose, me ne vado a cercare uno vero, giuro.


postato da alice121 ~ 15/01/2007 12:04 ~ commenti (7)
~ pensierini




sabato, gennaio 13, 2007
 
Delurking day
Sarebbe oggi.
Il giorno in cui i lettori che non commentano sono invitati a lasciare un ciao,  una frase, un insulto (un insulto magari no), oppure scrivetemi una mail, ché mi piace di più.
Però ci si può manifestare anche domani, lunedì, eccetera.
Una spiegazione della parola lurker si trova qui.



postato da alice121 ~ 13/01/2007 11:14 ~ commenti (8)
~ segnalazioni




venerdì, gennaio 12, 2007
 
E in ogni caso:  meglio l’Olanda in una stanza che Roma in un ufficio
Se mai dovessi tornare a vivere a Roma aprirei un sito come questo.
Se invece voleste disfarvi di qualcosa scambiandola con un’altra, potete mettere un annuncio qui.
Se poi di scambi e di favori tra vicini non ve ne importasse nulla, potete sempre dare un’occhiata lontano andando qui.


postato da alice121 ~ 12/01/2007 10:04 ~ commenti (5)
~ segnalazioni




giovedì, gennaio 11, 2007
 
A Sangue Freddo
Poi il delitto di Erba avrà una soluzione, come quello di Holcomb. E magari sarà vera una delle attuali supposizioni degli inquirenti. Tuttavia "A sangue freddo" consiglia di non limitarsi a guardare vicino. "Gli assassini sono tra noi", dicono solitamente i parroci ai funerali delle vittime di questi crimini. Gli sterminatori della famiglia Clutter venivano da lontano, invece. Avevano viaggiato ore per arrivare lì e subito erano ripartiti. La distanza protegge, i sospetti hanno le gambe corte. Ma non è detto che arrivino al traguardo giusto.
La domanda è: che cosa sarebbe più difficile da affrontare? Ricordate che cosa prova la gente di Holcomb quando scopre che i criminali vengono da fuori? Lo sa Giacomo: "Sollievo". Ora, a Erba abbiamo due possibilità: gli assassini sono tra loro o vengono da lontano, molto lontano, con altra cultura e diversa fede. È paradossale, ma la seconda è l'ipotesi che spaventa di più. La prima ti costringe a guardarti dentro e intorno. La seconda a fare i conti con una frase. L'ha detta un parente delle vittime. Questa: "Sterminarli tutti, quelle facce di cioccolato".
È una frase straordinaria. Quest'uomo cerca di controllare la rabbia. La sua censura agisce sulla parola che ritiene più grave. Non dice infatti (ogni liceale ha capito quel che intendeva) "facce di merda". Dice "di cioccolato". Ma non si frena sullo "sterminarli tutti". Non ci riesce. O lo trova meno grave o lo trova inevitabile. Il suo cervello interviene sulla seconda parte della frase, non sulla prima, lì domina il fegato.
Tratto da qui

C'è poi un'altra cosa che non mi va giù.
Che adesso che sono stati scoperti i colpevoli, i mass media cominceranno a pontificare sui vicini e sulla profondità dell'abisso in cui stiamo cadendo, ma in fondo questa storia dei vicini che perdono la testa e commettono follie mica è una novità, ed è anche frequente, tant'è chè è successa anche a  me in via indiretta.    e per fortuna non così violenta Non ricorderanno che una vicina è morta perchè aveva aperto la porta, un vicino è stato quasi ammazzato...
Quei due non potevano prevedere come sarebbe finita: c'erano state altre liti. O hanno aperto la porta per curiosità. Oppure la vicina si trovava già lì nella casa e il marito è intervenuto per difendere sua moglie...
Eppure sapere con precisione  se quei due vicini fossero già lì o siano arrivati dopo la lite, per curiosità o per mettere pace,  per me,  farebbe una gran differenza. 






mercoledì, gennaio 10, 2007
 
Nomi Propri
Mi servono, per una storia che sto scrivendo, un nome maschile del Ghana, uno della Romania e uno femminile delle Filippine.
A chi mi aiuta offro un ottimo caffè, dalle mie parti ovviamente.



postato da alice121 ~ 10/01/2007 11:25 ~ commenti (10)
~ romanzo breve




martedì, gennaio 09, 2007
 
Secondo te Darwin l'avrebbe bevuta la coca cola?
Fran dalle sue riviste di musica trae anche notizie che con la musica non c’entrano nulla e sistematicamente s’indigna e decide di scrivere lettere di protesta.  Oppure legge articoli da qualche altra parte, ma il risultato non cambia: s’arrabbia. Troppo, secondo me.
Tipo in un libro che aveva letto a casa di qualcuno e che l’aveva fatto diventare una bestia, e aveva deciso di rintracciare l’autore attraverso internet per inviargli una mail dove rilevava che le sue affermazioni erano un’offesa per l’umanità e per lui. Anzi per lui e per l’umanità.
L’autore sosteneva che la teoria di Darwin fosse errata.
Io mi offendo se qualcuno rinnega Darwin!
Poi legge e rilegge gli articoli sulla Chiesa, sui preti, e riparte con le indignazioni.
Tipo qualche giorno fa che mi dice: lo sapevi che i preti non fanno il voto di castità ma quello di celibato? Il voto di castità lo fanno i frati che non contano un accidente. Poi i preti non possono avere rapporti al di fuori del matrimonio e quindi avendo fatto il voto di celibato sono fregati. In teoria. Perché se vanno con una donna mica rompono il voto, commettono un peccato come gli sposati e i non sposati. Ti rendi conto?
In effetti su questa sfumatura tra voto al celibato e voto alla castità mica avevo riflettuto.
Comunque sono esseri umani, gli rispondo. E se cercano una donna che male c’è?
C’è che poi fanno la predica. E non lo sopporto.
Mica la senti tu la predica. L’ascoltano i cattolici, no?
Sì, ma è il principio quello che conta. E poi rinnegano Darwin.
Che noia! Sempre con questo Darwin!
E certo! E’ da lì che è partito tutto. No, prima c’è stato il Big Bang. Per quello hanno trovato una scappatoia. Però rifiutano la Scienza e non lo posso sopportare!
Poi ci sono le battaglie minori. Tipo che durante le vacanze di natale nella sua scuola hanno tolto il distributore di bibite. E ieri mi ha chiesto di comprargli 2 confezioni di coca cola. Io gli ho portato una lattina invece.
Te ne avevo chieste dodici!
Per farne cosa?
Le metto nell’armadietto e le vendo a chi le chiede, ma non voglio guadagnarci. Le vendo al prezzo del super.
Guarda che è illegale.
E ti pare legale che un gruppo di genitori decida di far togliere il distributore senza neanche consultarci?
Le bevande gassate fanno male.
Io comunque le vendo.
Tu non le vendi.
Allora le vendo fuori dalla scuola.
Secondo te Darwin l’avrebbe bevuta la coca cola?
Mi sarebbe piaciuto chiudere la discussione con questa domanda, invece mi sono arrabbiata. Eppure se mi concentro un attimo rientro nei calzettoni a righe, negli zoccoli, nei jeans, nei profumi e negli arricciamenti di naso di quando avevo quindici anni.






domenica, gennaio 07, 2007
 
Il primo
La prima apparizione dell’olanda è avvenuta sul marciapiede davanti all’ingresso dei voli internazionali ed era di centosessanta centimetri per circa dieci anni di età, capelli biondissimi arruffati e sopra i vestiti stropicciati la maglietta di Totti e un paio d’occhiali a specchio, malgrado il buio della notte si fosse ormai infiltrato ovunque.
Ci siamo guardati Fran Lo e io e abbiamo bisbigliato nello stesso istante: un olandese! Anche la gatta era d’accordo con il riconoscimento. Poi ognuno ha combattuto la noia e lo stress dell'imminente  passaggio tra i due mondi esasperando le sue piccole manie: Lo mangiando pizza, latte e cioccolata contemporaneamente, Fran imparando a memoria la sua rivista di musica e identificando gli olandesi seduti al bar, io comprando un numero imprecisato di riviste che non comprerei mai e che leggerei volentieri dove vado a tagliarmi i capelli se le comprassero, la gatta chiudendosi in un silenzio riflessivo ché sorprendeva tutti quelli che conoscono un po' i gatti.
Ora cerco qualcosa di pulito da mettermi addosso e vado a trovare una bambina che d’olandese ha ben poco: non raggiunge i tre chili, è nera che più nera non si può e si chiama Federica. Be’ qualcosa d’olandese in effetti ce l’ha: è nata qui, quattro giorni fa. Siccome sua madre era stata esplicita su come avrebbe agito se avessero utilizzato il forcipe, hanno preferito usare il vacuum dato che non ne voleva sapere di venir fuori.






giovedì, gennaio 04, 2007
 
Trovo sempre portafogli rossi.
Forse perché a perderli o a farseli rubare sono sempre donne, e il rosso è un colore che molte prediligono per un portafoglio. A me non piace. Ora ne ho uno viola, prima ne avevo uno color caccadicaneconmaldipancia, i precedenti erano neri da uomo o da signorina e uno a fiori che mi piaceva moltissimo ma che mi hanno rubato in un grande magazzino un po’ di tempo fa.
Camminavamo Fran e io costeggiando Villa Borghese, avevo ancora tutto il biancore di Paolina, di Dafne, di Proserpina nella testa e gli sguardi che ti raddrizzano dei ritratti del Caravaggio, e perdevamo tempo. Fran aveva un appuntamento con una sua amica che gli era stato rinviato di un’ora, io dovevo andare a Trastevere.
C’era una bella luce azzurra e il sole discreto del primo pomeriggio.

Così imbocchiamo l’ingresso che conduce al tapirulan attraverso cui si arriva a Piazza di Spagna.
Questo ingresso non mi pare sicuro. Qui ci potrebbero uccidere una persona e nessuno lo noterebbe. Un giallo lo farei proprio partire da un posto come questo, dice Fran.
Iniziamo la discesa della scala mobile. Le pareti sono sporche, scrostate, con grosse macchie di umidità e scritte con le bombolette spray.
A metà della discesa, sulla rampa di scale a fianco, c’è un vecchio, con abiti stracciati, impegnato in un discorso con una parete.
Cos’è quella roba, dice Fran, indicando una macchia rossa da cui proviene un "flap flap".
Parrebbe un portafoglio, dico io.
Lo apriamo. Dentro non ci sono documenti, non ci sono soldi, ma c’è un numero incredibile di carte dei punti del supermercato, tessere di adesioni, foto di un ragazzo e di una ragazza e quelle di una donna strappate da dei documenti  scattate a diverse età, biglietti del treno non ancora usati.
L' infilo in borsa e mi dimentico di lui.
Le macchinette dei biglietti dell’autobus all’ingresso di Piazza di Spagna sono rotte.
Fran mi illustra una sua teoria che ha l’intento di dimostrare che sono state sabotate.
Mi pare che i punti su cui si basa traballino un po’. E quindi anche la teoria vacilla, però non mi va di discutere.
Mi andrebbe un gelato, dico.
Ora ti porto in un posto che ne fa di speciali, mi dice lui con l'aria da esperto di Roma.
Dopo il gelato ci separiamo: lui raggiunge la sua amica, io Trastevere.
E’ notte da un pezzo quando, fumando sotto la luna, mi ricordo del portafoglio.
Miss Marple, cioè mia sorella, e il suo aiutante, cioè Fran, estraggono dal portafoglio le decine di biglietti, tessere, scontrini e ricevute. E scoprono che:
la proprietaria è un’insegnante che vive a Tivoli.
che non ha un numero telefonico intestato a lei.
Deducono, ricostituendo il puzzle del contenuto, il suo numero.
Le telefono.
Emilia, si chiama così, dice che le è stato rubato alla stazione Termini. Mi dice che c’erano delle foto di sua madre che è morta da poco, che aveva intenzione di duplicare. Si stupisce che l’abbia rintracciata. Mi chiede se lavoro alla metropolitana.
Dentro non ci sono documenti, né soldi, dico io, però ci sono rimasti dei biglietti del treno. Emilia mi dice che i biglietti le fanno comodo. E perché quelli li hanno lasciati? E’ strano.
Ah non lo so, rispondo.
Tra stupore e stranezze Emilia non dice neanche un grazie.
E finora non mi ha ancora richiamato per venirselo a riprendere. Non posso credere che abbia pensato che stia architettando qualche tranello.


postato da alice121 ~ 04/01/2007 17:23 ~ commenti (3)
~ fatti italiani




martedì, gennaio 02, 2007
 
Meno quattro e poi si sale
Io sono tra quelli che sostengono che al capodanno non ci tengono, che potrebbero anche dormire prima della mezzanotte e tutte quelle cose che dicono quelli così. E quindi fedele a questo partito non programmo nulla, non compro neanche lo spumante, magari capita nel frigo così, come ci si potrebbe trovare una fanta o una bottiglia di latte. E prima di mezzanotte non vado mai a dormire per abitudine e perché dovrei andarci proprio l’ultima notte dell’anno? Sarebbe un comportamento da scemi. E poi mi viene in mente o mi capita qualcosa da fare il pomeriggio del 30, e dopo penso che una serata migliore non la potevo passare e decido che l’anno prossimo la passerò nello stesso identico modo. Ma l’anno dopo capisco che è impossibile realizzare una serata che sia la copia precisa di quella di trecentosessantacinque giorni prima perché non c’è quel certo evento, non posso più andare in quel certo posto oppure quelle persone hanno un impegno altrove e allora dico che non m’importa di fare nulla.
La notte del trentuno eravamo a cinecittà a uno dei concerti organizzati dal Comune, e lo spettacolo dei fuochi e delle persone e la musica non erano affatto male, ti mettevano un’allegria leggera, e pensavo che una festa del genere la devi trascorrere così in mezzo alla gente, ma lo pensavo in quel momento e magari l’anno successivo è probabile che penserò il contrario.
Lo accendeva una stellina, l’appoggiava sulla strada e uno che era infarcito di botti più di un guerrigliero utilizzava le scintille per far scoppiare i suoi. Ce ne era un altro invece che li schierava in file ordinate come un piccolo esercito pronto all’attacco. C'era poi un tipo incredibile, con una bottiglia di whisky in cui era rimasto giusto un sorso che faceva l’ubriaco per rimorchiare le ragazze. Dell’ubriaco aveva solo qualche dettaglio selezionato: non ricordava dov’era, diceva, nè dove aveva in mente di andare, però aveva un equilibrio perfetto, uno sguardo limpido, le parole gli uscivano senza incertezze, alla fine stava quasi per riuscire con una spagnola, gli ha detto: parlami in spagnolo ti prego, è una lingua che mi piace tanto, lei stava con il suo ragazzo, il ragazzo gli ha detto: ehi, bello stai tranquillo, è la mia ragazza, e lui ha messo su la faccia smarrita dell’ubriaco, ha detto: ma che hai capito? A me piaceva solo ascoltarla parlare in spagnolo, solo questo, così mentre il tipo parlava al telefono la ragazza intenerita dalla sua faccia sperduta ha cominciato a parlargli spagnolo, prima veloce poi più lenta, e lui le diceva: che bello come mi piace, e io morivo dal ridere e mi chiedevo se la ragazza avesse intuito che il tipo ci marciava ché non era proprio possibile che si fosse fatto fuori una bottiglia intera di whisky, ma il ragazzo della ragazza spagnola lui sì che lo aveva capito e fremeva per chiudere la conversazione al cellulare. Tiravo un sospiro di sollievo quando Fran mi avvertiva che era a casa, che gli avevo predetto che in giro in centro con una bionda ragazza del nord, avrebbe avuto filo da torcere, un altro sospiro senza sollievo, quando mi pregava di non tornare prima delle quattro. Poi estraevo la micro bottiglia di spumante dalla borsa e brindavamo con degli sconosciuti conosciuti lì, i pompieri accendevano le luci del loro camion rosso, le linee telefoniche andavano giù, il tipo afferrava la sua ragazza spagnola e la trascinava lontano dal finto ubriaco che rimirava un po’ desolato la bottiglia con il sorso di whisky e infine partiva alla carica con un altro gruppo.
La mattina bevevo caffè sulla terrazza guardando le antenne, il cielo e la gatta che passeggiava sul cornicione.
Meno quattro e poi si sale, ma se le lo scrivo poi non ci penso.





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