ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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venerdì, dicembre 29, 2006
 
E intanto una macchia di sugo le ha appena ucciso il colletto della sua camicia candida.
Nella Piazza dove c’è la statua di Pasquino a pochi metri da piazza Navona mentre aspetto di mangiare nella mia enoteca preferita, ascolto pezzi di conversazione della gente già seduta.
E’ una bella giornata di sole e i tavoli all’esterno sono tutti occupati.
Ragazze: siamo a Roma! Dice una tipa sui sessanta con lo sguardo che guarda Pasquino e i messaggi che sono incollati alla base.
Le sue amiche concordano e assaggiano Roma in una cucchiaiata abbondante di zuppa di lenticchie rosse.
Ogni tavolino è stracolmo di piatti.
Mi arriva un’ altra manciata di parole, e di effluvi.
Una bambina sui cinque anni chiede denaro a quelli che pranzano e tralascia quelli che aspettano. Si ferma a un tavolo occupato da una coppia e dalle loro due figlie. Si rivolge alla donna che sta sminuzzando delle lasagne con l’intento di farle raffreddare, però la taglia troppo e diventano una poltiglia confusa e si fa quasi a fatica a capirne l’origine.
La bambina chiede cinquanta centesimi.
Hai mangiato, domanda la donna.
No, risponde la bambina.
Tu hai mangiato meglio di me, dice la donna.
Poi si ficca in bocca un’ampia porzione ancora fumante.
Mentre mastica, guarda anche lei la statua di Pasquino, tira fuori dalla tasca del cappotto una moneta e l’appoggia sull’angolo del tavolo.
Poi ricomincia a schiacciare.


postato da alice121 ~ 29/12/2006 11:00 ~ commenti (6)
~ fatti italiani




mercoledì, dicembre 27, 2006
 
Non facciamolo cadere
Che ci faccio alle undici di sera del ventisei dicembre in compagnia di quattro sconosciuti, tre donne e un uomo, che non si conoscono tra loro, in un punto affollato di Trastevere?
Non è un’evoluzione della trama di Non Buttiamoci Giù, e io fino a qualche minuto prima passeggiavo allegramente con i miei amici che adesso mi aspettano pazientemente vicino al semaforo.
Discuto con i quattro su quello che è opportuno fare.
C’è un altro sconosciuto ed è per lui che ci siamo fermati noi cinque. Per impedirgli di buttarsi giù. Un tipo sui vent’anni, ubriaco fradicio, che si alza e cade, si alza e cade, e ha battuto la testa violentemente sui gradini già un paio di volte.
Due degli sconosciuti (l’uomo e una delle donne) lo sostengono, io faccio le domande in inglese e veniamo a sapere che è polacco, che ha ventidue anni, che si chiama Pit, che non ha un posto per dormire. Non è che veniamo a sapere, intuiamo tutte queste cose perché lui s’esprime con un linguaggio da ubriaco e quando gli domando dove dormi non risponde e i due che lo sostengono dicono: dorme per strada.
Comunque l’autoambulanza non arriva e l’uomo organizza il soccorso di Pit.
Ci vogliono delle gomme! Le gomme svegliano. Rimediate le gomme. Mangia una gomma Pit! Ma Pit ci guarda e non reagisce. Allora io traduco. Pit prende la gomma, ma la lascia cadere e ci parla in polacco. Ci vorrebbe dell’acqua! Una bottiglietta d’acqua. Meglio ancora una fontanella. C’è una fontanella laggiù, dice una delle donne. Ma non ce la facciamo a portarlo fino a lì. Dovrebbe vomitare! Ce la fai a vomitare Pit?. Pit non capisce. Traduco. Non capisce lo stesso o forse non vuole vomitare. I vigili, dico io. Prima c’era un vigile su viale Trastevere. Magari se richiamano loro l’ambulanza… La donna bionda, elegante, va a cercare il vigile, ma il vigile è sparito. Epperò quanto ci mette ad arrivare, dice l’altra, che è bruna ed elegante come l'altra. Parliamo ancora con Pit, ma non otteniamo risposte. Riescono a farlo sedere sul gradino. Lui si copre il viso con le mani, appoggia la schiena al portone e non cade. Sta molto meglio, dice l’uomo. Passano altri minuti. Intanto chiacchieriamo ancora, poi la donna bionda dice: certo che non si ferma nessuno... Ti succede qualcosa e nessuno ci fa caso. Non è vero che non si ferma nessuno, dico io. Noi ci siamo fermati. E siamo cinque.
In fondo alla strada, dove c’è la piazza, si vede, oltre la gente, una luce lampeggiante blu. L’ambulanza è arrivata, ma dalla parte sbagliata. La tipa che reggeva Pit, che è stata quella che si è fermata per prima e che ha chiamato il 118 scappa a chiamarli.
La tua ragazza è in gamba, dice la tipa bruna all’uomo.
Non è la mia ragazza, risponde lui. Ci siamo conosciuti poco fa, per reggere Pit.
Non è la tua ragazza?, dice la bionda. Scusa, eh, ma sembra proprio che state insieme.
No, no. Risponde lui. Ognuno per conto suo.
Avete detto che stavate andando al cinema, dico io.
Sì, dice lui, ma mica insieme, e poi ormai si è fatto tardi.
Arriva la tipa con i due infermieri del 118. Una donna e un uomo. La donna dice alla tipa che è un’ ottusa. Come un’ottusa? Diciamo tutti insieme. Un’ottusa, sì, proprio un’ottusa.
Sono 40 minuti che aspettiamo, dico io.
Colpa dell’ottusa, dice l’infermiera. Ha detto che eravate vicino a S.Maria in Trastevere e che indicazione è? Il vostro senso civico, se si trattava di un infarto, avrebbe ucciso una persona con questa indicazione.
Sussurriamo alla tipa di lasciar perdere, le facciamo capire che per noi non è ottusa.
L’infermiera prende la mano di Pit, si fa dire il suo nome, gli dice: ehi Pit adesso tu vieni con me dal dottore, capito? Pit resta qualche secondo in silenzio, poi fa un grugnito d’assenso, dice: sì, va bene.
Allora parla anche italiano, dico io. Pit sale sull’ambulanza, io dico ai quattro: be’ allora ciao.
E chissà com' è finita tra i due che andavano  al cinema ognuno per proprio conto.


postato da alice121 ~ 27/12/2006 11:03 ~ commenti (7)
~ fatti italiani




venerdì, dicembre 22, 2006
 
Voi state bene e non mangiate troppo;-)
Non vivere in città ci porta a essere più vulnerabili a raffreddori e influenze varie. Perché ogni volta che avviene il passaggio da lì a qui uno di noi s’ammala.
Questa volta è toccato a me.
Non è uno di quei virus che ti schianta. Posso leggere, bere caffè, giocare ai vari giochetti scemi. E’ un’influenza che sta dalla mia parte, insomma. E che mi vedrà tornare attiva verso le nove di domenica sera quando la spesa sarà stata fatta, la cena cucinata, la tavola apparecchiata.
Ieri pomeriggio mentre il soffitto della stanza si riempiva di stelline multicolori iniziavo a leggere questo:
Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe. (Fante-Aspetta primavera, Bandini).






mercoledì, dicembre 20, 2006
 
Non ci sono più i babbi ma neanche le nonne di una volta
Anche lui nota e riflette su quelle robe appese ai balconi e alle finestre.
A me invece inquietano molto più quelle anziane che vogliono attraversare una strada e si riparano dietro al mio corpo come fosse un air bag.


postato da alice121 ~ 20/12/2006 14:16 ~ commenti (2)
~ pensierini




martedì, dicembre 19, 2006
 
Da domani solo tè verde, giuro.
I quattro camion e il pulmino se ne sono andati poco fa.
C’erano dei cartelli con il divieto di parcheggiare nella via, e pensavo che dovessero pulire la strada. Però lavano solo un lato e l’altro no?  E stamattina s’è scoperta la ragione.
Mi fermo per un cappuccino al bar sotto casa, devo piantarla con i cappuccini ché poi la notte non riesco a prender sonno, metto su lo sguardo scemo e inizio a sorseggiarlo e un tipo con un bastoncino sottile, i capelli scompigliati, la barba di due giorni, agitando il bastoncino come un insegnante d'altri tempi, mi dice: non guardare!
Non mi vieta di guardare lui, ma quel groviglio di persone che c’è dall’altra parte della strada. Naturalmente guardo, ma all’olandese, cioè con discrezione. Ma lui non si occupa più di me, ché ci sono quelli che guardano senza finzioni.
C’è un tipo in un giaccone scuro che prima fa un discorso alla telecamera e dopo spicca una corsa e scompare nell’ingresso del palazzo.
La sequenza dura due o tre minuti e poi la ripetono.
Che fanno? chiedo al barista mio preferito.
Girano uno spot, mi risponde.
E’ XY, dice un tipo che si sta gustando un liquorino.
E chi sarebbe XY?
Signorì, mi dice, ma dove vivi?
Eh, fa il barista mio preferito, - che mi esibisce come cliente internazionale ogni volta che gliene capita l’occasione - eh, vive in Olanda!
Ah. Dice il tipo. XY è quello dei pacchi! Quello che fa aprire i pacchi all’ora di cena e se sei fortunato vinci un botto di soldi. In Olanda non ci arriva la televisione italiana?
Lui ha finito il liquorino, io il cappuccino.
Cerco il portafoglio e una frase breve che non generi altre domande.
Tra un po’ quando il cappuccino sarà entrato in circolo risponderò ai milioni di quesiti di chiunque, ma adesso non mi va.
Signorì?
Dove vivo io non arriva.
Sorride. Si sistema la pancia nei pantaloni e va a piazzarsi su una sedia fuori dal bar a far disperare il tipo con il bastoncino.
Io ordino un caffè.


postato da alice121 ~ 19/12/2006 20:03 ~ commenti (1)
~ chiacchiere




lunedì, dicembre 18, 2006
 
Perché poi c'è quello che vedo io
Su uno dei tanti forum degli italiani all’estero alcuni avevano lasciato dei messaggi che descrivevano l’inquietudine  e la gioia che si provano quando si rientra nel proprio paese per le vacanze.  Costoro (quelli che sono contenti ma anche no di tornare) rappresentano il gruppo intermedio (o schizzato dico io), mentre quello più numeroso è costituito dai tranquilli, quelli che dicono: il mio posto è dove c’è la mia casa. Poi ci sono quelli che stringono i denti e alla prima opportunità tornano o scappano (e sono la minoranza).
Io rientro nel gruppo di mezzo. E avevo deciso di non pensarci , di non scriverne, di fingere che non ci fosse, anche se trattandosi di un' emozione negativa ma leggera ti tocca ma non ti lascia segni.
Così ho preparato le valigie poche ore prima e ho cercato di dire il meno possibile: parto. Quando ho tolto il freno eravamo già atterrati a Fiumicino e dovevo ormai occuparmi di tutta la parte organizzativa del rientro e non c’era più posto per certe riflessioni che non portano da nessuna parte. Me ne sono ricordata ieri, verso le sei del pomeriggio, quando camminavo nella folla della via Appia. E pensavo che alla fine questa sottile inquietudine che deriva dal sentirsi straniero in patria  la tengo un po' lontana leggendo i blog italiani.
La blogosfera che, a differenza dei giornali, riporta anche quello che non fa notizia.
E così avevo messo su l’aspettativa d’imbattermi, nella prima passeggiata per Roma, in dei babbi natale luminosi e grassi che dondolavano al mio passaggio e invece non ne ho incontrato nemmeno uno.
A un certo punto la testa mi ha cominciato a girare, il traffico le luci tutte quelle parole le devo ricevere a piccoli dosi se voglio evitare lo stordimento, così ho lasciato la via Appia e ho proseguito la mia passeggiata nelle strade secondarie e ne ho visti tre.
Uno regalava caramelle e gli altri due volantini pubblicitari. Con le facce sudate e i sorrisi indecisi, con i cappelli in mano e le barbe spettinate. Babbi di muscoli, ossa e imbarazzo.
E mi sono sentita subito a mio agio.


postato da alice121 ~ 18/12/2006 11:43 ~ commenti (8)
~ pensierini




venerdì, dicembre 15, 2006
 
Sotto il mio letto
Un po’ di tempo fa ho sbirciato dentro una cartella di un’amica di Fran che era sul pavimento vicino alla porta d’ingresso.
Era una cartella di cartone rigido del tipo di quelle che si usano, di solito, per trasportare disegni.
Dentro c’erano delle belle foto in bianco e nero.
Le ho guardate un po’ in fretta perché Fran e l’amica erano al piano di sopra e mi seccava farmi pizzicare a curiosare anche se il nastro rosso della cartella era slacciato e la posizione della stessa rendeva poco agevole il raggiungimento della porta.
La curiosità che mi aveva spinto ad aprirla era per una ragione estetica.
Perché questa ragazza, l'amica di Fran,  per come si veste, per come porta i capelli, per come ha la faccia sembra appena uscita da un film francese (dove immagino che suoni il sax o scatti foto) e ciò mi sembra inconcepibile perché è olandese invece.
E pur vero che se frequenta la scuola americana e vive qui nel paese di W. significa che in Olanda è di passaggio o  quanto meno che in precedenza ha vissuto altrove.
Comunque le foto.
Tra tutte me ne era rimasta impressa una intitolata: Sotto il mio letto.
Sotto il suo letto c’era una confusione di oggetti.
Così ho cominciato a guardare sotto i nostri letti. Non con l’intento di pulire e di raccogliere, ma proprio con quello di guardare.
Sotto il letto dei figli c’è il caos o la vita a seconda della prospettiva.
Sotto il mio nulla. A parte qualche ricciolo di tappeto o di polvere verso la fine della settimana.
Eppure non ero una persona ordinata e inoltre mi sfuggono un sacco di cose dalle mani.
Stamattina, però, ci ho trovato una matita, anche ben temperata.
E’ tua? ho domandato a Emme.
E’ tua, mi ha risposto lui. Ti ho visto che la usavi per sottolineare un libro, una sera.
Che libro?
Ha alzato le spalle.
Io non sottolineo, ho detto.
E invece sì, lo hai fatto.
Ho sfogliato gli ultimi libri che avevo letto e alla fine ho rinvenuto delle pagine con asterischi e linee sghembe.
Erano le pagine di un saggio di Coetzee dal titolo: Che cos’è un classico? Per spiegare cos’è un classico Coetzee riporta la storia di Bach. Che mi aveva colpito assai mentre la leggevo. Come mi aveva colpito questo ricordo dell'autore che racconta il suo incontro con Bach: Una domenica pomeriggio dell’estate del 1955, all’età di quindici anni, mentre gironzolavo per il giardino di casa, alla periferia di Cape Town, chiedendomi cosa fare, essendo la noia il problema principale dell’esistenza, sentii una musica dalla casa accanto.
A quel punto ho sottolineato e subito dopo mi sono messa a pensare alla mia infanzia quando gironzolavo anch’io per risolvere il problema terribile della noia.
Così attraverso una procedura contorta (e un po’ irregolare) sono venuta a scoprire un’azione che ho compiuto e  dimenticato. E ciò mi ha rallegrato assai.


postato da alice121 ~ 15/12/2006 12:22 ~ commenti (5)
~ pensierini




mercoledì, dicembre 13, 2006
 
Carpe fettuccinam
Avete presente l’istante in cui si sollevano le fettuccine bollenti per adagiarle nel piatto?
E il fumo e il profumo si dilatano e le salive si inghiottono?
E il silenzio che accompagna questa azione?
E l'intensità dello sguardo appuntato sulla massa gocciolante di sugo?
L’interruzione di questo momento, come succede con lo squillo di un telefono per esempio, frantuma un incantamento che è simile a quando qualcuno ti scuote mentre sei assorto a fissare un pensiero che sembra di poter vedere con altri occhi.
E questo rientro forzato nella realtà è come una caduta.
Inoltre l’alzata della fettuccina è ancora più importante e simbolica qui, in terra d’olanda, dopo lunghi anni di permanenza.
Ieri sera questo attimo (idilliaco e/o  pubblicitario) è stato annullato da un trambusto davanti alla porta d’ingresso. L’autrice del trambusto, la gatta, s’è presentata subito dopo con una schifezza che le spuntava dalla bocca.
Ecco, ci ha comunicato con lo sguardo altero. Ho fatto il mio dovere.
La mia fobia per gli esseri quasi morti o quasi vivi mi ha fatto: mollare repentinamente il groviglio sugoso con conseguenti schizzi dappertutto, cacciare un urlo, alzarmi precipitosamente e rifugiarmi nell’ingresso chiudendomi la porta alle spalle, abbandonando figli, felino e roditore.
La gatta spaventata dall’urlo e dal mio movimento concitato ha lasciato il topo che si è rintanato sotto la libreria.
Lo spot pubblicitario si è così trasformato in una scena comica, nemmeno tanto originale, che vedeva me dare istruzioni ai figli e, nella più completa follia (ricordatevi che ero appena ricaduta nella realtà), alla gatta.
Così uno ha spalancato la porta-finestra che affaccia sul giardino, uno si è armato di scopa e lei si è acquattata davanti alla libreria, in attesa.
Sono trascorsi dei minuti, mentre le fettuccine cessavano tristemente di fumare e si compattavano, e nulla è accaduto.
Infine sono state proposte soluzioni dai figli perfettamente in linea con il carattere razionale dell' uno e quello più romantico dell’altro.
Fran: torniamo a mangiare e lasciamo che la gatta ammazzi il topo.
Lo: catturiamo noi il topo e teniamolo. In fondo è come un gerbillo.
Come è finita.
La fame mi ha fatto dimenticare la mia paranoia per gli esseri quasi morti (o quasi vivi) e siamo tornati a tavola.
Presumo che sempre la fame abbia spinto il topo a uscire dal suo nascondiglio. A quel punto la gatta l’ha catturato, lo ha poi lanciato in alto di circa un metro e conseguentemente ho dedotto che la resistenza fisica di un topo e assai superiore a quella di un criceto o di un gerbillo. Quando è ricaduto a terra è schizzato via, apparentemente in perfetta salute, e infine è precipitato dalla grata che copre la buca dove c’è il termosifone.
Abbiamo tolto la grata, ma non si vedeva nulla. La gatta ha provato a calarsi, ma alla fine ha rinunciato.
Dopo oltre dodici ore i figli sono a scuola, il topo (vivo o morto) è ancora lì e la gatta pure.
Io sono altrove invece.






lunedì, dicembre 11, 2006
 
Sanguineti’s night
Aggrappata al palo del semaforo aspetto che le raffiche finiscano.
Alla prima le biciclette s’arrestano e i ciclisti ridono mentre io sono seria: mi sembra di essere in  un sogno e di volare, e non sono sicura che mi piaccia.
Alla seconda un ombrello, che pare un pipistrello ferito, rotola sulla strada, s’alza in volo terribilmente sgraziato e va a incastrarsi in una balaustra di un ponte, e io mi  chiedo perché i ponti abbiano la protezione e le sponde invece no.
Alla terza i grandiosi lampadari di cristallo che hanno appeso per Natale oscillano e tintinnano e li guardo affascinata e preoccupata.
Quando sopraggiunge la quarta deduco che è a causa del vento che gli olandesi sono così alti e robusti, ché loro ce la fanno a camminare mica sono costretti a stare agganciati a un semaforo come me.
Infine comincia a piovere e il vento se ne va altrove. Ho dimenticato il cappello e allora srotolo dal collo il pareo azzurro e mi riparo con quello, mi sento un po’ statua della madonna che cammina, ma tanto nessuno mi vede, o meglio nessuno mi guarda.
Supero un gruppo con i trolley lucidi di pioggia e di fabbrica e mi domando: perché gli italiani che vengono ad Amsterdam hanno sempre le valigie nuove? E perché mi pongo sempre domande simili? Perché non mi chiedo mai qual è il senso della vita?
Quando arrivo all’istituto la sala è vuota a parte un tipo in un angolo con un teleobiettivo, ma dopo venti minuti le sedie, un centinaio, sono tutte occupate.
Sento il direttore dell’istituto bisbigliare a qualcuno: pensavo che ci sarebbe stata più gente…
In effetti quando venne Melania Mazzucco o anche Caterina Cilento c’erano persone in piedi.
Però la composizione del pubblico di Edoardo Sanguineti è diversa. E’ un pubblico italiano, sui trenta, che prenderà appunti.
Mentre quello della Mazzucco e della Cilento era olandese, sui sessanta e non si segnava frasi, però domandava.
Perché questo pubblico che scrive non domanda? Mi chiedo mentalmente quando la conferenza è finita.
Io lo so, dice una tipa con un’espressione irritata alla sua amica, io lo so che tra un’ora avrò decine di domande che mi gireranno per la testa, ma adesso, purtroppo, ho solo il vuoto.
Anch’io ho trascritto qualcosa: ogni persona anche quando si sforza di essere sincera sostiene una certa immagine di sé. E l’altro ne osserva i gesti e le espressioni, ne ascolta le parole, ma se non ha un interesse di tipo emotivo difficilmente ci rifletterà sopra.
Chissà perché tra tutte le frasi abbia deciso di fissare per la memoria proprio questa. In effetti ce ne è un’altra che mi è rimasta in testa e che spiega la mia scelta: Io non penso che nessuno scrittore sappia fino in fondo che cosa stia scrivendo.


postato da alice121 ~ 11/12/2006 12:43 ~ commenti (11)
~ pensierini




giovedì, dicembre 07, 2006
 
Se non è Roma sarà Amsterdam
Non potendo essere con loro a Roma, mi consolerò andando stasera ad Amsterdam ad ascoltare lui.
Se riesco ad azzeccare la combinazione giusta di autobus, tram e treni impiegherò per un a/r tre ore circa, ma anche se ci metto di più non m’importa.
Qui invece un mio racconto.


postato da alice121 ~ 07/12/2006 09:29 ~ commenti (15)
~ segnalazioni




martedì, dicembre 05, 2006
 
Tutta colpa dei vicini se poi immagino storie terribili
La famiglia asiatica che vive di fronte a me da un mese circa ha definitivamente acquistato una forma come se si fosse colorata con il pennarello che cancella l’invisibilità. Non è ancora ricomparso invece il figlio piccolo. La mattina escono il padre, la madre e il figlio sui tredici, quattordici anni, sempre in quest'ordine e la sera verso le sei rientrano nel senso inverso: prima il figlio, poi la madre e infine il padre. Quello minore, dopo essersi palesato in un paio di occasioni, non si è più manifestato. Forse apparirà dopo  Natale?
Le finestre della loro casa hanno sempre le tende tirate nelle stanze del secondo piano, del sottotetto e del soggiorno e la luce non l’accendono mai. Utilizzano, penso, delle candele. Oppure vedono al buio come i gatti o hanno il senso dei pipistrelli?
L’Ammazzasette è in letargo e fino a primavera siamo tutti tranquilli.
Il mio vicino spagnolo di sinistra, sua moglie Paola Paola e la loro bambina di due anni li ho visti, e soprattutto sentiti, l’ultima volta sabato quattro novembre.
Ne sono certa perché in quella data a W. si festeggiava  la notte delle streghe e dei loro amici con le maschere da mostri bussarono alla loro porta verso le sette per il giro nel quartiere. Il mio vicino è uscito, con un cappello da mago mestamente ripiegato su se stesso, tra le braccia teneva sua figlia vestita da fantasma, ha chiamato sua moglie Paola Paola un numero di volte indeterminato e, quando i vetri delle finestre hanno cominciato a vibrare, Paola Paola è apparsa trasformata in fata turchina con dei tacchi altissimi poco adatti alla passeggiata, alla pioggia e al costume (non per nulla siamo in olanda e ognuno si veste come accidente gli pare). Infine  il corteo vociante è stato inghiottito dal buio di Cameliahof.
L’ultima parola che ho sentito è stata, per l’appunto, l’esclamazione Paola Paola seguita da altre che non sono stata in grado di decifrare. E’ rimasta la sua automobile con l’adesivo del toro incollato sul parabrezza e il suo container del verde con il coperchio aperto. Ogni lunedì guardo con cupidigia quel container vuoto e conduco una battaglia interna. Mi farebbe comodo utilizzarlo per le foglie che continuano ad ammucchiarsi nel mio giardino.
Questo, in effetti, è un altro mistero: da dove vengono le foglie a fine autunno quando tutti i rami sono spogli?
Se mi capita un tassista sottomano glielo chiedo.


postato da alice121 ~ 05/12/2006 11:27 ~ commenti (13)
~ roba d olanda




lunedì, dicembre 04, 2006
 
Venerdì
Venerdì alle otto di mattina al parcheggio della stazione sono incollata allo sportello della mia macchina in difesa di uno dei miei figli che per questioni di “privacy” non svelerò qual è. Davanti a me un arabo-turco inferocito, con gli occhi dilatati, che vuole aprire lo sportello.
L’arabo-turco ha ragione di essere arrabbiato, ma la reazione è spropositata. Intorno a noi centinaia di persone e nemmeno un poliziotto, che di solito sono ovunque in bici, a piedi, a cavallo, in motorino, ma non lì in quel momento.
Da quelli che passavano non mi aspettavo certo un aiuto, come non me lo sarei aspettato in nessun posto del mondo in effetti, però incredibile: la gente non ci ha rivolto nemmeno uno sguardo, come se fossimo trasparenti.
Gli emigrati sono sempre più arrabbiati, colpa della Verdonk, delle black school, della sproporzione tra offerta e domanda di lavoro.
Alla fine il tipo sono riuscita a calmarlo  pronunciando una frase magica.
Doveva essere lì da qualche parte, bastava tirarla fuori. Ho detto: è mio figlio. Ha smesso di gridare e di tirare lo sportello. Ci ha lasciato andar via  pur continuando a fissarci minaccioso.
M’è venuto in mente Sabato, un racconto di Giancarlo De Cataldo in Teneri assassini. La storia si svolge in un bar dove un padre e un figlio di un paese dell’est entrano a bere qualcosa. A un tavolo ci sono dei ragazzi del paese che sono un po' di malumore, un po' annoiati, un po' ubriachi. I due dell’est non sono a caccia di liti, i ragazzi invece sì. E una sera di un sabato che avrebbe potuto essere senza storia finisce nel peggiore dei modi. Più tardi, in macchina, disse agli amici che il ragazzo non aveva toccato Katia. Era stato tutto uno stupido equivoco. Nessuno gli chiese perché non l’aveva detto subito. E chi se ne frega, - disse Tappo - era solo uno straniero di merda. (Tratto da Sabato)
L’episodio che mi è capitato alla stazione non ha nulla in comune con il racconto di De Cataldo. Quasi nulla a parte l’intolleranza da cui derivano entrambi.





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