ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

@ Mail

Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



giovedì, novembre 30, 2006
 
A me la saggezza stresserebbe
Percorro la solita strada dritta che taglia la solita distesa verde, sul fondo c’è un po’ di sole tra la nebbia.
Sono soddisfatta. Assetata. Sudata.
Ho da poco terminato di giocare a tennis, ma la soddisfazione non deriva solo dal gioco, ma dal fatto che ho finalmente avuto un contatto con Misaki.
Cioè con la prepotente del gruppo che gioca a tennis.
Quella che deve essere prima a ogni costo. Prima a passare una porta, a sedersi su una sedia, a fare un determinato esercizio, a prenotarsi per la lezione successiva, a bere, ad andare al cesso, in fila, ovunque.
I tipi così si manifestano nel pieno del loro volere soprattutto nel lavoro e nel gioco, anche se quando ce l’hai dentro l’ossessione di essere primo devi metterla in pratica sempre.
Le altre del gruppo la lasciano primeggiare. Alcune forse non ci fanno caso, altre forse sì e saggiamente (ma si tratta di saggezza? non ne sono così sicura) pensano: in fondo a me cosa cambia? Sono qui per divertirmi e non mi occupo d’altro.
Nel lavoro, certo, non funziona così, ma in una situazione di svago si può lasciar perdere.
E’ meno stressante.
Vuoi essere la prima ad attraversare quella porta: vai pure, tanto non ho fretta in questo momento.
Io invece non glielo posso permettere. Non ce la faccio. Se davanti alla porta ci sono io non mi sposto per lasciar passare te a meno che non intuisca che sei distratta, che non ci fai caso.
Fino a oggi per una serie di casualità lei e io non siamo mai venute in contatto. Dato che il gruppo non è così numeroso, immagino che non siamo capitate vicino perché avevo bisogno di tempo per osservarla con attenzione.
Quando sono stata certa del suo obiettivo, allora, credo, non l’ho più evitata.
Ho adottato la tecnica olandese.
Excuse me, excuse me, a cui seguiva una frase in cui m’informava che c’era prima lei, Misaki. Reazione da parte mia? Nulla. Come se non avesse parlato. Come se non esistesse.
E’ andata avanti così fino a quando ha deciso di porre fino al contatto o alla prova di forza.
Si è ritirata insomma.
Mi pareva quasi di sentire il rumore scomposto degli zoccoli dei cavalli e un suono triste di tromba.
Si ritorna alla macchina dell’inizio.
Mi godo lo spettacolo della nebbia che si spezzetta sotto il sole.
Se non fosse per la sete starei benissimo.
Percorro questa strada dritta a doppio senso, senza corsia di sorpasso a cinquanta chilometri all’ora come da segnale stradale.
Si potrebbe andare a settanta, anche a novanta in effetti perché non c’è nemmeno una curva, un avvallamento del terreno, nessuna imperfezione, pare proprio una strada tracciata con la riga, ma rispetto la regola. Come quello prima di me e come quello dopo. Come la ventina di automobilisti che marciano tutti a una distanza di sicurezza.
Poi dallo specchietto noto un’automobile nera in corsia di sorpasso. Quando mi affianca vedo che è Misaki al volante. Pochi secondi ed è la prima della fila, altri pochi secondi ed è un punto in fondo alla strada.
Cinque minuti dopo c’è la sua macchina ferma in una piazzola e due poliziotti in moto.
Potevo non suonare il clacson e non salutarla?






mercoledì, novembre 29, 2006
 
Quella notte in cui piovvero bulbi
Sono nel vivaio con Chris. Lui spinge il carrello, io scelgo le piante.
I vivai di qui non esistono in Italia, se proprio devo fare un confronto potrei paragonarli alle grandi librerie dove acquisti libri, ma non solo.
Qui compri piante, alberi e fiori, ma non solo.
Nel padiglione più esterno c’è un olivo contorto circondato da bottigliette d’olio piantate nella terra che simulano un’aiuola.
Questo resta qui per sempre, dico.
No, dice Chris. Lo comprano, eccome se lo comprano.
E’ ridicolo. Non è un bonsai, ma non ha nemmeno l’altezza di un olivo. E’ un ibrido, una via di mezzo, mi sentirei a disagio ad averlo in casa. E poi ha bisogno di caldo, di luce, come farebbe a sopravvivere ?
Va di moda far crescere alberi in casa. C’è una cliente che ha proprio un olivo in un cortile interno. E poi è una moda più tranquilla, anche un po’ romantica. Mi ricordo qualche anno fa quando c’era quella dei serpenti. Dovevamo dipingere una stanza dove in un angolo c’era un terrario con dentro un'iguana. Solo che era cresciuto troppo e ci stava stretto. Poveretto, faceva una pena…
La stanza di che colore l’avete dipinta?
Verde foresta!
E il cortile della signora dell’olivo?
Verde argento! Ma quanti ciclamini compri?
Quanti? Due.
E quanti ne hai già? Dieci?
Dieci? Scherzi?
Sei proprio fissata con i ciclamini…
Ebbene sono fissata, sì, mi piacciono perché hanno i fiori che durano a lungo e pare che stiano per scappar via e inoltre se ti dimentichi di loro, di innaffiarli intendo, s’afflosciano subito.
E’ una pianta che dà le sue soddisfazioni insomma.  E poi mette in movimento i pensieri...
In Cambogia quando torni?
Ehi non mi far salire la tristezza…
Cos’è che fai lì nei fine settimana? Vai sulla sponda del fiume e dipingi, esatto?
Non approfittarti delle mie confidenze per prendermi in giro.
Guarda stanno caricando l’olivo sul carrello! Non poteva essere che una del genere a portarselo via. Assomiglia all’albero ibrido in un modo pazzesco. Non è bassa, ma nemmeno alta, cammina sui tacchi a spillo e indossa un giaccone da suora, ha ciocche di capelli dipinte di rosso acceso ma anche numerosi fili bianchi.
Non lo dire, ti prego.
Ogni pianta assomiglia al suo proprietario. E io sono un ciclamino. Tu invece…
Taci.
Cosa c’è nel tuo giardino?
Non è un giardino quello.
Va be’ in quello spazio un po’ aperto, un po’ chiuso. Ci sono i tulipani, i fiori simbolo dell’Olanda!
Li ha portati il vento.
Eh sì, un tornado.



postato da alice121 ~ 29/11/2006 10:54 ~ commenti (11)
~ chiacchiere




lunedì, novembre 27, 2006
 
Io dico di no
La mia amica P., a cui nascerà una bambina fra un mese, commentando l’utilizzo frequente del ricorso al forcipe dei ginecologi olandesi: se capisco che hanno intenzione di usarlo io mi alzo e me ne vado!
Cara P. potresti non farcela ad alzarti…
Allora gli meno! Già ne ho menato uno qualche anno fa, quando mi ha rimesso a posto l’osso della gamba senza avvisarmi prima.
Quanto vorrei essere presente. Primo perché vorrei esserle vicina, secondo per vedere se l’evento la renderà meno combattiva.


postato da alice121 ~ 27/11/2006 10:06 ~ commenti (10)
~ roba d olanda




giovedì, novembre 23, 2006
 
Anche se fuori piove
Ultimamente mi capita di fermarmi a leggere blog chiusi da un pezzo su cui , spesso, non c’è il post che ne dichiara la chiusura.
E quando si decide di far sapere che non ci si scriverà più,  si ricorre, di solito, alla parola chiuso non fine.
E questo rappresenta uno dei punti che lo rende diverso da un libro.
Così i blog possono essere paragonati a dei negozi con una vetrina più o meno grande, dove ogni gestore vende qualcosa di diverso. Se il proprietario è un buon venditore o uno a cui piace chiacchierare, quelli che passano si fermano, ritornano, condividono e dissentono. Se è un tipo irascibile, vanitoso o se gli affari gli vanno particolarmente bene, ha sempre qualcuno che torna di notte e tenta di frantumargli la vetrina.
Il libro, invece, ti prende per mano e ti conduce in un viaggio. Se il viaggio è noioso lo abbandoni, altrimenti stringi i denti, pensi: l’ho pagato accidenti e lo finisco.
Quando in un blog la vetrina non viene più cambiata, le parole si impolverano e assumono un carattere diverso. Più sciocco o profondo ma più evocativo, forse. Il proprietario smette di rinnegarle, di lucidarle, di dilatarle.
Ieri sono capitata su uno con gattini, cuoricini e colori, con file musicali a cui era stata tolta la spina, con dettagli d’arredamento che di solito mi respingono. Però era chiuso da più di un anno e allora mi sono fermata a leggere e ho trovato questa frase: vorrei essere al posto della sconosciuta che si sta fumando una sigaretta davanti al mare del Nord, nella spiaggia di W., invece sono a Milano in ufficio.
La foto a cui la frase si riferiva è svanita e al suo posto c’è un quadratino. E così queste parole, non più accudite, diventano un’altra cosa. Forse non diventano nulla, però capita che quella spiaggia si trovi a cinque minuti da dove sto scrivendo e mi chiami di andarci, subito.


postato da alice121 ~ 23/11/2006 11:59 ~ commenti (15)
~ pensierini




mercoledì, novembre 22, 2006
 
E finalmente ho tirato su lo spinnaker.
Il pezzo che segue sintetizza perfettamente i miei primi anni nella comunità italiana di qui:

La necessità di sapersi creare una "clausura" mentale sorge nella terza situazione, barca piccola con armatore e amica ( o amici) a bordo, elemento peggiorativo se l'armatore ha esperienza di barca (positivo solo in caso di maltempo perché sa stare anche lui al timone). La convivenza è totale, gli spazi ridotti, non è possibile isolarsi o tanto meno scaricare tensione parlando con qualcuno "dalla tua parte". Ovviamente, filosofie di vita, idee politiche ecc. ecc. sono assai divergenti, unico elemento legante può essere il rispetto e il riconoscimento delle capacità. In questa situazione per sopravvivere è necessario assumere la consistenza di un oggetto d'arredamento, essere presenti, ma non partecipare; a nessuno deve venire in mente di porti delle domande, di coinvolgerti in una discussione, andrebbe in frantumi tutta l'atmosfera, o per il sorgere di tensioni verso l'esterno, se difendessi le mie idee; le tensioni diverrebbero mie interne se invece le rinnegassi per quieto vivere.
(Tratto da racconti di uno skipper)


Poi però li ho fatti sbarcare quasi tutti.


postato da alice121 ~ 22/11/2006 11:48 ~ commenti
~ segnalazioni




lunedì, novembre 20, 2006
 
Ieri
L’Aja delle sei del pomeriggio la disegnò la mia amica Carla una domenica del mese di novembre quando avevamo quattordici anni e scappammo da una festa dove non c’erano due che ci piacevano. Sono sicura del mese perché una settimana prima lei aveva festeggiato il suo compleanno e qualcuno aveva detto: che giorno del cavolo per festeggiare un compleanno.
E così quel pomeriggio, dopo aver scartato il gelato e il cinema, tirai fuori l’idea di costruire la città del futuro.
M’arrampicai sul soppalco e presi la scatola del Lego già piena di polvere.
Lei, che era bravissima con le matite, disegnò un tram che entrava in un galleria sopra cui c’era un ufficio, dei palazzi viola e verdi con le facciate curiose e sghembe, una biblioteca di vetro con delle poltrone immense, le strade brillanti di pioggia e dei faretti che espandevano i colori e dei camioncini gialli e un piccolo aereo con uno striscione attaccato su cui io scrissi: viva noi.
Dopo il progetto cominciammo la costruzione. Oltre ai mattoncini del lego, usammo le torce, le carte della caramelle e dei ritagli delle riviste.
Venne fuori un’altra città rispetto al disegno: più brutta e per niente futuristica.
Allora presi un’altra scatola che conteneva dei pupazzi minuscoli con cui ci organizzavo qualche anno prima delle avventure pazzesche e la trasformammo in una città viva.
Perché nella città del futuro non c’è nessuno? Chiesi a un certo punto.
Perché sono tutti chiusi nei palazzi a fare le attività.
Quali attività?
Lei alzò le spalle.
Nella città del futuro piove sempre e la notte è lunghissima perché il sole si sta spegnendo e per questo motivo colorano i palazzi e tengono le luci accese, disse dopo un po'.
A me sembrò un futuro tristissimo.
Eppure ieri quando camminavo in quel disegno con l’eco che amplificava i passi ero incredibilmente a mio agio.



postato da alice121 ~ 20/11/2006 11:18 ~ commenti (8)
~ roba d olanda




venerdì, novembre 17, 2006
 
Post slegato d’autunno
Dall’ippocastano è precipitata l’ultima foglia, quelle delle betulle invece ancora resistono seppur diradate e alla gatta si è alzato il livello di stress perché sui rami spogli i merli spiccano neri e grassi.

Alle cinque della sera percorrevo in macchina la strada che taglia W. e un bambino sui dieci, undici anni in mezzo a un gruppo di suoi coetanei ci ha lanciato un sasso. Lo ha abbassato il finestrino e non so che cosa gli abbia urlato contro, ha pescato a caso nel suo repertorio brutteparoleintuttelelinguedelmondo, e mi ha anche rimproverato perché non mi sono fermata. Il sasso era minuscolo e sulla carrozzeria è rimasto solo un piccolo segno.

Sono arrivate le pagelle e ci sono stati i colloqui , i giudizi sono buoni per entrambi. L’unica debolezza di Lo pare sia il clarinetto. L’insegnante dice che non si esercita, e in effetti dopo i primi giorni di solfeggi, il clarinetto è sempre chiuso nella sua custodia. Io però non sono di gran sostegno, ché gli dico: insomma lo vuoi suonare o no questo violino?
Fran da quando vive una storia, che dal suo punto di vista è La Storia, non legge più le storie degli altri, cioè non legge più libri, ma ho un piano segreto per riportarlo alla lettura, che ovviamente non posso scrivere qui.

Mi è venuta un’allergia per la cucina. Non mi sono comparse bolle, ma mi taglio continuamente con il coltello e mi brucio con il forno. Però riesco a preparare una cena sempre diversa (be’ quasi sempre) in trenta minuti, apparecchiatura compresa.

I quadri del tipo di qualche post fa non li compreremo. Neanche il ritratto di famiglia c’interessa.
A Emme ho detto: perché non lo dipingi tu l’autunno? Ha fatto un chiaroscuro di una foglia accartocciata che era atterrata sulle piastrelle del bagno che a me pare bellissimo, lui sostiene invece che è solo un'esercitazione, e che ogni cosa che disegna io dico sempre che è bellissima, senza alcun spirito critico.

Sono arrivati dei nuovi vicini nella casa di fronte. E’ già da qualche giorno che ci dormono e sono praticamente invisibili. Non chiudono né aprono le tende delle finestre, non escono ed entrano dalla porta, eppure ci sono. Ho visto i ragazzi un paio di mattine fa che risalivano CameliaHof con la felpa azzurra e i pantaloni di carta blu della british school. Mi sono imposta di non esprimere un giudizio in anteprima, in effetti anche i miei figli sono andati in quella terribile scuola. Oggi c’è il trasloco in atto e ogni tanto ne spio qualche passaggio. I trasportatori olandesi mi fanno pensare agli orsi bruni che guardano il nulla allo zoo.

Sono stata in una strada commerciale di Rotterdam che attraversa un quartiere abitato dagli arabi-turchi. Gli uomini non avevano facce contente. A Emme piaceva il giubbotto che indossava uno e l’ha ammirato per qualche secondo, ma lui non ha gradito perchè si è fermato minaccioso, le gambe divaricate, le mani sui fianchi e un’espressione che diceva: avvicinati che ti uccido.

Ho la testa da un’altra parte e accumulo mille immaginazioni surreali. Come quella in cui i personaggi delle mie storie sono apparsi nella mia stanza. Anche quelli dei due racconti in corso.
Il protagonista di uno mi è simpatico (Tonino sollevò le labbra e scoprì i denti. Denti dritti, candidi, un po’ aguzzi, su cui non c’erano dubbi: costituivano,senz’altro, il suo cavallo di battaglia. Ma si possono fare conquiste attraverso i denti se uno non ride, anzi non sorride praticamente mai? E poi come lo chiamava Antonella in certi momenti che si lasciava andare? Il mio squaletto. Squaletto, non squalo. E ciò era mortificante e gli faceva passare la voglia dell’amore. Che poi non combinava più niente. Non la dire quella parola, no? Io la dico con affetto, rispondeva lei con gli occhi limpidi e l’espressione testarda).
Ma gli altri sono quattro che non vorrei mai conoscere dal vivo. Così ho deciso di regalare a uno di loro una nota in modo che non mi disturbi di averlo qui nella mia stanza.

Stasera me ne vado ad Amsterdam alla libreria Bonardi dove Quelli di Astaroth  si esibiscono in: Un ululato con un brivido d’autunno.

Ho ripreso a leggere Dostoevskij. Ho cominciato da Il Sosia dove c’è questa frase che ben mi si addice in questo periodo: Per un paio di minuti però rimase a giacere immobile sul suo letto, da uomo non ancor pienamente sicuro se si sia svegliato o dorma tuttora, se esista nella veglia e nella realtà tutto ciò che intorno gli succede o sia il seguito delle sue disordinate e assonnate fantasticherie.


postato da alice121 ~ 17/11/2006 12:23 ~ commenti (7)
~ pensierini




giovedì, novembre 16, 2006
 
Ciò che conta è che si parli di me
Così Fran: sabato sera cinque studenti del nono anno, cioè di quattordici anni, per accrescere l’autostima in se stessi, hanno avuto l’ideona di rompere auto per un totale di circa 30 mila euro, poi la polizia li ha beccati.
30 mila euro? E quante ne hanno distrutte?
Mica tante. Hanno scelto quelle più grosse. Un finestrino a una, uno sportello a un’altra. Che scemi.  Hanno raggiunto il loro scopo, comunque.
Però la polizia li ha sorpresi.
La polizia li ha beccati, è vero, ma gli studenti della scuola li indicavano, le ragazze li guardavano, finiranno sul giornale di W.e in tutte le case di W. all’ora di cena si parlerà di loro come stiamo facendo noi adesso. L’autostima sfiorerà le stelle, qualcun altro s’infilerà il cappellino di lana che identifica il loro gruppo.
Non vorrei essere al posto di quei genitori
Non vorrei essere al posto di quei figli.


postato da alice121 ~ 16/11/2006 09:25 ~ commenti (4)
~ chiacchiere




mercoledì, novembre 15, 2006
 
VibrisseLibri
Domani a Roma alle 11.30 presso il Caffè Fandango (Piazza di Pietra 32) si svolgerà la conferenza stampa di presentazione di Vibrisselibri.
Cos’è Vibrisselibri?
E’ una casa editrice che crede in certi libri che per motivi diversi sono un po' "mostruosi" , ma che lei vede invece bellissimi. E allora li cura con tanto di editing, di copertina, di scheda di lettura e di presentazioni in giro per l'Italia e poi cerca anche di convincere gli editori cartacei che quello che loro vedevano come "mostruoso", mostruoso non lo è affatto. (così Demetrio).
Maggior dettagli qui
E a Demetrio il mio in bocca al lupo!


postato da alice121 ~ 15/11/2006 11:01 ~ commenti (1)
~ segnalazioni




martedì, novembre 14, 2006
 
La prossima volta apro io.
Dopo le sette di sera quando suona il campanello è, quasi sempre, una donna con la faccia dimessa, tra i cinquanta e i sessanta, vestita come se dovesse attraversare un campo zuppo d’acqua, con un cilindro rosso in mano. Sul cilindro rosso c’è un’apertura per le monete. Il cilindro rosso è un salvadanaio e la donna, che ogni volta è diversa, è una cercatrice di fondi.
Anche il motivo per la richiesta dei fondi cambia sempre.
L’unico ricorrente è quello per i reumatismi. Gli olandesi soffrono di reumatismi perché non possono usare l’ombrello, ma anche perché non portano cappelli, impermeabili leggeri e non s’asciugano i capelli.
Poi ci sono i motivi che mi spiazzano e mi spaventano. Come la raccolta di soldi per persone che hanno avuto il viso ustionato dal fuoco.
Anche per il corpo? Ho chiesto.
No, per il corpo no. Il corpo si copre, il viso si mostra.
Però se organizzano una spedizione per gli ustionati penso che ce ne sia un numero consistente.
Infine ci sono quelli che vendono servizi e oggetti (che possono essere uomini o donne di varie fasce d'età).
Io non compro mai nulla, do solo qualche euro alle signore con il cilindro.
Il fatto è che gli oggetti che mi propongono non m’interessano mai. Sono centrini di cotone, tazze di ceramiche dipinte a mano, polli e uova comprati all’ingrosso e che spacciano per biologici.
Qualche giorno fa il campanello ha suonato dopo le sette, ma io ero al piano di sopra e allora ha aperto Emme.
Dopo dieci minuti mi sono affacciata dalle scale.
Era un artista, un pittore per la precisione. E stavano guardando le foto dei suoi quadri.
Il tipo diceva che in ogni casa di Cameliahof c’è almeno un suo dipinto.
Hanno continuato a sfogliare le foto, poi l’artista gli ha chiesto: preferisci l’astratto o i paesaggi?
Lui non ha risposto subito.
Io sono scappata nel bagno a ridere.
Non ha risposto subito perché era una domanda che non si aspettava. Ché nella sua immaginazione un pittore è uno che dipinge per ispirazione non su commissione.
Quando sono uscita dal bagno, l’ho sentito concludere così: non posso giudicare i tuoi quadri dalle foto. Alcuni sembrano interessanti…
E io te li porto, allora! Quando?
Quando? Forse domenica…
Va bene domenica alle due?
Domenica alle due meno cinque ho visto un pulmino verde fermarsi davanti al nostro ingresso. Prima che l’autista scendesse sono fuggita al piano di sopra.
Ha scaricato quadri per quindici o venti minuti.
Poi Emme mi ha chiamato. Sono scesa.
C’erano quadri ovunque. In cucina, nella serra. Alcuni appoggiati al muro, altri impilati uno su l’altro.
Emme, quella sera, deve aver risposto che preferiva l’astratto, anche se c’era qualche mulino e qualche campo di tulipani.
Ho fatto un giro e poi ho preparato i caffè.
Lo, invece, li ha guardati tutti con attenzione.
Poi l’ho sentito dire: quello con il blu e il verde mi ricorda tanto uno che avevo fatto l’ultimo anno di asilo. Ma non c’era scherno nella sua voce, semmai una punta di nostalgia.
Ho portato i caffè e mi sono fatta un altro giro.
Intanto l’artista parlava e parlava. Raccontava di un viaggio in India e di una sua passeggiata su delle lame appuntite. Di un santone che si è sollevato di venti centimetri, poi mi sono persa un passaggio e ha tirato fuori dal portafoglio la foto del figlio, un bambino di circa un anno con gli occhi identici ai suoi.
Infine ha domandato quale quadro preferissimo.
Io sono andata a sciacquare i bicchieri.
I primi a tornare nel pulmino sono stati quelli giganti, poi quelli con i mulini e i tulipani, infine quelli con le cornici dorate. A un certo punto ho sentito Lo dire a Emme: certo che fa pena, però. Comunque quello del mare è bello.
Ma i gabbiani sono disegnati male, ha risposto lui.
Sono tornata nel soggiorno.
Allora? Ha chiesto l’artista.
Allora se lei non dice nulla, significa che non le piacciono.
Non ti piacciono? M’ha domandato.
Chiusa nell’angolo, ho risposto: a me piacciono i quadri come quello.
E ho indicato un quadro appeso alla parete dove c’è una ragazza e un asino davanti a un muro surreale.
Facciamo così, ha detto l’artista. Ve ne lascio alcuni e poi decidete con calma.
Lo e io abbiamo scelto un quadro dipinto di bianco con una palla verde al centro.
L’artista ha detto che qualcuno ci vede il mondo in quella palla.
Emme ne ha indicato uno che potrebbe essere intitolato: l’autunno.
Sulla tela sono stati scaraventi il giallo, il marrone, il rosso, il verde e poi sono stati fatti asciugare. E anche un altro in cui s’indovina una pancia femminile tra il rosso e il nero.
Quando Fran è tornato prima  è scoppiato a ridere e poi ha domandato: di chi sono queste croste?
Lo, a quel punto, si è sentito in dovere di spiegarli. E poi ha aggiunto: se l’avessi conosciuto ti avrebbe fatto pena.
Così da due giorni c’è una discussione tra la necessità di spiegare o non spiegare l’arte e se sia giusto comprare qualcosa per  compassione.
Fran sostiene: comprare un suo quadro è un errore. Primo perché è orrendo, secondo perché lo illudi che è bravo.
La posizione di Lo, ovviamente, è opposta: non dipinge male, cioè non tutto è brutto. E poi fa pena.
Emme dice: questi tre quadri non sono male. Questo dell’Autunno ha qualcosa che mi piace, ma anche questo della pancia.
Io dico che non mi piacciono. Però aggiungo: certo che ha quel bambino così piccolo…
Già, dice Emme.
Però ci sono i sussidi di disoccupazione che sono altissimi…
Abbiamo tempo fino a domenica alle dieci.






lunedì, novembre 13, 2006
 
Alla fine rido quanto gli altri, anzi forse anche di più
Ero in una sala di centocinquanta, forse duecento posti. Tutti occupati.
Centoquarantanove persone che ridevano di continuo o forse centonovantanove.
L’uno mancante ero io che avrei voluto riuscirci, davvero.
Il fatto è che i film comici, satirici o grotteschi al limite mi scuciono un sorriso, ma d’imbarazzo,  proprio per questa mia incapacità di unirmi alla risata collettiva.
Ero con Emme che rideva, con Maria che rideva fortissimo, Maria sudamericana al mille per mille, che avevo conosciuto un paio d’ore prima a cena, Maria che nella durata di una sigaretta mi ha raccontato la sua vita, e mi ha scioccato tre volte per un fatto spiacevole da cui è uscita da poco, per l’allegria con cui ne parlava e perché me lo raccontava dopo un’ora che ci eravamo strette la mano. Con Pedro che rideva più contenuto, Pedro metà sudamericano e metà napoletano, e uno s’immagina che con queste origini chissà come è ciarliero e espansivo mentre invece è chiuso come un’ostrica o come un olandese introverso. Con Chris che ha smesso di ridere solo per lo spazio di una domanda e di una risposta, Chris che è olandese, ma che compensa Pedro. E insieme smentiscono le generalizzazioni.
Chris che a un certo punto mi ha domandato: non ti piace, vero?
E’ stato solo allora, davanti al suo viso preoccupato perché il film l’aveva proposto lui, che sono scoppiata a ridere.
Che ci posso fare? Rido solo per le espressioni delle facce dal vivo, e a volte anche quando non sarebbe opportuno.
Non posso certo esprimere un parere su Borat. Di sicuro è trasgressivo. Nel film vengono ridicolizzati un po’ tutte le categorie della minoranza, ma anche la maggioranza benpensante.
Qui una recensione, qui alcuni pezzi del film e dello show che l’ha preceduto.


postato da alice121 ~ 13/11/2006 11:04 ~ commenti (7)
~ segnalazioni




giovedì, novembre 09, 2006
 
Un paio d’ore a O. ogni mercoledì
O., il paese dove abitavo prima, lo salverei per due cose: il campanile e il negozio di fiori.
Il campanile non ha proprio nulla di speciale.
E’ grigio scuro e spicca tra tutte le casette di O. come svetta qualsiasi campanile in tutti i paesi d’olanda, e ha un galletto dorato in cima che gira in modo scontato quando tira il vento. Però l’ho guardato a lungo sotto differenti prospettive questo campanile, con l’oscurità e la luce nei quattro anni in cui ho vissuto lì. Lo vedevo anche sottile e nero dalla finestra dove c’era la mia scrivania e mi ha ispirato, forse per questo suo essere uguale ma anche diverso, un certo numero di storie non scritte e qualcuna in cui invece è finito sulla carta, riconoscibilissimo.
Poi c’è il negozio dei fiori.
Il negozio dei fiori dovrebbe essere menzionato nella guide d’Olanda. Vero che poi bisognerebbe arrivare fino a O. solo per lui.
Se amate i fiori, lasciate perdere. Se invece vi attrae tutto quello che esce un po’ fuori dal già visto, bisognerebbe cercarlo. Più che descriverlo il negozio di fiori di O. si dovrebbe fotografare una volta la settimana quando cambia l’allestimento. Scattare un centinaio di foto, selezionarle e tappezzarci una parete di una stanza. Due aggettivi che gli stanno bene: solenne e misterioso. Insomma il contrario dei nostri negozi dei fiori.
Ci sono i vasi. Giganti o con forme curiose, minimalisti: marrone chiaro, neri, grigi, e di colori accecanti. Ci sono piante strane, enormi, contorte, la maggior parte sconosciute. Che vengono abbinate con i vasi. Delle viole chiare in un vaso dipinto a mano di vernice nera. Un mazzo di tulipani neri dentro un vaso grigio chiaro. E poi le decorazioni della vetrina. Decorazioni non è proprio il termine esatto. Ho visto invenzioni in quella vetrina che mi hanno stupito, sempre.
Ieri c’erano dei tubi argentati dello spessore di tre centimetri. Uno piegato a forma di specchio, un altro che pareva un serpente con la bocca spalancata che stava per mordere, uno che era un cerchio perfetto. Ho scattato una foto, velocemente, due o tre persone che passavano si sono voltate a guardarmi, per un attimo mi sono sentita come quando fotografavo a Sidi bu said i vecchi che dormivano davanti alle case.
Ho riguardato la foto dopo aver scritto queste righe e l’immagine s’avvicinava poco alla mia descrizione.
Ieri il campanile tagliava un cielo marrone, minaccioso. Con un cielo così poteva capitare qualunque cosa. Anche che scendessero gli alieni.
Ma forse sono già atterrati molti secoli fa.
Del cielo non ho foto, però.


postato da alice121 ~ 09/11/2006 09:10 ~ commenti (4)
~ roba d olanda




martedì, novembre 07, 2006
 
L’ultimo cerchietto
Poco fa ho raccolto l’ultimo pezzo della notte delle streghe. Un cerchietto.
L’ho gettato nel piatto di pietra in compagnia degli altri.
La festa in tutte le case di W. è stata rimandata a sabato, ma io non lo  sapevo perché Lo era malato, prima di virus e poi di batteri, e non ho ritirato la mappa con le indicazioni delle case aperte per i dolci.
E poi è il primo Halloween che passo qui a W. tra gli americani che  sono tanti: quasi la metà degli abitanti, forse, ma non sono molto brava con le stime.
Con Lo per la prima volta arrabbiato dopo una settimana di febbre, mentre per sei giorni aveva esultato con un evvai! quando si sfilava il termometro e controllava a che punto fosse la linea di mercurio.
Così Halloween è stato festeggiato solo da Fran, c’era una festa nel pub qui dietro casa, quello dove va tutta la scuola quando compie quattordici anni.
Festa mascherata, ovviamente. Il filo doveva essere quello delle streghe, ma poi ognuno si vestiva come gli pareva e il primo premio è andato a Presley e il secondo a una Barbie.
Fran invece si è mascherato da dark d’altri tempi.
Altri tempi? Che poi sarebbero i miei.
Avevo un giubbotto una volta e anche qualche spilletta.
Tu: una dark?
Ha sgranato gli occhi, e quando sgrana gli occhi in quel modo io sempre mi riprendo le parole.
C’era la fase trucco e preparazione del travestimento, e mi ha parlato di un’amica di un’amica che pare fosse un asso della trasformazione e mi ha chiesto: possono venire a darmi un’aggiustatina?
Certo. Perché non dovrebbero?
Invece sono venuti tutti quelli del decimo anno, ragazzi e ragazze.
Tutti in camera di Fran. E il pavimento ha retto.
La notte delle streghe li ho invidiati un po’ per questi trucchi e queste risate inconcludenti, e ho fatto un paio di scoperte.
Che il segnale per ricevere visite dai bambini non è solo una zucca con la candela dentro, ma è anche la luce accesa nell’ingresso davanti alla porta.
Ma questo l’ho capito verso le nove quando un branco di esseri imbizzarriti camuffati in altro ha abbandonato la casa, anzi la stanza. E’ stato allora, quando ho cominciato a raccogliere il primo cerchietto, che ho avuto l’intuizione di quella luce che segnalava qualcosa che non avevo (caramelle e cioccolate),  l'ho spenta e hanno smesso di scampanellare.
Nella notte delle streghe ho capito, anche, come fare a identificare in mezzo al gruppo di diavolesse, ragazze- spillette, punk e altri esseri strani, quella che sta con Fran.
Era l'unica che guardava altrove, che fingeva di non esserci, insomma.
Che sfoggiava, in effetti, la maschera perfetta: quella dell’invisibilità.






lunedì, novembre 06, 2006
 
L'ultima fuga di Bach
Lipsia, 28 luglio 1750
Personaggi in questa scena:
Maria 16 anni, domestica della famiglia Bach

Ingrid 15 anni, domestica di una famiglia amica dei Bach.
Prima Parte: Maria è alla finestra, Ingrid sulla strada, canticchia una canzone di chiesa

Ingrid (ad alta voce) - ciao Maria, vieni a fare la spesa?
Maria (sottovoce) – Il mio padrone è morto poco fa. Vengo, sì, per comprare i fiori.
Maria scende in strada
Maria (mentre si annoda un fazzoletto in testa) - La mia padrona mi ha ordinato di comunicare alla tua che Bach è morto. E di chiederle se puoi venirci ad aiutare per il rinfresco.
Ingrid (felice) – E’ sicuro che mi darà il permesso! Finalmente potrò respirare l’aria che ha respirato un genio! La mia padrona quando ne parla dice sempre: quell’uomo è un genio. Sarà compreso quando saremo morti.
Maria (sospirando) – è l’unica a pensarlo. Forse un giorno si scoprirà che è stato un genio, ma come padrone è, era (calcando la voce) insopportabile.
Ingrid (con un’espressione sognante) - Eppure ho ascoltato suonare una sua composizione in chiesa e quel giorno non ho commesso peccati. Raccontami di lui, della sua morte!
Maria ( si ferma e sgrana gli occhi) - La sua morte è stata preceduta da un miracolo!
Ingrid: (mettendosi le mani sulle guance) - E’ Dio che ci ha mandato un segno!
Maria: (sussurrando) - Poco prima dell’alba si è svegliato, mi hanno chiamato per accendere le lanterne, la padrona si è sistemata al tavolo e lui le dettava le note fino a che ha gridato: vedo la luce! La padrona ha rovesciato l’inchiostro che ha cancellato l’ultimo pezzo che aveva scritto. Ci siamo avvicinate al letto, la padrona con le mani tremanti, io gelata dalla paura, ma anche per il freddo. Improvvisamente quel vento bollente che ha soffiato tutta la notte si è sciolto e dalla finestra si è insinuata una brezza gelida che ha quasi ghiacciato la stanza.
Ingrid (si porta le mani sul cuore) continua, ti prego!
Maria (con voce sempre bassa e misteriosa di chi ha visto) - La padrona mi ha detto: prendi la lanterna, svelta! Le ho passato la lanterna, l’ha avvicinata agli occhi del padrone che erano pieni di lacrime e che hanno seguito la luce della fiamma. A quel punto Bach ha sussurrato: ci vedo di nuovo, Anna!
Una carrozza vuota passa nella strada, il cocchiere rallenta.
Cocchiere (togliendosi il cappello) - Oh che belle signore! Posso avere il piacere di dar loro un passaggio?
Maria (con un sospiro)- Purtroppo no, signore, siamo serve che vanno al mercato.
Ingrid (indignata) - Vattene immediatamente! Altrimenti chiamo la guardia!
Il cocchiere si rimette a posto il cappello. Frusta il cavallo e riparte veloce.
Maria (arrabbiata, fissando la carrozza che scompare nella via) – Che bisogno c’era di trattarlo in quel modo? Quando troveremo un marito se ogni volta che si avvicina qualcuno lo fai fuggire via così?
Ingrid (alza le spalle) - Non è tempo di mariti ora, ma è tempo di storie.
Ingrid (abbassa la voce) – E poi io non voglio sposarmi, io voglio fare la cantante come la tua padrona Anna Wulcken!
Maria (scuote la testa) - Per ora fai la serva.
Ingrid (con voce un po’ lamentosa) – Ti prego continua la storia.
Maria (compiaciuta) - Non è una storia è la verità
Ingrid (sorridendo) - Ma tu la trasformi in storia.
...


postato da alice121 ~ 06/11/2006 12:21 ~ commenti (7)
~ incipit




venerdì, novembre 03, 2006
 
Due leggono Tre in una stanza
Volevo scrivere qualcosa su Come Dio Comanda che ho finito di leggere stanotte, ma ho lasciato perdere.
Alla fine mi sento troppo dalla parte di Ammaniti e delle storie che racconta e l’avrei salvato comunque. Ma guardate qui cosa scrivono i lettori dopo pochi giorni dall’uscita del suo libro.
Poi mi sono messa a riflettere sul mio di romanzo. In effetti ci ho pensato spesso ultimamente e l’altra notte, quando c’è stata la tempesta di vento, ho pure sognato le protagoniste.
Chiara Bersani, che poi pensate un po’ una Chiara Bersani esiste  e mi ha anche lasciato un commento quando avevo postato un pezzo su di lei, Lidia Celi e Manuela Rigoni stavano sedute davanti a me e aspettavano che gli dicessi cosa dovevano fare.
Io vi prenderei a schiaffi, ho detto a un certo punto.
Che avete da guardare? Via, fuori, aria!
Avevo deciso di farlo leggere a due persone il romanzo, solo a due, perché, pensavo, altrimenti è come quando hai un disturbo strano e consulti parecchi specialisti e alla fine accade che ognuno ti fa una diagnosi leggermente diversa dai colleghi e tu non sai più chi seguire. Così ho scelto un lettore che potesse svolgere il ruolo di un medico generico (mi conosce, l’incontro di rado e si occupa di letteratura) e uno specialista (uno che si occupa da sempre di letteratura, che ci ha vissuto  e che non mi conosce affatto).
Un pregio e un difetto della mia storia. Me li hanno rivelati entrambi al termine della lettura.
E qui si arriva alla cosa pazzesca.
Che quello che per uno è un difetto, per l’altro è un pregio e viceversa.
Credo che uno dei due mi abbia letto con arricciamento di naso e l’altro con curiosità. Erano un pochino prevenuti, forse, verso il bene e il male. Però poi sono usciti fuori questi due giudizi che si presentano come uguali e contrari e che si annullano a vicenda.
Passato l’attimo di stupore e di confusione penso che debba trarre un certo conforto da questo risultato:  non ho scritto di sicuro il capolavoro degli ultimi dieci anni, ma nemmeno una schifezza (come temevo).
E' arrivato il momento di voltare pagina quindi.


postato da alice121 ~ 03/11/2006 13:21 ~ commenti (5)
~ romanzo




giovedì, novembre 02, 2006
 
Tre ragioni per cui sono contenta di avere un blog
Ho conosciuto persone che  difficilmente avrei avuto la possibilità di incontrare.
Anche se la manciata di lettori che mi legge giornalmente tende ad affezionarsi e quindi a diventare parziale come gli amici e i parenti a cui leggo le mie storie, faccio sempre uno sforzo per cercare di rendere presentabili quelle righe che decido di rendere pubbliche.
Ho un archivio. E se un giorno un ispettore di polizia bussasse alla mia porta e mi domandasse: che cosa faceva lei alle ore diciannove del due novembre duemilaequattro? Potrei rispondere: aspetti un attimo che controllo. 



postato da alice121 ~ 02/11/2006 12:36 ~ commenti (8)
~ pensierini



Licenza Creative Commons
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
Template tinteggiato da lintercapedine.net