ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



martedì, ottobre 31, 2006
 
Un fatto che non riesco a dimenticare.
Dopo
Allora gli hai menato? Chiede un tipo che ha come segni particolari avambracci grossi come zampe d’elefante con un pelame fitto e pettinato.
Macché! Risponde uno basso, compatto, capello biondo ossigenato ravviato indietro in una simulazione perfetta di una criniera leonina, strizzato in un completo jeans che svela dettagli di un corpo non certo appetibile.
Macché! Non reagiva. Stava lì come un deficiente a ripetere che lui non ha detto nulla, che l’avevano seguito. Gli ho dato qualche pizza, ma così, senza soddisfazione.
Prima
Tra il marciapiede e la strada davanti alle bancarelle d’abbigliamento, un gruppo di uomini che lavorano lì, probabilmente i padroni, si sistemano a cerchio. Al centro del cerchio c’è uno sui trenta che non ha l'aspetto di un ragazzo sui trenta,  ma che sembra invece un uomo sui trenta di quaranta anni fa. Indossa un giubbotto di renna slacciato su una polo gialla che mostra la curva della pancia, i capelli neri pettinati con una riga a destra, le guance paffute e rasate, un borsello a tracolla sulla spalla sinistra.
Davanti a lui il tipo compatto delle righe precedenti.
L’uomo compatto strilla, l’uomo di quaranta anni fa risponde a bassa voce, sembra tranquillo.
Pur trovandomi a una decina di metri da loro non mi arriva una parola di quello che si dicono. Il tipo compatto mi dà le spalle, il tipo di quaranta anni fa è rivolto verso di me.
Il tipo compatto alza ancora la voce, urla talmente forte che dovrei sentirlo per forza, ma il brusio delle persone che ho intorno, delle auto che cercano di passare per la strada bloccata dai furgoni parcheggiati in seconda fila coprono le parole e sento solo la sua rabbia.
Poi il tipo compatto colpisce al viso l’uomo di quaranta anni fa. Sei, otto sberle forse anche dieci. Ne dà un paio e fa una pausa, gli urla contro e paf, paf, prosegue.
Le guance del tipo diventano rosse e poi rosso scuro.
Non indietreggia, non si ripara con le braccia, non accenna a nessun tipo di difesa. Rimane lì fermo sotto gli occhi di tutti e durante la pausa parla, sempre a bassa voce.
Io
Aspetto i figli che si misurano dei jeans dietro a un telo attaccato a un bastone.
E faccio di no con la testa al venditore che vuole trovare qualcosa anche a me.
Il venditore assomiglia a un personaggio di un fumetto che leggevo da bambina. Un pirata francese che navigava con un vascello sui mari in tempesta. Quando i mari si calmavano andava all’arrembaggio, infine approdava a un porto e s’innamorava perdutamente di una donna per poi ripartire malinconico.
Però questo qui ha parecchi chili in più che in fase d’arrembaggio gli sarebbero d’ostacolo e due occhi blu, mentre il tipo del fumetto li aveva scuri.
Al quinto giubbotto che slaccia per mostrarmi l’imbottitura gli chiedo: perché quel tipo non reagisce?
Scuote la testa. Modifica il tono. Da uno convincente passa a uno misterioso. Mi si avvicina.
Perché… Quello con il giubbotto di renna è un ladro. Ruba nelle macchine parcheggiate qui intorno e i portafogli alla gente. Qualche giorno fa ha nascosto della roba dietro la bancarella di quel tipo. Pochi minuti dopo sono arrivati dieci carabinieri di corsa, hanno recuperato la roba e hanno arrestato quello biondo, che non c’entrava nulla. Ora lui lo punisce. Già noi gli avevamo detto che non si doveva far più vedere da queste parti, invece è tornato.
Perché non si difende?
Il pirata solleva le spalle. E’ un ladro scemo, risponde. Mi sa proprio che un giubbotto non lo vuoi, eh?
Io non capisco. Non capisco come non abbia l’istinto di tirarsi indietro. Di parare lo schiaffo.
Non c’è niente da capire, dice. Ha torto, punto.
Pensierino che non porta da nessuna parte
Quel tipo s’è alzato dal letto, si è fatto la barba e forse una doccia, si è infilato una polo gialla stirata, un paio di pantaloni, ha pensato è ottobre, e ha indossato il giubbotto di renna anche se la temperatura era estiva, ha bevuto un caffè a casa o al bar e si è diretto dove va tutte le mattine, malgrado l’avvertimento di non comparire più. Con il tipo compatto probabilmente di nuovo lì alla bancarella. Quando l’ha avuto davanti invece di fuggire o di bucare il cerchio quando era circondato, è rimasto immobile a prendersi le sberle con la faccia di uno che aspetta che gli incartino il pane.






lunedì, ottobre 30, 2006
 
Ma non dicevi che saresti voluta restare ancora qualche giorno?
La temperatura tropicale di Roma ha colpito Lo e la gatta: il primo ha rimediato una febbre, la seconda un raffreddore. Quando la decisione di rimandare la partenza era stata presa, e Lo s’alzava dal letto sentendosi un po’ meglio, ho infilato roba alla rinfusa nelle valigie e via.
Come passare il controllo all’aeroporto senza perquisizioni? Con un ragazzino influenzato che innaffia giacche, giubbotti e divise di chiunque si trovi nelle vicinanze.
Così si è creato il vuoto intorno a noi e abbiamo proseguito relativamente tranquilli.
A Parigi per due ore.
Mamma fai la normale, per favore.
Davanti agli imbarchi i francesi hanno costruito un’area massaggi. Ti accomodi su una poltrona con una forma speciale e in dieci minuti ti tolgono la stanchezza dell’attesa.
Che c’è di strano, chiedo.
Sei sotto gli occhi di tutti e poi è una roba da vecchi.
Invece quelli che avevano pagato per farsi togliere lo stress avevano tra i trenta e i quaranta anni.
Però quando Fran pronuncia la frase: roba da vecchi, io mi ritraggo dall’azione che sto per compiere come una lumaca nel guscio.
A Schiphol sotto l’ombrellone dei fumatori dopo nove ore di viaggio mentre Fran (sono il tuo facchino, ormai. Ma sei così incredibilmente forte! Sì ma i pesi pesano lo stesso) aspetta i bagagli. Arriva un tale con i capelli all’olandese (rasati sulla nuca più lunghi in cima), carnagione scura, occhi neri, sopracciglia folte.
Oh madonna mia, dice con un sospiro tirando fuori una sigaretta.
Con le dita nascondo il titolo del libro che ho appoggiato vicino al posacenere, il tipo mi domanda d’accendere, in inglese.
Eccomi qui. Sono atterrata da pochi minuti e già mi sono settata in modalità non comunicativa, mentre nei giorni passati sono stata sempre disponibile alle micro conversazioni che nascevano dalle attese.
Ci rifletto un po’ su questa cosa, mentre il facchino vigila il nastro, e concludo che non è il luogo che determina la mia disponibilità al dialogo ma è la prevedibilità del dialogo che avrei avuto con costui, emigrante come me, che non mi attira.
Poi dopo altri quarantasei chilometri sono finalmente a casa.
Nel giardino al buio a respirare aria di caminetto.






giovedì, ottobre 26, 2006
 
La città si conserva invece
Poi ci deve essere qualcosa di nuovo nell’aria se persone che credevo immobili per sempre cambiano lavoro, casa, partner, abbigliamento.


postato da alice121 ~ 26/10/2006 15:45 ~ commenti (15)
~ pensierini




martedì, ottobre 24, 2006
 
Una promessa.
E’ facile: non puoi sbagliare! Dicono in coro.
E’ il mio ex collega a prendere la parola: è lontano, però con una metro, due autobus e cinquecento metri di walking sei arrivata.
Walking?
Walking! Sentito che pronuncia? Da settembre ho iniziato un corso d’inglese!
Ma che stai dicendo? E’ la mia ex collega che interviene. Uochin, due autobus, una metro? Dove la vuoi mandare? L’inglese t’ha confuso l’orientamento oltre che il cervello. Quella strada è vicina. Tre fermate di metro e poi lo uochin che dice lui.
Ma no.
Ma sì. Verifichiamo sul computer, dice lei.
Un momento, dico io. Forse esistono due vie con lo stesso cognome. L’iniziale del nome è P.
E’ vero, ci sono due strade, dice la mia ex collega. Però avevo più ragione io. Perché io ho fornito le indicazioni per P.B., tu invece per E.B. e l’avresti spedita dall’altra parte della città.
La strada dell’altra parte della città è più grande. Avendo a disposizione solo il dato del cognome è più normale che si pensi a quella piuttosto che al vicolo che le hai indicato tu.
Però la mia è quella giusta.
La mia era quella più logica.
Però...
Come faccio a dimenticare queste micro discussioni?

E’ facile: non puoi sbagliare. Devi andare dritta, poi giri a destra e sei quasi arrivata.Mi dice un ragazzo con dei capelli lunghissimi legati con un elastico e un cane nero al guinzaglio che non pare molto contento della spiegazione o della sosta.
Scusate se m’intrometto. E’ un signore anziano d’altri tempi che interviene. Indossa un impermeabile grigio leggero e ha dei capelli bianchi e umidi ravviati all’indietro.
Così le fai allungare la strada.
Ci sono i lavori in corso per questo la deve allungare, dice il ragazzo.
Se taglia per le scalette che le indico io, accorcia di almeno trecento metri.
E’ vero, dice il ragazzo.
Il cane scodinzola speranzoso.
E’ facile: non puoi sbagliare, continua il signore anziano. Vai sempre dritta e poi...
Arrivo alla fine della strada, c’è una specie di giardino circolare che non è proprio un giardino, ci sono delle panchine, un tipo che legge molto concentrato, un tipo da cui non ti aspetteresti una concentrazione simile nella lettura, tre ragazzini in ginocchio che smontano una bicicletta, un ragazzo appoggiato a una panchina che guarda un punto dove le case scompaiono e inizia la campagna o il prato, non so cosa sia quella distesa di verde un po’ selvaggia lì di fronte.
Mi avvicino a una signora anziana in compagnia di un'altra più giovane.
La giovane è di un paese dell’est e non sa nulla di strade, la signora anziana sì, ma non ce la fa a parlare. Biascica qualche parola con enorme fatica.
Ringrazio, mi allontano e chiedo ancora.
Sei vicina, mi dice un tipo sui quaranta e una barba nerissima. So che è da questa parti, ma non so dove esattamente.
E’ facile non puoi sbagliare.
Mi volto.
C’è una signora bionda con una giacca viola.
E’ lì. Punta un dito indice con l’unghia lunga e dipinta di una tonalità più scura di quella della giacca.
Dietro quel pino inizia la strada che cerchi.
All’ultimo piano c’è un odore incredibilmente struggente di peperoni ripieni.
L'odore per le scale dei peperoni ripieni: come posso dimenticarlo?
L'odore non proviene dall’appartamento in cui entro io.
C’è un corridoio lungo e ampio con le pareti ricoperte da libri.
Vieni, mettiamoci qui.
Sono in una stanza completamente tappezzata da libri. C’è una piccola scrivania in un angolo sommersa anche essa da libri stropicciati e nuovi e una finestra da cui entra il principio di un tramonto e un pezzo di quella cosa che è un po’ prato e un po’ campagna.
Quanta luce, dico. Quanti libri, invece, me la tengo per me.
C’è un oggetto a cui do un’occhiata per un attimo. Un oggetto di legno, antico, una specie di triciclo, ma non proprio. Per capire dovrei guardare ancora.
Il tipo sta vicino alla finestra.
Seguo le sue parole e il sole che scende.
La rete sta uccidendo i classici, dice a un certo punto.
E’ vero, rispondo io. Ci penso da tempo a questa cosa. Mi sono fatta una promessa: per ogni autore vivente che leggo, ne leggerò uno nato almeno agli inizi del novecento.
Il tramonto diventa crepuscolo e io continuerei a chiacchierare ancora, ma mi viene in mente che magari il tipo vorrebbe che andassi via, ma che per cortesia non dà segnali a riguardo. Mi faccio una di quelle menate pazzesche e mi alzo in piedi di scatto, come se mi fossi ricordata di un appuntamento improvviso.
Devo andare, adesso.
Hai avuto difficoltà a trovare la strada?
Ma no! Era facile, non potevo sbagliare.
Sulla strada che mi riporta a casa ripenso alla luce al mio ingresso nella stanza, all’oggetto che ho guardato di sfuggita. Poi passo davanti a una libreria e compro Quella sera dorata e La recita di Bolzano.






venerdì, ottobre 20, 2006
 
L’utente xxx ti ha aggiunto come amico.
Su Splinder c’è una funzione che ti permette d’indicare i tuoi amici.
Io non la uso. Per pigrizia e perché non ne capisco il senso.
Quali amici s’intendono: quelli che frequenti o quelli che leggi?
Se sono quelli che frequenti io ne potrei indicare uno, anzi una perché gli amici devono avere il blog su splinder.
Se s’intende, invece, come credo, quelli che leggi è una funzione inutile perché te li annoti con un link o ancora più comodo li inserisci nella mozBlogBar.
Comunque. Io ho dodici persone che mi hanno scelto per amica di cui tre sono sconosciuti. Uno dei tre dopo avermi scelto ha reso il suo blog privato. Quindi non so proprio nulla di lui.
Gli altri due invece sono pieni di amici. Uno ne ha 400 e l’altro 593 e quindi è come se non ne avessero nessuno.
E se volessi potrei cancellare l’offerta di amicizia dei dodici. Insomma questa funzione mi pare un po’ perversa.
Poi ieri è successa una cosa che m’ha fatto sorridere. Un tipo, uno sconosciuto, m’ha aggiunto come amica e mi ha mandato una mail dove mi notificava la sua decisione. Io non ho ricambiato (per pigrizia, per non comprensione del senso e perché non lo leggo). E lui dopo dodici ore di silenzio mi ha cancellato.
Ora questa cancellazione mi ha risvegliato qualcosa che mi girava dentro quando indossavo un grembiulino azzurro a quadretti e gli porrei, volentieri, un certo numero di domande sceme.
Meglio che mi contenga.
E vado a cercare dov’è finito 
questo libro che leggerò nel lungo viaggio che mi aspetta domani: autobus, treno, primo aereo, secondo aereo, se sono fortunata: macchina, altrimenti altro treno e metro.
Beata la gatta che è partita in anteprima e ha viaggiato con un solo aereo e il taxi.


postato da alice121 ~ 20/10/2006 13:11 ~ commenti (14)
~ pensierini




giovedì, ottobre 19, 2006
 
C’è un vetro che separa gli impiegati e il pubblico e se allunghi il collo vedi una stanza con due tappeti persiani un po’sbiaditi, un poltrona di raso verde con le zampe e i braccioli d’oro: è la stanza del console dove non entra mai nessuno, nemmeno il console.
Alcune persone, anzi certi personaggi che aspettano al consolato mi ricordano quelli che camminano sotto i portici o chiacchierano seduti sulle panchine nei giardini di Piazza Vittorio.
Che poi non ho chiamato lo studio dove lavoravo che è poco distante dalla piazza, cioè ho chiamato verso sera, tanto sapevo che a quell’ora nessuno di loro era in metro e non mi andava di ascoltare la frase: le senti le sirene?
Comunque il consolato era vuoto, cioè quando sono arrivata non c’era nessuno, tranne un inglese con il biglietto azzurro, lo stesso colore del mio, mi sono seduta senza tirare fuori il libro e senza ascoltare quello che diceva l’inglese ché riflettevo sulla possibilità che i passaporti non fossero ancora pronti e mentre mi predisponevo all’arrabbiatura, il campanello ha suonato, le porte di sicurezza si sono aperte e ho sentito una voce all’ingresso, devo ritirare i passaporti ha detto, biglietto celeste allora, ha risposto l’uomo con i baffi che distribuisce biglietti, e ho pensato: io questa voce la conosco, è quella che è venuta alla presentazione di O. a maggio e che ha fatto una domanda lunghissima, talmente lunga che alla fine ho risposto per intuito, è la voce di quella che Lo ha descritto, lasciandomi di sasso, a qualcuno che non la conosceva così: vuoi sapere com’è A.? A. è identica a B. ma è alta il doppio e chiacchiera la metà.
Siccome A. è anche lei di Roma, parliamo dell’incidente della metro, fino a che arrivano due, arrivano anche altri in effetti, ma io vengo attratta da questi due, che si siedono proprio di fronte a me.
A. accenna alla piazza quando c’era ancora il mercato all’aperto, e questa coppia, sembra proprio che sia stata teletrasportata da lì.
Poi mi chiamano.
L’impiegata dice: è pronto solo un passaporto.
E gli altri due?
Gli altri due li preparo adesso.
Quanto c’è d’aspettare?
Il tempo per preparare due passaporti!
Così torno al mio posto senza protestare ché ormai sono con la testa da un’altra parte.
La coppia, dicevo.
Lei mi ricorda una bidella del liceo che era magra come un osso, piccola, vecchia, con la dentiera che avvolgeva in un fazzoletto un po’ solido quando mangiava, il rossetto sgargiante che usciva fuori dai bordi, un ombretto celeste in sintonia con gli occhi, con una sfumatura incerta. E mi ricordo anche di quel giorno che non avevo voglia di rientrare in classe e lei, in uno slancio di generosità, mi offrì una poltiglia gocciolante arpionata da una forchetta: li vuoi un po’ di gnocchi?
Comunque la tipa che ho davanti pare più giovane della bidella, ma non più di tanto, forse è sui sessanta. Al contrario di lei che se ne stava sempre rinchiusa nel suo camicino carta da zucchero, questa si propone sexy: stivaletto schiacciaformicall’angolo con tacco al massimo, camicia bianca parzialmente abbottonata, giubbotto di pelle sottile, jeans che stringono, quel poco che c’è da stringere perché è quasi inconsistente.
Lui invece è sui trenta, jeans che scendono ma non come dice la moda, scendono perché è dimagrito o perché appartengono a qualcun altro, ricorda quei poveretti che fanno i famosi sull’isola televisiva, una camicia di jeans a cui ha allacciato anche il bottone sotto il colletto, capelli neri e ingarbugliati.
Parlano fitto, in olandese, ma lui è innegabilmente italiano. Un italiano nato qui perché, questo lo sentirò poi, non lo parla molto bene.
In comune hanno che sono entrambi sgualciti, spiegazzati, non stirati.
Come se lui (o lei ) una sera è scivolato in un canale e lei (o lui) passava di lì, si è fermata e l’ha aiutato a risalire sul bordo.
Mentre parlano, si avvicinano sempre più l’uno all’altro e si tengono per mano come due che stanno insieme da poco.
A. sfoglia il giornale.
Hai visto, le sussurro all’orecchio.
Ho visto, sì.
Chiamano il tipo.
Lui si scolla da lei, arriva allo sportello, si gira e le dice in dutch: vieni qui. Ma lo dice con il tono del bambino che ha bisogno della madre prima di parlare a qualcuno che non conosce. Poi dice: mi hanno menato, me ne hanno date veramente tante, e m’hanno preso il passaporto. Forse l’impiegato gli domanda se ha la residenza qui. Perché lui risponde: sì, certo, qui ci sono tutti: i genitori, i fratelli, gli zii.
Non ha un altro documento? Ecco…Mi hanno rubato anche quello.
Poi i miei passaporti sono pronti.
Firmo, e quando sto per uscire, vedo che lei gli tiene la mano, ma non come quando stavano seduti a parlare senza prender fiato, gliela tiene proprio da madre.
E io lo so e anche l’impiegato lo sa, perché continua a fare domande, che quel tipo, che pare proprio uno che le ha prese, sta inventando una balla.






martedì, ottobre 17, 2006
 
Come ho passato il tempo in questi giorni?
Desiderando di giocare in borsa.
Io che desidero di tentare la sorte in borsa?
Io che non sopporto lo stress della tombola e se potessero essere eliminati i premi, parteciperei con più entusiasmo?
No, non è vero.
E invece in un certo senso sì.
C’è che dal 20 al 29 ottobre ci sono le vacanze d’autunno, che ho deciso di passare a Roma e non a Parigi dove sarei andata in auto dal solito amico che vive lì, beato lui, e che invece vorrebbe stare qui.
E nemmeno alle Ardenne, a Londra o a Bruges.
No.
Roma.
S’era detto in anticipo. Che fate durante le vacanze d’autunno? Andiamo a Roma. L’ho detto e ridetto e poi l’ho messo da una parte. Trascurando il dettaglio che le vacanze d’autunno riguardano tutte le scuole d’olanda. E quando sentivo che le amiche di Fran volavano nella capitale si sarebbe dovuta accendere una luce rossa che mi avrebbe dovuto segnalare: pericolo pericolo se vanno a Roma loro non ci vai tu.
Naturalmente i biglietti, più o meno, si trovano ma a prezzi da prima classe (senza viaggiare in prima, eh). Poi notavo che questa compagnia qui, olandese, low cost, cambiava i prezzi di continuo e così era poco costoso partire ma non si poteva tornare e poi invece il giorno dopo non c’erano più partenze e ritorni, oppure si poteva partire spendendo 1200 euro in 3 e si poteva tornare a un costo quasi accettabile. E’ stato in quel momento che avrei dovuto giocare d’azzardo, comprando andate e ritorni separatamente, ma non ce l’ho fatta. (nel momento in cui scrivo, per esempio, il volo di ritorno lo dà a 204 che è un’enormità, ieri sera,  invece, era quotato 404)
Comunque ho trovato una soluzione economica e un po’ lunga e alla fine insieme ad altre centinaia di olandesi, americani, eccetera, sbarcherò dopo parecchie ore a Roma.
Mentre mi stressavo su Praga, Basilea, Bruxelles e Londra, raccoglievo ben otto grappoli di uva bianca da una vite triste e coraggiosa che s’arrampica sul muro del mio giardino. Sorprendentemente i chicchi avevano il sapore di uva vera, non erano al gusto di caramella come quelli che arrivano dalla Spagna.
Infine mi risvegliavo dopo aver assistito a questo  in un bar in una via centrale dell’Aja in compagnia di Emme e di Chris che diceva: l’ Aja è provinciale come Firenze. Intanto crollava sul nostro tavolo due o tre volte - ehi a metà ottobre a mezzanotte eravamo all’aperto con i giubbotti leggeri, - un tipo, un ragazzo, sui trenta. Passava e ripassava per dieci minuti schiantandosi ovunque. Qualcuno ci andava a parlare, lui si chiudeva la faccia tra le mani e se ne stava un po’ così. A me montava una certa ansia a vederlo cader giù. Quando stava su,invece, telefonava e ritelefonava. Poi dal bar, noi eravamo seduti proprio di fronte all’ingresso, usciva un tipo biondo capelli sottili alto due metri in compagnia di una tipa bionda capelli sottili alta due metri, il tipo alto biondo parlava al telefono e guardava il tipo appoggiato  alla vetrina in modo un po' indeciso. Il tipo alto biondo diceva, presumo, alla ragazza alta bionda: mi dispiace ma lo devo accompagnare, lo vedi come sta, sì, deve aver detto proprio una frase del genere, perché poi lei lo guardava con quella faccia lì, di una che s’accerta di come sta qualcun altro.
Se ne andavano via quasi spediti, l’uomo sbilenco tenuto saldamente per un omero dall’uomo dritto.
In questo bar notavo il secondo olandese carino dei miei cinque di residenza.
Occhi di colore verde scuro, altezza che non superava l’uno ottanta, capelli folti e neri, carnagione olivastra. Un antiolandese in effetti.






giovedì, ottobre 12, 2006
 
Scritto Mesto: dalla rete alla carta (passando per la sacrestia)
Mirco Pellicino aggiornava il blog la mattina quando tornava dal lavoro.
Mentre sua nonna gli scaldava il latte con il cacao, lui allacciava il portatile al filo della rete e postava quello che aveva scritto la notte piegato sulla brandina.
Scambiava due parole con la vecchia, sua madre a quell’ora era già uscita da un pezzo, poi lei andava a messa, lui a dormire.
Veniva alla luce verso mezzogiorno, con il borbottio della moka.
Ancora in pigiama faceva fuori i rigatoni al sugo, sorseggiava il caffè e guardava insieme alla nonna una telenovela, scambiando qualche parere sulla puntata, infine la nonna domandava: esci? Lui rispondeva: studio! Lei allora alzava le mani verso il ritratto di Padre Pio e diceva: se ti sentisse tuo padre!
Lui tornava nella sua stanzetta e passava in rassegna le coppe di judo. Quella che guardava per ultima era sempre la coppa del 2003 che aveva una forma orrenda, ma che gli ricordava una grande vittoria.
Sospirava e apriva il libro di Diritto Civile e studiava fino alle cinque quando sua madre tornava dalla sartoria. Chiacchierava un po’ anche con lei, mentre correvano i titoli di un’altra telenovela, e quando la madre attaccava a litigare con la nonna, fuggiva nella cameretta e si faceva un giro in rete. Controllava gli accessi e i commenti al suo blog che erano bassi i primi e quasi inesistenti i secondi. Forse perché l'aveva aperto da poco o perché non commentava mai quelli degli altri, chissà. Infine dava un’occhiata al suo romanzo e diceva: il mese prossimo lo spedisco alle case editrici.
La sua vita filava via così, da bravo ragazzo o da sfigato, a seconda che a definirlo fosse Don Dino, il prete della parrocchia, o Erri Putacchia, il capo di quelli del bar.
Alle sei ficcava nello zaino la sua cena e andava a prendere Desirè, la sua ragazza, che lavorava come shampista da una parrucchiera. La sbaciucchiava e la palpava il giusto tra le siepi spelacchiate di un giardino nelle vicinanze e dopo l’accompagnava in palestra o a casa e lui attaccava il turno come guardiano di notte al garage Felloni.
Leggeva nella gabbia di vetro annerita dai gas di scarico e verso le undici, quando i clienti erano quasi tutti rientrati, apriva il portatile e lavorava ancora sul romanzo o buttava giù un post.
Era il terzo romanzo che aveva scritto.
Gli altri due giacevano spiegazzati sul soppalco del bagno.
A sua madre, a sua nonna e a Desirè erano piaciuti da impazzire, ma nessuna delle case editrici, a cui li aveva spediti, aveva risposto. Quell’estate li aveva riletti, dopo mesi che non li sfogliava, e li aveva trovati disgustosi, un pietoso intreccio di banalità. Questo, invece, l’aveva ripreso dopo averlo messo in quarantena e continuava a essere soddisfatto. Inoltre, Desirè aveva sbadigliato quando gliene aveva letto qualche pagina, la nonna era caduta in catalessi come faceva davanti alla trasmissione di Porta a Porta e a sua madre era salita una tosse nervosa. Erano segnali positivi questi.
Era un uomo felice, dunque. Sfigato, bravo ragazzo, ma felice.
Fino al concorso bandito da Scritto Mesto.
Il concorso diceva: invia una raccolta di post del tuo blog, di racconti, un romanzo, quello che vuoi. Il vincitore realizzerà il suo sogno: pubblicherà un libro. E Mirco Pellicino si era iscritto. Forse è arrivata la mia occasione, pensò. Oppure prenderò un’altra batosta, e la gente riderà di me e della mia storia. Insomma Mirco era preparato al peggio, ma sperava nella vittoria.
Non aveva fatto i conti con le modalità di voto che, dopo qualche giorno, si succhiarono la sua speranza. Bisognava procurarseli i voti e l’impresa gli sembrò più ardua delle difficoltà in cui s’era imbattuto nello scrivere il romanzo.
Mise un annuncio sul suo blog. I suoi due lettori: Il Gambero di Catania e Il Faro Nero di Bari gli diedero un bel dieci, lui per non barare si assegnò un otto. A quel punto gli altri partecipanti si accorsero di lui e fioccarono un numero imprecisato di uno fino ad abbassargli la media a tre. Capì che se voleva la sufficienza, doveva avere un numero elevato di voti e che quindi era fregato. Perché lui non conosceva nessuno. Se avesse lavorato in una banca o in un ministero allora sì che avrebbe avuto qualche possibilità. Bastava mandare una bella lettera ai colleghi e il gioco era fatto.
Provò a domandare a qualche cliente del garage che gli pareva più evoluto se usasse internet, ma ricevette solo risposte negative.
Desirè sparse la voce tra le signore a cui lavava i capelli e in palestra, ma non ci furono altri voti.
Sua madre riuscì a sfilare un bel dieci al figlio della Contessa Marchesini, ma venne subito annullato da una cascata di uno.
Un pomeriggio invece di aprire il libro di Diritto Civile, scese a parlare con quelli del bar, anzi con il loro capo.
Attese pazientemente che Erri Putacchia finisse il pokerino, gli offrì una birretta e aspirò, impassibile, il fumo delle sue tre sigarette mentre lo ascoltava ripetere per l’ennesima volta perché aveva abbandonato il calcio per la lotta libera.
Alla fine Erri disse: se è per darti una mano a uscire dalla tua vita sfigata…posso portarti i voti di tutti gli abitanti del Pigneto.
Davvero? Chiese Mirco.
Davvero. Per uno del Pigneto questo e altro! Rispose Erri Putacchia battendo il pugno sul tavolo e rovesciando il posacenere.
Qual è il numero a cui dobbiamo inviare il voto?
Il numero? Non è attraverso i cellulari che si vota, Erri, ma attraverso la rete!
La rete? E che sarebbe?
Internet!
Ah quella dove si scaricano le cose porno. Se è così non ti posso aiutare. Non conosco nessuno che la usa. Qualcuno che va agli internet Point, certo, però sono pochi. Se era con i cellulari…
Grazie lo stesso, disse Mirco Pellicino.
Quella notte, mentre lavava le macchine, pensò di aprire un numero infinito di caselle di posta elettronica e di farsi un giro per tutti gli Internet Point di Roma, ma poi cambiò idea.

Si era da poco addormentato quando fu svegliato dalle urla della nonna.
Vinci il concorso! Vinci il concorso! Urlava con il fiatone e il viso paonazzo.
Oddio mi sento male! Aggiunse ansimando come una locomotiva.
Mirco l’aiutò a togliersi il cappotto, le scarpe, la fece accomodare sulla sedia, le portò un bicchiere d’acqua. Attese.
Ho parlato con Don Dino, disse la nonna, quando il colorito scese al rosa. Lui ha quella roba che hai tu.
Un blog?
Sì, quello, e conosce anche il concorso di Scritto Pesto. E  ha un blog famoso come una stella.
Scritto Mesto. E’ una blog star?
Sì. Ha contatti con i ragazzi degli oratori di tutta Italia attraverso il blog. Ha detto che chiederà di votarti. E domenica durante la predica ne parlerà anche i fedeli.
Mirco strizzò la nonna in un abbraccio quasi mortale.
Però vuole qualcosa in cambio.
Cosa?
Devi venire a fare le letture in chiesa la domenica, dice che come te non legge nessuno. E poi, se occorre, anche il chierichetto. Per un anno, ha detto.
Don Dino lo sa che non ho più la fede.
Dice che se stai lì poi ti torna.
E se non vinco? Non è detto che la giuria scelga proprio il mio romanzo.
Glielo ho fatta anch’io questa osservazione al Don. Lui m’ha risposto che ti devi assumere il rischio. Comunque, la nonna strizzò gli occhi (non era capace di fare l’occhietto), comunque è un prete influente.
La giuria è tutta di Sinistra, rispose Mirco scuotendo la testa.
I figli della Sinistra fanno la comunione, fece notare lei.
Allora? Cosa gli dico?
E allora rispondi: sì.
La nonna balzò dalla sedia come una lepre e trascinò il nipote in un girotondo.
Quando Mirco aprì il pacco con le copie del romanzo pubblicato da Scritto Mesto,vinto ex aequo con un altro blogger-scrittore, un dirigente di una filiale di una banca, e ne aspirò l’odore, gli parve di avvertire, oltre a quello della carta e dell’inchiostro, uno più tenue che gli ricordava quello dell’incenso.

Le modalità di voto del concorso di Scritto Mesto a cui partecipò Mirco Pellicino sono le stesse di queste.
Per il resto: qualsiasi somiglianza con persone reali, fatti o luoghi è assolutamente casuale.






mercoledì, ottobre 11, 2006
 
Misteri degli incipit
Tano, abbreviazione di Gaetano, era un ragazzo di circa vent’anni che preparava caffè in un bar della stazione Termini.
Sono di Messina, anzi di Messina porto, rispondeva con un lampo d’orgoglio negli occhi, se qualcuno gli chiedeva quale fosse il suo paese senza spiegare la ragione di quella precisazione.
Tutte le mattine sedevo per sessanta minuti vicino al frigo delle bibite e invece di sfogliare il giornale, osservavo Tano che sciacquava tazze e tazzine, premeva bottoni, aggiungeva latte, e dava un’occhiata all’orologio.
Alle nove l’afflusso dei clienti diminuiva e lui scambiava qualche parola con la cassiera, con il collega o con chiunque fosse presente.
Era proprio dopo le nove che gli domandavano da dove venisse.

Il piccolo scrittore era sotto il gettito della doccia e alternava acqua bollente e gelata. Continuò con questo gioco fino a quando la pelle s’arrossò e cambiò consistenza. Allora indossò l’accappatoio, un paio di misure più grandi della sua taglia, si versò il caffè in una tazzina bianca in cui fece sciogliere una zolletta di zucchero scuro, mescolò a lungo fintanto che l’ultimo granello non si fu liquefatto, ne aspirò l’aroma per un istante, poi inghiottì un abbondante sorso scottandosi le labbra e la gola.
Quindi afferrò la cornetta del telefono.

Tonino chiuse la porta a chiave e si chinò sul water.
Ebbe due conati brevi, ma nulla uscì dalla bocca. Attese qualche minuto per essere certo che non ne seguissero altri.
Il consiglio di Antonella, sua moglie, si era rivelato sensato: lo stomaco era vuoto e i conati erano troppo deboli per vomitare succhi gastrici.
Si diresse verso il lavandino comune per sciacquarsi la bocca e notò un capello lungo e nero che sembrava proprio quello di una donna. Pensò che era insolito che si trovasse lì, nel bagno degli uomini. 
Il capello disegnava un punto interrogativo.
Allora è vero, pensò, che si commettono atti impuri durante l’orario di lavoro.

Ieri ho scritto tre incipit che probabilmente non proseguirò. Anzi proprio il fatto di averne scritti tre e di non aver portato a termine nemmeno la prima pagina mi fa pensare che rimarranno tali.
Nell’incipit 2 l’espressione “piccolo scrittore” sarebbe stato modificata con un nome e un cognome, mi serviva solo per fissare l’idea del personaggio che volevo tracciare.
Negli incipit 1 e 2 c’è il caffè di mezzo. Forse perché ho comprato recentemente una macchinetta che fa un caffè strepitoso?
Il 3 non so cosa me lo abbia ispirato. Digerirei anche le spare ribs affogate nella salsa di noccioline se le mangiassi. Non ho modo di osservare capelli lunghi e nemmeno bagni di posti di lavoro. E per giunta il nome Antonella è un nome che m’innervosisce. Mah.



postato da alice121 ~ 11/10/2006 12:35 ~ commenti (13)
~ incipit




martedì, ottobre 10, 2006
 
Alla fine i tempi non cambiano
Una previsione su una nuova amica di Fran io la traggo dalle scarpe.
Che ho la possibilità di osservare bene dato che nella mia casa, come in tutte le case olandesi, si lasciano vicino alla porta d’ingresso.
Se sono luride e consumate, se sono, insomma, quasi nocive per la salute, ci sono alte possibilità che l’amica mi sarà simpatica da otto a dieci.
Se sono finto trasandate, finto sporche o peggio ancora con il tacco, è quasi certo che la proprietaria che le calza mi sarà simpatica sei o sette (ottiene sempre la sufficienza comunque, forse perché sono cresciuta nell’era del sei politico).
Una previsione che si basa su parametri opposti a quelli che aveva mia madre, insomma, ma c’è sempre un pre di mezzo.


postato da alice121 ~ 10/10/2006 12:09 ~ commenti (5)
~ pensierini




lunedì, ottobre 09, 2006
 
Sussurri s’alzavano al suo passaggio
Tre anni fa scrivevo un post sul club della mozzarella a cui m’ero iscritta.
La Betti e la Tiziana non vennero mai alle mani, anche se durante il ritiro di mozzarella e ricotta, a volte, scoppiavano litigi e si bisbigliavano pettegolezzi.
La Betti e la Tiziana non se le diedero perché erano delle signore, ma si sa, a volte le parole sono peggio degli schiaffi.
Poi a un certo punto uscivo dal club, scegliendo una vita solitaria e senza mozzarella.
In questi tre anni mi sono tenuta sempre alla larga dai conflitti della provincia internazionale. Ho avuto solo due occasioni in cui sono stata calamitata, mio malgrado, in un paio di dispute. Il bilancio è positivo, dunque.
Stamattina me ne è capitata una terza.
C’è che le donne italiane di qui che non lavorano cercano di impegnarsi la giornata.
E, alcune, svolgono piccole occupazioni senza ricavarne denaro.
Sono delle volontarie, dunque. E davanti all’esercito dei volontari io m’inchino sempre. Rappresentano, credo, il futuro di una buona società evoluta.
Però, però. Ci sono anche i casi particolari.
Come chi svolge mansioni senza ricevere denaro, ma che pensa di ripagarsi con il piccolo spicchio di potere che la carica gli concede. Non si tratta più di volontariato, quindi. Il volontario è una persona che dà non che prende.
E non m’inchino, di certo, davanti a un individuo così meschino. Anzi.
Se l’individuo in questione sale su una pedana e mi fa la predica e io sono di buon umore, al massimo, posso fargli ciao con la mano. Se sono di malumore, invece, sempre della mano mi servo (di una sua parte per la precisione).

La convivenza in un luogo ristretto è imprevedibile.
Può succedere di tutto in una cella di una prigione o in una crociera su una barca a vela.
Anche se si stabilisce di non voler liti, di farsi i fatti propri, di seguire le sbavature di una macchia su un muro, o d’incantarsi coi chiaroscuri disegnati dalla luna sulla distesa d’acqua nera.
Gli individui si trovano in un spazio esiguo, costretti dalla volontà esterna o dalla propria scelta a convivere con altri esseri e qualcosa può accadere.
Qualcosa da cui sgorgherà una violenza o un legame che non si sarebbe mai verificato se si fossero conosciuti altrove.(Tre in una stanza, cap.5)






venerdì, ottobre 06, 2006
 
Dell'Olanda, del pallone e di un ibrido.
La determinazione correva su prati lucidi di pioggia tra le 19 e le 21 ieri sera.
Aveva gambe sottili o muscolose e senza peli.
Urlava, rideva e s’incitava.
La determinazione era di un’età fra gli otto e i vent’anni.
E  io invidiavo molto quelli che l'avevano.
Quando si sono accese le luci il pulviscolo d’acqua appariva con una forma ovale che attraversava i campi di calcio.


Si allenano costantemente. Nelle strade, all'uscita della scuola, con il vento tagliente. Come immagino faccia un paese del terzo mondo. Come fa qualcuno che non ha risorse e sfrutta l’unica possibilità che non costa nulla.
Domando al mio informatore delle faccende d’Olanda perché non vincono di più.
Perché detestano lo stress, mi risponde. E la carica che ti porta a sfondare, a raggiungere l’obiettivo, a centrare il bersaglio, ha come rovescio lo stress. E rinunciano alla conclusione.
Trovo che sia un accoppiamento assai affascinante.
Tra la determinazione che urlava, rideva, s’incitava in olandese, c’era anche Lo che di questa lingua conosce solo qualche parola. Un ibrido lì in mezzo. Eppure ci si è voluto iscrivere lui. Aveva l’alternativa di giocare con chi parla inglese, ma non ha voluto continuare con loro.
Fanno un allenamento troppo leggero, ha detto.
Deduco che, a suo modo, l'abbia notata anche lui questa risolutezza.
E mi chiedo come ricorderà nel futuro tutto questo.


postato da alice121 ~ 06/10/2006 11:22 ~ commenti (7)
~ roba d olanda




mercoledì, ottobre 04, 2006
 
Titolo
Il telefono squilla mentre mi sto preparando il panino.
Pronto, mi dice una voce che sembra la nota più acuta di un flauto.
A quella parola, anzi al timbro con cui viene pronunciata, è come se una mano, un’entità autonoma, voltasse all’indietro le pagine di un calendario (un calendario bianco e nero, molto minimalista, con la pubblicità discreta di un autoricambi su un lato).
Poi la mano svanisce e il calendario è aperto sulla pagina del mese di maggio dell’anno 2000. E’ la stessa ora, ma sono nella mia Roma, seduta a una scrivania e sto mangiando sempre un panino. Anche lì, il telefono, con più bottoni e luci di quello di adesso, squilla e lampeggia.
Pronto, dice una voce che sembra sempre uno strumento a fiato, ma è meno acuta.
Diciamo che quella del 2000 era quella di un clarinetto.
Pronto, sono l’Ingegnere RompiPonti potrei parlare con il Dottor Commercialista Scuciisold? Ho avuto il vostro numero dall’Avvocato Tifregoio!
Nel 2000, o giù di lì, queste telefonate di citazioni di titoli, come questa riportata, erano frequenti e non ci facevo caso.
Nel 2006 suona strana.  (I titoli sono leggermente diversi, ma sono sempre tre).
Mi fa sorridere, mi irrita, mi fa pena? Al tipo che sta dall’altra parte dico chi sono, in effetti conosco chi gli ha dato il mio numero, oppure mi spaccio per la donna delle pulizie, o gli dico che ho anch’io un titolo, ma che ho scritto un libro untitled, insomma lo confondo un po’e gli abbasso la voce fino a farla diventare come quella di un oboe?
Costui è un flauto, a differenza del suo antenato che era un clarinetto. Se ha una voce più acuta significa che oltre all’entusiasmo per la citazione dei titoli, ne ha anche un altro di entusiasmo che è quello di essersi appena trasferito qui.
Gli emigrati freschi sono di tre tipi: quelli che credono di essere approdati nel paese delle meraviglie, quelli che tentano di non pronunciare la pericolosa frase: stavo meglio prima e dicono invece: vediamo che si può fare, quelli che si sparerebbero un colpo per essere stati costretti ad andarsene.
La prima è la categoria più a rischio. Di depressione e di rifiuto della nuova vita. E si manifesta dopo un po’.
All’Estero si vive meglio che da noi è una frase-chimera alimentata sia dai mass media che dalla gente. E vorrei tanto sapere chi è stato il primo a tirarla fuori. Forse è uscita a causa della storia del nostro paese che, un tempo, ha avuto un’emigrazione di massa.
Comunque ora è in circolo e non la ferma più nessuno.
E divora persone. Cioè le illusioni di queste persone che parlano come strumenti musicali.
Come questo tipo che telefona all’ora di pranzo, a cui in tre mesi  si smonteranno due miti: quello del titolo e quello dell’estero. E si trasformerà in un trombone bucato.
Gli vorrei dire: quando hai bisogno, chiama pure. Ma sarebbe inutile: al momento vola troppo alto.






lunedì, ottobre 02, 2006
 
Leggendo qui mi sono ricordata di come era prima.
Tra i sei e gli undici anni ho passato le mie estati in un paese in Abruzzo ospite di una famiglia del posto.
Il ricordo più vivo di quel periodo è quello della libertà. Ero libera di andarmene ovunque per tutto il giorno. La libertà aveva anche un risvolto solitario che a volte mi pesava.
I miei coetanei erano ragazzini bizzarri, per lo meno io li vedevo così. D’altra parte anche loro mi consideravano un po’ strana. Giocavamo a nascondino, ma solo nel tardo pomeriggio quando avevano terminato i lavori. Tutti avevano frequentato la scuola fino alla seconda elementare, non avevano giocattoli e avevano le mani da vecchi. A dieci anni si fidanzavano. E gli ultimi tre anni non furono affatto piacevoli per me da questo punto di vista, ché io di storie d'amore non ne volevo assolutamente sapere. Fu per quel motivo che presi l’abitudine di fare lunghe passeggiate in montagna o di vagare per ore da un orto all’altro. Poi divenni amica di una di sedici, fidanzata con uno di città. La città era Sulmona. Io ascoltavo i suoi sfoghi, lei mi proteggeva dalle trappole dei tipi che volevano fidanzarsi con me. L’accompagnavo nei suoi servizi, mi coprivo gli occhi quando uccideva i conigli, e lei mi parlava di questo ragazzo che guidava il camion, che aveva un buon lavoro. Poi ce n’era un altro che le regalava in segreto campioni di profumi e di creme. E lei era combattuta. Però questo tipo non aveva futuro, ché pascolava un gregge di pecore che non era nemmeno suo. E un giorno se ne sarebbe andato da qualche parte al Nord. Il fidanzato, inoltre, aveva fatto assumere suo fratello nella stessa ditta di camion e lei aveva un debito con lui. Sono legata, mi diceva certe sere con le lacrime agli occhi. E’ come se avessi già la fede. Tirava fuori una scatola che teneva nascosta sotto l’armadio. Quello che faceva il pastore le scriveva dei biglietti a caratteri giganti, quello che guidava il camion le scriveva lunghe lettere sui dei fogli di carta velina con le linee tracciate a matita. Lui, il fidanzato di Sulmona, aveva la licenza elementare. Alla fine è meglio in tutto, concludeva riponendo la scatola. Io le davo dei consigli che ogni volta erano un po’ diversi. Mi ricordo che la guardavo in faccia e, a seconda della sua espressione, le dicevo: lascialo. Oppure: continua a stare con lui.
Il 10 agosto c’era la festa di San Lorenzo in una chiesa su in montagna. Ci si alzava prima dell’alba, ci si dava appuntamento a un angolo della strada con altre ragazze, e suo fratello ci portava con il camion, venti o trenta persone, fino a dove terminava la strada asfaltata, dopo si proseguiva a piedi per tre o quattro ore. Il viaggio in camion era bellissimo.
Le vacanze erano scandite da feste religiose, da processioni e da matrimoni che duravano due giorni. Un’estate, una che se ne era andata molti anni prima in America comprò una casa nel paese. Nessuno parlava con lei e con la sua bambina, nemmeno la sua famiglia, e anche a me era proibito avvicinarle. Lei era La Divorziata. La Divorziata aveva la Cameriera. E andava ogni mattina dal parrucchiere a farsi la pettinatura. Verso le undici uscivano in fila indiana lei, la bambina e la cameriera. La Divorziata aveva anche la macchina, una mini minor arancione, e con quella andavano al lago o alla pineta. Quando salivano le scale che portavano alla strada tutti s’affacciavano a guardarle.
L’estate che ho compiuto undici anni è stata la mia ultima estate su quelle montagne.
Ho saputo che la ragazza che usavo come paravento per non fidanzarmi si è sposata l’estate successiva e si è trasferita a Sulmona. Poi è arrivato il progresso e sono stati costruiti gli impianti  sciistici.
Da allora molte cose non sono più come prima, mi ha raccontato qualcuno che ancora va lì. Non lo riconosceresti più. Alla gente è cambiata la testa. I vecchi dicono che questo è un male, ma per i giovani significa la vita.





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