ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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martedì, luglio 25, 2006
 
Vacanze romane: quasi terminate
Privilegio: Fran la guarda ammirato mentre valutazioni scontatamente immaginabili s’addensano nel suo cervello in formazione. Lei, la sorella più piccola del terrazzo di destra, gelataia part time, ricambia lo sguardo con coni giganti e una raccomandazione alle colleghe: a loro sempre la dose extra!
Stupore: al passaggio della Madonna del Carmine sabato pomeriggio a Trastevere, davanti alla gigantesca statua merlettata di bianco preceduta da una croce con teschio, dalla banda dei vigili, dai poliziotti a cavallo, s’alzava un coro esaltato di viva maria.
Sono drogati? Mi chiedeva Lo.
Sono fatti? Correggeva Fran.
Io, che non perdo occasione per parlar male dei cattolici, stavolta li ho difesi.
E’ il loro modo di manifestare la fede. E poi mica sono tutti così. Alcuni hanno bisogno delle statue, altri no. Vostra nonna credeva in Dio, ma non avrebbe urlato in quel modo.
E li avevo convinti: sì è vero, dicevano con le teste e gli occhi, quando una signora, una di quelle che aveva iniziato il grido diceva ad alta voce: ci dovremmo tagliare tutti davanti alla Vergine e poi buttarci per terra al suo passaggio!
Stordimento: quando il termometro raggiunge i trentasette gradi e il traffico delle sei è un nodo irrisolto si va in un cinema e si sta per 90 minuti al buio, al fresco, in una sala da cento posti vuota senza brusii e intervalli e all'uscita ti gira tutto.
Sorpresa: scopro che il Selarum a via dei Fienaroli ha riaperto e che la libreria del cinema ci trasmette film la sera gratuitamente e ci guardo un episodio dei Ai confini della realtà, ai confini della realtà come mi sentivo io appena arrivata, ma adesso…
Pettegolezzo: il vicino di sinistra ha una fidanzata dell’est con cui parla in... inglese.
Apprendimento di Lo: ha ampliato la sua conoscenza dei termini che indicano gli organi sessuali femminili nonché ha memorizzato un’infinita serie di ritornelli dal contenuto boccaccesco.
E di Fran: come si fa a convincere un quasi quindicenne a girare per il Foro Romano, a cercare il centro della piazza davanti alla Basilica di San Pietro, a guardare la luce che entra dal buco del Pantheon? Non si convince: s’aspetta che arrivino i suoi amici dall’Olanda.
Miracolo: la casa della mia amica tutta dentro la mia macchina!
Conclusione: e poi resterei qui  perchè
E invece
Domani comincio l’operazione valigia e me ne vado al mare più o meno, il meno è un matrimonio che occupa 2  giorni (due) e mi sposterà a Palermo.
E dal 16 agosto sarò di nuovo in Holland ché la scuola riapre.
Quindi
State bene e non litigate;-)






giovedì, luglio 20, 2006
 
Per l’intimità
Mi sveglio perché uno sguardo mi pesa addosso.
Lo sguardo è di un uomo e proviene dall’appartamento del palazzo adiacente al mio.
Sto un attimo immobile mentre valuto quello che farò tra poco.
Lui sta pulendo il davanzale con uno straccio. L’angolo destro del davanzale per la precisione, ché solo da lì può sbirciare nella mia stanza. Dovrei alzarmi e tirare la serranda verso di me, con forza magari, per fargli capire che ho visto che guardava. Ma non ce la faccio. Afferro il lenzuolo, mi ci avvolgo completamente e cerco di riaddormentarmi. Ma i rumori per la costruzione della metro, le auto che passano e le considerazioni idiote: e così l’appartamento è occupato da un deficiente impiccione mi impediscono di riprendere sonno.
Mi alzo.
Yogurt, caffè, clic dell’ombrellone, se l’ombrellone fa clic sono passate le nove e il tavolo è spaccato dal sole, arretrato di D Donna, occhio che conta le foglie del basilico rigoglioso (pianta incompatibile con l’olanda).
Sospiro, e il malumore fugge via.
Clic clac. Una porta di metallo si apre e una figura si compone nel terrazzo a fianco.
Non alzo gli occhi dalla rivista, bevo un sorso di caffè e volto pagina.
La sagoma si schiarisce la voce, una due volte, poi dice: buongiorno! Con un tono squillante, quel tono che si usa quando non vedi qualcuno da un sacco di tempo.
Buongiorno, rispondo. Siccome non riesco a leggere nemmeno una parola m’irrito un po’.
Mi scusi se la disturbo. Continua lui con la voce ancora più entusiasta.
Lo fisso.
Ha una faccia di quelle che dopo un po’ non ti ricordi più, un’età che potrebbe essere di trentacinque o di cinquanta, ma dall’entusiasmo penso che sia di cinquanta.
Volevo farle una domanda.
A quel punto credo che m'esca un sorriso- smorfia che lo autorizza a chiedere.
Lui prosegue con l'entusiasmo in crescita: le sente le vibrazioni?
Stringe le mani intorno alla grata di separazione, appoggia il viso sui quadrati di metallo.
Le vibrazioni? Che vibrazioni? dico io.
Si scioglie in una risatona grassa, divertito dalla natura equivoca della sua domanda.
Le vibrazioni prodotte dai lavori per la metro.
No. Rispondo.
Sarà un problema del mio palazzo perché la signora del piano di sotto le sente, invece.
Dondolo la testa dall’alto verso il basso, stile cagnolino d'auto di una volta, altra smorfia sorriso, conversazione terminata intende il gesto, ingoio l’ultimo sorso di caffè e torno sulla pagina.
Mi tolga una curiosità, continua lui. Quei ragazzini che cenavano ieri sera erano tutti suoi?
No.
Ah. Infatti mi sembravano troppi. A volte la natura è strana: a chi tanti, a chi nessuno. La mia vicina, per esempio, ha provato per dieci anni ad avere un bambino. Ma la lascio tranquilla. Immagino che si sia appena svegliata.
Smorfia- sollievo da parte mia e ritento con la lettura.
Un’ultima cosa.
Ecco a chi assomiglia! Ad Alberto Sordi. Mi ricorda una scena di un film, ma quale?
Le dispiace se monto un’incannucciata di separazione? E' per l’intimità.
Chiude la frase con una strizzata d’occhio, io rispondo: per me va bene.
Poi mi rifugio nell’unico luogo che è libero da persone e da sguardi: il cesso.






martedì, luglio 18, 2006
 
L’isola – 3 – La banda della Vis Botta
Naturalmente c’era un numero 3 che avrebbe chiuso il ciclo dell’isola. E avevo anche cominciato a scrivere qualcosa ieri mattina prima che gli adolescenti o i quasi adolescenti che affollano la casa in cui vivo tornassero in attività. Ma ormai il momento è passato e se mai ci scriverò qualcosa sopra sarà in una storia.
La banda m’aveva colpito assai perché non ne avevo mai vista una, perché i suoi componenti avevano dodici e tredici anni, perché erano femmine, perché erano pericolose e sgradevoli in modo talmente eclatante da risultare commoventi.
Tant’è che alla loro prima apparizione pensavo che fosse la scena di un film, una specie di scherzo organizzato dagli animatori dell’isola. Ma poi mi sono detta che no, che era impossibile, che Almodovar non si sarebbe scomodato per girare un film tra i pini Caprera e che non avevamo pagato un extra-sorpresa.


postato da alice121 ~ 18/07/2006 10:20 ~ commenti (3)
~ fatti italiani




venerdì, luglio 14, 2006
 
L’isola – 2-
Io credo che molti mali dell’Italia potrebbero essere ridimensionati o spazzati via. E non penso che il cambiamento dovrebbe partire dalla classe politica, dalla tv o dalla stampa.
Loro, i centri di potere e/o d’informazione,  non sono che altro che un’esasperazione di quello che siamo noi.
E dunque la ricetta è semplice e neanche complicata (apparentemente) da realizzare.
Bisognerebbe imparare a fare le file.
Io credo che parta tutto da qui. E non c'è neanche bisogno di dilungarsi a spiegare perché. Chi non rispetta il suo turno, chi finge di non notare l’esistenza di una coda o s’arrabbia se qualcuno gliela indica è uno che giustifica il privilegio se questo va a lui e quindi un corrotto .
Sull’isola davanti all’unica fontanella d’acqua potabile un bambina con una treccia bionda ben tirata, alta poco più di un metro, si precipita a bere.
La mamma: Martina! Sei passata davanti a tutti! Mettiti dietro agli altri.
La bambina s'arresta indecisa, ma interviene il papà: Amore ma la bambina è piccola e ha tanta sete!
La mamma per un attimo tace, con gli occhi sembra dar ragione alla frase di lui, fissa la figlia che inghiotte rumorosamente, e all'improvviso dice: mica moriva di sete se aspettava cinque minuti! Certe cose bisogna impararle da piccoli, altrimenti…
Lui alza le spalle e risponde: e quanto la fai lunga per un sorso d’acqua!






giovedì, luglio 13, 2006
 
L'isola - 1 - Peccato non esserci stata per la finale
Il contrario dell’Olanda non è la Svizzera o la Val D’Aosta, il contrario dell’Olanda è una piccola isola di cui con lo sguardo puoi tracciare i contorni.
Qui finisce la terra, lì inizia il mare.
Il colore che si oppone al grigio bianco olandese (a primavera inoltrata, per la verità, si copre di colori, ma alla fine se devo sceglierne uno mi viene in mente questo) è l’azzurro. E il Mediterraneo è pieno d’isole con il mare di questo colore. Così quest’anno siamo sbarcati a Caprera. A Caprera ci sono tre cose: la casa di Garibaldi, la scuola di Vela e le capanne del Club Med che l’anno prossimo saranno abbattute con le ruspe. Se otterranno il permesso verranno sostituite con finte capanne dotate di bagno, aria condizionata, eccetera.
L’ottanta per cento del personale del Club è francese, il restante 20 è italiano. Nelle due settimane che sono stata lì ci sono state due partite dell’Italia e due della Francia. Siccome la cosa noiosa dei Club è l’animazione serale, nelle 4 sere delle partite ho tirato un sospiro di sollievo. Leggere, per esempio, non si può. Si potrebbe in capanna con una torcia (c’è una piccola lampadina centrale ma la luce è troppo fioca) ma alla fine ci si stufa di posare la torcia ad ogni cambio di pagina oppure si potrebbe vicino al bancone del bar, ma come è intuibile c’è un chiasso pazzesco, oppure nei bagni - c’era un tedesco che leggeva tutte le sere seduto tra due lavandini – ma a me questa soluzione faceva schifo. Così mi sono vista tutte e quattro le partite. Viste è un modo di dire. Stavo lì davanti allo schermo e guardavo le persone guardare. Gli italiani erano mettiamo 500 e i francesi 50. E quando c’erano le partite della Francia al bar, per un loro accordo, lavoravano solo le ragazze. Per tentare un’analisi del comportamento del tifoso di calcio di due diverse nazionalità davanti a una partita bisognerebbe avere un pubblico di ugual numero e omogeneo come composizione e quello italiano oltre a essere più numeroso era anche pagante. Comunque questi c’erano e questi ho guardato. Quello che non dice niente, quello che si morde la pelle della dita, quello che stringe le mani sulla sedia davanti, e ci giurerei che manco lo sa dove sono le sue mani, quello che si copre gli occhi, quello che bisbiglia da solo. Poi si alzano in piedi e urlano di gioia o di sdegno.
Sia gli italiani che i francesi.
Ma dopo l’urlo di gioia che segue al goal il comportamento si differenzia. C’è l’italiano ultra cinquantenne che bacia appassionatamente la moglie (caspita e chi l’avrebbe mai sospettato?) quello che prende la sedia davanti a lui e la solleva in alto come fosse la coppa (e mi costringe a allontanarmi), quello dall’aria precisa che tira fuori dei fischi che se non l’avessi sentito mai avrei immaginato, quello che ripete la stessa frase almeno trenta volte. I tifosi francesi, invece, dopo l’urlo di giubilo posano le braccia uno sulle spalle dell’altro e intonano una canzone.
La sera di Francia-Brasile m’incrocio con uno del villaggio addetto alle pulizie, con cui avevo scambiato qualche parola, era di P.(italia) e quindi non guardava la partita. Chi vince, gli chiedo. Non lo so, risponde lui. Gira intorno ai tavoli da ping pong con la scopa e la paletta, raccoglie una bottiglia di plastica, qualche cicca e getta tutto in un secchio. Si ferma davanti allo stand dove le lavoranti francesi vendono i buoni per i bar e ricaricano i cellulari, parla con una, l’unica carina secondo me. Poi mi si avvicina di nuovo, raccoglie una carta invisibile. Vince il Brasile! Vince il Brasile! Mi sussurra all’orecchio senza fermarsi.


postato da alice121 ~ 13/07/2006 16:34 ~ commenti
~ fatti italiani




mercoledì, luglio 12, 2006
 
E se non telefonano per gli auguri, li perdoni?
A un figlio si perdona tutto, ma a un emme…
Scrivevo l’anno scorso. E quest’anno avevo deciso di non postare nulla fino a quando il 12 fosse passato qui e dall’altra parte del mondo. Ché il figlio si ricorda sempre, ma a Emme viene in mente dopo aver letto il blog e bara meschinamente sostenendo che gli auguri lui li fa dal suo tempo. Che è un’obiezione debole dato che il compleanno è il mio e non il suo. E poi con il counter che indica il paese di provenienza e l’ora e il successivo messaggio è definitivamente spacciato. Già elaboravo la frase che gli sarebbe rimbalzata addosso per i prossimi dodici mesi, ma incredibilmente se ne è ricordato. Quasi quasi mi dispiace.







martedì, luglio 11, 2006
 
Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio
Dopo la passeggiata di domenica pomeriggio potevo non comprare questo
libro?


postato da alice121 ~ 11/07/2006 10:37 ~ commenti (2)
~ segnalazioni, libri




lunedì, luglio 10, 2006
 

E poi hai notato? Sono aumentati anche i gabbiani
La notte della finale ci vede così distribuiti: Fran con un suo amico in
un paese di circa trenta abitanti in cima a una montagna vicino
Torino, Emme in un pub di little italy a San Francisco, Lo e io in un
soggiorno tiepido al centro di Roma. Da tipica famiglia
internescional. Però Lo ha una malefica trombetta e dei riti da rispettare, e
alla fine della partita sarò assai provata. Alle 4 del pomeriggio,
invece, guardavamo i tifosi passare, trovavamo una targa di
un'automobile, entravamo in un ufficio di polizia deserto, seguivamo
dai monitor quello che succedeva all'esterno, Lo disteso su una
poltroncina, perfettamente a suo agio e deluso che non accadesse
nulla, mentre il commissario rintracciava sul terminale colui che
aveva smarrito la targa. Nel tragitto di ritorno verso casa, lì sì che
c'era da guardare: una ragazza vestita di nero con dei teschi
ovunque, che puzzava di vino e d'ammoniaca, un vecchio arabo
abbracciato a un semaforo che malediceva le bandiere e i clacson e
ripeteva sottovoce: italia perde, italia perde, un tipo con le
stampelle che voleva fare la pipì in un angolo e non riusciva a
slacciarsi i pantaloni. Sembra quel quartiere di San Francisco, senza
case rotte e senza grattacieli, però, diceva Lo. Ma con i gelati.
Dicevo io. Già. Quando si chiama ice cream fa sempre schifo. Ci hai
fatto caso? Continuava lui. Attento! Urlavo io. Troppo tardi: un etto
di panna era tristemente deceduto sul marciapiede. Ma c'erano altri
tre montagne da leccare. Pistacchio, limone e cioccolato. Il segreto è
il pistacchio, spiegava lui. Perché va d'accordo con gli altri due.




postato da alice121 ~ 10/07/2006 15:06 ~ commenti (1)
~ fatti italiani




mercoledì, luglio 05, 2006
 
Piazza Venezia e le auto bianche
Su un autobus drammaticamente inclinato verso destra ripasso gli incidenti che m’è capitato di leggere sui giornali e concludo che un autobus che si è capovolto da una parte non c'è mai stato.
Io, purtroppo, sono incollata alla porta e, nel caso, sarei tristemente schiacciata. L’autobus è apparso come un miraggio sui sanpietrini fumanti dopo un’ora e mezza d’attesa. Mentre mi do della stupida per la faccenda del ripasso, l’autista dice: ancora qualche minuto e poi facciamo il botto!
Guardo tutti gli altri intorno a me: se ne stanno lì con le facce impassibili ammollate dal caldo.

Come il botto? Chiedo infine.
Il botto, lo schianto, insomma ci siamo capiti, no? Del resto voi volete salire e io non corro il rischio di essere menato dicendo che è stato oltrepassato il numero di passeggeri e che dovete restare giù.
Io voglio scendere, dico. Se c’è la possibilità di un botto preferisco andare a piedi.
Mica è pericoloso, dice lui. Il botto è quello che fanno gli ammortizzatori quando si rompono e dopo l’autobus non cammina più.
Era meglio se l’Italia perdeva la partita, dice un pakistano con un sorriso che pare smentire la frase che pronuncia.
Mica c’entrano i tifosi, dico io. Sono i tassisti che hanno bloccato gli autobus.
No, sono quelli che vanno in giro a suonare per l’Italia, risponde lui.
Sono i tassisti, conferma il conducente.
E perché? Chiede uno con due valigie enormi e una nazionalità che non riesco a decifrare( è molto carino però).
Perché il governo ha deciso di liberalizzare le licenze e le tariffe s’abbasseranno, gli spiego.
E’ giusto, dice lui, sono troppo elevate. E comunque se perdo l’aereo la prima auto bianca che incontro la brucio! Lo giuro! Si guarda intorno in attesa d' una reazione.
Ma gli altri passeggeri tacciono.


postato da alice121 ~ 05/07/2006 16:09 ~ commenti (7)
~ fatti italiani




martedì, luglio 04, 2006
 
Dall’isola al paese di effe
Sono tornata o arrivata?
Sei mesi d’assenza da Roma mi suscitano una certa confusione, confusione iniziata allo sbarco dal traghetto dove alcuni furbi accendevano i motori per rinfrescarsi un po’ , 30 minuti chiusi nei garage, automobilisti e gente a piedi, io in quel posto non ci entro, c’è un’ altra uscita? Un’altra uscita non c’è, allora io resto sulla nave, ma noi la dobbiamo pulire, io a respirare gas di scarico non ci vado, allora passi dal ponte due, lì le auto sono già uscite. Confusione nella piazza dove si festeggia il primo maggio, dove c’era un concerto dei Subsonica, e meno male che Fran l’ha saputo solo dopo, confusione nella pizzeria sotto casa con le macchine in doppia fila, dove  si urlava invece di conversare, forse in questi 6 mesi gli abitanti di Roma sono diventati sordi? Confusione mentre ascoltavo quelli del tavolo dietro al nostro, che urlavano anche loro, in olandese: incredibile!, suoni che identificavo e quasi ne seguivo il senso. Se cominciassi a memorizzare le parole… ma non comincio.
In effetti ieri sera avrei spento anche il pulsante con l’italiano che “guarda mia suocera non la reggo proprio” e “Jessica, a Jè attenta che te macchi col sugo la maglietta nuova” mi distraevano dalla birra ghiacciata, ma per fortuna c’erano loro, i figli, che identificati i dutch hanno iniziato una gara su chi sapesse più parolacce, e mentre tentavo di farli tacere, mi sono persa la frase che ha spinto Jessica, una bambina bionda e abbronzata di circa dieci anni, ad alzarsi e a correre all’interno della pizzeria, urtando il nostro tavolo e mormorando a voce sostenuta tra le lacrime - era un mormorio rispetto alle altre voci, squillanti roche e pastose ma tutte rigorosamente a forza dieci - andate a quel paese tutti, beh il paese l’ho cambiato io, licenza poetica diciamo, il paese di Jessica era un altro, cominciava con la effe, e ci giurerei che è popolato da genitori sbrodoloni che approvano le macchie.





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