ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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venerdì, aprile 28, 2006
 
Il gabbiano e il ciclista
Disse il gabbiano: ora sputo al ciclista.
Ma i gabbiani non hanno saliva e allora andò a cercare qualcosa che la sostituisse.
Si lanciò verso l’alto, si buttò con le ali tirate, un battito, una planata e finalmente avvistò il Mare del Nord. Era un gabbiano con le penne marroni che ancora non poteva volare a lungo.
Il Mare del Nord, quel giorno, aveva l’aspetto di un mare del Sud: era tratteggiato da onde leggere e rade e siccome splendeva un sole, dal punto di vista del gabbiano ma anche di un aereo, era azzurro. Visto dalla riva invece era di un grigio meno drammatico del solito.
Con un grido di battaglia, ma in realtà era uno strepito di gioia, ancora non riusciva a esprimersi con precisione, il gabbiano si tuffò, fece un breve tratto sott’acqua, se ci fosse stato un sub avrebbe descritto una traiettoria a virgola, ma non ci sono sub nel mare del Nord, poi riemerse, aveva catturato un’aringa che aveva smarrito il branco, si mise in posizione di riposo sul pelo dell’acqua e infine si riempì il becco con un po’ di mare.
E via di nuovo verso l’alto a cercare il ciclista.
Intanto s’era alzato il vento, ancora le onde restavano tranquille, ma se si socchiudevano gli occhi e si fissava l’orizzonte oltre la piattaforma petrolifera, si notava un' increspatura che s’andava espandendo.


postato da alice121 ~ 28/04/2006 11:16 ~ commenti (9)
~ incipit




giovedì, aprile 27, 2006
 
La distratta di W.
Chi lo avrebbe detto che spostandomi di sei chilometri sarebbero cambiati alcuni piccoli dettagli che sommati tutti insieme m’avrebbero condotto a un miglioramento delle condizioni di vita?
Intanto quando giro tra gli scaffali del super dietro casa capisco ogni parola perché tutti parlano inglese tra loro, poi la vicina mi telefona e m’invita per un caffè al sole delle due, un’altra m’avvisa che ho lasciato i fari della macchina accesi, e qualcuno stamattina ha preso il secchio della mia spazzatura e l’ha portato insieme agli altri. Me ne ero dimenticata ancora, malgrado il post it attaccato sul muro davanti cui scrivo, che era scivolato sul pavimento, ovvio. Così fissavo quel pezzetto di carta gialla, mi dicevo tra un po’ lo raccolgo, e tra due giorni sposto il container, ieri gli ho dato un calcio al post it che è volato all’angolo, la gatta c’è saltata sopra ed è schizzato all’altro angolo, domani devo spostare il container, e durante la notte il pezzo di carta è sparito, qualcuno l’ha raccolto, per caso? Impossibile. Gli oggetti che cadono per terra vengono schivati, calpestati o calciati, a seconda dello stato d’animo, mai raccolti.
E il container l’hai spostato tu ieri sera, chiedevo a Emme. Ha sgranato gli occhi, c’era tutto un discorso complesso in quello sgranamento, e m’ha risposto: Iooo? Allora Fran. E’ scoppiato a ridere. Ho riso anche io. E però qualcuno l’ha spostato. Qualcuno che mi ama un po’.






mercoledì, aprile 26, 2006
 
Di una donna antica e di Chris che non farà un lavoro.
Questo pomeriggio la persona più spudoratamente razzista che conosco ha suonato il campanello della porta. Vuoi che te la descrivo, Chris?
La domanda non è una vera domanda. L’avrei descritta in ogni caso e lui lo sa, quindi mi fa un cenno con la testa, come per dire: sì voglio ascoltare assolutamente.
E’ una madre vecchia con un aspetto antico. Ha avuto il suo bambino molto tardi, a quarant’anni credo, quindi adesso è sui cinquanta. Con suo figlio è molto affettuosa, e questo è l’unico pregio che le riconosco. Ha i capelli tinti di un rosso cupo, molto lunghi, raccolti con un’acconciatura assai complicata e solida. Come se li tiene su i capelli rappresenta un mistero perché per quanto abbia guardato e riguardato non sono mai riuscita a sorprendere una forcina. Poi ha una carnagione lattiginosa su cui compaiono chiazze rosse se è accaldata o ha parlato a lungo. Porta gonne scozzesi che le arrivano ai polpacci, scarpe con il tacco e calze color carne, una collana abbinata con gli orecchini e le scarpe dello stesso colore della borsa. Nel passato quando sparava le sue opinioni sul mondo, abbassava la voce e mi sussurrava qualcosa tipo: gli zingari al rogo, gli arabi puzzano e…
Va bene, ho capito, dice Chris.
E i gay in casa di cura. Questa l’ha detta proprio così.
Ha detto così, davvero?
Sì.
Che…
Eh sì. Pensa che io non le ho mai risposto. Cioè non le ho mai detto: ma che cosa stai dicendo? Forse il fatto che parlasse in inglese e non in italiano rendeva quegli incisi meno drammatici, non so.
Nemmeno quando ha detto quella cosa sui gay, hai commentato?
No. Anche perché lei poi riprende la conversazione e tu vieni preso dal dubbio che certe cose le abbia pronunciate veramente, che non te le sia sognate, invece.
Scommetto che è un’americana.
La nazionalità non ha importanza. Certi soggetti si sviluppano in ogni paese del mondo.
Non sono d’accordo.
Allora te lo dico: è olandese, Chris.
Siccome mette su una faccia delusa, aggiungo: però ha sempre vissuto all’estero.
Per un po’ non diciamo nulla, beviamo il caffè soffiandoci sopra. Caffè della moka, senza zucchero.
Poi continuo: quando ha suonato la prima volta non sono scesa, ma quando è tornata dopo dieci minuti sono stata costretta ad andare perché Fran m’ha chiamato a squarciagola. Dopo mi ha chiesto di fare il tour della casa, ma niente incisi stavolta, si è limitata a notare che mi piacciono i fiori e le piante, poi è rimasta folgorata dal pavimento di cemento dipinto.
Ah sì?
Ecco che il viso di Chris riprende vita.
Sì. Ha detto che ha intenzione di ristrutturare la sua casa. E voleva sapere se fossi disponibile per questo lavoro…
Lo sai perché ho scelto di ristrutturare case?
Per non stare seduto dietro a una scrivania?
Non solo per questo, ma anche per scegliermi le persone per cui lavorare. Quindi io sono impegnato, ok? Occupatissimo. E’ buono questo caffè. Che marca è?


postato da alice121 ~ 26/04/2006 11:25 ~ commenti (13)
~ chiacchiere




lunedì, aprile 24, 2006
 
Lo Spagnolo Adiacente e Paola Paola.
Ieri è terminata la settimana di vacanza di Pasqua. E noi siamo rimasti qui, e per fortuna anche i nostri vicini non sono partiti. E se non sono partiti i vicini non sono partiti nemmeno i figli dei vicini.
Così non mi sono mai trovata di fronte alla terribile constatazione: mamma mi annoio.
Dunque potevo dormire fino a tardi. Se non che lo Spagnolo Adiacente, che schizza via al minimo sintomo di festa, è restato. E’ restato per prendersi cura del giardino, ed è arrivato suo padre da Madrid e si sono messi a sradicare l’edera, a potare le siepi, a piantare le viole.
Chissà che giardino, direte voi.
Invece è un pezzo di terra di circa quaranta metri quadrati.
Ma sapete com’è, no?
Il padre non vede mai il figlio, che lavora all’ Estero, ed era contento di stare con lui. E anche il figlio era felice che suo padre avesse preso l’aereo per passare la pasqua nella terra grigia d’Olanda (che poi ci sono stati giorni splendidi invece).
Erano ambedue orgogliosi.
Vedi Papà che casettina, che macchinina, che mogliettina che figlioletta che ho?
E il papà: chi lo avrebbe mai pensato? Che questo ragnetto avrebbe messo su tutte queste cose?
Insomma( da questo momento la smetto con l'ironia giuro)  avevano bisogno di stare insieme, uno a fianco all’altro per recuperare tutte quelle cose che non si dicono al telefono, che non sono pensieri, informazioni, accadimenti, ma osservazioni.
Osserva la mia vita di tutti i giorni, papà. Zappettando la terra, potando i rami, raccogliendo le foglie tra le 8 e le 10 di mattina, le osservazioni venivano bene.
S’era fatto un programma ben preciso lo Spagnolo Adiacente.
Dalle 8 alle 10: giardinaggio.
Poi partenza per il tour d’Olanda che prevedeva:il museo van Gogh, la contemplazione della distesa dei tulipani del Keukenhof, il giro per i canali d’Amsterdam, la visita al mulino di Leiden, l’acquisto della porcellana azzurra di Delft.
Un breve commento della visita veniva fatto al ritorno, sempre in giardino, dove compariva anche la madre dello Spagnolo Adiacente, una donna bassa, formosa, con i capelli color miele perfettamente arrotondati, le gambe un po’ arcuate. Compariva con un vassoio in mano, dove c’erano gli aperitivi, una birra per il marito e un bicchiere di vino per il figlio, più qualcosa da mangiare che aveva preparato lei la mattina, mentre gli uomini s’occupavano del giardino. Per un’ora chiacchieravano di quello che avevano visitato quel giorno, di quello che avrebbero visto quello seguente, di quanto stesse diventando meraviglioso il giardino.
A tutta questa felicità, a questa soddisfazione di ritrovarsi, mancava una persona, che lui chiamava ad un intervallo regolare di dieci minuti: Paola Paola! Per due volte. Come una sveglia a cui non s’è premuto il bottone che blocca l’allarme.
Dopo Paola Paola seguiva una frase che cambiava a seconda del momento della giornata. Paola vieni a guardare il giardino quanto è bello. Paola vieni ad assaggiare la pizza salata di mamma. Paola vieni che ti mostro la fontana che zampilla.
Però Paola non usciva. Non partecipava. Non si mostrava. Se ne stava in casa, forse immusonita, con sua figlia, una bimbetta di un anno e mezzo che aveva la febbre e un’otite.
Che guastafeste questa Paola. Gettava un’ombra su questa gioia ritrovata tra padre e figlio.
Paola Paola.
Alle otto della mattina mi svegliavo con questo richiamo. Forza Paola Scendi! Che arpia che sei Paola!
Ma non è proprio esattamente così. C’è anche il punto di vista di Paola. Che lo aspetta tutte le sere alla finestra con la bambina in braccio. Che lo saluta con un bel sorriso e sollecita la figlia a spedire un bacio volante a papà che è appena sceso dalla macchina. Che Paola s’è laureata in legge con il massimo dei voti, che lavorava in uno studio d’avvocati, che studiava ancora. Però la somma degli stipendi di Paola e dello Spagnolo Adiacente erano la metà di quello di lui all’Estero. E per pagare l’affitto e le rate non era sufficiente. E poi lo Spagnolo Adiacente faceva un lavoro che non lo lasciava libero d’esprimersi per quello che aveva studiato. E bisognava chiedere un aiuto ai genitori. Così Paola ha detto: sì, ok, mollo il lavoro. E siccome a lei piaceva viaggiare, lui le ha prospettato settimane bianche, soggiorni al mare quando è inverno e il ritorno a Madrid  senza limiti.
Poi è arrivata l’otite, sette lunghi giorni bruciati tra le mura, lo Spagnolo Adiacente che urlava la sua gioia sotto il cielo grigio, che non era grigio ma per Paola sì lo era, e sua suocera che le diceva: guarda come gli piace che sia cotta la tortilla, e allora Paola s’è sigillata in camera a giocare con la figlia, con il volume dell’ipod che copriva il richiamo dal giardino del retro.






mercoledì, aprile 19, 2006
 
A cosa stai pensando? A niente, rispondo.
Molti anni fa, una sera d’estate, ero dall’oculista. Mi ricordo che smisi di andare da lui proprio perché riceveva a quell’ora. Comunque ero lì un po’ in ansia per le gocce che mi avrebbe messo, sfogliavo una rivista, ma non leggevo, guardavo le foto: c’era un’attrice che baciava il fidanzato su una spiaggia bianca e solitaria, indossava solo uno slip color ruggine, e nell’abbraccio scompariva il seno, e dicevo a chi era con me: mi preoccupa la luce bianca, se non fosse per quella luce non avrei paura, e questa persona mi sussurrava: guarda è Benigni quello che è entrato adesso. Alzavo lo sguardo, quello che era entrato si sedeva, portava occhiali con una montatura pesante, era molti anni fa e non era famosissimo, era famosetto come direbbe Lo, quanto è secco, pensavo, e che caviglie secche. Non magro, non sottili. Secco e Secche. La seccaggine mi dava l’idea del prosciugamento, dell’assenza della carne senza premeditazione. Magro mi suggeriva invece qualcuno che ci stava attento, che si tratteneva. Lui, su quel divano di pelle scura, non mi ricordo se nera o marrone, apparteneva al gruppo dei prosciugati. E poi serio. Così serio da sembrare autorevole, senza che aprisse bocca, di quella serietà che incute un lieve timore ma anche rispetto, che ti fa pensare: non vorrei avercelo contro. Se non avessi saputo che quell’omino secco, con la montatura pesante appariva davanti a un pubblico e faceva il buffone, anzi il comico, nemmeno l’avrei guardato più. Invece lo guardavo proprio per questo motivo, per capire come uno con quella faccia, con quegli occhi, con quell’espressione potesse trasformarsi davanti alla gente. Lo guardavo facendo finta di non guardare, fingendo di leggere, lui era di fronte a me, certo se fosse stato adesso la mia operazione d’estorsione dati sarebbe stata evidente, ma era, come ho detto, molti anni fa, e lui era tranquillo di non esser riconosciuto. Poi dopo circa trenta minuti o anche meno, arrivava il mio turno, le gocce e quella orribile luce bianca, guarda qui, guarda lì, l’oculista aveva unghie cortissime, e mi chiedevo perché uno si taglia le unghie così corte, forse perché aveva il vizio di mangiarle, mi ricordo anche che mi faceva pagare una parcella assai cara e dopo la visita camminando sul viale alberato, dicevo a chi m’aveva accompagnato: è costoso, fa aspettare troppo e riceve ad orari che ti guastano la serata, poi prendevamo il tram. Non ricordo chi era con me. Non ricordo nemmeno se fosse un amico o un’amica, il fidanzato lo escludo, altrimenti non sarei tornata con il tram, mi concentro sull’unico ricordo nitido che mi resta di questa persona: la sua voce, quando mi diceva per distrarmi: guarda è Benigni… Ma la sua voce non ha un suono: è solo una frase scritta. E’ inghiottito dalla figura di un secco troppo serio, dalle otto della sera, da un viale che se lo percorri fino in fondo ti conduce all’università.


postato da alice121 ~ 19/04/2006 10:34 ~ commenti (9)
~ pensierini




venerdì, aprile 14, 2006
 
Poi speriamo che non piova che ho in programma un giro per i canali. Non della tv, no, della tv no.
Misi il cappellino di lana blu questa mattina. Eppure non c’era freddo, nemmeno fresco e anche l’aria era tranquilla. Avvistai due lavavetri in tuta rossa seduti nella piazzetta che facevano colazione, li interrogai, uno dei due posò il panino sul bordo del marciapiede, come diceva mia nonna: quello che non ammazza ingrassa, tirò fuori il foglio, e sì, ci fu la conferma: ero nella lista! Poi qualcuno mi segnalò questa domanda: Ma gli italiani all'estero sono ancora italiani? scritta da questo tipo qui. E io m’immaginavo che fosse indignato quando mi spediva il link per mail, ma anche divertito per la mia possibile reazione. Poi andai a trovare la vicina e appresi l’ennesimo danno della regola: “aspettiamo e vediamo che succede” adottata dalla sanità olandese. E a suo figlio si ruppe il timpano nella notte. Poi ricevetti una foto in allegato e mi sorpresi di come  ogni volta che le parole di qualcuno che mi scrive da tempo si trasformano in pixel o in carne, ossa, capelli, suoni, eccetera, coincidano sempre con l’immagine che m’ero fatta io. Poi continuo a guardare e riguardare il profilo di Venere. Che se sono qui è proprio per quel cielo che c'è sopra di me.
E poi chi lo avrebbe detto che un giorno avrei scritto una frase del genere io che a dio non ho creduto mai.


postato da alice121 ~ 14/04/2006 12:52 ~ commenti (10)
~ pensierini




giovedì, aprile 13, 2006
 
Saving private Prodi
Perché gli italiani all'estero non sono più quelli di un tempo
Se tradizione italiana vuole che dopo le elezioni anche il più minuscolo dei partiti ci venga a raccontare che "ha vinto", questa volta possiamo dire con certezza matematica che un partito ha vinto di certo. E questo partito siamo noi, gli Italiani che vivono fuori d'Italia....continua qui.
(E quasi piangevo quando lo leggevo ieri sera).



postato da alice121 ~ 13/04/2006 09:12 ~ commenti (12)
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mercoledì, aprile 12, 2006
 
E insomma è un bel dilemma
Se si era sulle tracce di Provenzano perché non è stato catturato un paio di giorni prima delle elezioni?
Sarebbe stata una bella carta da giocare insieme alla tassa sulla spazzatura e a quella sulla casa. E Provenzano è stato catturato proprio ieri? E perché i sondaggi erano così clamorosamente sbagliati?
Intanto si rafforza sempre più l'amicizia con il merlo grasso che viene a cercar vermi nel giardino. Gliene ho trovati anche un paio mentre controllavo i fiori che stanno per sbocciare, li ho raccolti con la paletta e li ho messi a una distanza di un righello da dove ero. Il fatto che non li abbia presi con le dita mi ha dato la conferma che non sono più quella di una volta. Dopo circa un minuto lui si è avvicinato. La gatta ci  osservava da dietro il vetro e m’è parso che avesse uno sguardo triste. Da quando è tornata dopo quattro giorni d’assenza a O., mezza morta, non esce più. Cioè esce se c’è qualcuno con lei. Ma se la faccio uscire con me poi mi uccide il merlo.
Che le è capitato in quei quattro giorni? Possibile che il gatto bianco l’abbia ridotta in quel modo come sostiene il veterinario?
Ah come vorrei sollevare il velo su quello che non so.


postato da alice121 ~ 12/04/2006 12:24 ~ commenti (7)
~ pensierini




martedì, aprile 11, 2006
 
A quanto pare le matite sono state temperate bene.
Il 27 gennaio scrivevo:
Iniziamo a temperare le matite
Se è diventato ricco lui allora ci farà ricchi pure a noi.
Così diceva il mio lattaio, a quei tempi abitavo ancora a Roma, così si ripetevano due anziane alla fermata della metro, così precisava l’inquilino del terzo piano a quello del quinto mentre aspettavano l’ascensore . Il fruttivendolo del chiosco all’angolo, in fila con me nel seggio del mio liceo, prevedeva: se ne accorgeranno…
Alla fine ricco ci è diventato lui con i soldi di loro. Anche di quelli del fruttivendolo, suo malgrado. Non con i miei, però. Perché qualche mese dopo volai verso un altro luogo e le tasse le pagai altrove.
E provo una certo compiacimento quando penso al giorno delle elezioni.
Che noi dell'estero non paghiamo, ma votiamo.






lunedì, aprile 10, 2006
 
  Per tutti coloro che sono a Copenaghen: ci si ritrova a festeggiare a Rådhuspladsen? Alle 20.00? scritto da...
Purtroppo il video non è più visibile, ma leggete i commenti sono troppo troppo spassosi.
E si prendono appuntamenti nelle piazze di tutto il mondo. Anche ad Amsterdam. Ma a W. non si raduna nessuno? Ma a W. non c'è una piazza solo vie, forse per questo. E allora si festeggia a casa!





 
Intanto la bottiglia,  col vetro un po’ appannato, è lì che aspetta.
Valerio Zurlini non è un regista conosciuto in Italia, dice la presentatrice prima che il film cominci.
E in effetti gli italiani presenti in sala sono tre: Emme, Lo e io.
Lo che è stato acchiappato sul prato vicino casa mentre correva con un walky talky.
Nessun nemico avvistato, gridava nell’apparecchio.
Il nemico sarebbe composto da due ragazzini olandesi di 12 anni, più un traditore, di undici, della loro scuola.
Loro sono in quattro, quindi di più, ma tutti di dieci anni, e questo comporta un pareggio.
Il nemico è determinato a distruggere la capanna che i quattro hanno costruito in un angolo del prato con le canne di bambù.
Vieni con noi, dico.
No, resto qui.
Ti portiamo al cinema, come premio per la pagella.
A vedere cosa? Domanda con sospetto.
La ragazza con la valigia.
Non m’interessa.
Ci sono i combattimenti!
Giura!
Non giuro su una cosa del genere.
I combattimenti non ci sono, e quando appare la prima scena del film in bianco e nero, alla mia destra s’alza un borbottio di protesta, ma alla mia destra batte un cuore cavalleresco e se non è per l’arme è per l’amor.
Alla proiezione di Estate violenta siamo ben sette italiani: noi quattro più tre sconosciuti, Lo questa volta è rimasto sul prato a giocare a pallone. All’uscita, mentre c’incamminiamo verso il grattacielo in cui abbiamo lasciato la macchina, uno dice : Dal 1943 al 2006, da Rimini a l’Aja. Surreale. Come ieri con Absolutely! Perhaps.  Dice un altro. Pirandello in inglese mai più! Dice la terza. Meglio così che nulla, dico io. Poi mangiamo insieme ai nostri amici una pastasciutta molto reale, poi mettiamo una bottiglia di spumante in frigo, poi Lo mi chiede: c’era sempre quella signorina? Quale? Quella con l’accappatoio bianco. Poi cerco di ricordarmi su quale sito avevo letto che davano la vittoria di Prodi 4 a 1.
Poi aspettiamo.






venerdì, aprile 07, 2006
 
Aspettando la puntata finale. Ma le telenovelas non sono infinite?
Non è una propaganda elettorale quella che si sta svolgendo in questi giorni. E’ una telenovela con i suoi meschini colpi di scena, gli strepiti e gli insulti a cui s’aggiunge: ce l’hanno tutti con me.
E cosa mi aspetto? La vittoria del CentroSinistra? Sì, certo, me lo auguro, lo spero con tutto il cuore, ma attendo anche qualcos’altro.
Forse sono semplicemente emotiva, sono anche un po’ triste, perché questa aspettativa del: vediamo che s’inventa adesso, mi sembra un po’ simile all’attesa di quello che segue una telenovela da anni, che è ormai invischiato nella trama, e si chiede mentre sta nel traffico, sotto la doccia, aspetta l’ascensore: chissà se scopriranno che Riccardo ha ucciso Virginia.. Ma se lo scoprissero, quale sarebbe la sua reazione? Non può sparire in prigione senza conseguenze, è il personaggio principale, il protagonista. S’inventerà qualcosa. A meno che l'attore non voglia andar via..
Nel 2002, in una lettera alla E/O, pubblicata insieme ad altre su La Frantumaglia, Elena Ferrante scrive: "Quell’illusionismo (che ha nutrito democrazie e totalitarismi…) per nostra disgrazia si è definitamene saldato, in virtù di uno sfrontato rapporto proprietario, alle finzioni del mezzo di comunicazione di massa oggi più potente, la televisione, questa fabbrica di personaggi e protagonisti, come i media li chiamano adottando giustamente la terminologia dei prodotti dell’immaginazione. E i personaggi, i protagonisti della mitologia socialtelevisiva sono vissuti dal pubblico proprio come nei romanzi, sospendendo l’incredulità, accettando cioè un patto base in cui ti disponi a prendere per vero tutto ciò che ti sarà raccontato.

Cinque anni fa era il personaggio buono, il salvatore, cinque anni dopo, nell’evoluzione della telenovela, è un personaggio violento che urla contro tutti.
E cosa pensa dell'evoluzione il suo pubblico mentre sta nel traffico, sotto la doccia, aspetta l’ascensore?
 


postato da alice121 ~ 07/04/2006 11:19 ~ commenti (10)
~ pensierini




giovedì, aprile 06, 2006
 
Quella volta che la miccia si spense
Enzo Nobile era nervoso.
Nervosissimo.
Si aggiustava e riaggiustava la lunga ciocca che copriva il diradamento sulla cima del cranio.
Sua figlia era scoppiata a piangere appena era comparso all’asilo.
Con papà, no! Con papà, no! Ripeteva come una segreteria inceppata.
La maestra, -  una con il corpo a pera, e lui Enzo Nobile aveva il disgusto per le pere, figuriamoci per una donna con quella forma, - aveva chiamato Silvana, la sua ex moglie. Lei, che nei primi tempi della separazione s’era accanita con il ricatto: ti faccio vedere mia figlia solo se mi paghi la bolletta o mi fai un regalino, da qualche tempo s’era tranquillizzata.
Aveva l’uomo l’infingarda. Ecco perché.
S’era anche appostato sotto casa della Silva per verificare se quell’essere lungo, tutto uno scrocchio doveva essere a letto, mamma mia con chi s’era andata a mettere, si trattenesse a dormire nell’appartamento.
Primo perché non andava bene per l’educazione della bambina, secondo perché poteva chiamare l’avvocato e tentare una riduzione degli alimenti. Ma nulla da fare: lo scrocchio a mezzanotte meno dieci  usciva dal portone, accecava Enzo con il bagliore del telecomando e partiva su una mini metallizzata, che era un mistero come c’entrasse dentro. Un mistero dei pieghevoli dell’ikea.
Comunque da quando Silvana s’era trovata l’uomo, che doveva ammettere  gli bruciava un po’, sua figlia la vedeva senza salassi e ricatti. Anzi la bilancia era piombata dall’altra parte. Era tutto un chiedere con la bocca a cuore: la tieni tu stasera?
Per questo s’era arrabbiato quando la pera l’ aveva chiamata. Imbestialito quando lei aveva risposto che un improrogabile impegno non le permetteva di venire a scuola: Stava con lo spilungone, altro che impegno!
E come parlava elegante! Merito dello scrocchio?
Almeno la pupa avesse fatto i capricci perché voleva la madre.
L’avrebbe capita.
Una madre è sempre una madre per quanto puttana.
Invece no. Sua figlia pretendeva che andasse lì sua nonna, la madre di Silvana, di professione sarta, con tre denti mancanti a causa di una sberla ricevuta dal suo compagno che l’aveva sorpresa mentre sistemava in modo poco profescional la patta dei pantaloni a un cliente.
Ma si può? A sessant’anni?
Aveva interrogato l’avvocato, così tanto per vedere se ci fosse qualche appiglio.


postato da alice121 ~ 06/04/2006 09:19 ~ commenti (13)
~ incipit




mercoledì, aprile 05, 2006
 
Io sono diffidente.
Della parola sfuggita. Secondo me c’era un progetto dietro.
Magari uno studio che dimostrava che l’elettorato indeciso ama i programmi televisivi dove conduttori e pubblico s’insultano.  Che è attratto dalle parolacce.
Spero che lo studio sia sballato. Che gli indecisi decidano. Che i conduttori aggressivi siano cacciati via, che il pubblico aggressivo cerchi un altro luogo per apparire, e che trasmettano più film.
Intanto, stasera, progetta di andare qui.
Fermiamolo!


postato da alice121 ~ 05/04/2006 11:40 ~ commenti (9)
~ pensierini




martedì, aprile 04, 2006
 
La cosa certa è che avrei scritto, in qualsiasi posto, in qualsiasi lingua*
Avevo seguito un corso, leggevo i giornali, tentavo di conversare. Non mi devo vergognare, mi ripetevo, di balbettare, di ammutolire perché non riesco a proseguire. Quando tornavo a casa la sera, ripensavo ai discorsi e mi domandavo: esiste un’altra parola che avrei potuto incastrare meglio in quella frase? Oppure altre che abbiano lo stesso significato? Allora aprivo il vocabolario, le cercavo e le memorizzavo. E’ stato per questo che l’ho imparato bene. E ci ho impiegato tre anni. (Così un romeno mi spiegava in italiano di come avesse imparato il dutch).

Nei primi tempi di vita qui rimasi assai affascinata dalla figura di Kader Abdolah. Nel 1998 fugge dall’Iran e si rifugia nei Paesi Bassi. Nel 1993, cinque anni dopo quindi, esce la prima raccolta di racconti in olandese.
Per me, che non riuscivo a memorizzare e tanto meno a pronunciare neanche una parola, rappresentava un mito.
Kader Abdolah non è l’unico naturalmente ad aver fatto questo sforzo enorme. Ce ne sono decine come lui.
Però io credo che lo sforzo compiuto dallo scrittore iraniano non abbia confronti con molti altri. Perché, oltre alla barriera linguistica, ha dovuto superare una barriera assai più impervia quale è la differenza di civiltà tra l’Iran e l’Olanda.

Quanto a me, dopo cinque anni di permanenza qui, continuo a non sapere una parola d’olandese, e ho mille ragioni per cui non le ho imparate (ragioni che non vogliono essere giustificazioni), anche se talvolta mi succede di capire interi discorsi per una specie di miracolo. Credo che dipenda da un senso particolare che possiedo, il senso randomico, che mi permette di usare apparecchi senza leggere le istruzioni o di far ripartire un computer senza sapere come.
Comunque un po’ d’olandese qui, un po’ d’inglese là, e mi capita, a volte, di bloccarmi su una parola. Di doverla pensare. E questo succede malgrado ascolti radio e tv italiane, legga e scriva in italiano e frequenti, per lo più, stranieri che parlano nella mia lingua (e ciò è curioso). La parola non è più immediata.
Dopo questi anni d’ assenza ridimensiono così, quello che era il mio mito iniziale: D' impossessarsi talmente bene di una lingua da utilizzarla per scrivere un romanzo.
Considero difficile, anzi forse più difficile, conservare la capacità di esprimersi nella propria lingua d’origine pur essendo immersi in suoni, abitudini e atteggiamenti che non hanno alcun legame con il proprio paese. Scrivere in italiano, per esempio, risulterebbe meno complicato se si vivesse in Spagna, in Portogallo o anche in Francia. Perché si possono rintracciare dei suoni, delle abitudini, delle reazioni comuni. Scrivere da un Paese del Nord Europa è più duro. Soprattutto se vivi fuori dal tuo Paese da lunghissimo tempo.
Così mi emoziona un po’ sapere che è uscito Quattro giorni per non morire di Marino Magliani.
Mi ricordo che una sera, in libreria o al telefono, Marino m’ accennò proprio alle difficoltà di trattenere le parole. Quelle parole che fuggono via.

*Agota Kristof – L’analfabeta-


postato da alice121 ~ 04/04/2006 12:58 ~ commenti (11)
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lunedì, aprile 03, 2006
 
Amsterdam, Rembrandtplein ore 19.00, venerdì
Baricco?
NO!
Per quale ragione facevo questa domanda a un uomo barbuto seduto ad un tavolo con degli amici?
Assomigliava a Baricco per caso?
Sapete se Baricco si sia fatto crescere la barba recentemente?
E se avessi riconosciuto Baricco, sarei andata a dirgli come un'idiota: Baricco?
No, non credo.
La ragione è spiegata qui.
Emme e io c’eravamo prima guardati intorno: nel locale c’erano almeno duecento persone in piedi, con un bicchiere di birra in mano che urlavano, più una cinquantina sedute che urlavano anche loro.
Emme mi chiedeva all’orecchio: quali sono?
E io: ma che ne so.
Lui continuava: ma li conosci tu!
Io rispondevo: ma no!
Chiamali sul cellulare.
Ma non ho il numero di nessuno!
Poi mi mollava lì, dicendomi: tu rintracciali, io torno subito.
Così m’infilavo tra i gruppi, cercando di rubare qualche parola, e selezionavo un tavolo dove tutti avevano i capelli castani e neri, notavo che avevano la barba, e che nessuno aveva il libro.
Gli italiani hanno la barba?
Alcuni sì, certo, ma in un gruppo di otto persone è plausibile che l’abbiano tutti?
Avrei dovuto farmi questa domanda. E poi anche un’altra: è realistico che un gruppo di persone che non si sono mai viste prime si riuniscono per parlare di un romanzo e nessuna di queste mette il libro davanti a sé? E la terza domanda: è possibile che colui che ha promosso l’iniziativa del gruppo di lettura - che vive ad Amsterdam beato lui, come tutti gli altri del resto beati loro, anche se quando mi hanno chiesto dove vivevo io: hanno commentato: aaahhh vivi a W.! – è possibile, dicevo, che costui abbia scelto un locale così affollato dove per comunicare bisogna urlarsi nelle orecchie? Avrei dovuto pormi queste domande, ma non sarebbe cambiato nulla in effetti, perché l’unico gruppo che non sembrava dutch pareva essere composto proprio da quegli otto uomini barbuti e da due donne, che non avevano la barba per lo meno così osservavo da lontano.
E quindi mi sono buttata con la mia domanda idiota. E siccome mi vergognavo un po’, anziché chiedere: sei italiano, sei del gruppo di lettura, insomma anche in questo caso potevo fare tante domande, ho cercato la strada più breve e per accorciare l’imbarazzo mi sono espressa con una sola parola.
Il tipo a cui l’ho rivolta, poi, aveva notato che lo guardavo, s’aspettava che gli dicessi qualcosa, ed era evidentemente seccato del mio sguardo fisso su di lui. Per questo ha risposto: NO!
Sei sicuro che è il posto giusto? Chiedevo a Emme. Lui era sicuro, io invece no, e poi che restavamo a fare lì. Così sono uscita e sull’insegna del locale c’era scritto Schiller Restaurant, mentre invece l’appuntamento era allo Schiller Cafè. Che era proprio a fianco, con un’entrata nascosta. Al Restaurant si beve, al Cafè si mangia. Logico, no?
Per evitare altre figure meschine, domandavo alla cameriera: c’è un gruppo d’italiani, per caso? E sì c’era. E avevano tutti il libro davanti.
Ed erano senza barba.





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