ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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venerdì, marzo 31, 2006
 
Razzismo nascosto: stavolta hanno vinto i buoni.
Impiego solo quindici minuti per raggiungere il super vicino alla scultura della mela blu da quando mi sono trasferita a W.
Il grande super si trova in un centro industriale e il giovedì, per quel centro, è koop avond, e questo significa che la chiusura è posticipata alle 21.00 anziché alle 18.00.
Al grande super entri con una tessera. Io ce l’ho la tessera.
E lì trovi cibi di tutto il mondo.
I prezzi dei prodotti di casa nostra equivalgono a quelli che si pagano in Italia, tranne per la verdura e la frutta. Se vuoi i pomodori rossi devi spendere.
Ma io compro i pomodori arancioni olandesi.
Il super è frequentato da commercianti e da stranieri. Gli stranieri sono francesi, spagnoli e italiani.
Gli stranieri sono quelli che hanno i carrelli pieni, i ristoratori comprano le confezioni da 10 chili, i commercianti comprano una bottiglietta di aceto e un salamino.
Perché sali in macchina, ti fai almeno 10 chilometri e acquisti una bottiglietta d’aceto e un salamino?
Era quello che mi chiedevo quando ero in fila alla cassa.
Comunque di straniera c’ero solo io ieri sera.
Erano quasi le 9 e a quell’ora i popoli del sud cenano, io avevo cenato con gli assaggi che offre il super, mentre i commercianti dutch avevano mangiato prima, poi erano saliti sui loro macchinoni con l’urgenza di comprare il salamino e la bottiglietta.
Stavo trasferendo il cibo dal carrello alla cassa quando quelli dietro di me hanno cominciato a protestare. E il loro sguardo non mi piaceva affatto.
La tipa dietro di me aveva comprato due cavolfiori, che è una sciocchezza perché di cavolfiori i super dei paesi sono pieni, e un sacchetto di pere cinesi, che non è morale perché le pere cinesi costavano 3 euro l’una.
Poi è successo che è arrivato un impiegato del super e li ha rimproverati.
Loro hanno abbassato gli sguardi e i toni.
Io ho continuato a trasferire la roba.
Poi è accaduta una cosa. Si sono rovesciate una cassetta di mele rosse e un cestino di fragole. Si sono rovesciate all’interno del carrello, per fortuna. Quelli che erano dietro di me hanno fatto ah ah.
Io ho pensato che ogni volta che mi cadono le mele, mi viene il desiderio di andarmene via, come accadde qui e in un’altra occasione di cui non mi ricordo il fatto, se non che le mele rotolavano e qualcosa di spiacevole s’era verificato.
Non mi sono girata a guardarli.
Ho cominciato a raccogliere la frutta e a dire parolacce mentali.
Poi è successa una cosa. La cassiera si è alzata ed è venuta ad aiutarmi. Doveva ancora battere i prezzi della mozzarella, dei pelati, di un sacco di prodottini e… si è interrotta.
Non importa, le ho detto.
Sì invece. Ha risposto.
Mi sono girata. Avevano di nuovo gli occhi che guardavano il pavimento.







giovedì, marzo 30, 2006
 
Tutta colpa della primavera
Supponiamo che una cosa che è impossibile diventi possibile invece.
Ci sono tante capacità che si potrebbero acquisire.
Ascoltare quello che si dicono in segreto gli uomini del potere, o quello che è accaduto nei delitti irrisolti. Inventare uno strumento che cambierà la vita dell’umanità.
Oppure se si va sul personale.
Eh in questo caso, allora, la lista diventa infinita.
Così ne scelgo una.
Quella di poter entrare nella testa di una persona senza diventare lei, ma acquisendone tutti i sensi.
Ed ecco che entriamo nel cervello del nostro fidanzato. Dopo un litigio che non si risolve. Capiamo la sua ragione, oppure scopriamo che non esiste una ragione, ma semplicemente questo: ho dovuto rinunciare a un posto al parcheggio perché quell’imbecille m’aveva preceduto di un secondo, ho dovuto ammettere con Niccolò che avevo sbagliato tutta la relazione, e poi quello del quinto piano ha premuto il tasto di chiamata dell’ascensore prima di me, e adesso tu non te la prendi la ragione.
Insomma un’infiltrazione di noi in uno che amiamo potrebbe rivelarsi assai spiacevole.
Oppure entriamo in un’altra testa.
Una grande testa a cui si possono aggiungere tutti gli aggettivi che si desiderano.
Siamo nella testa del Capo del Governo.
Ci sentiamo i suoi capelli leggeri incollati al cranio, percepiamo il suo stato d’animo davanti al pubblico, ai giornalisti, a sua moglie.
Il disprezzo mentre si traduce in una frase, i suoi ricordi, i suoi accordi, i suoi colloqui, le immagini che lo attraversano mentre guarda dalla finestra del suo ufficio.
Sappiamo, sentiamo e vediamo tutto dal suo punto di vista.

Mi chiedo se una volta usciti fuori, riusciremo a giustificarlo.


postato da alice121 ~ 30/03/2006 12:55 ~ commenti (8)
~ pensierini




mercoledì, marzo 29, 2006
 
Cogli i fiori non le differenze
E’ successo che i semafori sono impazziti a un incrocio di grandi e piccole strade e di ciclabili.
E’ successo che era l’ora di punta, i negozi stavano per chiudere, c’era il quartiere turco da un lato, altri paesi molto affollati dall’altro.
Odori di zuppe nell'aria, di cous cous, di cosce di pollo fritto, odori che aspettavano di essere annusati e il semaforo lampeggiava arancione!
Ed ecco quello che è successo: nulla.
Stavano tutti fermi.
I ciclisti andavano come fulmini, per la verità, ma loro non dovevano transitare per il centro dell’incrocio.
Così ho colto un’altra differenza tra noi (che comprende anche voi) e loro. Che noi ci saremmo precipitati in una gara del passo prima io, loro invece sono rimasti immobili, stupiti, a chiedersi cosa succede adesso.
Così sono passata.
A dire il vero la decisione si è consumata insieme a un battito di ciglia, però quando sono arrivata in prossimità del centro, la freccia del senso di colpa m' ha colpito al cuore. Dallo specchietto retrovisore, difatti, avevo visto che quello dietro di me m’aveva seguito e quello oltre aveva fatto lo stesso. E quello sulla sinistra dieci secondi dopo anche.
Cattiva, cattiva. Mi sono detta. Giuro non lo faccio più.
Ma niente da fare: il disagio non m’abbandonava.
Poi ho pensato che dovevo mettere in forno il pollo con le patate, che ci sarebbe voluto almeno un’ora prima che fosse pronto, che i ragazzi sarebbero stati affamati, la tavola senza tovaglia, la gatta triste davanti alla dispensa, le candele spente, veramente le candele all’ora di cena non si accendono più, ma ce l’ho messe lo stesso, mi sono creata un film pazzesco, e l’ho fatto a pezzetti il senso, che poi sarebbe il settimo, giusto?
Le patate erano croccanti, il pollo ben cotto, il senso vagava da qualche parte in cerca d’altre vittime. E poi ho deciso che la prossima volta del pollo sarà una sera senza vento, quando le finestre si possono spalancare senza timore, che tre  oro dopo la consumazione del pasto, l’odore sotto al tetto era nauseante.


postato da alice121 ~ 29/03/2006 11:53 ~ commenti (12)
~ roba d olanda




martedì, marzo 28, 2006
 
Nel paese delle regole a volta capita che
Devo comprare delle conifere.
Devono essere delle conifere che non abbiano bisogno di sole perché le devo piantare nel giardino anteriore per coprire una finestra dietro di cui si gioca alla play, si guardano i dvd e dove s’aspetteranno, a breve, i risultati dello spoglio delle schede elettorali.
A un centinaio di metri da dove abito c’è un vivaio immenso dove c’è ancora l’odore di caffè nell’aria perché ha appena aperto e prima hanno sorseggiato l’immancabile liquido al gusto di caffeina.
Degli uomini in tuta blu scaricano vasi con i fiori che coltivano ai lati del vivaio, che poi volendo uno potrebbe venir di notte, scavalcare il piccolo canale e portarsi via tutto quello che vuole. E invece non lo fa nessuno: esistono solo i ladri di biciclette in questa terra piatta.
Estraggo dalla borsa un foglietto con una frase in olandese e mi rivolgo a un tipo.
Conifere per giardino all’ombra, c’è scritto in stampatello.
Lui mi conduce nel settore degli alberi e si ferma davanti a un gruppo assai numeroso.
Sono queste, mi dice.
Ma io prima me le sono guardate  tutte. E so che mi sta fregando. Non che lo faccia deliberatamente, diciamo che mi sta fregando per indolenza. Prendo un cartellino che sventola da una punta e gli mostro la frase e il disegnino del sole a fianco.
Queste non vanno bene, dico.
E’ vero, risponde.
Mi hai chiesto conifere d’ombra.
Esatto.
Camminiamo lungo un viottolo per una ventina di metri, il vento ci accelera i passi come se fossimo su un tapirulan, cioè a me li accelera, con la massa che mi precede non ci riesce invece.
Sono queste, mi dice.
Controllo l’etichetta e il disegno. Osservo le piante. Sono un po’ verdi e un po’ rossicce. Va bene, dico. Le prendo. Potete portarle oggi?
Oggi?? Oggi no! C’è una lista d’attesa di una settimana.
Ma io abito a cento metri da qui e il giardiniere passa tra un po' e tornerà tra un mese e le conifere dovrò piantarle io. E non ne  sono capace.
Impossibile.
Però c’è un nota d’insicurezza nella voce.
Per favore, per favore, per favore, fai il gentile! Dico in italiano.
E’ una frase già sperimentata nel passato. Li sorprende. Non so se sia perché improvvisamente mi metto a parlare in italiano o perché hanno un debole per il suono della nostra lingua o per la parola ripetuta tre volte. Ma alla fine credo che sia perché ho un comportamento imprevisto.
Un lampo gli anima lo sguardo annoiato e mi dice alzando il pollice: Ok!
Poi tira fuori un quaderno sottile con la copertina azzurra. Lo sfoglia. Le pagine sono zeppe di numeri, di parole, di segni a forma di v in rosso. La regola dice che le consegne avvengono dopo una settimana dalla data d’acquisto, però il camion oggi è quasi vuoto. E’ possibile. Come si dice è possibile in italiano?






lunedì, marzo 27, 2006
 
Attenti a quel numero!
Stiamo preparando una cena, una di quelle cene che poi ti lasciano spossato e felice, che ti inducono a rispondere positivamente alla domanda del dopo pasto: quale sarà il risultato delle elezioni? Uno dei due ospiti che aspettiamo si occupa di roba internazionale, chissà che ne pensa lui di come andrà a finire. Poi s’intromette il telefono mentre sto montando panna, yogurt denso e zucchero, al secondo squillo già m’irrito, accade che un certo adolescente della casa lasci sempre l’apparecchio ovunque. E invece lo trova al quinto squillo, me lo porta e m’avvisa: c’è un’olandese molto alterata.

Pronto, dico.
Mi è arrivata una telefonata alle 11.45 dal tuo numero. Perché hai chiamato?
Io non ho chiamato nessuno.
Invece sì.
Mi viene in mente che Lo ha lasciato un messaggio ad una segreteria telefonica. Ricordava a un suo amico di portargli i guanti prima che uscisse per la partita di calcio. Non era ancora l’una. Forse lei è la madre dell’amico.
Mio figlio ha telefonato, ma ha lasciato un messaggio e
Qui non ci sono messaggi! Mi urla con un centinaio di punti esclamativi.
Forse è stato mio marito che ha sbagliato numero.
Hai chiamato qualcuno a mezzogiorno, per caso?.
No, risponde Emme.
No, ripeto io.
Qualcuno deve essere stato! Gli esclamativi sono in crescita.
Si sente la voce di un uomo. Una voce arrabbiata che grida vicino alla voce con cui parlo. Non capisco se ce l’ha con me o con lei. Noto che la panna si sta affievolendo.
Per caso sei la madre di Caleb? chiedo
No. Sono una che ha il diritto di sapere perché è stata chiamata alle 11.45. Perché?
Perché… non lo so.
Eppure ci deve essere una spiegazione! E tu me la dici: ora!
Deve essere stata la vicina, quando è passata per il caffè. Io sono andata al bagno e mi sono accorta, quando sono rientrata in cucina, che aveva un’aria diversa. Come di qualcuno che s’è appena mosso e poi finge di essere stato immobile. L’apparecchio era sul tavolo, mio figlio aveva appena chiamato Caleb.
Le rispondo così, anche se non con queste esatte parole.
E adesso ti saluto.
Che non succeda più! mi urla.
Ci starebbe bene una parola per concludere la conversazione, ma non la dico. Spingo il tasto rosso e metto il telefono al suo posto.
Poi alla fine della cena, chiedo all’esperto un pronostico sulle elezioni e lui risponde: Prodi.
Io invece voglio sapere perché sei stata così paziente con quella tipa al telefono, mi chiede Emme.

Vediamo se l’esperto lo sa, dico. Lo sai perché?
No, risponde lui.
Perché era fuori di testa. Mi dice Chris. Era talmente fuori di testa che non t’ha fatto arrabbiare.


postato da alice121 ~ 27/03/2006 12:33 ~ commenti (7)
~ chiacchiere




venerdì, marzo 24, 2006
 
Pochi ma buoni
Ieri ho firmato una lettera inviata al Volkskrant che prendeva le distanze da quello che aveva detto Giovanardi. Sono state spedite anche mail alla rubrica di Augias su Repubblica.
Poi aggiungo una cosa. Un'inefficienza che ho riscontrato di persona in Olanda riguarda la sanità. Si risparmia anche quando non si dovrebbe. In Italia se hai un figlio a trent’anni, il ginecologo ti consiglia di fare l’amniocentesi o quanto meno analisi che accertino lo stato dei cromosomi. Qui invece non accade. Si fanno anche poche ecografie: una o due al massimo. In questo caso però non si tratta solo di contenimento delle spese. Perché se nasce un bambino con la sindrome di down, per esempio, non lasciano sola la famiglia. L' aiutano. Così lo Stato finisce per spendere molto di più che se avesse pagato analisi più approfondite.
Una delle lettere inviate ad Augias, scritta da Piera L.H,. termina così:

In questo paese regna la regina, che “regalmente”
espleta i suoi doveri, non un reuccio che blatera
ed offende chi non fa il lecchino; qui non ci
sono i giullari di corte, ma….. in Italia ?
Fino a quando , noi italiani residenti in
Olanda,dovremo vergognarci di essere italiani?:
Fino a quando dobbiamo vedere che il nostro paese
viene sbeffeggiato, perchè i nostri
“rappresentanti” al governo non conoscono nemmeno la diplomazia?
La prego , pubblichi questa mia, sperando che gli
altri italiani d’Olanda ,non si sentano soli.

Insomma noi italiani emigrati tra i tulipani dissentiamo. Da Giovanardi e da Berlusca. E votiamo.
E quest’ultima riga risponde anche a te Mayoral;-)


postato da alice121 ~ 24/03/2006 11:36 ~ commenti (8)
~ segnalazioni




giovedì, marzo 23, 2006
 
Vediamo se google lo sa.
Oggi è arrivato l’odore della primavera.
L’odore della primavera m’ha fatto ricordare del secchio della spazzatura e sono corsa fuori appena in tempo per vedere il camion giallo che imbucava in una specie di miracolo il piccolo viottolo che porta alla strada principale.
Martedì avevo dimenticato quello verde che scoppiava di foglie secche. Avevo riempito anche quattro sacchi sempre con le foglie e con le piante decedute nella fase del trasloco.
E dire che il luogo dove devo portare i secchi è dietro la staccionata, cioè a trenta centimetri da dove si trovano.
Ma che c’entra la distanza? No, in effetti non c’entra nulla, pensavo solo che i tipi che svuotano i containers avranno sicuramente notato il mio con il coperchio aperto e …Non dire sciocchezze!
Comunque mi viene in mente che stanotte potrei organizzare una spedizione, tipo verso le undici quando tutti dormono da un pezzo, e spartire equamente i sacchi tra gli ex negozianti di O. che per anni hanno buttato le loro cose nel mio.
Ma non la farò.
Primo perché non è un’idea originale: quando abitavo ancora a O. mi capitava, ogni tanto, di pizzicare figure ambigue che s’aggiravano per le vie, figure, o anche figuri, che non erano ladri, ma olandesi che infrangevano una regola e buttavano spazzatura nei secchi altrui.
Secondo perché mi sono già abbondantemente vendicata la mattina del trasloco, ciò stava quasi per causare la morte per soffocamento di Emme, per il modo come avevo pianificato l’operazione vendetta. E siccome se ne stava lì a ridere invece di collaborare, m’è toccato fare tutto da sola.
Quindi accumulerò la spazzatura in un lato del giardino. E senza timore di odori nauseabondi che c’è quello della primavera che è assai pungente.
Intanto i prezzi dei fiori sono scesi del 40%, ma non vado certo a comprarli.
Primo perché quelli che vengono a trovarmi portano tutti un mazzo di tulipani per il fatto della casa nuova, secondo perché il giardino è pieno di fiori gialli, viola e arancio.
La signora che abitava qui prima di me aveva la passione per le piante e ci sono più bulbi che terra. Ma con i bulbi poi che ci faccio? Li lascio lì o li devo togliere?


postato da alice121 ~ 23/03/2006 10:44 ~ commenti (11)
~ roba d olanda




mercoledì, marzo 22, 2006
 
Ma poi quelli che vi partecipano la sanno usare l’acca? E gli accenti? E conoscono la regola della m? E le virgole? Ah le virgole...
Mi ha scritto una lettera, mi disse all’orecchio.
Eravamo sull’autobus schiacciate tra corpi avvolti in cappotti e sciarpe e una penna di fagiano che spuntava da un cappello di un’aggressiva anziana senza posto.
Parlavamo piano.
Ha scritto qui con l’accento e anno con l’acca.
Non dissi nulla: ero concentrata sulla penna.
Se l’afferravo sarebbe venuta via subito o avrebbe fatto resistenza?
Era cucita o infilata nel cappello?
Non potrò mai innamorarmi di lui!
Le pietre blu appese al filo d’ottone s’agitarono una due tre volte, erano le uniche ad avere spazio su quell’ottantasette, oltre alla penna di fagiano.
Ma è assurdo! risposi scandalizzata, mi scandalizzavo spesso a quei tempi.
E’ assurdo, ma è così.
Poi vent’anni dopo, nella sua auto in un parcheggio del centro, ma anche in precedenza e so che accadrà ancora: mi ha scritto una mail lunghissima con delle parole che mai nessuno mi aveva detto, vorrei che lo conoscessi è così entusiasta, è…
E cosa c’è che non va?
Ha scritto bambino con la n.
Ma sarà un errore di distrazione!
Lo ha scritto per tre volte b a n b i n o.
Io non mi scandalizzavo più, dissi: esiste il correttore automatico.  
Lui non lo usa.
Gli zaffiri appesi al filo d’oro ondeggiarono più volte, avevano ancora lo spazio, ma adesso anche le mie braccia e le mie mani erano libere, avrei potuto sfilare o tirare qualunque cosa mi fosse capitata a tiro, ma non c’era nulla, così mi misi a giocherellare con la chiusura dello sportellino davanti a me.
Prima di cominciare una storia dettagli un testo, dissi ridendo. Oppure parlane con qualcuno.
E che gli racconto a qualcuno: devo capire perché mi piacciono solo gli uomini che usano l’acca al posto sbagliato? Mi sono iscritta a un corso di yoga, invece.
C’erano stati i viaggi nei paesi senza turisti, la cucina esotica, le discese dei fiumi in canoa, l’osservazione delle stelle, le tazze di ceramica nei conventi sulla collina, i pesci tropicali osservati da una maschera,  l’Olanda in bicicletta.

Forse un corso di scrittura creativa?


postato da alice121 ~ 22/03/2006 11:33 ~ commenti (11)
~ storie




martedì, marzo 21, 2006
 
E all’Aja non succede mai nulla. 
Così girellando per la rete, ho scoperto che c’è un gruppo di persone che s’incontrano per un aperitivo, che magari si trasforma in cena e parlano di libri. Anzi di un libro, che cambia, ovviamente, ogni volta.
Indovinate quale è la lettura in corso? Non è difficile.
E’ qualcuno che racconta molto bene le storie scritte da altri, un po’ meno quelle che vengono in mente a lui.
Io andrò, anche se non credo che leggerò il romanzo. Sono curiosa: delle persone e di quello che diranno. Intanto sono arrivate  proposte per le letture successive ed eccole qua:

D. Salinger, “Il giovane Holden”

Giorgio Bocca, "Napoli siamo noi. Il dramma di una città nell'indifferenza"

Gianrico Carofiglio, "Il passato è una terra straniera"

G. Grass, “Il tamburo di latta”

Carlo Sgorlon, “Il velo di Maya”

Antonio Iovane, “La gang dei senzamore”

Io dirò le mie. Pensavo a Kureishi, a una sua raccolta di racconti o a Intimità, oppure a Proprio quella notte di Tobias Wolff.
Sempre che non mi lasci affondare dalla pigrizia. Che Amsterdam dista 46 chilometri da W. Anche se poi quando mi trovo lì,  sono sempre contenta di esserci.



postato da alice121 ~ 21/03/2006 10:52 ~ commenti (11)
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lunedì, marzo 20, 2006
 

Se ti senti insicura come cuoca, invita dei giapponesi a cena.

Lui parla pochissimo, sua moglie non credo che sappia l’inglese. Hanno una bambina di cinque anni e un maschietto di tre.
Io già mi vedo a fissare una macchia sul muro e… Una macchia sul muro? Ma non ce ne sono: è stato dipinto da poco! Be’, se non si parla, si mangia e si beve. Che so del Giappone, io? Quello che ho letto da Murakami. E il buio e il silenzio nel fondo di  un pozzo, che aiuto mi daranno per la serata?   E poi ricordo un romanzo per ragazzi, la storia di due fratelli durante la seconda guerra mondiale e le immagini di un samurai vestito di bianco, il bianco e i crisantemi, ed ecco che fanno toc toc alla finestra della cucina.
Intanto lei parla inglese, anzi chiacchiera tantissimo, poi rallenta, aspetta tre secondi e ti fa una domanda. Poi le manca una parola e la chiede al marito. Il marito non sa tradurla e allora ce la spiega con altre parole. Poi ride. Di meraviglia. Ha scoperto che abbiamo a casa i manga. Incredibile. I manga. Monster! Tradotti in italiano. Legge le parole. Slam la porta che si chiude fa slam, in giapponese c’è un altro suono. Ride ancora. E si copre la bocca con la mano. Ho associato il gesto di nascondere il sorriso a qualcuno che ha i denti neri, assenti o storti. I suoi invece sono sani e bianchi.
I bambini sono minuscoli e con dei piedi incredibilmente piccoli.
Ceniamo: prima il sushi fatto da lei e dopo quello che ho preparato io. Mangiano lentissimi. E di ogni portata prendono tutto due volte. E dove la mettono tutta quella roba? Sono così esili!
Il loro anno d’Olanda si concluderà alla fine di marzo e finirà la loro vita insieme perché  lui andrà a lavorare a trecento chilometri da Tokyo,  fino alle dieci di sera per cinque giorni, e si vedranno solo il fine settimana. 
Lei sminuzza le castagne che fanno compagnia all’arrosto, sei castagne nel piatto che divide in quattro: ventiquattro bocconi, anzi bocconcini, quando è al dodicesimo pezzo, s’interrompe e mi chiede: EmmeSan mi ha detto che hai scritto un libro…ah sì il libro. Già ho la trama del discorso pronta: le introduco il blog, poi le spiego cos’è, poi…così comincio: Tre anni fa ho aperto un blog, mi ci vorrà un po’ per spiegarle tutto, nel frattempo lei porterà a termine l’operazione castagna e invece m’interrompe subito: veramente  hai un blog?
Sì.
Posa la forchetta. E ride.
Oh e perché, penso.
Io ho tre blog, dice.
Il dodicesimo boccone resta infilzato nella forchetta, in attesa.
Intanto i suoi bambini inseguono la gatta, e Lo si diverte molto, a quanto pare. Anzi cerca di rendere l'inseguimento più vivace e porta giù la scatola di mille palline e spiega alla bambina che con quelle riusciranno a catturarla. La scatola cade e le palline rimbalzano ovunque, l’aria è piena di palline colorate, e  i genitori, preoccupati, abbandonano la tavola e tentano di recuperarle, ma non importa, diciamo noi.
La mia vicina, ci spiega, mi rimprovera ogni volta che l’incontro. Dice che i bambini alle otto devono dormire. Noi invece alle otto ceniamo. Prima non è possibile. Lui lavora!
Dovevi sceglierti dei vicini più del Sud, dico io.
Sì, lo so, ma gli affitti sono così costosi qui…
Lo li fa giocare con la play. E continua a divertirsi. Guarda mi dice: lei è bravissima e lui è in stato d’ipnosi!
La mattina seguente, mentre raccolgo cento palline, mi taglierà il dubbio: ma forse, a cena, chiedevano il bis per educazione?

 






giovedì, marzo 16, 2006
 
Perché non organizzate incontri dopo le 18?
Venerdì scorso, ad Amsterdam, all’istituto di cultura italiano, c’era Alessandro Piperno.
L’inizio della presentazione?
Le 15.30.
Sono andata?
No.
Non ho letto Con le peggiori intenzioni, non l’ho letto per eccesso di segnalazioni esaltate, però avevo voglia di andarlo a sentire. Poi lo so che avrei comprato il suo libro.
Oggi alla libreria Bonardi, ci sarà Gianni Farinetti, autore che non conosco e che m’incuriosisce un po’. Anche questa volta non andrò, sempre per l’ora: le 17.
Mi chiedo: ma tutti coloro che amano la letteratura italiana, non lavorano per caso? Non hanno figli da prendere a scuola? E vivono tutti ad Amsterdam? 
D’italiani qui ce ne sono tanti, ma che leggono sono pochi.
Ad ascoltare Graziella Galvani che recitava le Cosmicomiche  una domenica pomeriggio di febbraio, saremmo stati in dieci. Il resto del pubblico, una settantina di persone credo, erano olandesi che sapevano l’italiano.
Quindi, per favore, cambiate orari.
Dateci una possibilità, che l’intenzione c’è, almeno da parte mia.



postato da alice121 ~ 16/03/2006 11:17 ~ commenti (17)
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mercoledì, marzo 15, 2006
 
Un post un po’ confuso, ma il pensiero è più chiaro, giuro.
Ieri qualcuno che ho conosciuto ad Amsterdam, e con cui ho scambiato qualche mail, mi ha chiesto: (era la prima volta che lo sentivo al telefono): vedrai il confronto in tv? E io ho risposto: certo. E da quale parte stai? E io: non dalla parte di Berlusconi. E ricordandomi di una sua frase: “Certo che viviamo davvero agli antipodi, io nella randstad proletaria profonda delle acciaierie e tu nelle zone chic...ma insomma, in fin dei conti, sarai d' accordo sul fatto che queste differenze in olanda feriscono meno” aggiungevo: il fatto che viva a W. non significa mica che sono di destra. E pensavo: e chi l’avrebbe detto che avrei vissuto a W. ? e chi l’avrebbe detto che me ne sarei andata da quella casa dove da una finestra, vedevo il mio liceo? Poi ho riflettuto perché non avessi risposto: sto dalla parte di Prodi. E mi sono detta: perché è troppo di centro, ecco perché. Poi ho guardato la tv. E m’è piaciuto il rigore del Professore. M’è piaciuto come spiegava le cose. M’è sembrato un Capo. Ho pensato che ce la farà a legare insieme tutte quelle idee diverse. Fran, invece, che s’era seduto vicino a me, è fuggito via non appena il premier ha cominciato a elencare dati: m’aspettavo parole, non numeri. Con i numeri che dà lui, non ci capisco nulla.
Poi stamattina mi chiamava Emme, e mi chiedeva com’era andata, che non c'era il satellite, e che la tv francese diceva che era spiccato Prodi.
Poi dopo pensavo, che quello che conta non è se vivi a Roma, a W, o in un altro luogo. Quello che importa sono i dettagli. E io scrivo vicino a una finestra esposta a Sud, e i merli fanno un bel casino qui sotto, e sto con la tenda abbassata, e non m’ero accorta che ci fosse così tanto sole da queste parti.


postato da alice121 ~ 15/03/2006 11:05 ~ commenti (12)
~ pensierini




martedì, marzo 14, 2006
 

Forse è meglio che tranquillizzi i vicini
Tra un po’ mi farò un giro nella piazzetta, in modo che gli abitanti delle case intorno alla mia sappiano che sono viva e spero d’incontrare qualcuno in modo che possa raccontare cosa capitò ieri sera dopo le nove.
Che all’urlo che udirono dal garage non seguì un omicidio.
Accadde, cari vicini, che mentre rovistavo e decidevo cosa portare alla discarica, presi una borsa di finta plastica con intarsi di cartone, una vecchia borsa che apparteneva a mia madre, con i manici rotti, ormai inutilizzabile, la chiusura lampo chiusa in parte, e l’aprii per controllare che non ci fosse nulla prima di gettarla sulla montagna  che cresceva nel giardino, e  in effetti qualcosa c’era.
C’era lui.
Così adesso so che erano (almeno) quattro, che uno lo trovai subito, gli altri a distanza di qualche mese.
Era perfettamente conservato e con un mucchio di briciole rosse che s’era portato per mangiarsele in tranquillità al riparo nella vecchia borsa. Il fratello maggiore di quello che trovai un anno e mezzo fa.
Ecco a cosa serve un blog.  Serve (anche) a stabilire la data precisa del decesso dell’assaggiatore.
Questo veleno funziona bene, m’aveva detto il venditore. Uccide seccando le viscere e il corpo si conserva intatto per anni.
Quanti ce ne saranno ancora? E reggerà il cuore di Emme ad un altro eventuale ritrovamento? Che ogni volta accorre pronto a combattere contro un esercito di assassini?







lunedì, marzo 13, 2006
 
Ma la quiche era così buona, accidenti.

A una festa, sabato, ho assistito alla danza del ventre. Seduta a trenta centimetri dalle due ballerine, guardavo le loro pance senza pieghe e malgrado la musica andasse a tratti, loro hanno proseguito lisce, senza perdere il ritmo. Domanda della notte: ma è vero che un ministro di Berlusconi è indagato? non rompere las bolas diceva qualcuno, oh una bella sintesi tra italiano e spagnolo, diceva un altro. E poi incredibile, ma per farsi passare la voglia di fumare, bisogna andare sul Machu Picchu: lì, l’energia ti riempie e ti liberi dai vizi. Ci credi all’energia, tu? A quell’elettrica sì. Ma che ti aspetti da persone che vivono sotto il livello del mare? Sono come i pesci, per forza. Ehi Chris, ma tu sei olandese…Un po’ lo sono, un po’ sono il Resto del mondo. E a mezzanotte e trenta cinque ha fatto il suo ingresso Cenerentola, con i capelli sciolti, il principe che la seguiva taciturno in abito nero, lei allegra e ciarliera nel suo vestito sfavillante: ho rotto l’incantesimo ed eccomi qua a un’altra festa, è venuta da me, l’avevo conosciuta in altri panni, mi ha teso la mano e ha detto: oh c’è anche la grande scrittrice. Sono senza titolo signora principessa, avrei risposto, ma lei aveva già sfilato la sua manina guantata di bianco dalla mia, ed era passata al successivo, con un’altra bella frase, e io l’ho invidiata, lo ammetto, non per il vestito, che a me le robe sfavillanti non piacciono, l’ho invidiata per la sua capacità di trovare delle parole per ognuno in un istante.
E per la prossima volta, ricordati di mangiare prima, se la festa comincia dopo le otto. Ricordati che sei  al Nord e non al Sud, e non rimpinzarti così voracemente, oppure se te ne dimentichi, dissimula la fame.



postato da alice121 ~ 13/03/2006 12:04 ~ commenti (8)
~ roba d olanda




venerdì, marzo 10, 2006
 

Una porta senza maniglia
Paolo e Rita Rossi vivevano in quella casa da tre giorni e Rita s’era presa due settimane di malattia per esaurimento.
Un trasloco può condurre allo stress, aveva sentenziato il medico quando aveva firmato il certificato.
Le colleghe di Rita avevano sogghignato, Paolo aveva ondeggiato la testa e bevuto un sorso di tè. Poi aveva detto: il tè verde uccide i radicali liberi.
Metterò in ordine anche il tuo armadio, le camicie e le cinture, e anche la tua collezione di aerei ( Paolo, la sera, costruiva modelli di aerei degli anni 40), disse Rita lisciandoci i capelli già lisci.
Il tè verde mantiene elastico il cervello, aggiunse lui dopo un’altra bevuta.
Rita sapeva che ce l’aveva con lei.
Ce l’aveva con lei perché era geloso del suo blog. In effetti da quando l’aveva aperto (tre mesi) qualcosa era cambiato nella vita di Rita e di entrambi.
Intanto dopo cinque giorni dall’apertura, gli aveva detto che aveva ripensato alla faccenda del figlio, che era meglio aspettare ancora, che prima aveva altri progetti da realizzare.
Quali? Aveva chiesto lui.
Non sarà mica il blog, il tuo progetto.
No, no. Aveva risposto Rita. Cioè c’è anche quello. Ma io credo…Io credo che se ho altri desideri nel cuore è meglio che rimandi quello di diventare madre.
Be’, sì, aveva convenuto lui. E s’era avvicinato alla sua bocca.
Lei aveva posato indice e medio sulle sue labbra e aveva detto con entusiasmo: sai che oggi ho avuto 148 visite? Non male per tre mesi d’attività!
Insomma le cose andavano così.
Rita s’era presa una sbandata per la rete, anche se era una sbandata innocente (Paolo seguiva tutti i suoi commenti e controllava anche la sua posta di cui aveva scoperto la password).
Dopo la prima settimana di malattia, gli scatoloni erano ancora sigillati, Rita progettava di allungare l’assenza dall’ufficio e Paolo era avvilito. Oltretutto pochi minuti prima, aveva scoperto che il suo Brewster F2A s'era distrutto durante il trasloco.
La mattina dell’ottavo giorno era bianca e ventosa.
Rita in pigiama, con i capelli elettrificati, s’era limata distrattamente le unghie, pensando all’argomento del post.
Un incubo notturno? No, di quello aveva già scritto.
Un ricordo dell’infanzia? No, anche quello l’aveva trattato.
Certo che se me ne sto chiusa in casa, non ho nulla da raccontare. Potrei fare una passeggiata e vedere quello che succede. Sì, mi sa che farò così.
Era seduta davanti al pc, con la finestra e la porta spalancate, quando un turbine gelato penetrò nella casa, che scricchiolò e s’agitò. E la porta della  stanza si chiuse con uno schiocco secco. Le porte erano senza maniglie. Le maniglie, delle maniglie d’ottone antico, giacevano ancora in uno scatolone.
Sono prigioniera! E adesso? Ma che stupida, scrivo una mail a Paolo, che venga ad aprirmi.
Lui rispose dopo dieci minuti così: Ah ah! Sei in compagnia del tuo blog, buona giornata. Io torno alle 6, come sempre. Un po’ di dieta non ti farà male e se hai  proprio fame, mangiati la rete.
Lei scrisse altre lettere in cui l’implorava di liberarla.
Lui le inviò risposte con questo testo: 7 ore e 20 minuti alla liberazione. 6 e 40 minuti alla liberazione.
Rita aprì word e meditò sulle parole  per raccontare quello che le stava capitando. Ma la rabbia le impediva di concentrarsi e le mani non riuscivano a star ferme. Camminò avanti e indietro. Poi s’affacciò alla finestra.
Lo studente di medicina era seduto alla sua scrivania, come sempre.
Era un ragazzo biondo, con occhi scuri e piccoli come quelli di un peluche, ma con un corpo atletico, che aveva fatto domandare a Rita più volte: come fa ad avere quei muscoli uno che sta sempre seduto dietro una scrivania?
Lo studente guardò nella sua direzione, e accortosi che lo guardava, le fece un cenno di saluto. Poi lei disse qualcosa  e lui aprì la finestra.
Dieci minuti dopo, il portiere e un ragazzo aprirono la porta della sua stanza. Lei li accolse con un sorriso, li avrebbe dovuti ringraziare e, finalmente tranquilla, tradurre la sua avventura in un gran post.
Invece offrì a entrambi un tè.
Il portiere disse che doveva tornare alla guardiola, lo studente rimase.
Ma il tè mi fa schifo, disse.
Rita pensò che osservati da vicino i suoi occhi non erano così piccoli. Poi siccome era quasi l’ora di pranzo, stappò una bottiglia di prosecco.

Alle tre sul monitor di Rita, apparve questo messaggio: non scrivi?
A cui non ci fu risposta.
La porta e la finestra erano aperte. Nella stanza e nella casa non c’era nessuno e anche il vento era sparito. La serranda dello studente di medicina, invece, era abbassata.  



postato da alice121 ~ 10/03/2006 11:03 ~ commenti (8)
~ storie di blog




mercoledì, marzo 08, 2006
 

Poi mi fai vedere cos’è un blog, ok?
Grigio indeciso, piovo o mi dipingo di nero? O metto su il bianco? Freddino, ma non troppo.
Una di quelle mattine un po’ così, che quando apri la porta ti viene voglia di rinfilarti nel letto, figli nervosi, gatta irrequieta, avrei voglia di un altro caffè ma non c’è tempo, un passo, un altro, un silenzio incredibile nella piazzetta che c’è davanti casa e all'improvviso: Moooorninggg!!!! Come sta????
Da circa trenta o cinquanta metri.
E’ l’americana che sta all’otto. Viene dalla California, per la precisione.
E’ quella da cui ho finalmente ritrovato Lo, dopo aver bussato a tutte le porte, ieri sera.
E incredibile: mi ha fatto sedere nel suo soggiorno! Alle 19,30, così senza preavviso. E io devo essermi un po’ rimbambita in questi cinque anni, che ho risposto: ma sono in tuta e con gli zoccoli (non quelli olandesi, eh!).
Certo non è una di Haight, non sopporta che i bambini dicano parolacce, però, però. E’ piacevole essere salutati con entusiasmo, sotto l’incerto.







martedì, marzo 07, 2006
 

E adesso chi è?
Ci vorrà ancora un po’ perché mi abitui a questi scampanellii.
Chi è lo so già prima di aprire perché la porta è un vetro trasparente.
E’ una signora anziana, con uno scialle di lana, un fazzoletto in testa, un paio di occhiali con la montatura dorata, chissà dove l’ha trovata questa montatura color dell’oro, un viso attraversato da linee curve e parallele, e un paio di occhi blu che sovrastano le lenti e le rughe.
E chi è? La befana? Suggerisce qualcuno dal soggiorno.
Sono della lavanderia. Ha qualcosa per me?
Veramente no.
La signora che viveva qui prima, aveva sempre qualcosa per me. Un mucchio di camicie!
Ah. E quando costa far lavare e stirare una camicia?
Tre euro.
Ah. Ma la lavanderia vicino al super ne prende due.
Be’ al momento non ho nulla, mi sono appena trasferita. Che scusa scema, ma perché non le ho detto che è troppo esosa? E per via degli occhi mi sa. Hanno uno sguardo così espressivo.

Sette giorni dopo, tutto si ripete esattamente come il lunedì precedente. Però adesso non le chiedo quanto prende per una camicia. Invece di risponderle: no la roba la stiro da sola, prima o poi, a meno che non trovi qualcuno che lo faccia per me, le dico: ma che metodo usa per stirare? Ora di stirature non me ne intendo, odio stirare, mi brucio le dita, se non m’impegno impiego venti minuti per stirare una camicia, se m’impegno trenta, ma il risultato è identico: un disastro di pieghe. E per il momento giacciono lì nella cesta, in attesa.
Le infila nel manichino e spinge il tasto che getta vapore, usa il metodo classico, oppure le bagna con acqua e zucchero?
Una volta una tipa che veniva a fare le pulizie quando abitavo a Roma, mi raccontò che nel posto dove lavorava la mattina, la Signora le aveva insegnato a stirare le camicie con questo sistema antico, di sitrature non è che me ne importasse molto anche allora, ma lei lo raccontava così bene, che ogni volta pilotavo la conversazione in modo che finisse su quell’argomento. La tipa era brasiliana, parlava italiano, però ogni tanto usava qualche parola in portoghese, e pensavo che il portoghese era una lingua bellissima, la più bella del mondo.
Stiro con il metodo classico, dice la vecchia. Non con il manichino. Così stirano i turchi.
Veramente la lavanderia a cui andavo l’anno scorso era di un’olandese. E avevo pensato la prima volta che avevo visto quel manichino che buttava fuori vapore: oh guarda stirano le camicie come fanno le pizze ( Hanno una lastra di metallo dove sotto  mettono la pasta di pane, poi quella s’abbassa ed ecco che appare la pizza rotonda).
Comunque no, non ho camicie da stirare (bugiarda).
Ripasso lunedì, allora.
Ecco sì, magari la prossima settimana.
La signora che c’era prima aveva sempre qualcosa per me.
Ah.
Era una brava signora, peccato che abbia fatto quella fine…



postato da alice121 ~ 07/03/2006 11:16 ~ commenti (13)
~ roba d olanda




lunedì, marzo 06, 2006
 
Ma fuori c’è il sole
Ma gli idraulici olandesi hanno l’assicurazione perché nelle case c’è sempre parquet o moquette o perché sono incompetenti? Da quando hanno terminato il loro lavoro non abbiamo avuto il riscaldamento nella settimana più gelida dell’anno e ce lo siamo tenuto il freddo perché il bell’uomo era andato a sciare, ci ha mandato l’aiutante, un tipo sui sessanta, vestito da cowboy, con il collo rosso e pendente come quello di un tacchino, che ha la prostata e marca il territorio come un gatto, nel caso specifico ha innaffiato il micro cesso del pianterreno e quello di rappresentanza al primo piano, ha dato aria ai tubi e ha raccolto l’acqua che fuoriusciva con la ciotola in cui condisco la pasta,  ha asciugato le goccioline con il mio accappatoio, tutto ciò avveniva mentre arrivavano gli uomini del Van a ritirare gli scatoloni vuoti, squillava il telefono, qualcuno da sopra al tetto mi chiedeva: si vede il segnale, adesso? suonava il campanello e il postino mi chiedeva in dutch: lo prendi tu il pacco della vicina che non c’è?, la gatta schizzava via atterrita  dal trambusto, e Fran oltre la febbre mi implorava: mandami a Parigi, per favore! Gli operai dell’est invece erano silenziosi e pulitissimi, e le loro tazze di caffè sparivano nei loro zainetti quando entrava in attività la moka, poi venerdì sono andati via tutti, a parte gli idraulici, che sono tornati sabato per un tubo che ha allagato la cantina e domenica per il gocciolio di un termosifone che ha sollevato il parquet, ma tanto hanno l’assicurazione. Sono venuti in coppia, il vecchio e il giovane, il vecchio con il vestito da cowboy della festa, il giovane con l’abbronzatura da nordico, rosso-violetto in principio di spellatura, con la chioma cresciuta, che non lascia mai tranquilla, anche lui con la prostrata, hanno segnato il territorio, ma gli accappatoi non li hanno toccati.
Oggi sono sola per la prima volta. Il telefono ha squillato due volte, il campanello una tre. Ha grandinato e nevicato un po’. La gatta è nascosta non so dove, sicura che a breve ci sarà il solito tafferuglio. I bagni sono puliti e sulle mani m’è sbocciato un eritema.


postato da alice121 ~ 06/03/2006 11:36 ~ commenti (10)
~ roba d olanda




venerdì, marzo 03, 2006
 
Baricco sì, Baricco no.
Premessa: non mi piacciono i suoi romanzi.
Mi piacciono i suoi articoli e molto. Mi piace quando racconta i libri degli altri e ci infila in mezzo le sue emozioni, i suoi pensieri, o una microstoria.
Mi incanto sempre quando qualcuno parla di qualcosa con passione. Devo andare a vedere, leggere, fosse anche una partita di calcio.
E lui la trasmette questa passione: dallo schermo televisivo e dal vivo.
Precisazione: non mi piace come uomo, non mi piace la sua faccia, i riccioli, gli occhi.
Circa l’articolo apparso qui.
Baricco si lamenta del fatto che viene citato negativamente in frasi brevi. Che una critica quando viene fatta deve essere motivata. Ferroni aveva scritto, invece, una recensione in cui spiegava perché l’ultimo libro dello scrittore non valesse un granché.
Ma questo secondo me non giustifica che dopo aver fatto una stroncatura dettagliata, si possa poi passare a frasi sintetiche, dando per scontato che tutti abbiano letto quel libro e la relativa stroncatura.
Certo non si può spiegare sempre tutto. 
Io credo però che esprimere giudizi negativi su un libro (o su una persona) in un paio di parole sia assai sgradevole. Che sia qualcosa che ci arriva da quegli orrendi spettacoli televisivi che sono diventati normalità, in cui il tempo è sempre stretto e allora si lanciano un paio di parole che lapidano qualcuno, si alzano risate, applausi e accessi.
Il mondo è quello che è, si sa. E gli squali nuotano nell’economia, si fortificano con le guerre, arrotano i loro denti aguzzi camuffandoli dietro le parole delle arti e della scienze. Gli squali sguazzano nelle ampie maglie della rete e non ne restano impigliati, anzi.
Quindi io non mi illudo che nel mondo della Cultura le cose funzionino diversamente. Però che non ci siano battute strappaconsensi, ecco, questo sì, me lo aspetto.    
 


postato da alice121 ~ 03/03/2006 12:44 ~ commenti (11)
~ pensierini




giovedì, marzo 02, 2006
 
E così scopro l’esistenza di un’altra forma d’emigrazione.
Meno traumatica, forse, di quella tradizionale in cui lasci il tuo Paese, ma più faticosa, credo. Un’emigrazione che si adatta alle esigenze della società. L’Olanda scoppia di emigrati come altri paesi d’Europa del resto.
E allora si cerca una soluzione.
Ci sono due capi. Due piccoli imprenditori di un paese dell’est, dove con piccoli s’intende che gestiscono pochi individui e che oltre a trovare appalti, a organizzare, lavorano anche loro stessi insieme ai dipendenti. Gli operai sono tutti tra i trenta e i cinquanta anni, hanno una moglie e dei figli grandi o piccoli, ma le famiglie non possono trasferirsi in Olanda perché non ci sono case, scuole e centri sportivi.
E allora si fa come nel passato con il capofamiglia che emigra da solo?
No. Si trova un’altra soluzione.
Nel paese dell’est si costruiscono case, anzi, questo settore lì è in crescita, ma la retribuzione è ancora bassa, mentre in Olanda i prezzi pagati per le ristrutturazioni e le costruzioni portano più ampi guadagni, allora questi capi hanno un’idea. Uniamoci e teniamo i piedi in due paesi. Così prendono lavori qui e nell'est. Poi organizzano turni che durano più o meno tre-quattro settimane. Un gruppo lavora un mese all’estero e riceve una bella paga, il mese seguente torna, sta con la famiglia, continuando a lavorare con una paga inferiore.
Così vivi un po’ là un po’ qua, sei diviso in due e non è che ti piace, però il tenore di vita delle famiglie migliora, i figli possono continuare ad andare a scuola.
E quando sono qui per quelle tre quattro settimane, vivono tutti insieme per non alzare troppo i costi, una macchina li porta a lavoro, passano uno a fianco dell'altro 24 ore, e non è facile.
Penso che i due capi abbiano stabilito una regola: viene assunto chi lavora bene ma è richiesto anche un carattere tranquillo, uno che non pianti grane. Dovete essere buoni, insomma. E loro sono tranquilli, per lo meno lo sembrano.
Anche se mi piacerebbe spostare un pezzetto di sipario e sbirciare cosa passa nelle loro teste.   






mercoledì, marzo 01, 2006
 

I fili si erano sfilacciati
Bene.
Ora è bianco fuori e non più bianco dentro.
I fiocchi di neve puliscono i vetri?
Perché mi farebbe assai comodo.
E tra un po’ mi prenderò una soddisfazione che aspetta da lungo tempo: prenderò un martello e farò un buco nello stagno ghiacciato.
Poi devo fare qualche altra cosa, ma non so da quale cominciare, così credo che non farò nulla.  






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