ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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mercoledì, febbraio 15, 2006
 
Moving
Da domani staccheranno il filo della connessione da O. per riattaccarlo a W. 
Mi allontanerò di sette chilometri da Amsterdam (peccato), sarà più breve la distanza che mi separa dall’Aja (peccato anche questo), ma sarò più vicina a Roma, a Parigi e alla scuola (e di questo sono molto felice).
W. è il paese dei fighetti, ma non ci penso.
Una volta, quando andai a visitare l’unico castello che c’è da queste parti, vidi un quadro dove era raffigurato il signore di W. : vestito di nero, senza gioielli o altre frivolezze, di corporatura imponente, stringeva in mano un martello con un manico lunghissimo. Lo usava al posto della spada, mi disse la guida.
Osservato alla luce delle candele – era una visita notturna e il castello era illuminato solo da lanterne e candele – era assai inquietante.


postato da alice121 ~ 15/02/2006 14:54 ~ commenti (17)
~ roba d olanda




martedì, febbraio 14, 2006
 

Senza pausa caffè
Siccome mi hanno chiesto una somma pazzesca per togliere le macchie di vernice e la polvere nella casa di W., ho deciso di farlo io. Loro, gli workers, erano al piano inferiore ad incastrare la cucina ikea ritoccata. La cucina ikea ritoccata è un’idea geniale che ti fa avere una cucina a poco prezzo, e qui in Olanda una cucina costa come due italiane, che per via dei ritocchi non pare una roba ikea. Comunque mi sono messa a togliere le macchie dalla scala con un prodottino apposito, ma senza mascherina perché m’ha detto il tipo da cui ho comprato lo smacchiatore, le mascherine erano scadute, scadute?, e dopo un’ora di strofinamento, iniziavo ad avere le allucinazioni, allora mi sono affacciata alla finestra che dà sulla parte interna del giardino a respirare un po’:  al cedro è ricresciuta una parte della punta, ma è ricresciuta piegata, e le tortore la usano come altalena. Poi si sono fatte le dieci e c’è stata la pausa caffè, loro, gli workers, sono della ex jugoslavia, di quale stato lo sapevo, ma ora non lo ricordo più, l’idraulico invece è olandese e anche quello che mette il pavimento è di qui. Operai olandesi ce ne sono pochi e quei pochi non li vuole nessuno perché lavorano male e sono assai incerti. Comunque c’era la pausa caffè, se ci fossero state le luci adatte sarebbe parso di essere  in una discoteca di vent’anni fa, perché ogni operaio aveva la sua radio impolverata ed erano sintonizzate  tutte sulla stessa stazione che mandava pezzi degli anni ottanta, io ero sulle scale a strofinare e hanno delegato l’idraulico a parlarmi, ma che facesse da messaggero l’ho capito poi, lui mi ha detto in olandese qualcosa che doveva essere così: vuoi un caffè? Però senza punto interrogativo, comunque ho risposto: no grazie, allora lui s’è messo a camminare in circolo sul pianerottolo, guardava per terra, e mi ha fatto un discorso un po’ più lungo in cui c’era ancora la parola caffè, io mi sono chiesta perché s’ostinasse a parlarmi in olandese quando con Emme chiacchiera in inglese, allora ho pensato che forse stava cercando uno che prima dipingeva una parete e che poi era misteriosamente scomparso, gli ho detto che non sapevo dove fosse, lui continuava a fissare il pavimento, visibilmente a disagio, io ho pensato che girava in tondo e che era tutto rotondo: gli occhi, la faccia, il suo corpo. Ho messo il tappo al prodottino, ho gettato la spugna, io fumo, ho detto.  Ne vuoi una?, gli ho chiesto. No, no. Ha risposto. Sempre più in imbarazzo. Sono andata al bagno, mi sono specchiata, avevo i capelli impolverati, la faccia un po’ pallida, ma non mi pareva che ci fosse altro.
Quando sono scesa per andarmene ho visto la tazza di caffè: era sul bordo della finestra dell’ingresso ancora bollente. Quando faceva quei giri in tondo e parlava, insisteva, credo, perché andassi a berla.
E’ stato un bene che io non abbia capito del tutto perché magari avrei finito con l’accettarla.
E’ che quelle tazze sono tre mesi che le osservo. Ad ogni caffè una patina si deposita sul fondo e adesso c’è uno strato melmoso di circa un centimetro di colore nero-marrone, e a me il caffè con i pezzi non piace.







lunedì, febbraio 13, 2006
 

Frasi dette così senza pensarci troppo, proposte che esprimono mutazioni orribili.
Era un po’ che parlavamo. Che facevi prima. Lavoravi non lavoravi. Ah, ma hai saputo che vogliono vietare l’uso di lingue straniere per le strade e nei ristoranti? Hai figli? Io due, tu? E via così, come al solito. Ad un certo punto mi fa una domanda, una domanda che si fa sempre quando conosci un’italiano-a in Olanda, o in un altro paese, ma la costruisce in modo un po’ particolare, o forse sono io che per la prima volta astraggo quelle parole dal contesto in cui sono fatte, comunque mi dice: a te quanto  manca? A me due anni e poi ho finito. E io le rispondo: mi sono fatta già cinque anni e me ne mancano altri venti. Ormai la risposta era partita, allora per sdrammatizzare ho aggiunto: ho i viaggi premio, però.
Eppure tutta questa ansia di ritorno non ce l’ho, altrimenti questi cinque anni sarebbero passati lenti e invece sono volati. Anche se il futuro…La proposta della Verdonk non passerà, ovvio. Come si può imporre alle persone di parlare solo in olandese? Ma è il pensiero che un’idea così assurda abbia preso forma a inquietarmi.



postato da alice121 ~ 13/02/2006 11:41 ~ commenti (11)
~ chiacchiere




venerdì, febbraio 10, 2006
 

International Day 
Al soffitto erano stati appesi dei ganci e ai ganci dei teli bianchi. La dimensione della classe era ridotta perché avevano lasciato un' intercapedine tra le  due pareti e la finestra. Sui due teli laterali erano raffigurati degli alberi enormi che sembravano querce, ma che invece erano Neem. Sul terzo telo era disegnato un palazzo con cupole, torri, finestre, porte e grate. Poi c’era una tipa su una scala, siamo arrivati prima del suono della campanella ed era sola, vestita di bianco: pantaloni e camicia di lino leggero, una goccia rossa al centro della fronte, degli occhi verdi ma di un verde mai visto, aveva appeso un arazzo con la faccia di un uomo, stava appendendo il secondo con il viso di una donna.
Hai disegnato tu il palazzo e gli alberi?
Sì, ha detto.
Anche questi?
Sì, sì.
E poi: sorpresa. Dal telo che nascondeva la finestra, quello  con gli alberi di neem, sono sbucate la maestra e due aiutanti vestite con sari arancio e gialli.
La campanella è suonata, sono arrivati i ragazzi.
Tua madre non è vestita da indiana? Ha domandato qualcuno a Lo.
Devi andar via, mi sa, ha detto lui, un po’ a disagio. 
Già, già. Ma che tipo di colori avrà usato per le facce? Ma dipinge sempre o solo per questa occasione? E che fine faranno quell’uomo e quella donna?
Non avevamo la bandiera italiana, ogni volta mi dico: adesso la cerco, però non so dove e quando ci sono quelli che la vendono per le partite della nazionale mi secca comprarla, così siamo stati costretti a farla noi, ieri sera. Lo ha dipinto dei fogli e li ha incollati insieme, ma bisognava fissarli all’asta, cioè a un bastone che aveva recuperato da una tenda degli indiani, ma servivano le forbici per tagliare lo scotch e dove potevano essere entrambi? Erano dentro uno scatolone con etichetta varie destinazione cantina, ma perché volevo metterli in cantina? (perchè nel profondo non voglio più fare questi lavoretti, ecco perchè).
E poi ho preparato due pizze, gli ingredienti li ho scritti metà in inglese e metà in olandese, non lo sapevo mica come si scrive lievito in inglese, formaggio sì, però poi avrei dovuto specificare di che tipo, allora ho scritto kaas e in quattro lettere c’era il significato. La pizza cotta nel forno elettrico è più buona con il formaggio olandese che con la mozzarella.
Ieri mi hanno proposto di iscrivermi al club della mozzarella di W., ma ho rifiutato. I club producono impegni e io voglio restare libera.







giovedì, febbraio 09, 2006
 
Cosa cade  verso Sud?
Qui neve, grandine e sole. Secondo questo ordine  rigoroso dalle otto di questa mattina.
Mentre il corridoio si trasforma in un cunicolo stretto che un claustrofobico non potrebbe attraversare. Torri di scatoloni impilati uno su l’altro per un'altezza d quattro. Se Lo è un po’ più di tre, Fran un po’ più di quattro, quanto sono alta io che sono una via di mezzo tra loro due?
In effetti il tempo incerto mi spinge al surreale.
Ma il sole cade?  
Agli  olandesi che mi domandano con lo sguardo che ride: è vero che gli spinelli…li blocco con un: no comment.
La neve scende e la gatta mi fa gli agguati dagli scatoloni aperti.
E poco fa ho avuto un’allucinazione uditiva: mi pareva che la giornalista di radiorai2, leggesse le notizie in spagnolo, ma forse perché avevo chiacchierato con Manuela e m'era rimasto quel suono nelle orecchie.
Stanotte ho letto le prime  pagine de Il Ventisettesimo anno di Marco Mancassola, dove si narra di un tipo che ha un incidente in auto, descrizione assai reale senza una parola in più o in meno e proprio per questa ragione quando mi sono addormentata ho sognato che succedeva a me quello che era accaduto al tipo, e sono andata a rispondere all’autoambulanza che invece era il telefono.
Quando sono tornata a letto, ho preso una solenne decisione: che d’ora in poi ad ogni libro finito scriverò oltre che data e luogo in cui lo lessi anche dove e perché lo scelsi. Per questo sarà: Febbraio 2006, Olanda, Genova e perché  lo aveva comprato
lui.


postato da alice121 ~ 09/02/2006 11:44 ~ commenti (14)
~ pensierini




martedì, febbraio 07, 2006
 
Una blogstar senza ambizioni
Andrea Citti non era passato di livello.
Era salito Ugo Conti invece, due scrivanie più in là. Uno che non valeva un accidenti e che era stato assunto da appena sei mesi.
Mentre lui annaspava in quel buco da sei anni con la mano destra su un contratto, la sinistra su un altro e con i piedi che ne gestivano altri tre.
E va bene Andrea. Respira profondo, rilassa i muscoli, non tamburellare con ritmo frenetico i polpastrelli sulla scrivania scrostata.
Non va bene Andrea perchè c’è la possibilità, minuscola ma c’è, che una scheggia di plastica ti buchi la pelle, ti penetri dentro.  
Andrea vola altrove, non ti concentrare su quel raccomandato di Ugo Conti due scrivanie più in là, con il piano lucido e intatto.
Non pensare che il suo menisco potrebbe sgretolarsi nella notturna di calcetto di venerdì sera. No, Andrea. Rifletti sul prossimo post di Caimano Blu. Il grande sficato d’amore che diverte assai la rete. Che poi se lo immaginano che invece stai con una che si chiama Paoletta dalla terza media? Ma no che non lo sospettano. Credono che hai mucchi di donne. Non partecipi ai raduni, non hai contatti telefonici con gli altri esseri della rete. L’hai scritto ben chiaro sul lato destro del blog. Lo vedi che ce la fai Andrea? Hai smesso di tamburellare in modo convulso i polpastrelli, hai trovato persino un ritmo. Cancella dalla tua mente i dentoni lucidi di quel tipo di due scrivanie più in là. Hai l’articolo su PerSempreDonna, tu. Sì, d’accordo, è un trafiletto, ma si parte da un pezzetto, poi si arriva a un pezzo e si continua l’ascesa. Ma verso dove? E come si sta in cima?Pensa a Paoletta e a tua madre, a come erano entusiaste: ben sei riviste hanno comprato all'edicola. Quello di due scrivanie più in là sale di livello, ma a te è in crescita  il counter, Andrea, tu piaci alla gente perché sai raccontare le vicende di un derelitto  come se fossero storie allegre, mentre invece sono tristissime. Ma come accidenti fanno le persone a divertirsi su certi fatti, eh? 
Ragiona sull'argomento del post di stasera, dopo la telefonata con Paoletta, i profumi sai quanti ne ho venduti? Le creme, sai che una ne ha comprate sette?
Ma che mi importa Paoletta delle creme e dei profumi. Che m’importa? Povera Paoletta. Ma non la dico mica questa frase, e mi piace anche starla a sentire quando parla dei prodotti che vende, però è da quando è uscito l’articolo su quella rivista scema che dice quando le accenno dell’onta del livello: Tu sei uno famoso!
Qualche ora dopo                                                   
La scritta Capo lampeggia sulla finestra del telefono.
E ora che è successo, si chiede Andrea. Che è un mese che mi fa i comunicati per mail. Si vergogna, ecco perché.
Solleva il ricevitore, preme il bottone.
Pronto, come andiamo?
Bene signor Rubatutti.
Caro Citti. Il livello può essere ancora suo, sa?
Sì? Pensavo che non fossi passato.
Assolutamente no. Deciderò domani mattina. Ho la moglie sull'altra linea, deve domandarle qualcosa.
Pronto, dice Andrea.
Ho letto l’articolo su PerSempreDonna! Dice una voce a trecento all’ora.  
Ma come dico a Antonio, hai una blogstar tra i dipendenti e non mi avverti? Sono anche io una blogger, sa? E lo sono tutte le mie colleghe. E la devo conoscere. Assolutamente. Viene a cena da noi, stasera. Poi ci scrive un bel post domani, senza fare il cattivello, eh! E ci piazza il link al mio blog. Brillerò di luce che non è mia, ma che importa? L’importante è brillare, non le pare? Pensa che sia sfacciata, eh?
No, no. Solo che…Solo che non rientra nella linea del mio blog scrivere di una cena con il direttore e sua moglie. Ho un contenuto da seguire e…
Non sia inflessibile. Le scendono gli accessi? Ma se scende da una parte, sale da un’altra. Mi dia retta.
Ha ragione, risponde Andrea.
Abbassa il ricevitore, si osserva il polpastrello. Una goccia di sangue precipita sulla scrivania e si deposita su un punto bianco.
Sotto la vernice blu, c’è il bianco, buffo che non ci abbia mai fatto caso.
Afferra il tagliacarte e inizia ad allargare il buco.
Poi prende la cornetta, preme il tasto sotto l’etichetta capo, dice:  Mi scusi Signor Rubatutti ma mi sono ricordato che ho un impegno stasera.
Seguita il suo lavoro. In un’ora il piano della scrivania sarà tutto bianco.






lunedì, febbraio 06, 2006
 
Genova per noi
Per fortuna che c’era il sole ieri e lo spettacolo dall’alto di mare, montagne e di Genova ha un po’ smorzato la nostalgia per tutti loro, Amsterdam era bianca di nebbia invece, e anche se ero stanchissima sono riuscita a non perdermi questo.
Le cosmicomiche narrate da Graziella Galvani e la musica del bravissimo Mario Mariani hanno spento del tutto il rammarico di non aver trovato un volo per la notte.
Ho speso una fortuna in libri della concorrenza, d’altra parte c’erano degli sconti notevoli, e mi sono chiesta più volte che cosa ci va a fare la gente a una fiera dell’editoria se poi non compra i libri. Un resoconto di quello che si è parlato lo si può leggere qui,  ora stampo qualche foto della gatta e più tardi le vado ad attaccare sui lampioni della strada. E’ da sabato che è scomparsa. 


postato da alice121 ~ 06/02/2006 11:14 ~ commenti (28)
~ pensierini




giovedì, febbraio 02, 2006
 
Da una piattaforma al divano di casa mia
C’è una mosca che fa le uova nei vestiti che s'asciugano, così ti infili la maglietta e non noti nulla, le uova si schiudono, le larve escono, fanno un buchino nella pelle, cominciano a camminarti dentro, tu pensi che t’è cresciuta una ciste e invece. Poi ti danno il kit malaria e lo devi portare sempre con te. Stai all’aeroporto, per esempio, compaiono i sintomi, apri il kit ti fai l’analisi per essere certo che l’hai presa e ti spari immediatamente la puntura, altrimenti ti uccide, poi c’è quel serpente, Black Mamba si chiama, che poi è il nome in codice della Thurman in Kill Bill, comunque questo snake, questo serpente scusa, uccide un bambino in dieci secondi, un adulto in un minuto, dipende dal peso. Poi l’Africa sta morendo di aids, questo lo sai, metà delle donne hanno il virus, ma hanno problemi più gravi e non si preoccupano mica di essere sieropositive, poi le mogli degli europei che lavorano lì fanno una vita pazzesca, vivono in ville incredibili ma stanno sempre chiuse dentro come in una gabbia, bevono tè e si tuffano in piscina, bella vita, pensi, ma che vita è se non puoi andare in giro, poi non lo diresti mai, ma sulle piattaforme petrolifere assumono anche le donne, così lavori per sei mesi per quattordici ore al giorno, anche la domenica ovvio, e dopo hai sessanta giorni di vacanza, ti pagano l’aereo per qualsiasi posto, sì, anche in Australia se lo chiedi, ma io volo sempre nella stessa città. Come ti ho detto ci sono anche le donne sulle piattaforme,  poche eh, perché ridi?, l’amore sai com’è,
Sulla piattaforma che c’è? Sulla mia non c’è un accidenti, è una compagnia che risparmia su tutto, su alcune c’è la palestra dove puoi sgranchirti un po’ , hai internet, quanto mi sarebbe piaciuto scrivere delle mail,  io se non dormo, leggo o guardo un dvd. Una cosa che mi ha colpito? Le stelle. Sembra che le puoi toccare.
E mentre lui seguita a raccontare, io me ne vado qui con loro.
E ai quattro uomini che lascio a casa non voglio pensare e non vorrei pensarci nemmeno dopo. E lascio un’avvertenza qui e anche altrove: se cucinate, poi pulite, please.
 


postato da alice121 ~ 02/02/2006 11:52 ~ commenti (11)
~ chiacchiere




mercoledì, febbraio 01, 2006
 
Il cavaliere errante non passa mai due volte.
Lo senti anche tu?
Sì.
Mi alzo di scatto, spalanco la porta della stanza da letto, schivo le torri degli scatoloni, sono nel soggiorno davanti alla finestra di mezzo, quella che affaccia sul centro dell’incrocio.
Nessuno.
Del cavallo non s’avverte nemmeno più il rumore degli zoccoli.
L’aria s’è accumulata in mucchi compatti e, mescolata alla luce delle serre, ha dipinto il cielo di arancio- marrone.
Mica me lo immagino così un altro mondo, io. Sono tradizionale in fatto di cieli.
Il termometro segna meno quattro e l'orologio l'una e trentacinque. E io me ne torno a letto.
Ma chi può essere, secondo te? Dico.
Non lo so. E’ passato anche l’altra notte.
Sì. E anche quando c’era la luna piena e le strade erano ghiacciate. E non riesco mai a vederlo. Svolta per la strada che conduce al bosco e poi prosegue per la ciclabile, penso.   
Ma anche se lo vedessi, che cosa cambierebbe?
Non lo so. Almeno avrei un'immagine. E potrei fare delle ipotesi che spieghino la sua cavalcata notturna.
Ah.
La fortuna sarebbe incontrarlo una di quelle notti in cui usciamo. Ma avrei il coraggio di chiedergli: perché te ne vai al trotto  tra l’una e le due? In mezzo alla nebbia, sopra le strade ghiacciate, sotto la pioggia? Ma poi gli zoccoli non scivolano sul ghiaccio?
Penso di sì.
Forse è uno che soffre d’insonnia. E al posto del garage, ha una stalla. Alcuni li hanno.
Cosa?
I cavalli.
Oppure potrebbe essere uno che segue una terapia. Deve cavalcare almeno quattro ore al giorno, allora torna a casa, mangia, sta un po’ con la famiglia, poi calza gli stivali, il cap, le ghette, monta la sella e via …Ma perché segue la terapia? E non potrebbe anticipare la cavalcata? Alle 7 le strade sono vuote. E lui alle sei, sei e mezza avrà terminato la sua zuppa. E poi di che colore è il cavallo?
Che c’entra il colore del cavallo?
Non c’entra nulla in effetti, però fornirebbe un elemento in più.
Io dico che il colore del cavallo è irrilevante ed è probabile che sia marrone. Ci sono più cavalli marroni che neri o bianchi.
Magari è pezzato.
Magari.
Oppure è uno che litiga con la moglie e per spegnere il malumore se ne va al trotto. Però se riuscissi a vederlo…Forse è una donna. Ehi ci sei?
C’è, ma vaga altrove.
Oppure è lui che è tornato:
In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia…Bisogna dunque sapere che il detto gentiluomo, nei momenti che stava senza far nulla (che erano i più dell’anno), si dedicava a leggere i libri di cavalleria con tanta passione, con tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l’esercizio della caccia, nonché l’amministrazione della sua proprietà.
Tra tutti i romanzi prediligeva quelli di Feliciano Silva per i suoi ragionamenti contorti. Ma
Con questi ragionamenti il povero cavaliere perdeva il giudizio, e stava sveglio la notte per capirli e cavarne fuori un senso, dove non avrebbe saputo cavarnelo e capirci nulla nemmeno Aristotele in persona, se fosse risuscitato apposta.


postato da alice121 ~ 01/02/2006 11:55 ~ commenti (9)
~ roba d olanda



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