ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



martedì, gennaio 31, 2006
 
Un Untitled a Torino (2)
Oggi alle 18.30 nella libreria Mood Libri & Caffè , l’autore del Pasto Grigio presenterà il suo libro e risponderà alle vostre domande.
Chiedete senza esitazioni. Ogni dubbio sarà sciolto.
Saranno presenti altre Untitled dal vivo o in video (ahimè).
Altri dettagli sono qui. 


postato da alice121 ~ 31/01/2006 09:34 ~ commenti (9)
~ segnalazioni




lunedì, gennaio 30, 2006
 

Una untitled in tv. (1) 
Oggi dalle 11 alle 12 in streaming qui, o su rai utile, oppure sul canale 816 di Sky.
Altri dettagli
qui.



postato da alice121 ~ 30/01/2006 09:27 ~ commenti (32)
~ segnalazioni




venerdì, gennaio 27, 2006
 
Iniziamo a temperare le matite
Se è diventato ricco lui, allora ci farà ricchi pure a noi.
Così diceva il mio lattaio, a quei tempi  abitavo ancora Roma, così si ripetevano due anziane alla fermata della metro, così precisava l’inquilino del terzo piano a quello del quinto mentre aspettavano l’ascensore . Il fruttivendolo del chiosco all’angolo, in fila con me  nel seggio del mio liceo, prevedeva: se ne accorgeranno…
Alla fine ricco ci è diventato lui con i soldi di loro. Anche di quelli del fruttivendolo, suo malgrado. Non con i miei, però. Perché qualche mese dopo volai verso un altro luogo e le tasse le pagai altrove. 
E provo una certo compiacimento quando penso al giorno delle elezioni. 
Che noi dell'estero non paghiamo, ma votiamo.   


postato da alice121 ~ 27/01/2006 10:54 ~ commenti (14)
~ pensierini




giovedì, gennaio 26, 2006
 
Ti prendo e ti porto via
Questo fatto accaduto ad Enna, mi ha ricordato la professoressa Flora Palmieri.
Flora ha avuto un’adolescenza disgraziata da cui riesce solo parzialmente a staccarsi. Si mantiene lontana dagli uomini  e dalle amicizie e poi ha sua madre di cui occuparsi. Sua madre che è ridotta a un vegetale. Insomma sembra che la sua vita continui ad essere disgraziata.
 Però quando l’incontriamo, all’inizio del libro, è serena.
La mattina Flora Palmieri aveva un lungo rituale da rispettare. Il lungo bagno al mughetto, l’ascolto di un programma alla radio e la colazione con i cereali. Poi deve frullare le  pappette con cui alimenta la madre, poi c’è la scuola con il programma da svolgere, le riunioni dei professori. Attraverso queste abitudini che si ripetono ogni giorno, Flora trova la sua stabilità. Ma un uomo supera la barriera che ha costruito. Un uomo grande e grosso con una lunga chioma bionda, occhiali da mosca e giacca di pelle marrone con un’aquila apache di perline ricamate sulla schiena. Graziano Biglia è un coatto, uno che non c’entra nulla con lei. Lei ne è cosciente, ma ci sta: finalmente può liberarsi di una verginità che sta diventando imbarazzante. Da un punto di vista sentimentale, la professoressa Palmieri è più fragile di un’adolescente. Per il suo passato, per la sua vita che poggia tutta sul rispetto dell’abitudine, perché non ha più l’età. Così quando viene mollata da Graziano, Flora si chiude in casa.
E la sua fine è drammatica, ma di sicuro meno agghiacciante di quella della donna di Enna.

Il corsivo è di Ammaniti


postato da alice121 ~ 26/01/2006 11:46 ~ commenti (9)
~ pensierini




mercoledì, gennaio 25, 2006
 

La i sbiadisce sempre più. 
Episodio n.1 
Mi ha chiesto qualcosa che non ho capito, non dei  soldi e nemmeno una sigaretta, qualcos’ altro che non avevo mai sentito prima e ho risposto con il solito I’m sorry I’don’t speak dutch e anche lui in inglese: emigrante di merda! Gli ho fatto ciao ciao con la mano, e ho avuto la scusa per comprarmi una tavoletta di Cote d’or, bianca con le  mandorle,  fabbricazione belga, l’hai mai assaggiata? Credo fosse uno con problemi psichiatrici, erano passate da poco le quattro, più o meno l’ora di quando finiscono le attività pomeridiane nel centro qui vicino. Credo che avesse bevuto un po’ e lo sai: In Vino Veritas. Vuoi che te la traduco? Ah l’hai capita. Dici che aveva bevuto birra? Sì in effetti lo credo anche io, mi pare che ci fosse proprio qualche lattina vicino a lui. Comunque l’episodio non mi ha turbato, mi è  semmai  dispiaciuto in generale perché ho pensato che quella frase non era poi così casuale, che esprime qualcosa che si agita nel profondo dutch ma anche tra le stelle della bandiera blu. Mi sono ricordata che emigrante di merda, l’avevo già sentita a un semaforo, anni fa, sulla sinistra avevo la Basilica di San Giovanni, sulla destra la statua di San Francesco, la frase era rivolta a un lavavetri,e mi sono vergognata, ho abbassato il finestrino dell’auto, volevo dirgli qualcosa, ma lui s’ era allontanato, e il semaforo è diventato verde, quello dietro di me ha suonato il clacson, ho lasciato la frizione, premuto l’acceleratore, sono partita e poi ho scritto una storia dove il protagonista aveva la faccia di quel tipo. Però la sua faccia non l’ho descritta. 
Episodio n.2 
Mamma: l’insegnante di nuoto mi sgrida sempre. Dice che parlo, ma io non parlo, cioè chiedo a Michele di tradurmi gli esercizi che dobbiamo fare. E tu ricordale che non capisci l’olandese. Ma lei lo sa, mamma! Mi dice: do it, do it. Quick, quick! Io cerco di mettermi ultimo nella fila così copio gli altri, ma non sempre è possibile. 
Bisogna sapere che:

Anni fa volevano istituire la lingua inglese come lingua ufficiale.
Se parli in olandese, ma non lo parli bene, il tuo interlocutore ti risponde in inglese. 
Se vai dal meccanico, all’ufficio postale, a comprare il pane, non hai bisogno di conoscere il dutch. 
Se non sai quanto tempo resterai in un paese, non mandi i tuoi figli nella scuola locale.

Fino a un po’ di tempo fa, se dicevo: scusi non parlo olandese, mi rispondevano: non importa. Adesso, invece: questo è un problema… 
Perché? Non lo so. 
Intanto nella scuola di Lo, l’insegnante di musica ha scritto un canzone:

Tell me, tell me, where do I come from? 
Tell me, tell me, where do we belong? 
From our homelands far away 
Holland has become our second home 
Together we discover ways to learn and grow….

Un lato positivo però c’è: quando ti telefonano per pubblicizzare un prodotto e tu gli rispondi che non capisci, attaccano subito!



postato da alice121 ~ 25/01/2006 11:21 ~ commenti (11)
~ roba d olanda




martedì, gennaio 24, 2006
 
E il coniglio s’innamorò del campanile  
Ian B,. maestro di una scuola di Oegstegeest, si accorse subito che l’autista dell’autobus era cambiato. Se ne accorse perché lui arrivava a scuola alle 7.30 per accudire i conigli, mentre l’autobus privato si fermava alle 7.55, caricava quattro studenti e ripartiva subito. Lui alle 7.55 portava fuori le buste con la spazzatura del giorno prima. Quel 7 gennaio invece l’autobus c’era già al suo arrivo.
Ian B. era un uomo solo.
Aveva una montagna di impegni pomeridiani e un enorme circuito di conoscenze, però era senza una donna da un tempo immemorabile.
Da due mesi non vedeva gli amici del pub con cui condivideva i fine settimana e anche il locale di jazz non lo frequentava più. Aveva mantenuto solo l’impegno del giovedì quando andava con Ana, la sua vicina, al club degli obesi a tirare freccette e a bere sidro. Lì, periodicamente, Ian sbaciucchiava qualcuna, ma non le chiedeva mai di uscire.
Mi hanno domandato se sei gay, gli disse una sera Ana. Ian B. aveva sorriso senza informarsi su quale fosse stata la sua risposta.
Di sfogliare quelle donne oltremisura non aveva voglia. Di baciare quei visi riscaldati dalle mele fermentate invece sì.
L’ultima rapporto con una donna risaliva alle vacanze estive di due anni prima, quando aveva passato dieci giorni sul lago del Garda e aveva incontrato Matilde, una cameriera della pensione dove alloggiava. Di lei conservava qualche foto, una maglietta che profumava  di vaniglia, e un foglio di carta a quadretti dove erano scritte in stampatello alcune frasi in italiano.
Quel mattino del 7 gennaio, mentre pedalava sulla ciclabile, Ian B. pensò che avrebbe potuto ammazzarsi anche quella sera.
Era un lunedì, era inverno, mancava la luna e non c’era motivo di vivere ancora. Il camion della spazzatura avrebbe ritirato il suo passato, e lui se ne sarebbe andato via tranquillo, senza traccia.
Mentre legava la bicicletta alla rastrelliera vide l’autobus fermo. Così invece di scavalcare la staccionata della scuola, decise d’entrare dal cancello d’ingresso in modo da poter dare un’occhiata all’interno. C’era una donna che giocherellava
con la radio e quando lui rallentò, lei alzò lo sguardo e gli fece un cenno di saluto. Lui ne fu sorpreso e si dimenticò di rispondere. Si pentì subito per la sua scortesia e pensò che forse poteva tornare indietro e scusarsi, ma poi alzò le spalle e si diresse verso la gabbia dei conigli. Aveva stabilito di dargli una razione doppia perché il giorno dopo non ci sarebbe stato e nessuno si sarebbe preoccupato che fossero senza cibo. Quando era malato, infatti, doveva chiamare la scuola più volte per ricordare alle maestre di dar loro l'erba. Tirò fuori il coniglio nero e cominciò a sussurrargli sul muso i dettagli del suo progetto, ma le ultime parole furono coperte da un frastuono pazzesco e per un attimo Ian B. pensò che qualcosa stesse per precipitare dal cielo. Anche il coniglio nero lo pensò e con un salto sgusciò dalle sue mani e con un altro imbucò la porta. L’aereo militare risalì di quota e il coniglio saltellava nello spiazzo di fronte alla chiesa. Ian B. afferrò un mazzo d’erba medica e un asciugamano e si avvicinò lentamente. Depose l’erba sul selciato e guardò l’orologio del campanile. Le 7.40. Anche il coniglio guardò l’ora, per lo meno diresse il muso verso l’alto. Ian B. fece due passi senza respirare. Il coniglio arricciò il naso e con un balzo mantenne immutata la distanza. Ian B. aprì l’asciugamano e corse. Il coniglio saltò cinque volte e di nuovo si fermò a guardarlo.
Stupido, disse Ian B.
Posso offrire una delle mie carote? disse una voce alle sue spalle. Ne ho cinque per il pranzo, sono a dieta.
Era l’autista che l’aveva salutato prima.
Mentre aspettavano che il coniglio s’avvicinasse alla carota, lei gli spiegò che aveva preso servizio quella mattina e che aveva cominciato una dieta il primo gennaio. Lui le raccontò che era maestro in quella scuola da quindici anni e che da cinque avevano i conigli.
Lei aveva degli occhi orientali ed era un po’ robusta sui fianchi, ma non troppo.
Alle 7.50 il coniglio s’avvicinò alla carota e quando ne ebbe mangiata metà, Ian B. lo catturò con l’asciugamano.
Poi le offrì un caffè, ne aveva un thermos pieno, ma lei indicò l’orologio del campanile e disse che era tardi.
Lui rispose: bene e si girò con l’asciugamano e il coniglio stretto al petto, ma lei disse: mi chiamo Christine. Lo berrò domani il caffè perchè sarò in anticipo, come stamattina.
Mentre aggiungeva l’acqua nelle ciotole, Ian B. decise che avrebbe rinviato il suo progetto, in fondo anche il martedì era un giorno qualunque.


postato da alice121 ~ 24/01/2006 11:08 ~ commenti (15)
~ storie




lunedì, gennaio 23, 2006
 
Giro d’Italia
L’istituto italiano di cultura per i Paesi Bassi organizza un ciclo di conferenze con scrittori italiani il cui legame con la terra d’origine sia particolarmente forte. I loro libri non devono essere tradotti all’estero.
Sabato c’è stata Antonella Cilento, autrice napoletana, e a marzo verrà Alessandro Piperno.
Mi sarebbe piaciuto che a rappresentare Roma fosse Ammaniti, ma lui lo conoscono già. E allora al posto di Piperno io avrei invitato
Errico Buonanno.
Ho avuto un’anticipazione sugli ospiti che seguiranno, che non rivelo perché non è ufficiale. Dico solo che sono autori assai presenti in rete e proprio per questo eccessivo bombardamento di informazioni sul loro libro (per uno) o su loro stessi (per l’altro), io non li avrei invitati. E’ difficile trovare scrittori viventi legati al proprio territorio e che non siano famosi. Se dipendesse da me, tralascerei il requisito della territorialità e inviterei ad Amsterdam: Giancarlo De Cataldo e Gianrico Carofiglio senza esitazione e poi: Massimo Carlotto,  Paola Mastrocola e Simona Vinci, Paolo Nori e Diego De Silva, Francesco Piccolo e Gianluca Morozzi.
E poi chi altro?


postato da alice121 ~ 23/01/2006 10:09 ~ commenti (11)
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venerdì, gennaio 20, 2006
 
Il condominio degli anonimi
A rifletterci bene, disse lo studente che abitava nel seminterrato, lei potrebbe essere un maniaco.
Prego? Chiese il signor Bianchi, allentandosi la cintura dell’impermeabile.
Era una giornata fredda e secca, ma il signor Bianchi, che non sopportava la pesantezza dei cappotti, indossava solo impermeabili con una fodera di panno leggera.  
Lei sembra così anonimo e innocuo che potrebbe anche essere un mostro. Spiegò il ragazzo grattandosi il ciuffo di peli che gli nascondeva il mento.
La conversazione avveniva davanti alle cassette della posta, dove il signor Bianchi s’era fermato a leggere un telegramma che era arrivato qualche ora prima. Lo studente era entrato insieme a lui, aveva atteso qualche istante che il signor Bianchi si spostasse, - aspettava il vaglia dai genitori -, infine aveva pronunciato quella frase. Era la prima volta che i due si parlavano.
Il signor Bianchi ripose il telegramma nella tasca dell’impermeabile e si passò la mano sulla fronte. Era un uomo grasso che sudava anche per un un gesto o un paio di parole, ma in quel momento la sua fronte era asciutta.
Anche lei è anonimo, rispose il Signor Bianchi. Anzi per essere più preciso, lei con i suoi  occhialini rotondi, con la sua barbetta esile e incolta, con i suoi abiti sgualciti e macchiati sembra proprio uno studente modello. Dove la parola modello non rappresenta certo un esempio da seguire.
Adesso la fronte del signor Bianchi brillava sotto la luce al neon.
Inoltre non temo di sbagliare se affermo che lei si trova in uno stato di alterazione.
Lo studente, che aveva effettivamente bevuto un paio di birre, rispose: sono solo avvilito per una prova scritta andata male.
E anche lei potrebbe essere un potenziale assassino, continuò l’uomo. Ha assunto droghe o alcolici, è rabbioso per l’ennesimo esame fallito e anche irritato perché qualcuno le sta dicendo che ha un’immagine e un contenuto banale.
Lo studente alzò le spalle e salì la rampa di scale.
Non ho la faccia di un maniaco, però.
I maniaci sudano mentre commettono i delitti, io invece sudo quando parlo.
Ma lo studente, superato l’ascensore, aveva già cominciato a scendere le scale che conducevano al suo appartamento.
Il signor Bianchi si ripassò la mano sulla fronte, si asciugò le dita sull’impermeabile, tirò fuori il telegramma.
Volo Klm per Amsterdam alle 12. Seguirà comunicato.


postato da alice121 ~ 20/01/2006 12:17 ~ commenti (8)
~ storie




giovedì, gennaio 19, 2006
 
Una pillola da assumere a scopo preventivo
Non te ne accorgi quando il pettegolezzo s’impadronisce di te. Può attraversarti in modo leggero durante un crepuscolo estivo e mentre se ne va gli riconosci la coda, oppure diventare il filo dei tuoi pensieri, il punto fisso delle conversazioni e allora non c’è più niente da fare. E’ come quando accendi la tv ogni sera e ti bevi i reality, i telegiornali e gli sceneggiati. Quello che all’inizio ti disgusta, si trasforma in un’abitudine e ne attendi il seguito. Il seguito non ti porta niente e da nessuna parte, ma non te ne importa più. Lo sapeva bene la signora di Lipari che conobbi quest'estate, quando mi confessò una notte in ospedale: guardo tutti gli sceneggiati, tutti i giorni. Lo so che sono stupidi, ma sono diventati parte della mia vita e mi sentirei sola senza di loro.
Lo stesso accade per il pettegolezzo. Lo sai che è improduttivo, e all’inizio ne tracci i contorni distintamente, ma se non lo spegni subito, non lo riconosci più e lui ti assorbe come le trasmissioni della De Filippi.
Si sviluppa nella rete, nella città o in provincia (e la provincia non ha confini). Attecchisce ovunque come la gramigna. Ma in provincia cresce meglio: l’aria è più pulita, la gente più educata, il traffico assente, le distanze più brevi e lui germoglia e allunga le radici.
C’è una pillola che puoi prendere per cercare di restarne immune o quanto meno di contenerlo. I suoi componenti sono: guardarsi intorno, leggere, scrivere. Cercare un pensiero. E non avere paura di stare soli, eventualmente.


postato da alice121 ~ 19/01/2006 09:48 ~ commenti (7)
~ pensierini




mercoledì, gennaio 18, 2006
 
Chissà chi sarà il prossimo
Ieri ci hanno tappezzato le finestre che affacciano sull’incrocio con Te huur che vuol dire affittasi. Adesso dalla strada non si vedono più il quadro del coniglio, le piante e la libreria. E da dentro è come avere le tende sempre tirate. Alle 10 l’agente ha portato la prima coppia con bambina e passeggino. La testa di lui sfiorava il soffitto, ma i soffitti non sono alti, e lei vicino a lui sembrava bassa e invece sarà stata alta almeno uno e settantacinque, la loro bambina era minuscola invece e con i piedi nudi. Quando sono entrati nella stanza da letto mi sono innervosita un po’. Nel soggiorno si sono fermati davanti al quadro del coniglio e lei ha detto: Bello! E lui ha aggiunto: se pensi di venderlo lo compriamo noi. Ho risposto che non lo vendo primo perché mi piace e secondo perché l’ha dipinto un amico. Lo stesso autore di quello, e ho indicato il quadro della ragazza con l’asino. Allora si sono spostati  lì davanti, hanno emesso un paio di oh e poi mi hanno chiesto come si chiama il pittore e perché dipinge animali. A quel punto l’agente ci ha interrotto e  ha detto che aveva un altro appuntamento. Lei, l’agente intendo, gli parlava in olandese, ma loro rispondevano in inglese.  Comunque hanno detto che ci penseranno, ma non tanto perché la casa è troppo grande e l’affitto troppo elevato. La makelaar sembrava sempre più irritata e a me scappava da ridere. 


postato da alice121 ~ 18/01/2006 12:38 ~ commenti (10)
~ roba d olanda




martedì, gennaio 17, 2006
 
Oggi mi vanto un po'
Quando a fine settembre partii per Milano per la presentazione, Fran e Lo andarono a dormire da amici. Alle madri degli amici regalai una copia del libro e pensai: oltre al danno (di beccarsi i due per un paio di giorni) anche la beffa (i racconti da leggere). In realtà furono gentili e tutte e due si offrirono di ospitarli entrambi. Quando tornai mi chiesero della presentazione, ma non fecero commenti sul libro: bello, brutto, non l’ho letto. Nessun commento neanche nei mesi successivi.
Prima di Natale incontro una delle due.
Ehi ciao! Mi dice.
Ciao!
Come stai, che fai.
Ti sembra che mi sto dimenticando l’italiano? Mi chiede 
Non mi pare, rispondo.
Forse potremo organizzare di vederci da me o da te, io  correggo la tua  pronuncia inglese e tu la mia italiana: che te ne pare?
Penso allo sguardo ironico dei figli e rispondo con entusiasmo: volentieri! 
Proprio per quest’entusiasmo, aggiungo: vuoi che cerco un libro che tu possa leggere?
Alla parola libro mi accorgo del passaggio di un’ombra nei suoi occhi. Un’ombra di qualcosa che deve aver pensato e che gliela ha ricordata.
Il tuo libro... Dice lentamente.
Non so se parla lentamente perché il concetto che vuole esprimere è complicato oppure c'è qualche altro motivo.
Dimmelo in inglese, dico.
Il tuo libro non l’ho ancora letto. Voglio comprare quello definitivo.
Quello definitivo?
Sì, quello con le figure.
Spiegati in inglese, dico.
Scuote la testa.
Quello con i colori.
Segue mia espressione che sottintende: guarda che non sto proprio capendo un accidenti.
Allora in inglese dice: non mi va di leggere una prova di stampa. Aspetto le pagine lucide, la copertina con i disegni.
Non mi ricordo quello che ho risposto.
Qualcosa che potrebbe essere sintetizzato così: arghhhh!
L’altra, invece, l’incontro spesso. Mi saluta, la saluto, chiacchieriamo, di Vedrai Vedrai non mi dice mai nulla. Io sono tentata di condurla verso l’argomento, ma dopo la faccenda della copertina colorata, delle pagine patinate, non ci penso più.
E ieri...
Ieri era buio, avevo appena lasciato la macchina al parcheggio della scuola, mi tiro su il cappuccio, la lampo del giaccone, infilo le mani in tasca, m’incammino verso l’ingresso, supero un gruppo di studenti in piedi vicino a una panchina e a un lampione, penso: che stupida a non essermi portata i guanti e una voce dal gruppo mi chiama: Alessandra!
Voce femminile e italiana. Siccome sono perplessa, non mi fermo subito e la voce mi chiama ancora. Allora penso che di solito qui non ci si chiama per nome. Cioè si dice: ciao come stai, ma i nomi non si dicono mai. Perché non ci si chiama mai da lontano. Ora potrei partire da questa osservazione e arrivare chissà dove, ma: fa freddo e qualcuno mi chiama.
Si stacca dal gruppo una ragazza magra, con i capelli lunghi, alta più di me, ah, ecco la riconosco: è la figlia maggiore di una delle due a cui ho regalato il libro, non quella della copertina con i colori, l’altra.
Brava! Mi è piaciuto molto, dice.
Ora, sarebbe più facile per me se lei avesse parlato in inglese, anche se la frase pronunciata è semplice, mi sentirei meno stupida a dire: scusa, ma non ho capito. Ci sarebbe sempre il dubbio che non ho capito in quanto inglese. Quindi per qualche secondo non dico nulla. Poi sorrido e le butto lì: sono andate bene le vacanze?
Mi risponde: sì, si, ma ecco, speravo proprio d’incontrarti perché ho aperto il tuo libro e non l’ho chiuso fino a quando non l’ho finito! Sembrano storie proprio vere.
Una risposta scontata e gentile avrebbe potuto essere: grazie e magari aggiungere qualche dettaglio, oppure chiederle quale ti è piaciuto di più dei racconti, ho domandato invece: e i colori, non mancavano i colori?
Eh? Quali colori? ha detto lei.
Be’ ero sorpresa, ma molto, molto contenta della nota d' entusiasmo quando mi parlava. Da una di 17 anni vale doppio per me. 
 






lunedì, gennaio 16, 2006
 

E con questo ritmo non finirò mai… 
Tre scatoloni di cd e per fortuna  poi venne l’ipod che li ha calmati un po’. 
Uno di foto, ma altre ne devono ancora affiorare e con l’avvento della digitale, l’archiviazione in un file, io che dico ora le stampo, oh guarda se ne stampi 300 tutte insieme paghi di meno, oh guarda se gliene porti 1000, risparmi ancora di più e se  ne stanno lì poco ingombranti. 
Libri per l’infanzia da 1 a 12 , scatoloni: 6. Ma quello da 1 a 5 anni lo faccio sparire in cantina. Potrei aprire una biblioteca per ragazzi, volendo. 
Fumetti di Fran e di Emme già pronti per la partenza: 4. Ma molti devono emergere dall’abisso. 
Ritrovamenti: la mia Montblanc, ma non ho avuto ancora il coraggio di metterci l’inchiostro e 50 euro che avevo messo da parte per le emergenze. 
Agende e quaderni vari…Ecco, ero quasi decisa. Non ci sarebbe stato un trasloco per loro. Avrei acceso un fuoco sulla terrazza recentemente acquisita e sarebbero andati in fumo nel cielo d’Olanda. Ma nell’agenda del 1975 ho visto incollata su una pagina, a fianco alla lista dei libri da comprare, la bandiera dell’Europa. E mi sono ricordata l’attimo di quando avevo attaccato l’adesivo – fino al raggiungimento della maggiore età ero un po’ fissata con questi momenti che mi dovevo assolutamente ricordare – e insomma il pensiero era: ah ma come sarà questa europa, ah se potessi vederla nel futuro. Ho preso il quaderno corrispondente allo stesso anno, l’ho aperto alla data del 2 gennaio, e tra le altre cose, c’era scritto: oggi ho preparato il pranzo per tutti, ho pulito la cucina e il bagno. O guarda qui che c’è scritto, ho detto a Fran, leggi un po’ quello che facevo alla tua età! Ma non ha voluto leggere, allora ho letto io fino a quando Lo mi ha interrotto: ma basta! Comunque ne ho eliminato una parte di quaderni con certi raccontini noiosi che avevo scritto anni fa, ma senza romantici falò: li ho messi nella busta della carta e via. Il romanzetto che ho scritto a 13 anni, invece, si è salvato.
Poi dovrei procedere con i libri. Un uomo del Van, la ditta dei traslochi, quando venne qui a ottobre per prendere il pianoforte, mi ricordava proprio per gli scatoloni dei libri. Ma sono passati cinque anni, cinque anni di acquisti, di casomai rimanessi senza, meglio che ne compri di più e inoltre ho portato su anche quelli di mia madre, insomma anche qui potrei aprire una biblioteca discreta, e l’ho pure detto in giro: se vi serve qualcosa prendete pure, sono apparse espressioni perplesse, e due libri hanno preso il volo, uno era La neve sporca di Simenon, poi quello che l’aveva preso è tornato in Italia e con lui anche il romanzo. L’altro era Seta di Baricco, quella che l’ha preso sta ancora qui, voleva solo libri di Baricco, ma scegli qualcosa di più comprensibile le ho detto, qualcuno che usi parole più semplici, no, no, io voglio Baricco, e sta ancora sul comodino. P. mi ha promesso che mi aiuta con le parole che non capisco, mi ha risposto. E ho pensato che deve essere proprio una noia infinita leggersi Seta bloccandosi a ogni pagina con qualcuno vicino che ti fa da traduttore. 
E tergiverso sull’imballaggio. Per pigrizia, certo,  e anche perché devo decidere in quale modo dividerli. La divisione di adesso è: libri da leggere, libri letti negli ultimi cinque anni, libri letti prima che arrivassi qui. Questi ultimi sono suddivisi secondo un ordine alfabetico e per nazionalità e stanno nella libreria, davanti ci sono quelli letti negli ultimi cinque anni e in posti vari quelli da leggere. Ma adesso avrò due librerie in due diversi piani della casa e non so ancora come organizzarli.
Infine ci sono i doppioni. Che ci faccio con loro? Regalali sembra la risposta ovvia. Ma non è così semplice. La donna che fuggì a cavallo di Lawrence, per esempio. A chi lo potrei regalare? Delle persone che stanno qui, intendo. Per quelle che stanno giù lo saprei, ma poi mi scordo di portarlo, lo so. Comincio a leggere le prime righe:
Aveva pensato, chissà come, che quel matrimonio sarebbe stato un’avventura. Non che l’uomo la ammaliasse. Piccolo, secco, storto, vent’anni più vecchio di lei, gli occhi castani e i capelli già grigi, era venuto in America ragazzetto, anni addietro, dall’Olanda, uno scricciolo sperduto….



postato da alice121 ~ 16/01/2006 11:29 ~ commenti (4)
~ pensierini




venerdì, gennaio 13, 2006
 

E del grigio me ne infischio 
L’Aja era la città delle mele verdi che si sparpagliavano sul marciapiede. Due chili di mele, una decina e anche più, e insomma avrei potuto riderci su mentre rotolavano e invece ero serissima, mi sembrava che quel fatto fosse terribile, e c’erano delle signore inglesi, madri dei compagni di classe di Lo, che organizzavano incontri al bar del tennis, io partecipavo a tutte le riunioni all’inizio, ed era incredibile, eravamo lì sedute intorno al tavolo ed era come se non ci fossi.
E poi c’era Scheveningen. Lì mi pareva che i grattacieli mi venissero addosso, la gocce di pioggia fossero animaletti invadenti che se ne infischiavano di cappucci e giubbotti impermeabili e l’odore delle patatine fritte era ovunque, anche sulla spiaggia.
Il colore di queste città era il grigio-bianco abbagliante, il colore del panico o della nausea.
Ero costretta ad andare a Scheveningen perché le signore british organizzavano lì le feste dei compleanni dei figli. Così, erroneamente, legavo le due città alle gocce di pioggia gelida, al sapore del caffè disgustoso, alla puzza di fritto, alla pendenza dei palazzi. Poi qualcosa è cambiato. E’ stato un cambiamento impercettibile. Ho conosciuto altre persone e le inglesi che parlavano a duecentoventi all'ora non le ho viste più.
La spiaggia di Scheveningen è surreale e immensa. E c’è un bel silenzio, quando non è battuta dal vento. E all’Aja non c’è nulla di spettacolare, però c’è un piccolo appartamento a cui si accede passando per un negozio che restaura mobili e in cui tra un po’ andrò a bere un espresso e a sentire come è il Perù. Certo il cielo è grigio, e quindi l’idea che m’ero fatta all’inizio che entrambe le città fossero sotto una maledizione, è confermata. Ma il cielo non lo guardo più.
 



postato da alice121 ~ 13/01/2006 09:33 ~ commenti (6)
~ roba d olanda




giovedì, gennaio 12, 2006
 

Di un trasloco che spero imminente 
La parola guida del 2006 sarà: ordine!
Per lo meno nel proposito.
Non scriverò più numeri telefonici e  appuntamenti dove capita. E preparerò almeno due scatoloni al giorno. Su ognuno apporrò un’etichetta in cui specificherò il contenuto, il piano in cui deve essere collocato e la lettera che indica la stanza.
Agli omoni del Van darò una piantina della casa dove sarà specificato dove si trova la stanza A, D, eccetera. Be’ non è mica un castello, basterà attaccare su ogni porta: room A, room D e loro capiranno.
Ho illustrato il mio progetto alle donne (italiane) precise e perfette che incontro.
Ne conosco di più qui che giù. Anzi giù non ne conosco affatto.
Forse quando si sale su si diventa precise e ordinate? Oppure si sale su quando si è precise e ordinate?
Tutte, comunque,  hanno avuto una reazione simile: mi hanno guardato come si guarda un oggetto di cui non si capisce l’uso  e una medesima risposta: non t’invidio affatto. Mi sono sentita un po’ sciocca. Come se ci fosse qualcosa che non andava, e loro lo sapessero, ma tacessero per non spegnermi l’entusiasmo. Per uscir fuori da questa incertezza, allora sono passata a un’altra constatazione.
La mia fortuna è che non ho soprammobili e ninnoli e che anche per le stoviglie possiedo solo l’essenziale. Quello che si usa correntemente, intendo.
Altro sguardo fisso e silenzioso.
Non ho neanche la formaggiera! Ho aggiunto. 
Non mi piace che il parmigiano sia in una busta. E non mi piace che lo prendiate a manciate, diceva Emme ai ragazzi ieri sera.
Perché non ne compri una? mi chiedeva 
Sì, certo. Rispondevo.
Perché contraddirlo? Ma non la comprerò. Intanto perché qui la formaggiera non esiste e poi perché la scorta del grattato da 1,5 Kg sparirà, con questo ritmo,  in sette cene.
Ieri, nell’apporre l’etichetta n.10 allo scatolone n.9? , ho intuito la ragione di quello sguardo senza parole delle donne precise e ordinate che vivono qui.
In quindici giorni avrò almeno 30 scatoloni. E se ci sarà un ritardo del trasloco? Cammineremo tra torri pericolanti. E quel vanto di non possedere soprammobili e stoviglie era fuori luogo. Perché abbiamo uno scatolone di cartine, guide turistiche e depliant vari, per esempio. Uno di bottiglie di aceto balsamico (piene) comprate da me e da Emme separatamente. Perché ci siamo fissati con il balsamico? Ah, non lo so.
Allora ieri notte sono andata a controllare l’andamento dei lavori della nuova casa. E ho scoperto che gli operai  non sono tornati dalla Croazia. E ho notato che anche loro hanno una specie di fissazione per l’aceto. E per una salsetta che assomiglia un po’ alla mostarda, ma che mostarda non è,  che si portano dal loro paese. Ognuno ha il suo barattolino.
E le agenti immobiliari ci faranno restare ancora, se la casa non sarà pronta per la fine del mese?
Un po’ avvilita ho spento la luce del soggiorno e l’ho vista. La veranda. Illuminata dalla luna. 



postato da alice121 ~ 12/01/2006 11:56 ~ commenti (7)
~ pensierini




martedì, gennaio 10, 2006
 

Ancora un mese e poi via
Il proprietario della casa dove abito ora possiede anche un paio di negozi nella strada, un garage e l’ufficio delle agenti immobiliari. Però è vecchio e rimbambito e sono loro, le agenti, che curano i suoi interessi e decidono le riparazioni. Per esempio, la moquette non viene cambiata da almeno otto anni. In cucina e sulle scale l’impianto d’illuminazione è saltato sei mesi fa. E nel soggiorno sono tre anni che se piove per più di dodici ore, cade acqua dal soffitto. Loro, le agenti immobiliari, ad ogni chiamata, arrivano con un esperto, controllano il danno, entrano nelle camere per verificare lo stato dell’appartamento, non occorre che ci segui mi dicono, ma io invece agisco all’olandese: non rispondo e non le mollo, poi dicono: bene, lo ripareremo,  però vogliamo cinquanta euro in più al mese oppure cento, noi diciamo: no,  e finisce lì.
Prima di partire l’inferriata della veranda è crollata, insieme a un pezzo di muro e alla grondaia. Ho alzato la cornetta del telefono. Ho spiegato quello che era successo. Hanno mandato l’ultima assunta. Una che parla bene l’inglese, ma che non capisce un accidente al momento. Davanti all’inferriata crollata, ai vasi in frantumi, ai pezzi di muro, mi ha chiesto: qual è il problema? Non capisco…
Ho cominciato un dialogo con me stessa, in cui mi dicevo: conta fino a sessanta e mi domandavo:in inglese o in italiano? Poi l’ho guardata, valutata, non lo fare, non lo fare mi sono suggerita, invece l’ho fatto, ho annotato da qualche parte il suo mento aguzzo, gli occhi trasparenti, il naso corto a punta, il gel con cui s’era impastata i capelli, il cravattino che aveva una macchia bianca proprio al centro, gli stivaletti spellati, i pantaloni troppo corti, il sederone che esplodeva sotto la giacca da uomo.
Se non la riparate può entrare chiunque: anche un bambino.
Ha detto sì, che avrebbero provveduto. Tanto le chiavi dell’appartamento le avevano.
Mi sono immaginata quando, finalmente libere dalla mia presenza, sarebbero entrate nelle stanze che sono tutte, tranne una, senza chiavi, però dovevo partire.
L’inferriata è rimasta lì sul tetto piatto. Qualcuno ha tolto i mattoni del muro sgretolato. E il bambino non è entrato.
Intanto le agenti immobiliari tacciono. Eppure dovrebbero aver notato che non hanno ricevuto l’affitto di gennaio. Si saranno distratte col nodo dei cravattini e coll’arrotarsi le punte degli stivaletti, chissà. 
Considerandola con ottimismo questa assenza dell’inferriata, mi vede padrona di una terrazza di circa duecento metri, in cui potrei sistemare qualche pianta, andarmi ad impicciare  meglio degli studenti che fumano e bevono sull’altro tetto piatto. Metterci un dondolo, un ombrellone: tanto non viene nemmeno un bambino.
Oppure trasformarla in una pista da pattinaggio. Esercitarmi al ritmo del rap che pare piaccia tanto ai vicini. 



postato da alice121 ~ 10/01/2006 12:48 ~ commenti (6)
~ roba d olanda




lunedì, gennaio 09, 2006
 

Ritorni, auguri, messaggi.  

La Virgin ha deciso di mollare Amsterdam lasciando Alitalia e KLM a spartirsi la torta. Il risultato è che le tariffe sono più alte, e chi l’ha presa mai la KLM? e che sull’aereo di ieri, KLM appunto, stavolta sono stata costretta, sono saliti metà italiani e metà olandesi, gli olandesi non li avevo mai visti, quelli che conosco io si tengono lontani da Roma a Natale, la metà italiana invece era tutta un ciao, chi si rivede, anche tu qui, e per forza. Addirittura c’era una che aveva pronto nella borsa il libro con dedica di sua zia, una zia che ho conosciuto insieme alle mie amiche del post qui sotto a un corso di scrittura estivo, corso tenuto da Francesco Piccolo insieme alla scuola Omero su una collina in toscana, dove si mangiava e si beveva alla grande, poi certo si scriveva, si guardavano le stelle, c’era il proprietario dell’agriturismo che era un esperto d’astronomia, poi diventava romantico e tentava di fare il poeta, ed era ridicolo e mi faceva tenerezza, perché a me quelli che sembrano ridicoli mi commuovono, però quando ci spiegava le stelle, mi piaceva starlo a sentire. Comunque questa zia ha scritto un racconto di questo libro, un libro che parla di corride, e mi ha fatto una bella dedica.  

Io, invece, sono stata accusata di scrivere dediche alla Totti, intendendo, credo,  che sono anonime. Però se una persona è la prima volta che la vedi, che le scrivi?  

Comunque le vacanze sono finite, ieri tra le confezioni di caffè, le scatolette di tonno e i libri che mi ero comprata, ho scelto loro, i libri, per il caffè mi faccio trenta chilometri e lo trovo, e alla pasta con il tonno posso anche rinunciare. Queste tre settimane, infatti, mi hanno visto impegnata in un tour delle librerie, dove ho comprato i libri appunto, dove ho parlato e, come potete notare, Roma, adesso, è la città d’Italia che ha più punti d’acquisto per l’Untitled. 

Un grazie ad Alessandra Lizzini di Rinascita e al responsabile della Odradek che hanno ascoltato pazienti le mie chiacchiere. Un grande in bocca al lupo a lei e ora mando un messaggio a un olandese che sta in Perù, con la speranza che mi faccia avere notizie della mia macchina, che la dovrebbe avere un croato di cui non ho il numero, lui invece sì. Ah, questi ambienti internazionali!  



postato da alice121 ~ 09/01/2006 10:45 ~ commenti (7)
~ pensierini




giovedì, gennaio 05, 2006
 

Per l'estate, per un cappuccino freddo.
Le mie due amiche sono allegre, con pochi euro nel borsellino, o per lo meno con poche monete da destinare al più, i soldi per mangiare li hanno, ogni tanto si comprano qualche vestitino, ma solo in certi posti economici che conoscono loro, una soprattutto ha sempre addosso cose particolari. Era la cantante di un gruppo rock femminile, è stato scioccante la prima volta che l’ho vista esibirsi: era un’altra persona sul palco. Poi se ne andò via la bassista e allora presero un uomo, ma lo tennero poco perché suonava male ed era timido e se suoni non puoi essere timido a meno che non sei un virtuoso delle quattro corde del basso, e lui era timido anche con la musica, comunque poi il gruppo si è sciolto.
Le mie amiche un tempo erano ricche, ricche magari è esagerato, diciamo che guadagnavano bene.
Scrivevano romanzi rosa.
Narravano le avventure d'amore dei Bill con le Jenny e dovevano firmarsi con Pamela o Sue. Laura e Giovanna non erano nomi che si addicevano alle loro storie. Poi il genere rosa è deceduto, hanno tentato con l’erotico, hanno scritto un romanzo a due mani, sono andate da un editore, lui è stato gentilissimo, le ha ricevute nella sua stanza bianca e blu, che pareva la cabina di un capitano di una nave, ha offerto loro un bicchiere di bianco ghiacciato, li aveva letti tutti i capitoli della loro storia, be’ si vedeva che sapevano scrivere, il suo era un settore in crescita e le scrittrici della sua collana voleva incontrarle di persona, per questo le aveva fatte andare da lui, però ecco…
Però?
Ragazze siete troppo…
Troppo? Poco erotiche forse?
Sì. Siete romantiche! Troppo! Le scene di sesso sono insignificanti. I miei lettori, lo sapete, sì, che un numero sempre maggiore di uomini acquista romanzi di letteratura erotica, vogliono roba più forte!
Possiamo riscriverle.
Lui ha scosso la testa e ha risposto: Ormai è troppo tardi. Le frasi vi escono rosa, non c’è nulla da fare. Cambiate genere.
E così hanno fatto.
Una è diventata traduttrice, attività con cui non si diventa certo ricchi, e l’altra si è arrangiata con quello che le capitava o andava a pescare, ma dove? Ah non lo so proprio. I lavori più stravaganti di Roma li ha fatti lei, ne potrei descrivere due o tre, ma non lo faccio, perché se mi leggesse poi magari mi direbbe: ehi si capisce che sono io, comunque i suoi lavori devono tassativamente iniziare dopo le undici di mattina perché lei ha il risveglio lento.
Ora sta scrivendo un libro, che tipo di libro non lo spiego, poi magari mi dice: hai messo troppi dettaglii, però siccome fa delle foto bellissime, dico che questo libro c’entra con le foto oltre che con le parole.
E insomma ci diamo un appuntamento al centro, di solito scovano dei posti molto carini dove con pochissimi euro mangi tanto o bene. Una delle due mi dice: prendiamo un aperitivo, un aperitivo abbondante che sostituisce la cena, in questo bar che sta in questa libreria, perché così mi copio un paio di poesie di Shelley che non riesco a trovare, mi servono per il libro.
Il cameriere del bar, che le conosce, dice: fate come se foste a casa vostra, io penso che dice così tanto per dire, invece, questo lo capisco dopo, lo dice convinto con una punta d'ironia, forse, una punta leggera leggera, perché tutte quelle tartine, tramezzini, pizzettine, vengono messi su un piatto per sei volte, a turno, da ognuna di noi.
Loro bevono vino rosso in quei bicchieroni di degustazione solo che il cameriere che le conosce glieli fa belli pieni, con me invece, storce il naso, piega la bocca, scuote la testa perché non si può ordinare un cappuccino alle sette e mezzo di sera.
Ma lei vive in Olanda! Dicono le mie amiche in coro.
Ma cosa c’entra, ora sta qui a roma, sei di roma, no?
Il secondo giro degli antipasti, ma è un gioco o una cena? Il secondo giro è più difficile, un po’ imbarazzante, però il cameriere è distratto o si finge distratto, va al bagno, si mette a sfogliare le riviste esposte al fianco del bancone, torna al bagno, un’altra volta? Noi ridiamo, di cosa, di che? Non me lo ricordo più, ridiamo insensatamente credo, per loro potrebbe essere quel superbicchiere di vino, ma per me? Sarà il cacao del cappuccino, forse, oppure sarà che in quelle due ore transitano le persone più curiose e buffe di roma nel bar.
Sciogliamo la riunione. Un cappuccino e due bicchieri di vino, dico.
Ma davvero, dice lui, ma lo sai che non lo ricordavo? Tornate, tornate presto.
Lo guardo perplessa, loro, le mie amiche, ridono o sorridono.
Tornate, davvero, dice il cameriere.
 Ah io non torno, cioè per un sacco di tempo sarò via, parto domenica.
Allora torni per un cappuccino freddo. Stavolta non commento, giuro, dice il cameriere. E si posa una mano sul cuore.






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