ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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mercoledì, novembre 30, 2005
 

 Sono cose che succedono 
Alle 7.45 siamo in macchina Fran, Lo e Io.
Ma guido nella direzione opposta alla fermata del bus della scuola. Vado verso la strada che porta al P.S. A Fran è rimasto schiacciato un dito nella porta. Esce sangue e non si vede bene, l’unghia c’è, ma è un’unghia mangiata e quindi corta.
Gli ho dato un asciugamano, lui ha preso invece un mucchio di scottex, perché il sangue macchia, ha detto. Il P.S. è al secondo piano e al citofono non rispondono. Uno che scarica casse di frutta, mi aiuta. Spinge il bottone con forza e io penso che rompe il citofono e invece no, la porta si apre. L’ascensore è occupato. Fran dice che sta per svenire. Io dico: respira profondo. Saliamo a piedi. All’accettazione l’infermiere dà un’occhiata al dito, dito medio destro, e: 1) ci fa  entrare 2) non ci chiede il numero dell’assicurazione. E allora in base a queste due cose, io so che è successo qualcosa di grave. 
Lo fanno distendere sul lettino, gli domandano come è accaduto, gli chiedono perché dopo cinque anni di Olanda non parla l’olandese, gli sparano due siringhe: una di anestesia e una di antibiotico. E se stavo a Roma, non avrei fatto caso alle due punture, ma siamo qui, e qui al dolore si resiste, il dolore bisogna sopportarlo e l’antibiotico, l’antibiotico va preso solo in caso estremo. Estremo appunto. Poi c’è la lastra. Poi il dottore dice che va a parlare con un suo collega e che nei prossimi minuti decideranno cosa fare. Il dito non sanguina più. E così lo posso vedere. Ne manca un pezzo. Un pezzo di falange. Quando torna il dottore è in compagnia del collega, quello che si occuperà della rifilatura. Fran è coraggiosissimo. E in quei secondi lunghissimi, lui è girato verso di me, respira profondo, gli dico, non sentirai niente, lui si dispera, ma si dispera a bassa voce e mica perché lo stanno per tagliare, no, mi chiede: pensi che potrò andare alla prova generale del musical stasera? E io rispondo che non lo so, e lui mi dice e venerdì? E venerdì come farò? Mi metto un paio di guanti, che ne dici? Sì i guanti, e poi tutto finisce, il tagliatore svanisce, e io vorrei sapere quanto gliene ha tagliato, ma uno non lo sa, un altro mi dice un pezzetto. Ti sei comportato benissimo, gli dico in macchina, ci siamo comportati benissimo. Senza lamenti, senza lacrime. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, senza perdere la calma. Poi posso telefonare a Emme, che è in qualche punto dell’Europa. E dopo chiamo il mio dottore di Roma. C’è che quando sono tornata a casa ho trovato il pezzetto di dito. E gli dico che non me ne ero accorta che si era staccato. Che pensavo che si fosse tolta la pelle. Lui mi dice  che non glielo avrebbero mica ricucito. E’ un pezzo troppo piccolo. E che sono cose che succedono. E che quando si tratta di urgenze, gli olandesi sono bravi. Mi dà delle spiegazioni tecniche e mi consola, mi consola. Ci siamo comportati alla grande dice Fran. La ripetiamo ancora un paio di volte questa frase. E poi mi chiede un gioco del gamecube e allora penso che siamo tornati alla normalità. 







martedì, novembre 29, 2005
 

Happy slappers anche in Olanda 
Ha 15 anni e viene filmato dalla videocamera della stazione di Amsterdam mentre molla ceffoni.
Il video viene trasmesso in tv, sua madre lo riconosce e lo denuncia alla polizia. Vengono fermati altri minorenni e confessano di aver mollato molte più sberle di quante gliene sono imputate. La polizia chiede a quelli che le hanno prese di farsi avanti e qualcuno degli schiaffeggiati si fa vivo.
Una versione tecnologica di Amici Miei insomma, perché quello che le prende viene ripreso con una telefonino e poi trasmesso in rete perché si possa ridere della sua espressione mentre viene colpito. Tutto è cominciato in Inghilterra, - eh la violenza dei ragazzini inglesi, i miei figli la conoscono assai bene -, e si è diffuso in Germania, in Irlanda e in Svezia. 
Quindi, se frequentate la metro, occhio ai gruppi di adolescenti, che lo schiaffone viaggia veloce via web. 
Fonte: The Times Hague Amsterdam    



postato da alice121 ~ 29/11/2005 11:42 ~ commenti (7)
~ segnalazioni




lunedì, novembre 28, 2005
 

Senso e Sound  
E dimmi: hai già cominciato a scrivere qualcosa? 
Ah sì, qualcosa, sì. 
E cosa? 
Be’ intanto ho scritto la dedica. 
A chi? 
Non posso dirlo. 
Ok. E poi? 
Poi ho scritto l’ultima pagina. 
E di che parla? 
Veramente vuoi sapere la fine? 
No, hai ragione. E’ tutto qui? 
No, ho scritto molte altre pagine, anche l’incipit in effetti. 
Ma allora hai finito! 
No, affatto. 
E perché? 
Perché il finale ha cambiato tutto. E quindi devo modificare quello che avevo scritto prima.  
Ma questo finale quanto è lungo? 
Una pagina word. 
E quante pagine hai scritto? 
Parecchie. Una quarantina, credo. 
Ma non fa senso, scusa! 
Non ha senso. Hai cominciato a tradurre dall'inglese anche tu! 
E' vero, accidenti! 
Io, invece, sto facendo molto, molto di peggio. Per tre volte ho chiesto un Expresso. Expresso, capisci? L’unica parola che viene pronunciata e scritta corretta, senza storpiature, io ho cominciato a metterci la x. 
Va be’, che t’importa. Dimmi ancora qualcosa della tua storia. Ha già un titolo? 
Sì. Un titolo provvisorio. In tre in una stanza. 
Non mi piace. Tre in una stanza, che te ne pare? Fa più senso, no? 
In che senso, scusa?
Nel senso di sounds better.



postato da alice121 ~ 28/11/2005 11:57 ~ commenti (8)
~ chiacchiere




venerdì, novembre 25, 2005
 

Aspettative e burrasche in corso. 
Qui c’è una tempesta.
Qui la scuola è chiusa (non per la tempesta).
Qui ci s’aspettano grandi cose nelle prossime ore.
Uno vuole essere accompagnato ad una festa a 25 chilometri da dove abitiamo in una strada non segnata sulla cartina. La festa comincia alle 18.00 e termina alle 22.00 circa.
I negozi alle 18.00 chiudono e... posso venire anche io alla festa?
Ma scherzi?
Scherzo? Sì scherzo, una festa del tempo delle mele non m’interessa. Ma come le passo 4 ore in un posto buio e tempestoso?  
L'altro vuole fare un giro in una strada commerciale di un paese qui vicino (il termine vicino già mi rincuora) per cercare un regalo per una sua compagna di scuola. Ha a disposizione 10 euro. Vuole comprarle un profumo o un cd. Gli ho spiegato che deve pensare a qualche altra cosa, che a quel prezzo non si trovano profumi e dischi. Mi ha risposto che non ci crede. Che se cerca bene forse trova.
Comincio a capire perché le suocere s’incattiviscono con le fidanzate dei figli.
C’è una tempesta, per esempio, e loro desiderano tornarsene nel letto o sdraiarsi su un divano a leggere L’anno della morte di Ricardo Reis e invece sono costrette a cercare profumi a costi stracciati o strade che non esistono sulla mappa. 







giovedì, novembre 24, 2005
 

E intanto gli Zwarte Pieten distribuiscono biscotti alla cannella
Alle 19 circa imbocco la corsia d’uscita dell’autostrada, manca ancora un lungo tratto e sono sui 100, 110 chilometri orari. Uno sguardo alla fabbrica che sputa fumo bianco. Perché aspetta che scende il buio per fumare?
Fran mi sta raccontando che da quel momento in poi non potrà mangiare più latticini. I residui si depositano sulle corde vocali, dice.
I residui?
Sì, si formano dei residui che potrebbero danneggiare la voce e dovrò portare una sciarpa, sempre.
E questo mi fa sorridere. Non me lo riesco proprio a immaginare lui che gira in maglietta e felpa di cotone con temperature negative, con una sciarpa di lana attorcigliata al collo. E poi penso che non vedo l’ora che arrivi il giorno del musical, che non ne posso più di queste prove di sabato e domenica, e degli altri cinque giorni che dovrebbe finire alle cinque e mezza e invece ritarda fino alle 6, 6,30. Ma avvisami no? Avvisami che ritardate.
Impossibile. Non si può. E mi hanno scelto per il corso di coro avanzato!
Ah che bella notizia. Però che significa? Ci saranno prove a orari assurdi?
Lui sta per rispondere e già lo so che dirà: ma no stai tranquilla, e invece già lo so che mi toccherà aspettarlo e  però fino a gennaio, fino a gennaio! Perché finalmente ci trasferiremo vicino alla scuola e lui tornerà in bicicletta e …
E poi succede che qualcuno mi supera da destra sulla corsia d’emergenza, e io sto lì che guido rilassata, oh sono su un’autostrada olandese!, mi supera da destra e rientra, e mi verrebbe addosso se non frenassi di colpo, accidenti è impossibile non ci credo, deve esserci stato un sortilegio, colpa di quel fumo bianco che annulla la notte, e io sono stata trasportata in un altro Paese.
E invece no: ci sono sempre le case
con i tetti di tegole, i prati che sono neri, c’è l’uscita dell’autostrada e io mi sono presa una gran paura. E gli lampeggio alla macchina che mi sta davanti, una due tre volte. E il semaforo è rosso. E la macchina è un catorcio, un modello vecchissimo e questo è un altro fatto insolito, perché qui hanno tutti i macchinoni super lusso oppure la bicicletta. Non esiste la macchina dei poveri.  E succede che il tipo che è alla guida, un individuo che mai avrei pensato che esistesse, scende e viene verso di noi.
Un gigante impazzito e urlante ci sta per raggiungere.
E non ci sono vie di fuga.
In quei secondi, c’ è un tratto di venti metri che ci separa, credo, Fran mi ricorda che le chiusure sono rotte, e che fa chiama il 112 o aspetta?
Aspetta? accidenti!
E m’informa che ha memorizzato la targa. E che non è giusto! Non è giusto!
Ora io sono molto contenta di avere un figlio razionale, che sa bene quali siano le ingiustizie, però ecco, io che faccio? E che faranno gli automobilisti che ho intorno?.
E allora abbasso il finestrino e gli dico, anzi gli urlo contro che ha fatto una cosa molto molto pericolosa! E stiamo chiamando la polizia! E poi vedremo!
Ma da dove l’ho pescata questa voce? Ma perché non sono stata zitta? Ma se io stavo zitta, non sarebbe stato meglio? E cosa succederà? La polizia è in fondo alla strada, c’è un ufficio a trecento metri, ci sono stata una volta nemmeno mi ricordo perché , e c’erano appese le foto dei ricercati, alcune con delle facce tranquille, un po’ pallide magari, altre sì erano proprio facce da ricercati: sguardi torvi, labbra increspate, naso provocante e c’erano foto di alcuni bambini,  di bambini scomparsi, e questo mi sembrava pazzesco, che nel paese in cui bambini a sei anni vanno a scuola da soli, accadesse questo, e comunque volevo che arrivasse subito il giorno dopo, quando aspettavo Fran per un’ora anche un’ora e mezza, tanto avrei avuto un libro con me. Ma anche la mattina successiva sarebbe andata benissimo, non sarebbe stato meraviglioso se fossi stata catapultata nell’istante in cui il primo flusso di caffè  fa la sua comparsa, è un istante bellissimo e io avrei voluto tagliare tutto quelle ore che si sovrapponevano, ma anche a cena terminata quando, oppure no, quando ci saremmo seduti a tavola e Fran avrebbe raccontato…O mio dio e cosa avrebbe raccontato? E ci sarebbe stata una cena? E se si fosse svolta una cena, che espressione avrei avuto io?  Poi
 è successo che dopo il mio rimprovero che è terminato quando lui era a tre metri da me, e dopo che molti finestrini si sono abbassati, lui s’è fermato di botto. Si è azzittito di colpo. E’ risalito di corsa in macchina ed è ripartito con una sgommata incredibile, che nemmeno quando andavo a trovare la mia amica che abitava al centro di Tor Bella Monaca, ne ho mai sentita una simile. Quel tipo sembrava un drago gigantesco pieno d’aria a cui all’improvviso qualcuno aveva tolto il tappo.
Mica può finire così, diceva poi Fran. E le regole? E il rispetto per le regole? E la polizia lo deve sapere che c’è uno in giro che guida pericolosamente, che spaventa la gente…
Ma chi era spaventato? Dicevo io. Era tutto sotto controllo. Tutto.

 

 







martedì, novembre 22, 2005
 

No grazie, io passo. 
Vorrei sapere com’è la vita di tutti i giorni di quei signori che ieri mattina sono saliti su un treno e sono filati verso Torino. Hanno preso il taxi? No, forse l’autobus. E sapevano che numero di autobus era o hanno chiesto alla stazione? E quando hanno chiesto l’informazione al barista della stazione, hanno aggiunto: vado a vedere quel video girato a Cogne, oggi c’è la prima? Sono appassionati di cronaca nera, di casi irrisolti, di romanzi gialli, di Costanzo o di Vespa? E la mattina preferiscono il caffè al cappuccino? E mentre fanno colazione hanno accesa la tv, la radio o entrambe? Oppure tutti gli apparecchi sono spenti e fissano una macchia su una piastrella della cucina e pensano: dopo la tolgo, intanto accendo la tv e vedo se hanno fatto secco qualcuno in modo misterioso? E se Celentano è andato a predicare in rai e Santoro ha riavuto il microfono, significa che il risultato delle elezioni è già deciso? Si stappa una bottiglia? 



postato da alice121 ~ 22/11/2005 13:27 ~ commenti (6)
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lunedì, novembre 21, 2005
 

Come sarà il cane. 
Frequentando  Chris, frequento anche il suo cane che ha un nome assurdamente dutch, e mi sono ricordata che anche io ne vorrei uno.
Lui, Chris, dice che è stato fortunato con lui, lui è un bastardo nero di taglia media, e lo porta dappertutto, quando va a far spese, per esempio, gli dice: non ti muovere e lui non si muove, oppure mangiamo un panino in un bar dell’Aja, un panino speciale, in un bar in cui da sola non sarei mai entrata, ordiniamo il caffè, ormai bevo anche il caffè olandese, lui dice: aspetta un attimo e l’ultimo boccone del panino è per il cane che è rimasto fuori.
Allora dico a Emme, quando cambiamo casa ne prendiamo uno. Si trovano sempre cuccioli al canile del comune, e poi c’è quel prato a pochi metri da dove abiteremo e un parco enorme poco più in là, lui dice no, e chi lo porta fuori a mezzanotte quando piove, lo porto io gli dico, mi piace uscire al buio quando non c’è nessuno, e poi non è vero che non c’è nessuno, nessuno gira alle 7 di sera, ma dopo le ventitre c’è un discreto traffico di quelli che vanno a correre, be’ insomma non sono tanti, però ci sono quelli che hanno i cani e quelli sono numerosi.
E come facciamo con l’aereo?
Sta nella gabbia, come ci sta il gatto.
Ma no, no, è un impegno.
Certo che è un impegno, ma a me piacerebbe avere questo impegno.
E’ un sacrificio.
Ehi Chris per te è un sacrificio?
No, certo che no!
E poi quando ce ne andiamo, che  ne so, a Parigi? Nella casa del nostro amico è vietato portare animali.
E tu, Chris, come fai quando parti?
C’è una signora, una dog sitter. Va a stare da lei, è abituato.
E il tempo?
La pioggia intendi? Scelgo un cucciolo a pelo corto e lo asciugo quando piove.
No, no. Intendo le ore da dedicargli.   
Ma io ho tutto il tempo che voglio.
Dici sempre che non ne hai.
Il tempo si ha quando si vuole avere.
E poi, dice ancora Emme, con un sorriso che annuncia: ora la sto per sparare la battuta preparati, chissà come sarà…
 Come sarà? Chiede Chris.
Come sarà il cane. Perché ogni cane esprime il suo padrone, e tu Chris dici che sei stato fortunato perché hai un cane tranquillo, affettuoso e non un rompipi, però posso fare decine di esempi di cani con un caratteraccio. Che abbaiano di continuo, che non ti fanno mangiare, che fanno questo o quello, e su tu poi conosci il padrone, ti accorgi che quel comportamento non è casuale.
E quindi, dico io, come pensi che sarà il mio cane?
Un cane che fa quello che gli pare.
Invece no. Sarà un cane speciale. Specialissimo. 

P
erò insomma sta cosa di qualcuno che m’assomigli, mi attira assai.  Anche se mentre chiacchieriamo ho una specie di visione, di quel prato dietro casa, dove c’è un cane nero che corre come un razzo, e io sto lì che lo chiamo e lo richiamo, e lui non mi dà retta, però non piove.  



postato da alice121 ~ 21/11/2005 11:35 ~ commenti (6)
~ chiacchiere




venerdì, novembre 18, 2005
 

Ma tu non sai chi conosco io. 

Portalo al portiere e ti si aprirà una porta, così mi disse. Non fu proprio la frase esatta, operai una trasformazione a dire il vero, ma il senso, il senso era quello. 
E le chiacchiere con il fruttivendolo del chiosco all’angolo. La scelta di vendere pomodori cetrioli e banane non fu casuale, ma ben ponderata, mi diceva. Scarico cassette, allineo le mele, mi becco il freddo e la pioggia, ma non ho padroni. 
Pure io decisi  come te. Mi annoiavo a infilare i numeri nelle caselle, però nessuno mi disse mai: infilali!
E quella noia che pervadeva le nostre giornate, di una che conta senza contare e di uno che vende senza vendersi, era una noia leggera, non opprimente, una noia potenzialmente creativa. 
Non ho mai voluto capi io, che sarebbero pure simpatici i capi, se non che i capi ordinano, ingiungono, intimano. 
Perciò che i portieri restino lì nella guardiola a risolvere cruciverba, a nascondere riviste con donnine nude e che  la porta resti chiusa per sempre, non si eseguono ordini qui. 



postato da alice121 ~ 18/11/2005 14:15 ~ commenti (8)
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giovedì, novembre 17, 2005
 

A quanto pare
Quelli che hanno deciso di partecipare
al giochino di Giuseppe Granieri sono quasi tutti di sinistra.



postato da alice121 ~ 17/11/2005 10:59 ~ commenti (8)
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mercoledì, novembre 16, 2005
 

Non ho mai trovato un portafoglio, pensavo qualche giorno fa.
Trovo diversi oggetti nella strada che attraversa il paese e su cui abito. Alcuni li raccolgo e li appoggio sulle statue dei cani, altri li prendo, altri li lascio dove sono.
Gli olandesi perdono un pezzo di coda.
Dipende da come vanno in bicicletta. Perché fanno un sacco di cose mentre pedalano e li invidio un po’ per questa loro destrezza. Ammiro questa  dissociazione tra la parte inferiore ( le gambe che pedalano) e la parte superiore (braccia e testa). Mangiano bevono telefonano si tengono per mano portano pacchi o un’altra bicicletta.
Le ragazze, i gruppi di ragazze che vanno a scuola la mattina indossano minigonne e calze color carne, gambe lunghe olandesi che se ne infischiano della pioggia, gambe che nessuno guarda, tirano fuori peluche e quaderni dalle borse e se li passano, li smarriscono.
Non era di una ragazza il portafoglio che ho raccolto ieri pomeriggio.
Era di una ricca gigantessa. Ho rovistato tra le tasche interne. Carte di credito, documenti minuscoli e biglietti da cinquanta, da venti, da cinque. Nessuna moneta. L’assenza di spiccioli, di scontrini,  di biglietti, lo rendeva sottile e minimalista, l’opposto del mio che sembra un panino in cui è stato infilato a forza una salsiccia. Che poi tutti quei soldi mi hanno sorpreso, che usano sempre il bancomat per tutto.
E poi l’altezza di Rose: 1,91.  Mentre io mi fermavo, Rose cresceva e cresceva. C’erano dei cartoncini bianchi e rosso scuro, Rose – Martijn Van qualcosa e ho composto il numero.
Lei non credeva che avessi il suo portafoglio. Le ho detto che era rosso e mi ha risposto che stavo scherzando. Allora le ho fatto l’elenco delle carte e delle banconote e ha detto: aspetta un attimo, ed è andata a controllare nella borsa, penso.
Mai fidarsi di una sconosciuta che afferma di avere il tuo denaro.
E però adesso non poteva venire, era a cena, poteva passare verso le 7? Ma certo che poteva. E dove abitavo? E le ho detto il nome della strada, preparandomi a recitare lo spelling, che bisogna fare una serie di aspirazioni mentre si pronuncia. E Rose invece ha capito, l’ha afferrato a volo il nome della   via, e mi sono chiesta perché l’ha capito subito e invece gli altri mai. E poi è arrivata, sono scesa e ho aperto la porta a un fenicottero viola, pantaloni e giacca a vento e un berrettino di lana, con un naso che sbucava troppo, e allora ho pensato che Rose le calze color carne con la minigonna non le ha indossate mai, le ho dato il suo portafoglio minimalista, lei ha detto che il negozio dei fiori era chiuso, e mi ha porto con un gesto impacciato una scatola con dei bulbi di amaryllis.    



postato da alice121 ~ 16/11/2005 10:54 ~ commenti (5)
~ roba d olanda




martedì, novembre 15, 2005
 

E poi ho fatto i conti con il resto del mondo.
In un’intervista
qui, Matteo Galiazzo afferma: 
In sostanza penso che se uno è contento non ci pensa minimamente a mettersi a scrivere, perché la letteratura è fondamentalmente lagnarsi di qualcosa attraverso delle alterazioni simulate del paesaggio esterno. 

Se sono infelice o anche moderatamente scontenta non ci penso proprio a iniziare un racconto, che non mi va di mescolare in una pentola di cui non mi piace il contenuto.
Nelle storie che scrivo mi piace parlare degli altri, per lo meno coscientemente è quello che tento di fare. E devo avere un animo leggero, se devo occuparmi di  “un altro”. Se mi sento infelice vado in cerca di distrazioni e allora preferisco leggere o parlare, piuttosto. Faccio come la farfalla e mi sposto da un punto all’altro, in attesa che il tempo passi.
Questo non significa che io non scriva.
Non a caso tre anni fa, quando la nostalgia aveva raggiunto il picco, ho aperto il blog. E mi sono accorta che il mondo non era poi così lontano, che c’era anche un modo non materiale per sentirsi vicino a lui,  dove per mondo intendo quelli che un po’ t’assomigliano.
Poi, certo, mi sono dovuta guardare intorno, ma ormai il peggio era passato. 



postato da alice121 ~ 15/11/2005 11:12 ~ commenti (16)
~ pensierini




lunedì, novembre 14, 2005
 

Credo che sia andata così.
Una sera di alcuni anni fa, quattro amici davanti a un bicchiere di vino, chiacchierano e rollano. Uno di loro è appena tornato dall’Olanda dove fa il cameriere in un ristorante dello zio.

Ho avuto un’idea, dice.

Tu e Tu non avete un lavoro. E tu, indica una scodella in cui c’è un’ombra di sugo, cucini da Dio. E consegni pizze a domicilio, invece. Allora vi porto tutti su con me al Nord! Ognuno contribuisce con un po’ di grana e apriamo un localino. Ma non il solito localino. Lo raffiniamo il localino, capito? Vogliono ascoltare O Sole Mio? E noi gliela facciamo cantare mentre arrotolano spaghetti, ma da uno che canta, che ne so, con una voce femminile! Curiamo i dettagli, capito? Niente Reitano e Ranieri, ma Zucchero e Venditti. E i piatti sperimentali di Enzo saranno un successone! Niente pane e burro come antipasto. E vestiremo di nero.
Perché non ci mettiamo anche gli occhiali e i cappelli neri? Propone Enzo.
Non dire cazzate. Il look lo decido io, tu impara bene a fare gli gnocchi rotondi. E ad un certo punto della serata, canteremo qualcosa. Avremo un locale pieno di femmine bionde. E il fumo, il fumo dietro l’angolo. 

Qualche anno dopo, in una notte di novembre in cui si gioca un’amichevole Italia Olanda, Theo ci dice: ho trovato un ristorante italiano in cui servono piatti speciali.
Anche Theo è un po’ speciale. L’abbiamo conosciuto a marzo, quando si è trasferito qui. E’ olandese, ma per vent’anni ha girato il mondo, cioè la società per cui lavora gli ha fatto girare il mondo, e in America ha conosciuto sua moglie, metà russa e metà americana. Vengono dalla Toscana, dove sua moglie ha lasciato un pezzo di
cuore. Però da qualche mese ha ripreso a dipingere e a pensare positivo. Prima dipingeva paesaggi, ora ritratti.
Dicevo che Theo è speciale.
Ci sono delle persone che riescono a prendere il meglio del Paese in cui vivono. Lui è uno di questi. Ha i suoi difetti, ovvio, però si vede che questa vita in movimento gli ha portato un’apertura nella testa, un punto di vista che è suo personale, che non è quello della tv o dei "si dice che".
Così eccoci nel ristorante ad annusare una porzione minuscola di tagliolini al tartufo, con Theo che canticchia una canzoncina a sua moglie:
Irina Irina, sempre all’Italia pensi. Mi manca l’italia, come mi manca. Gli Italiani sono furbi, Irina, ma gli Olandesi sono
grandi.
Ci serve un cameriere con un ciuffo pendente. E’ l’unico dei quattro, ricordate i quattro del corsivo dell'inizio?, che ancora non sa l’olandese.
Ci spiega perchè: quando avevo vent’anni ho lavato bicchieri in un pub a Londra e allora qui mi sono impigrito, tanto le biondine, le biondine? Le biondone mi capiscono. Siete di Roma, vero? Ci penso io allora, dice con un gran colpo di ciuffo.
E ci spara a forza dieci il cd di Venditti, spostando la manopola a un livello spacca timpani su Roma Capoccia.
Oh, dice Irina, questo cantante non lo conosco.
Ti faccio un cd con i suoi pezzi migliori, dice Emme.
Poi una voce femminile da un corpo maschile, attacca O sole Mio. E i camerieri, vestiti di nero, battono le mani e urlano: brava, brava.
Il nostro col ciuffo entra ed esce dalla cucina, dove fa qualche tiro, penso, e dove sbircia la partita. Poi mettono su il Nabucco. E lui, con il ciuffo e gli occhi sempre più sconvolti, piomba di continuo al nostro tavolo, parla in inglese o in italiano con Theo, solo con lui. Lo stuzzica, anzi lo provoca con i risultati della partita: secondo goal, terzo goal. Voi olandesi ci avete battuto solo una volta. Per il resto….il resto si perde tra le note della musica troppo alta, io per lo meno me lo perdo, voglio perdermelo, Theo invece lo capisce bene.
La partita finisce, esplodono le note di Fratelli D’Italia, e i quattro, anche il cuoco è stato chiamato dalla cucina, si allineano in riga dietro di noi, ognuno con le braccia sulle spalle dell’altro e cantano.
Tutti i clienti ridono. Anzi tutte, perché c’è una maggioranza femminile. 
Per il denaro si mantiene vivo il mito del mandolino, dice Theo un po’ arrabbiato e un po’ triste.
Tutto per il denaro, peccato. 



postato da alice121 ~ 14/11/2005 11:33 ~ commenti (6)
~ roba d olanda




giovedì, novembre 10, 2005
 

3% di Adayinthelife

Ho appena finito di vedere il servizio di Rai News 24 su quello che è accaduto a Falluja, Iraq, negli ultimi mesi.
La frase del servizio che mi ha più colpito è stata quella che si riferiva ai filmati della guerra del Vietnam: solo il tre per cento del materiale video proveniente dal Vietnam aveva contenuti violenti, ma (anche) questo è servito a scatenare la protesta contro la guerra.

Per questo pubblico qui diversi link, che hanno a che fare con quello che io, nel mio minuscolo, e altri hanno fatto per documentare quello che è successo a Falluja e in Iraq e che sta presumibilmente accadendo ancora. Una piccola parte del materiale disponibile in rete. Il 3%?
Solo l'ultimo link riguarda il servizio andato in onda qualche giorno fa.

Leggete e guardate tutto con attenzione, per quanto immagini e parole siano insostenibili. Poi vi chiedo un favore: copiate questo post, o solo i link in esso contenuti, magari aggiungendone degli altri, sul vostro blog. Oppure usate la mail, o qualsiasi altro mezzo che il 2005 ci offre, trent'anni dopo il Vietnam.
Si dice sempre che siamo in pochissimi, "noi blogger", e forse è vero. Siamo "un" 3%? Si dice anche che siamo bravissimi a fare catene sui libri che leggiamo o i dischi che ascoltiamo. Adesso facciamo una catena diversa, se vi va.

Diffondetelo, per favore. Qui il servizio di Rai News 24.Per gli altri link andate qui.



postato da alice121 ~ 10/11/2005 11:53 ~ commenti (4)
~ segnalazioni



 

Piccole inquietudini ne fanno tacere altre. 
La libreria sotto casa non vende più giornali italiani da mesi e quello che gira in tv me lo faccio filtrare da blob o lo leggo, incidentalmente,  sulla rete. E Celentano mi sa proprio che continuerò a non seguirlo.
Qui ci vado sempre con angoscia, se non ho ascoltato la radio.
La casa ha cominciato a scricchiolare dopo le 23.00, scricchiola sempre quando Emme parte per una delle sue missioni. 
Non oso immaginare quali rumori non identificabili tirerà fuori stanotte, dato che Fran dormirà da un amico.
La spada di Lo la terrà a bada, credo. 



postato da alice121 ~ 10/11/2005 10:55 ~ commenti (4)
~ pensierini




mercoledì, novembre 09, 2005
 

Qualche appunto in attesa di essere trasformato.

Così il Garzanti:

Emigrante: chi emigra, specie per lavoro.

Immigrato: di persona che, specie per ragioni di lavoro, si è stabilita in un paese straniero o in una regione del proprio paese diversa da quella in cui è nata: operai immigrati, le comunità di immigrati italiani all’estero.

Ci ho sempre pensato agli emigranti, ancor prima che questa parola entrasse nelle immagini e nelle conversazioni di tutti i giorni. Il modo con cui ci riflettevo quando non era un argomento di cronaca, era questo: eh va bene, non posso fare quello e quello, però faccio questo e questo, se fossi stata un'emigrante, invece.
Potevo considerarmi fortunata anche facendo confronti con persone nate nelle baracche di periferia, di cui avevo assistito a squarci di vita (passando in macchina), o con i Rohm che abitavano, un tempo, nei ruderi della Via Appia. Oppure con quelli che erano vissuti nel mezzo di una guerra.

Credo che sia tutto partito da un signore che, durante le vacanze estive, mi raccontava della sua vita nelle miniere del Belgio. Dove fu trattato come un animale e da cui fece ritorno con un paio di dita in meno e la silicosi. Anche lui aveva un paragone con cui consolarsi, diceva: be’ sono tornato vivo e con qualche lira per costruirmi la casa! Ai compaesani che sono partiti per l’Australia è andata peggio, loro non sono tornati più: ci hanno lasciato la vita nell’amianto, e le mogli non sono state risarcite e sono state costrette a fare le cameriere e i servizi negli alberghi.
Dopo questo racconto, che era sempre lo stesso, ma a cui , ogni volta, aggiungeva qualche particolare che me lo faceva apparire diverso, mi mostrava un grande prodigio,  forse perché mi vedeva un po’ spaventata.
Raccoglieva un fascio di ortiche, strappava alcune foglie e se le strofinava sulle mani senza che la pelle si riempisse di bolle. Poteva avvicinarsi anche la fiamma dell’accendino senza scottarsi, ma questa cosa me la fece vedere solo una volta.

Una classificazione (sommaria) degli immigrati potrebbe essere questa:

Immigrato A: quelli che si stabiliscono all’estero per un lavoro ben retribuito. (Dove ci sono io)

Immigrato B: quelli che si sono trasferiti dai dieci ai trent’anni fa in Germania, in Belgio, in Olanda, in Francia, in Inghilterra e in (misura ridotta) in Italia, prima da soli e poi con la famiglia. La lingua del Paese d’insediamento è diventata anche la lingua con cui parlano tra loro.

Immigrato C: quelli dei paesi dell’Est. Sono venuti senza famiglia, tornano nei paesi d’origine per Natale. Sono, di solito, in regola.

Immigrato D: quelli che vengono da lontano. Sud America e Filippine, per esempio. Da soli o in coppia. Arrivano per chiamata da altri di loro. Spediscono gli stipendi a casa, dove spesso hanno lasciato dei figli affidati a parenti. Tornano dopo quattro, cinque anni. A volte hanno il permesso di soggiorno.

Emigrante E: quelli che arrivano sui barconi. Senza soldi, senza conoscenze.

Un paio di note.

1) Il volontariato più ambito qui in Olanda, da quanto mi racconta un’amica, è quello di assistenza ai clandestini che devono far ritorno a casa.

Il perché non siamo riuscite a capirlo.

2) Recentemente ho conosciuto degli immigrati di tipo C. Oltre a sapere la lingua di qui, parlano anche l’inglese.



postato da alice121 ~ 09/11/2005 13:07 ~ commenti (4)
~ pensierini




martedì, novembre 08, 2005
 

Presentatemeli gli esempi felici, che ne ho un bisogno fottuto.



postato da alice121 ~ 08/11/2005 13:10 ~ commenti (6)
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lunedì, novembre 07, 2005
 

Il primo weekend nella casa dove vivremo dopo Natale 
Mentre Emme s’occupava di centimetri, squadre e matite senza punta, Fran s’impegnava nelle prove dei Miserabili, Lo spariva con una frase: mi sembra di stare al mare, che significava che si sentiva libero e si divertiva,  io guardavo quello che si vedeva dalle finestre, tracciavo la nazionalità dei vicini e m’avventuravo nel giardino dove tra i bambù e i rododendri, rinvenivo quattro piante ancora nelle confezioni di quando furono acquistate al vivaio. 
Intorno alle piante, era cresciuta un' erbaccia, una specie di filo, che quando l’afferravo per strapparlo via, mi faceva venire delle bolle e un bruciore pazzesco, e parecchie ore dopo che le bolle erano scomparse, le mani erano come addormentate. Comunque mentre Emme salvava le piante,  mi chiedeva: secondo te, perché erano lì, perché non le hanno portate via?
Io ci ho pensato e, in base ad alcuni dettagli a me noti o osservati, ho immaginato che la faccenda sia andata così: 

I signori Begam hanno vissuto per trent’anni in Olanda. Per loro l’inserimento è stato meno traumatico rispetto ad altri europei, ma anche molto più duro da sopportare all’inizio. Meno traumatico perché il loro paese dista 300 chilometri e quindi per la nostalgia iniziale c’era una consolazione quasi istantanea, ma anche duro perché in quanto tedeschi erano mal visti dai locali. Allora i signori Begam hanno studiato l’olandese e l’hanno imparato bene, talmente bene da parlarlo senza accento e anche i figli naturalmente, loro sembrano addirittura olandesi.
Prima di proseguire nella storia, preciso che:  ci sono alcune coppie che vivono la routine ritagliandosi dei passatempi singoli e ciò non costituirà necessariamente una minaccia alla stabilità del rapporto. Altre che invece hanno bisogno di  una passione comune che non sarà la garanzia che non si lasceranno più.
I signori Begam, comunque, rientrano nella seconda categoria.
Nei quindici anni che trascorrono nella casa dove io andrò a vivere dopo Natale, coltivano insieme il giardino.
Lui si occupa dei congegni elettrici e d’irrigazione, studia sistemi che difendano le carpe coi che nuotano nel piccolo stagno dall’assalto dei gatti e  dal ghiaccio. Lei, invece, fa nascere piante impreviste per una terra del Nord. Ad un certo punto
decidono di costruire anche un winter garden, dove crescono un ulivo, un limone e altre piante mediterranee. Le fasi della costruzione del giardino d’inverno sono documentate anche da fotografie scattate dal signor Begam.
Così passano le stagioni, i figli vanno a vivere con le fidanzate, il giardino esplode nella sua bellezza e un giorno il signor Begam  va in pensione. Nella sezione dove lavora, i colleghi organizzano una festa durante la pausa pranzo, il signor Begam beve un bicchiere di troppo, ride come non ha riso mai sul luogo di lavoro, anche gli altri ridono, lo seguono con occhi d’invidia o di compassione mentre raccoglie in uno scatolone il contenuto della sua scrivania. Che farai, gli chiede, ad un certo punto,  il collega più intimo. Torno nel mio Paese, risponde il signor Begam. Davvero? Risponde quello, sbalordito. Non riesco a immaginare la signora Begam lontana dai suoi figli e dal suo giardino. Infatti, dice il signor Begam, tirando fuori da un cassetto una cornice con la foto della moglie, lei non viene con me. Apre la cornice, prende la foto, la getta nel cestino, ripone la cornice nella scatolone. 

Sua moglie è a casa che ha preparato la cena, come sempre. Ma è una cena speciale. E’ anche andata al vivaio e ha comprato 4 piante, 4 piante costose ed esotiche.
Non sa quello che ascolterà tra pochi minuti, non lo sapeva nemmeno il signor Begam fino a che non l’ha detto al suo collega. Cioè intuiva che sarebbe accaduto qualcosa , un cambiamento ci doveva essere perché la sua vita non finiva il giorno della pensione.
Il signor Begam apre la porta di casa alle sei, il cane, sdraiato nel soggiorno, alza la testa e accenna a un  abbaio, le quattro piante esotiche sono nell’ingresso, la signora Begam si sta lavando le mani in cucina, ciao, gli dice indifferente, poi si ricorda che quello è un giorno speciale, va all’ingresso, non ha sentito il rumore della porta che si richiudeva, forse il signor Begam sta guardando dentro la cassetta della posta, pensa,  però non ricorda che sia passato il postino quella mattina.
Il signor Begam è immobile sulla soglia, ha uno sguardo fisso che attraversa il soggiorno, la serra, raggiunge il giardino, uno sguardo che non s’accorge delle piante che stanno proprio davanti a lui.
La signor Begam sa quello che sta per sentire.
Ho messo in vendita la casa, dice lui.
Lei per un minuto non dice nulla, poi gli spinge addosso le solite frasi, lui invece di opporsi con altre solite frasi, prende il martello dalla cassetta degli attrezzi e colpisce una piastrella di ceramica su cui è scritto in tedesco: Famiglia Begam, poi prende il pigiama lo spazzolino e qualche altra cosa e va a dormire da sua sorella in Germania, quella notte stessa.
La signora Begam piange e si dispera, telefona ai figli e alle amiche, ti stiamo vicino le dicono i
primi e le seconde, te lo dovevi aspettare le dicono, poi forse gli passa, dicono i pietosi, potevi pensarci prima, dicono quelli che pensano: a me non succederà mai, non è troppo tardi per rifarti una vita, aggiungono tutti per consolarla. Ognuno afferma la sua opinione come se fosse l’unica possibila verità, la signora Begam non innaffia più le piante, ma ormai sono diventate robuste e vigorose e non hanno più bisogno delle sue cure, come i figli del resto. Ci sono le piante nuove, ancora nell’ingresso. La signora Begam le trascina fino al giardino e le nasconde tra i bambù e i rododendri. 
La signora Begam quando si trasferisce nel suo nuovo appartamento può portare solo quello che le apparteneva prima del matrimonio, tutto il resto resta al marito. Il signor Begam, mentre lei trasloca, controlla che non porti via nulla di più. Lei concede di prendere solo i regali che ha ricevuto a Natale e ai compleanni. Lei, nei giorni che lui era in Germania, ha pensato di bruciare il giardino e la serra, ma alla fine non ne ha avuto il coraggio, però è andata a raccontare a tutti i vicini e ai lontani ogni particolare che riguarda un poco di buono che si chiama Begam. 
Quando sale sul furgoncino con i suoi pochi mobili e  piccoli oggetti, la signora Begam gli rivela con un smorfia soddisfatta: quelle piante esotiche che ti costarono 300 euro, sono da qualche parte nel giardino, trovale con l’olfatto se ci riesci! Ah poi il cedro, quella cazzata che dicevi che ti rappresentava, gli ho fatto tagliar via la punta dal giardiniere. Muori Begam! 
Lui cerca per giorni quelle piante. Poi alla fine si convince che le ha gettate via. Davanti al cedro del libano senza punta, gli scendono due lacrime. E la punta se la porta via, con l’idea di conservarla per sempre anche se ormai è appassita.   



postato da alice121 ~ 07/11/2005 13:29 ~ commenti (8)
~ storie




venerdì, novembre 04, 2005
 

Così Manuela 
Da quando sono morte quelle persone a Schiphol, ci sono posti di blocco a Leiden e all’Aja. Ieri mi sono rifugiata in  quel grande supermercato che c'è davanti alla stazione.
Non sono riuscita a sapere di che paese fossero quelli che sono morti. Si dice che 
urlavano che c’era il fuoco ma non gli hanno aperto. Poi però ne sono scappati quattro. Quattro che sono pericolosi, e stanno fermando tutti e li cacciano via. Buoni e cattivi. 
Erano delle case prigione per extracomunitari che venivano arrestati per spaccio, furto o qualche altro reato. Ma ora, ora ci buttano chiunque lì dentro. Ci butterebbero anche me, se mi prendessero. Se sai di qualcuno che affitta una stanza da queste parti, chiamami subito, per favore. 

Comunque ieri. Ieri dopo un'ora che giravo tra gli scaffali mi sono accorta che il guardiano mi aveva notato, allora ho comprato della cioccolata e sono andata in un caffè. Nel caffè ho ordinato un cappuccino, ho appoggiato i polpastrelli sulla tazza e non l'ho bevuto fino a quando la ceramica era quasi tiepida, se ne è andato un sacco di tempo così, poi ho mangiato la cioccolata. Una tavoletta bianca con le nocciole. L'ho spezzata in barrette e poi a quadrati. Mi ha chiamato Isabella, lei era riuscita a tornare ed era insieme a Maria. Mi hanno telefonato dal parco, dal parco in cui andiamo la domenica a giocare a palla a volo. 
Quando ho finito l’ultimo quadrato di cioccolata, ho preso un caffè. Ma ha un gusto così diverso dal tuo. Non capisco perché lo chiamano con la stessa parola.

Ho pensato di essere a Quito. In macchina. Stavo andando in Colombia. In due ore la raggiungi. La Colombia è bellissima. C’è verde, ovunque.
Verso le sette mi sono avvicinata alla stazione. Ho guardato: le macchine della polizia non c’erano più.
Isabella s’è presa un raffreddore. Hanno giocato tutto il pomeriggio malgrado piovesse. Maria invece sta bene. E’ fortunata lei. Ha una faccia da Europa, non da Sud America.   







giovedì, novembre 03, 2005
 

La dittatura di Google

Prima Google s’è mangiata tutti i motori e poi, durante il mese d’ottobre, anche le chiavi con cui qualcuno  arrivava sui blog. Così il counter non conta più, non conta nel senso che non m’interessa perché non rileva parole o frasi. Non posso più sapere quello che la gente cerca. La parola neocatecumenale, per esempio.

Tempo fa in un post, descrissi un battesimo a cui avevo assistito. La cerimonia mi aveva colpito assai, e non in modo positivo. Attraverso questa parola e le frasi che la contenevano, scoprivo certi dubbi e certe domande che si ponevano i fratelli e le sorelle di questo gruppo in espansione.
E il counter mi sembrava una specie di specchio, uno specchio opaco che rifletteva leggere ombre. E mi piaceva fare luce su queste ombre.

Poi c’è la faccenda dei lettori. Io credo che quelli che arrivano sui blog con le chiavi di ricerca,  leggono un paio di parole e poi emigrano in altri siti. Però c’è sempre l’eccezione. Per esempio, una delle mie lettrici più antiche, capitò dalle mie parti perché cercava una recensione della Oates.
Oggi questo non avviene più. E
questo blog su cui ho scritto qualcosa su dei libri che ho letto e che poi ho smesso di aggiornare per mancanza di tempo, non ha più ragione d’esistere. Perché  i presunti lettori vi arrivavano proprio attraverso le parole chiave.

E poi una domanda. Questa invisibilità su google a meno che non si vada qui, è avvenuta per tutte le piattaforme che ospitano i blog? O solo per splinder? E quelli che scrivono su un sito a pagamento, hanno avuto anche loro la scomparsa degli accessi per chiavi di ricerca?

Qualcuno lo sa?



postato da alice121 ~ 03/11/2005 11:01 ~ commenti (14)
~ segnalazioni




mercoledì, novembre 02, 2005
 

Se il gatto c’è.
I topi non mi fanno paura, ne ho avuto uno nella cantina della vergogna per qualche mese e transitavo da quelle parti senza timore.
Poi ho avuto due gerbilli. I gerbilli assomigliano ai topi per tutto, tranne per la coda che è pelosa.
E, in effetti, quello che non mi piace di un topo è quella coda rosa che non  c’entra nulla con il corpo come gli fosse stata cucita addosso per caso.  E non sopporto i mezzi. La mezza mela, la mezza luna, l’una e mezza. E anche la faccenda del bicchiere mezzo pieno, mezzo vuoto: ogni volta ci devo pensare e se ci penso allora la risposta non conta.
E dunque quel mezzo avvistato in fondo al corridoio, mi ha gettato nel panico. La scena deve essere stata comica, credo, perché ho camminato a occhi chiusi con la schiena appoggiata al muro. In cucina ero salva. Ho alzato il ricevitore, composto un numero, ho chiesto: cosa devo fare? Mi sono state prospettate una serie di possibilità, ho scosso la testa accompagnando il movimento con un mesto noooo, non posso. E ho scelto quella che nei minuti che sono venuti dopo, mi vedeva avanzare a occhi semichiusi con uno straccio in mano. Bersaglio coperto. Ho cacciato un lungo sospiro e mi sono preparata per uscire. Se almeno si fosse mangiata il mezzo che comprendeva la coda sarebbe stata meno tragica.






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