ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

@ Mail

Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



venerdì, settembre 30, 2005
 

Effetto post (libro)
La cosa che mi piace di piu’, ora che i libri sono fuori,  non e’ tanto che si scriva di me, di noi, ecc.,  che non mi dispiace sia chiaro, ma e’ lo scambio delle mail che sta avvenendo, e su cui ci si potrebbe scrivere una storiella sopra, con un titolo tipo: piovono mail.
Dove gli scambi non sono tra lettori e autori, no, no.
Gli scambi sono principalmente tra noi:  
numero 1, numero 2 e numero 3 e sono assai divertenti.

Percio’ chi vuole dir male e’ avvisato!
Che abbiamo il numero dalla nostra parte;-)



postato da alice121 ~ 30/09/2005 13:59 ~ commenti (7)
~ pensierini




giovedì, settembre 29, 2005
 

Per fortuna che non son sola

Che in tre, quel filo di paura, - filo? ma che dici? - si divide.
Perche’ c’e’ lei e anche lui.



postato da alice121 ~ 29/09/2005 10:36 ~ commenti (6)
~ segnalazioni




mercoledì, settembre 28, 2005
 

Vedrai Vedrai 
Io: Testa, Pantaloncini, Stelle, Righe. 
Qualcuno perplesso: Cos’e’ un gioco? 
Io: No, no. E’ un’altra cosa. 
Qualcuno ora preoccupato: E che sarebbe? 
Io: E’ di colore grigio con un’etichetta bianca, e' leggero, e con delle parole all'interno. 
Qualcuno che comincia a capire: e’ un libro! 
Io: si’
Qualcuno di nuovo perplesso: e chi lo ha scritto? 
Io: indovina? 
Qualcuno incredulo: tu, lo hai scritto tu!? E di che tratta? 
Io: Vedrai Vedrai.

E per chi lo ha letto e vuole lasciare un commento e’ possibile farlo qui.



postato da alice121 ~ 28/09/2005 23:00 ~ commenti (10)
~ segnalazioni




martedì, settembre 27, 2005
 

Le patatine no, la torta sì, e la frittata? In faccia!

Oggi, 27 settembre, compleanno di Lo, iniziano i festeggiamenti che si svolgeranno a rate a causa del giorno infrasettimanale. Intanto e’ salito sul bus che lo portava a scuola con una torta al cioccolato, fatta dalla mamma, che aveva tentato - senza convinzione perche’ in costrasto con i suoi principi di madre italiana -, di proporgli ieri sera: se portassi patatine e coca cola, invece?
Le patatine, no! Diceva, con un punto esclamativo che mi era familiare.
Le patatine, no! Mi ripetevo mentre scioglievo il burro, rompevo le uova e setacciavo la farina. E riflettevo su tutte le altre decine di cose ancora da fare.
Le patatine, no!
E ha scelto Scheveningen, il paese più triste del mondo, dove si dimostra che la mia visione di questo luogo e’ del tutto parziale dal momento che lui vuole passarci la prima sera dei suoi dieci anni. Si va dal giap, ristorante preferito da Lo, da tutti i bambini di qua e dagli olandesi. E sì perche’ in questo giap, i cuochi, dopo aver costruito una torre con 4 o 5 uova, e averla trasformata in frittata,  mescolata al riso, ne tengono da parte una  porzione che tagliano a pezzi. E’ a quel punto che la cena raggiunge il suo picco. Perche’ te li lanciano addosso quei pezzi e bisogna prenderli volo, senza usare le mani naturalmente. Solo che i cuochi giap sono dispettosi e mirano alla fronte, al naso o alla testa. E questa frittata sbattuta in faccia produce un
effetto di socializzazione sugli adulti dutch  equivalente a quello che raggiungono, di solito, con un paio di birre o una canna. Ti guardano senza sotterfugi e attaccano a chiacchierare,  così,  all’improvviso.
Tra i cuochi ce ne e’  uno che se lo vedessi senza bandana rossa, senza coltelli, senza quegli abiti neri, direi: accidenti che sgorbio!, ma che invece con quel travestimento e con quei gesti con cui taglia le verdure, armeggia con i coltelli, si tira su la bandana che scende, mi appare speciale. Mentre arrostisce la pelle del salmone, non riesco a distogliere gli occhi da quella roba grigia che sfrigola sulla piastra. Sembra una via di mezzo tra un guerriero e un incantatore. Così cerco sempre di sedermi al tavolo dove lavora lui. E lui deve essersi accorto che il suo lancio di coltelli, di bandana che cade, di gesti rapidi e tranquilli, mi provoca una specie d’incantamento o d’ipnosi, e deve esserne lusingato, forse, perche’ la frittata in faccia non me l’ha tirata mai.







lunedì, settembre 26, 2005
 

E dalla vetrata si vedevano passare carrozze. 
Ad Amsterdam, sabato, seduta di fronte a un tavolo rettangolare, larghezza circa un metro, lunghezza da contenere quattro uomini e una donna, anzi una ragazza, appartenente al genere, s’intuisce alla prima occhiata, che rimarrà giovane per sempre.
Il secondo seduto vicino a lei, uno che ragazzo non lo e’ più, però che ci si sente, e che se non fosse dietro a quel rettangolo e lo incroci per la strada e ti ferma e ti chiede: che lavoro faccio, secondo te, con questo viso e con questa camicia? E tu tergiversi, ma la risposta ce l’hai già li’ nella gola, e alla fine dici: se la smetti di tenermi il polso, detesto chi mi stringe il polso, ti rispondo. Ti allontani, di un passo magari due, poi dici: l’assicuratore? 
Il terzo, al centro, si capisce che e’ quello che conta più di tutti, ma allora non si sono seduti casualmente dietro quella striscia rettangolare, e, in effetti, supera gli altri di numero, in numero di libri pubblicati, intendo, il terzo dice che si riconosce nel racconto che hanno scelto per la raccolta in olandese, legge, bene, con una voce che farebbe un bell’ascolto in radio, mai sentiti i racconti della notte che trasmettevano su rai3?.
Il quarto ha una faccia annoiata: io non leggo, io non parlo, tanto quelli che son qua c’erano pure ieri sera, no?
No, io non c’ero, Emme nemmeno, però ormai e’ passato il turno, anzi la parola all’ultimo.
Intanto mentre leggevano, parlavano un po’ di loro, bevevano acqua spa, etichetta rossa, quella che a me fa venire i bruciori di stomaco, ed e’ toccato al quinto, e dentro la mia borsa nera, insolitamente piccola, c’era un libro suo, del quinto intendo e anche del secondo, quello che se mi fermava per strada e mi afferrava per un polso… Comunque era il suo libro d’esordio, e mi era anche piaciuto e... E poi davanti alla libreria, prima di entrare, ho incrociato l’insegnante d’italiano dell’anno scorso, e l’ho anche salutato: ehi ciao, mi ha guardato e deve aver pensato: io questa qui la vorrei strozzare, invece mi ha domandato: be’ come va il nuovo insegnante, ah non lo so, li ho tolti i ragazzi da quel corso, ho trovato un’insegnante di liceo per uno e una maestra d’elementare per l’altro, ci vorrebbero solo maestre d’elementari per quelli là, mi ha detto con disprezzo, disprezzo verso le maestre o  i ragazzi residenti all’estero? e deve aver pensato ancora: ma io questa qui la butto giù dal canale, e io: ma io a questo qui gli dico una parolaccia, non ci sono studenti adesso, lui non e’ un insegnante e io non sono una madre, non ora, e la soddisfazione me la tolgo, e lui: io la spingo, nessuno mi vede, posso sempre dire che e’ scivolata, poi la musichetta, avete presente quella che si sente prima che i pistoleri tirano fuori le colt dalle fondine?la musichetta si e’ interrotta e io ho chiesto: hai scritto un altro libro? Sì, sono venuto qui per parlare con uno. Se ne e’ andato,
io sono rientrata e ha parlato la prima, la donnapersempreragazza, ha letto con voce tremante, poi il secondo, il terzo, il quarto quello un po’ seccato che non ha parlato.
Il quinto. Il quinto ha detto: posso leggere qualcosa che non e’ nella raccolta? Una cosa che sto scrivendo adesso. Ha tirato fuori  dei fogli da una cartellina trasparente, ha letto, anzi ha recitato, un pezzo molto bello, o forse era lui molto bravo, non so, quattro minuti di questa cosa, che non era un monologo, non era un romanzo. 
Poi si sono alzati dal tavolo che sembrava un trampolino, un trampolino bello largo, e le bottiglie di spa rossa sono state sostituite da bicchieri di vino rosso o bianco? Mi pare fosse rosso, a me il vino rosso non piace, per questo non ne ho preso neanche un bicchiere, poi aringa e cipolla e la vendita dei libri, per la mia amica che compie gli anni ho comprato la raccolta, che tanto lei adesso legge solo in olandese, pure i messaggi scrive in dutch, poi qualche chiacchiera  vicino al canale in cui poco prima qualcuno mi voleva spingere,  ah, per me ho preso Maltese Narrazioni, dove c’e’ un bel racconto di Davide Malesi, con annessa firma del fondatore. 
Poi preciso che mi piace andare a queste presentazioni perche’ sono curiosa, ma che osservandoli oltre la tavola, oltre la bottiglia spa, mi sono convinta ancor di piu’ che se un giorno le mie parole dovessero apparire su carta, io dietro a un tavolo, un trampolino, non mi ci metto. Oltre una tavola da surf, ci rifletterei un attimo.  E quando ho sentito qualcosa d’interessante, qualcosa che raccontava la letteratura, e’ stato in quelli che chiamano laboratori di scrittura creativa, dove non impari a scrivere un racconto, eh!, però loro, quelli che c’insegnano, si vede che ce la mettono tutta, mica sono come alle presentazioni, e qualcosa di buono tirano fuori.

E ora i nomi: 
La prima(ladonnapersempreragazzza): Silvia Magi 
Il secondo (quello che se incontri per strada): Valerio Aiolli 
Il terzo(quello che ha il numero piu’ alto): Dario Voltolini 
Il quarto (che non ha parlato, che tanto già aveva detto): Marco Drago
Il quinto(e’ un grande attore, sul serio):Vitaliano Trevisan 
Il mancato omicida: lo metto il nome e il  link al suo sito? Ha pure una bella faccetta, anche se nella foto rende male, e quando lo conosci un po’, te lo dimentichi proprio che e’ carino.  No, meglio di no. 

Tutto questo avveniva nella libreria italiana di Amsterdam, l’unica in cui i libri delle piccole e grandi case editrici hanno la stessa possibilita’ sugli scaffali.



postato da alice121 ~ 26/09/2005 10:22 ~ commenti (5)
~ roba d olanda




venerdì, settembre 23, 2005
 

Di una mela, di una Laura che non c'e', di un regalo non ricevuto
La mela blu e’ una mela gigante che sta al centro di una rotatoria.
Era da parecchi mesi che non ci giravo intorno, che non andavo, quindi, a comprare pelati, formaggi, eccetera.
Capita che alla fine non te ne importa più della mozzarella e del parmigiano. Inoltre mi faceva un certo effetto tornare li’. L’ultima volta che c’ero stata, ero andata a pranzo con Laura dopo la spesa, lei aveva un blog, poi non più, però ci scrivevamo delle mail. E siccome lei se ne e’ andata via quest’estate,  mi metteva un po’ di tristezza tornare da quelle parti. E un po’ la esageravo anche. Insomma si erano mischiate delle cose insieme: se hai una dispensa piena, tutta quella roba devi combinarla secondo ricette italiane mentre invece se acquisti al super, vai con la bistecca e l’insalata e in cinque minuti te la cavi, che tutti quei palazzoni che ci sono intorno alla mela non li sopporto, che se nel frigo c’e’ l’essenziale, non solo non ingrassi, ma dimagrisci pure, e così con questa storia della tristezza, pensavo di aver risolto la faccenda Ven. Poi Emme si e’ offerto di accompagnarmi, e io rifiutavo con una punta d’eroismo che mascherava tutte le cose di cui prima. E rispondevo: ma no non mi va di farti perdere tutto quel tempo. Una sera, durante una cena, la conversazione e’ tornata su Ven, sulla dispensa semivuota e la tristezza e Vero che mi sedeva di fronte, ha detto: ma dov’e’ il problema? Ci andiamo insieme! Anzi dopo proseguiamo e andiamo a comprare la carne argentina. Sei gentile, ma ci sono quei palazzi, Laura non c’e’, guidare altri 30 chilometri per la carne argentina non mi va, in fondo di carne ne mangiamo poca. Poi Emme si e’ scocciato della pasta condita con il formaggio dutch, e siamo andati.
C’e’ una cosa che mi piace quando sono li’. E’ che quando vado al reparto frutta e verdura -  che e’ il posto delle meraviglie, perche’ ci sono robe di tutto il mondo, vendono anche i petali per esempio, e ieri avevano boccioli di fiori rossi e gialli, - c’e’ un commesso che mi strizza l’occhio, gesto insolito per un olandese che non sia al terzo boccale di birra, e m’infila nello scatolone prima di sigillarlo, qualcosa che non ho il coraggio di comprare perche’ costa troppo o che non saprei come utilizzare. E ieri avevo puntato una scatola trasparente con dei fiori d’orchidea, e avevo proceduto così: prendi i fiori, posa i fiori, riprendi i fiori e chiedi quanto costa, oh troppo! Pronunciato in italiano, perche’ al commesso piace l’italiano, me lo ha detto la prima volta che mi ha sentito parlare al telefono, ma con Emme che girava nel reparto non mi ha regalato nulla, nemmeno una cipolla. Peccato.
Però la scultura della mela blu al crepuscolo era proprio bella e chissà Laura come se la passa a Bologna.

 

 



postato da alice121 ~ 23/09/2005 11:22 ~ commenti (6)
~ roba d olanda




mercoledì, settembre 21, 2005
 

Lei non sa che cosa le farò io!
Prendi una persona che hai pagato (troppo) per un certo lavoro. Metti che il lavoro che ti ha fatto non rispetta l’impegno di quello che avevate stabilito e che ti aveva promesso anche uno sconto che, al momento di compilare l’assegno, ti nega. Aggiungici che ti racconta bugie, che tu smascheri, ma e’ come se parlassi al nulla: non si difende, non si arrabbia, nemmeno sbatte le ciglia. Tanto l’assegno l’ho incassato. Sei impotente, ormai.
Non puoi nemmeno insultarlo perche’quel suo tono freddo e formale, te lo impedisce. Però tu in qualche modo ti devi sfogare. E allora che cosa fai? Lo trasformi in un personaggio, gli appiccichi un nome odioso, lo rendi ancora più sgradevole e ridicolo di quello che appare.
Una delle prime cose che t’insegnano ad un corso di scrittura creativa, e’ che deve esserci sempre distacco tra il narratore e i suoi personaggi. E che se stai per trattare di un fatto che ti e’ accaduto, fai passare almeno un po’ di tempo.
Però vuoi mettere la soddisfazione di spingerlo verso un triste destino? Il piacere di renderlo odioso? Di fargli precipitare tutto addosso? Di costringerlo a strisciare come un verme?
Finita la storia quasi ti fa pena.



postato da alice121 ~ 21/09/2005 11:09 ~ commenti (14)
~ pensierini




martedì, settembre 20, 2005
 

No, mi spiace non sono io. Cioè sono io, ma… 
Da principio era alle feste.
Stavo in piedi vicino a una finestra oppure ero lì che guardavo i dischi, si avvicinava uno, ciao ciao, mi ricordi qualcuno, ci siamo già visti da qualche parte, ma io ti conosco! Ma non eri tu quella che… 
Insomma normali tecniche d’abbordaggio, nemmeno originali, e magari io  avevo una faccia comune, però era anche seccante.
Quello che mi consolava era il cognome.
Il mio cognome era unico, nel senso che eravamo tutti parenti. Se mettevo insieme nome e cognome poi c’ero solo io.
Fino ad un certo punto. Una volta e’ sbucata dal nulla una cugina, che  viveva a Roma come me, stesso cognome, stesso nome, però lei era nera e io rossa, lei era dipinta e io no. Insomma le differenze c’erano e belle nette. Per un po’ ci siamo anche frequentate. Erano i genitori che ci spingevano. Pare che lei fosse in un giro non apprezzato dai suoi e i miei speravano che seguissi il suo esempio e mi vestissi meglio. Poi abiti e fidanzati ci hanno separate. Gli scambi d’identità’ si sono affievoliti, fino a scomparire quasi del tutto. E io avevo troppo da fare per starmi a a confrontare con eventuali cloni e originali. Capitava, sì, ogni tanto qualche avvistamento,  ma c’era sempre il dubbio. 
Poi ci fu il blog e le mail.
E qui comincia la seconda parte.
Qualcuno scorre un mio post, legge il mio nick e tac! mi riconosce. Eccola e’ lei, quella che ho conosciuto al campeggio due anni fa! E’ lei che studiava in quella città svizzera e abbiamo parlato per tutta la sera! Ma non ci siamo già incontrati a Sarajevo?
Sei tu quell’Alice che…Sei tu quell’Alessandra che…
No, mi spiace non sono io.
Cioè sono io, ma non quella che credi.
Oh, poi  ho avuto anche una soddisfazione. E’ arrivata una mail, un anno fa, che cominciava così: Ai tempi del liceo Scientifico Statale civico vattelappesca, sezione C o forse era D?? ho conosciuto una tua
omonima, o forse sei proprio tu?? Se e' così e' veramente una fortuna insperata.
E finalmente ero io!
Ma e’ stato un caso.
Da un po’ di tempo vengo scambiata per una tedesca. Cioè per una che scrive libri in tedesco. Io che dopo quattro anni d’Olanda, non riesco nemmeno a pronunciare bene il nome del paese dove abito. Addirittura una mia compagna di scuola, con cui non avevo perso nemmeno troppo i contatti, mi ha chiesto se fossi io quella che scriveva tutta quella roba sulla rete…

In che lingua? 
In tedesco. 

In tedesco, no. Non sono io.



postato da alice121 ~ 20/09/2005 12:04 ~ commenti (1)
~ pensierini




lunedì, settembre 19, 2005
 

Perché compri solo sveglie che si rompono? E soprattutto perché  le continui a infilare in quella busta sotto il lavandino?
Oggi 19 settembre e’  cominciato l’inverno. Alle 6.40 minuto più, minuto meno, ero li’ a interrogarmi se quell’incerto chiarore oltre la tenda fosse luna o sole, se la sveglia fosse suonata o no, e come mai la gatta non era saltata sul letto, e che forse era domenica, ma che se non era domenica allora era lunedì e che non avevo pensato ancora a cosa mettere nei lunch box. Poi ho fatto un ripasso degli ultimi due giorni, ripasso surreale perche’ mi si accavallavano conversazioni/immagini reali e non: una tizia in piscina, bianca e rossa che mi porge un libro perduto a sfondo rosso: ho provato a leggerlo, ma avessi capito una parola. Una bambina di due anni che mi fissa sbalordita: perche’ non mi rispondi? Vorrei ma non posso, non lo so l’olandese, un tipo che ficca la mano che perde sangue dentro un sacchetto della Bran’nola.  E che cos’e’ la Bran’nola? E il 27 s’avvicina, il 27 e’ il giorno del compleanno di Lo e non abbiamo ancora pensato alla festa, ai biglietti d’invito e da dove sono venuti  gli etruschi?  E allora per scoprirlo sai che faccio? Ordino i libri su ibs, libri che non parlano degli etruschi, perche’ di loro so gia’ tutto, io voglio scoprire da dove sono venuti…e se la gatta non era venuta a svegliarmi, allora era rimasta fuori la notte, forse per  la luna piena, la stessa che splendeva sulla Jordaan ad Amsterdam sabato sera, a Jordaan dove c’era un festival, ma la cantante era penosa e c’era un tipo che voleva rimanere ad ascoltarla, e lei ha slucchettato la bici e lo ha mollato lì e lui quando la canzone e’ terminata si e’ girato e ha visto che se n’era andata via, ha fatto una faccia, ma insomma non si abbandona uno in quel modo, però la cantante era proprio una pizza, la pizza! Ho battuto un record ieri sera: 7 pizze diverse. La pizza e io, l’Olanda e io, e allora ho capito: che se ragionavo così era proprio lunedì e che la sveglia era suonata da un pezzo. Da un pezzo che corrisponde a 10 minuti, ed era luna e notte finestra cucina e sole e giorno finestra letto.



postato da alice121 ~ 19/09/2005 11:26 ~ commenti (10)
~ pensierini




venerdì, settembre 16, 2005
 

Se sono grassa e’ perché mangio, ma non mi nascondo, non divoro in segreto. Ve li mastico in faccia i miei panini, io. 
Sono in una stanza rettangolare, dove ci sono delle sedie di plastica,  un tavolo con sopra patatine e paste alla cannella, bibite gialle e verde pallido.
Davanti a me, c’e’ un leggio, simile a quel tavolino alto da cui i politici incantano la gente.
C’e’ una che parla. Sta illustrando uno dei tanti programmi avvolgi/integra.
La maestra di Lo ci ha suggerito di andare. Partecipano tutti i ragazzi della classe, imparano e si divertono!
La tipa parla nel caos, e’ un po’ frustrante, penso.
S’interrompe.
Gli adulti ridono. Suo figlio ha infilato la testa nell’intercapedine del leggio ed e’ rimasto incastrato.
Per le nostre attività servono volontari, dice. Costruire una zattera, riparare una bicicletta, riconoscere le stelle. Ogni famiglia deve offrire un volontario.
Io so: preparare la pizza e la torta al cioccolato, calcolare le tasse secondo il sistema italiano, fare le collane.
E’ il tuo giorno, dico a Emme.
Puoi insegnare i nodi, i tuffi o fare il master per un gioco d’avventura! Quale prendi la 1, la 2 o la 3?
Alza la mano e s’aggiudica la 2.
Fuori una pioggia sottile sta cacciando l’estate. 
Vai a chiacchierare con quella, mi dice Emme. Sarà la nostra vicina futura!
Non ho voglia di parlare con la texana,  non capisco un accidente, aspetta un attimo, guarda quanti tipi di foglie esistono. Sto sfogliando il manuale del gruppo.
Italiani? Oh italiaaaniii! Sì! Piacere sono Helen, sono inglese, ma ho vissuto per cinque anni in Messico. E’ da quindici giorni che mi sono trasferita qui. La pioggia, il cielo…eh non e’ facile. Pero' ci sono tutte queste attività ! Non ti lasciano pensare. E voi?
E noi. 
Continuo a consultare il manuale. C’e’ un capitolo sulle pietre. C'e' una foto di un quarzo rosa. Andiamo a parlare con la vicina, insiste Emme.
Oltre il libro ho messo a fuoco qualcuno. Un attimo, dico. I bambini divorano patatine e fanno un chiasso pazzesco.
Ho capito, sei nella
fase: non mi va di socializzare. Vado io. 
Va, parla, torna. 
In effetti, quando fa la spiritosa, si mangia un sacco di parole e non si capisce un accidente. Però ho conosciuto anche la 12 e la 18. 
Eh? 
Le future vicine che abitano al n.12 e al n.18. 
Ah. 
T
u non mi ascolti.

Lo sentivo, sì, ma non proprio.
Pensavo ad Alyssa.
Alyssa seduta a quattro posti di distanza da me. L’ho conosciuta ad una festa l’anno scorso. E' di New York, ha quattro figli, la pelle scura, un corpo oltre i limiti.
Quest’anno la incontro tutti i giorni: suo figlio e’ in classe con il mio. La vedo davanti all’ingresso di scuola, al caffè d’assimilazione della nuova classe, oggi. Ho conosciuto molte  persone obese. Ho vissuto per tre mesi con una ragazza, una ragazza alla pari che aveva gravi problemi con il cibo.
Ma Alyssa…non l’ho mai vista senza che masticasse. Davanti all’ingresso della scuola con le patatine e un succo, nella riunione di classe con un panino imbottito prima di parlare si e’ leccata tutte le dita, oggi.
Oggi ha mangiato 4 paste alla cannella. Suo figlio corre da lei: vado a fare le capriole, questa non mi va più, mum…Alyssa addenta la quinta. 
Se il mio Tom mi proponesse: torniamo a New York? Mi dirà poi. Sei impazzito!? Io voglio vivere qui, e’ tutto così semplice, qui. Vuoi una caramella?
No, grazie.
Una vita senza smog, un paese tranquillo, l’Olanda e’ il paese dei bambini. 

Io penso che mangi senza interruzione quando e’ in mezzo alla gente. Credo che lo faccia per una specie di timidezza contraria. Se mangiasse con questa frequenza per tutta la giornata, credo che sarebbe già morta. Vorrei entrare nella sua testa, vorrei capire quel meccanismo che agisce. Però forse sarebbe meglio che prima capissi il mio, quello che mi fa pensare: devo per forza socializzare con tutti? Ma proprio  tutti? Non se ne potrebbe eliminare almeno una manciata? Magari due?    



postato da alice121 ~ 16/09/2005 11:21 ~ commenti (9)
~ roba d olanda




giovedì, settembre 15, 2005
 

Un bambino
Be’ da quando ho letto questo pezzo, non riesco a non pensarci.



postato da alice121 ~ 15/09/2005 10:04 ~ commenti (7)
~ segnalazioni




mercoledì, settembre 14, 2005
 

Quando i nani vengono scambiati per aironi 
Sai Chris, ho qualche punto fisso, delle abitudini, mi piace parlare di sciocchezze, con  la presunzione (nascosta) di non essere banale. Poi ieri sono stata un’ora a chiacchierare di uova. 
Di uova? 
Di uova, sì. 
Sulle scatole delle uova c’e’ un numero. Che rappresenta la qualità di vita della gallina. Se il numero e’ alto, la gallina poteva camminare, se il numero e’ basso, ha fatto una vita del cavolo. Se la gallina era libera, fai il tiramisù, se ha avuto un’esistenza segregata, ti cuoci un uovo sodo. Intanto ho deciso di non mangiare più uova sode, cioè no, aspetta, di non comprare più quelle uova che si possono fare solo sode. 
Io prendo solo quelle biologiche. 
Poi ho parlato anche di foglie: foglie accartocciate, foglie lisce… 
Eh? 
Le foglie degli spinaci. Quelli a foglie distese crescono nella sabbia, quelli a foglie accartocciate nella terra. Insomma e’ passata un’ora, senza che me n’accorgessi. Senza che pensassi ad altro. Cioè pensavo alle uova e a quegli accidenti di spinaci. Quattro anni fa sarebbe stato assurdo che partecipassi a un discorso del genere. Cioè magari sarei stata lì a sentire ma la testa sarebbe volata altrove! 
Si cambia. E poi mica pensi sempre agli spinaci, no? 
No, hai ragione. Anche alla cicoria. Perché gli olandesi non mangiano la cicoria? 
Oh ma che ne so. 
Tu la mangi? 
No! 
Senti, un’ultima cosa, poi ti saluto. 
Le cose che mi piacciono sono sempre le stesse. Ogni tanto se ne aggiunge qualcuna nuova, però…Non posso immaginare che un giorno mi metterà a bere caffè con lo zucchero o… 
Secondo me e’ l’incontro con OcchiLaterali che ti genera ansia. 
Non so. Comunque ho fatto una scoperta quasi terribile. Io odio il rosa, da sempre. E’ un colore che mi fa vomitare. E invece negli ultimi mesi ho comprato: un paio di pantaloni, due borse e un asciugamano di questo colore! Senza che me ne rendessi conto. 
Vedrai che quando i contatti con OcchiLaterali cesseranno, sarai più tranquilla. 
E  poi perché mi ricordavo che nel giardino c’era un nano di pietra  invece di un airone di ferro? 
Non ti rispondo. Ci vediamo alle 3, ok?



postato da alice121 ~ 14/09/2005 10:31 ~ commenti (11)
~ roba d olanda




martedì, settembre 13, 2005
 

Se il gallo d’ottone sparisse. 
Spesso  mi capita di  riflettere su qualcosa di marginale.
I migliori compagni di queste riflessioni, che se sfumano verso il surreale danno più gusto, sono i bambini. Altrimenti ragiono da sola.

Se sparisse il gallo dorato in cima al campanile, chi se ne accorgerebbe? E  cerco di stabilire chi  noterebbe per primo tale scomparsa. Non sarà  necessariamente il prete, potrebbe essere il tipo che porta i giornali la mattina, per esempio. E cosa penserebbe? Come la spiegherebbe? Ci continuerebbe a riflettere mentre pedala lungo la pista ciclabile? Lo racconterebbe a sua moglie quando torna a casa? Oppure lo direbbe a una delle sue clienti che incontra per caso in giardino mentre sta per lasciarle il giornale davanti alla porta? Si porrebbe il problema di essere considerato uno sciocco nel dire una cosa del genere a qualcuno con cui ha una conoscenza superficiale?
Insomma riflessioni su eventi improbabili che portano a domande infinite.  
C’e’ una questione su cui mi soffermo qualche volta. Riguarda le coppie
miste.
Dove lei e’ russa per esempio, lui italiano. Nessuno dei due parla o capisce la lingua del partner. Certo col tempo impareranno qualcosa, soprattutto se nascono dei bambini. Anche se la nascita dei bambini, introduce un’altra incognita nelle mie riflessioni. Lei si rivolgera’ in russo al figlio, lui in italiano e durante il pasto serale, moglie e marito parleranno in inglese e il bambino, che frequentera’ una scuola olandese, non capirà un accidente.
Ho provato a chiedere a queste coppie come gestiscono la faccenda della mancanza di una lingua familiare, ma ho avuto risposte insoddisfacenti, non risposte insomma. 
Ieri ho avuto la possibilita’ di ascoltare incidentalmente una conversazione che seguiva a un fatto. Lei si era arrabbiata con lui, perché  lui aveva messo il bambino di due anni su un ramo di un albero. Lui aveva le braccia intorno al figlio, l’avrebbe afferrato se avesse perso l’equilibrio, però c’era anche la possibilita’ che gli sfuggisse. L’episodio avveniva in un giardino, alla presenza di molte persone. Lei, dopo avergli chiesto di metterlo giù e - non aver ottenuto
alcun risultato se non la frase (in inglese): guarda come e’ felice di osservare il mondo dall’alto! - l’aveva aggredito, insultato (sempre in inglese) e alla fine aveva abbandonato il giardino e s’era ritirata in casa. Lui aveva continuato a giocare con il piccolo sull’albero, alla fine l’aveva fatto scendere, s’era diretto verso la casa.
Sono entrata anche io per prendere le sigarette. Non subito, dopo qualche minuto.
Li ho sorpresi che discutevano sulla faccenda dell’albero. In inglese.
Poi lei e’ scoppiata.
E io sono rimasta  di sasso.
Perché e’ scoppiata in italiano, molto fluente. Una parolaccia, una frase di spiegazione, un’altra parolaccia.
Ecco, m’immaginavo che quando uno scoppia, lo facesse nella propria lingua. Invece lo colpisce in quella di lui. Incanala la sua ira in parole complicate. Quindi non era proprio uno sfogo. O forse lo era, ed aveva talmente perso le staffe, da eliminare il complesso di non  essere in grado di parlarla. Altrimenti avrebbe potuto insultarlo in russo e lui l’avrebbe compresa ugualmente.   
Se fosse stato un film, avrei inserito me stessa che chiedevo: perché sei  passata all’italiano? Trattandosi di realtà ho preso le sigarette e sono fuggita in giardino. 

 

 

 



postato da alice121 ~ 13/09/2005 11:21 ~ commenti (13)
~ pensierini




lunedì, settembre 12, 2005
 

Dove volano le anatre?  

Siamo appena usciti dalla piscina Lo e io, infilo la chiave nella serratura dell’auto che scoppietta indecisa, mi apro non mi apro, e mentre attendiamo, seguiamo l’atterraggio di un airone grigio che ci valuta per qualche istante, poi affonda il becco nell’acqua verdastra del canale.  
Lo guarda l’airone, fa un paio di passi d'avvicinamento, lui, l’airone, espande le ali e si predispone al decollo. 
Dove vanno le anatre quando l’acqua del canale ghiaccia?
Invece di dare una risposta razionale, mi chiedo: questa domanda l’ho già sentita, ma quando? Da chi? Penso alle anatre che quest’inverno popolavano il bosco, quindi non se ne vanno, e’ pur vero che i canali non erano gelati. Ghiacciarono tre anni fa, ma nel bosco non andavamo perché faceva troppo freddo.
Secondo me, rispondo alla fine, individuano un punto dell'acqua dove lo strato e’ più sottile e lo bucano con il becco.
Sei sicura?
Be’  veramente no. 
 

Più tardi verrà fuori che le anatre emigrano se la temperatura scende, che quel qualcuno che aveva la stessa curiosità era un certo Holden, che nella confusione di trovare una risposta, devo aver lasciato da qualche parte il libro di Franzen, letto fino al punto in cui Gary si chiede se non stia esagerando con tutti quei barbecue.  

Del libro perduto, me ne ricorderò quando girando a Amsterdam per raggiungere una mostra, mi cadrà lo sguardo e il naso sui barbecue solitari degli arabi nei loro terrazzi minuscoli e in quelli collettivi degli olandesi nelle piazzette.  Alla mostra vedrò dei filmati e mi sforzerò  di trovar loro un senso, che insomma non può essere sempre tutto chiaro. Ma se non si trova un senso, forse si può rintracciare un segnale.  E allora c’era un proiettore che trasmetteva sul muro bianco le sequenze di  un trasloco.  Che da qualche parte ho visto un airone di pietra. Che come mi ha fatto notare Fran: tu dici di non credere agli oroscopi e a un sacco di altre cose e poi fai la superstiziosa al contrario. 



postato da alice121 ~ 12/09/2005 11:59 ~ commenti (5)
~ pensierini




venerdì, settembre 09, 2005
 

Succede solo a me?

Non posso più scrivere (e leggere) commenti sui blog  di Splinder. Cioè se decido di lasciare una traccia, non devo avere incertezze o vuoti di memoria, perché il blog sparisce e mi ritrovo sulla pagina di Splinder. Se clicco su lascia la tua opinione, Splinder mi risponde: non ci interessa.

Su soluzioni invece non hanno soluzioni.



postato da alice121 ~ 09/09/2005 10:28 ~ commenti (8)
~ segnalazioni




giovedì, settembre 08, 2005
 

Il paese è piccolo e la gente…

In questi ultimi mesi ho visitato almeno quaranta case. 
Quando fissi un appuntamento con l'agente, c’è sempre il proprietario dentro e io mi faccio influenzare da lui da lei da loro e trovo dei motivi che giustificano il fatto che in quel luogo non potrei vivere. Sono stata in una che poi erano due, due case collegate da un ponticello, in vendita a un prezzo ragionevole, un giardino su un canale, un grosso canale, e loro, lui e lei sui sessanta erano lì enormemente grassi su delle poltrone immense, in simbiosi perfetta con le poltrone e le due case e c’era un disordine pazzesco, e allora scuotevo la testa, la vista non mi piaceva, si sentivano i rumori della strada. E un’altra ancora, dove nel giardino c’era una quercia e tre salici e l’attracco per la barca, con la proprietaria che se la vedevi da dietro sembrava avesse vent’anni, ma da davanti aveva gli occhi spenti, mangiava pasta già pronta del super, in piedi, vicino al lavello della
cucina. Il giardino, ah il giardino sarebbe stato splendido: era su un canale ampio, da cui non scorgevi i dettagli della sponda opposta, con le canoe e le barche che lo percorrevano, solo che per arrivare sul pontile, dovevi munirti di una roncola perché era pieno di sterpi, d’erbacce, di spazzatura portata dal vento. E poi un’altra con il tetto di paglia da cui si vedeva il cielo, e dove le taccole avevano costruito il nido, il vecchio che l’abitava se lo era portato  via il figlio, c’era una cucina in pietra e un camino che sembrava rubato a un quadro, in ogni stanza un lavandino, dei corrimano speciali per scendere le scale, bottiglie e scatole di medicine, odore di ospedale, di dentista, di malattia. E un’altra, dove la proprietaria era bionda sorridente con le figlie che quel giorno non erano a scuola, una casa con pareti solide, le  stanze grandi, un po’ tubolari, ma grandi e però c’era l’inganno e anche il mistero perché in nessuna di queste c’era un armadio, e lì per lì non ci ho pensato a come fanno cinque persone a non avere  armadi, sotto i letti non c’era nulla, non c’era un cassetto intendo, comunque le ho detto: la casa è bella, mi piace molto, perché le bambine sono a casa? Perché  la scuola è chiusa. Come quella dei miei, ho pensato. Mentre la salutavo, stavo per dirle: mi faccio risentire domani e invece le ho chiesto: perché vuoi andartene via da qui? E lei ha risposto: perché le mie figlie vanno a scuola a V. e la mattina impiegano un’ora con il bus per percorrere sei chilometri. Le ho stretto la mano, augurandole buona fortuna, V. è il paese in cui vanno a scuola anche i miei, le ho detto. Alla fine è arrivato il colpo di fulmine: ne ho vista una dove avevano costruito librerie in punti assurdi e negli scaffali volumi in francese, in tedesco, in olandese. Limoni e gelsomini nella serra, tulipani neri e salici nel giardino. Un cane, un bastardo di pelo fulvo, molto allegro. Un caminetto acceso. Una scrivania identica alla mia! Questa è la mia casa, ho pensato. Voglio vivere qui. Certo avrei tolto Brontolo dal giardino, per il resto avrei lasciato tutto così. Ma com’è  che si dice: il paese è piccolo, la gente mormora? Qui i paesi non sono piccoli e sono tanti, sono tutti paesi, uno separato dall’altro da pochi metri, e alla gente olandese, tedesca, americana e italiana piace chiacchierare. Così ognuno mi ha fornito un’informazione, così casualmente, e lei, la proprietaria, si è trasformata in Anna, in Emma, in Sylvia per diventare O-lan. Lei è O-lan, sì. E io non voglio addormentarmi nella casa di O-lan.

Stamattina ho composto il numero di un’agenzia e ho detto: cerco una casa. Deve avere due requisiti: deve essere a V., è il primo. E dopo un attimo d’esitazione:  deve essere vuota, è il secondo.   



postato da alice121 ~ 08/09/2005 12:14 ~ commenti (6)
~ roba d olanda




mercoledì, settembre 07, 2005
 

Te lo avevo detto io!

Sei sulla corsia d’emergenza dell’autostrada, hai aperto il cofano, così tanto per…lo richiudi, afferri il cellulare, stai per spingere il tasto, hai un attimo d’incertezza, una, due, tre le macchine che scorrono,  smetti di contarle, fai un sospiro leggero, premi il bottone, e…

Sei quasi la stessa di quello che diventerai, la persona che ti è accanto è un’altra. Sei sdraiata su un divano con una tazza di camomilla fumante davanti, su un altro tavolo più basso e lontano, ci sono gli ultimi grammi di quella che fu una cioccolata svizzera con nocciole da un chilo, proprio quella che sta piantata nel tuo stomaco  e una voce che appartiene a chi ti ha preparato la camomilla, dice…

Cerchi il file romanzo, è da un sacco di tempo che non lo apri più, alla fine leggere quelle righe ti dava la nausea, sì erano una noia pazzesca, però ti ricorda quando lo scrivevi, ti viene da sorridere se t’immagini mentre lo pensavi, lo cerchi, ma non lo trovi, nessuno sa, nessuno ha fatto nulla, si è distrutto da solo per noia, forse, chissà, si alza un indice ammonitore e di nuovo…
 

Abbassi gli occhi sul banco, sperando che se non guardi, svanisci, il silenzio si espande, ti gela, il dito scorre sul registro, si ferma nel mezzo, un secondo, due, alzi lo sguardo, meglio di no, poi viene pronunciato il tuo nome. Ti alzi in un immenso sospiro collettivo, in cui non c’è il tuo, inghiottisci, ti avvii verso la cattedra un po’ rigida, affronti il tuo destino, al secondo passo, eccola che arriva…

Come ci si difende da questa frase?



postato da alice121 ~ 07/09/2005 10:50 ~ commenti (10)
~ pensierini




martedì, settembre 06, 2005
 

Da che parte cade l’albero. 
L’albero è venuto giù di schianto. 
Il braccio meccanico stava sollevando una zolla di terra nel giardino adiacente, ha divelto la staccionata di separazione e ne ha provocato la caduta.
Era un albero fragile, con un tronco sottile.
Avevo appena parcheggiato e sono rimasta nell’auto.
L’operaio ha spento il braccio assassino. Il proprietario dell’albero caduto è corso fuori seguito dalla moglie con un bambino in braccio. Anche il tipo che pagava l’operaio è arrivato correndo. Sua moglie invece è rimasta sulla soglia della porta, scuotendo la testa.
Hanno parlato: il danneggiato, con la moglie che gli bisbigliava all’orecchio, l’operaio e quello che sta facendo i lavori. La moglie del danneggiato,  indossava un paio di pantaloni corti e aveva le gambe bruciate dal sole. Il bambino, li guardava parlare e arrotolava un ciuffo di capelli della madre intorno a un dito. La discussione è cresciuta di una nota e le biciclette hanno rallentato per seguirla. La donna dell’ingresso ha detto qualche brutta parola. Il tono è schizzato verso l’alto e sono spuntati i cellulari. E’ arrivata una macchina della polizia che si è fermata in mezzo alla strada. A quel punto potevano passare solo le biciclette e il traffico è stato deviato.
Ho indugiato ancora nella macchina, alla fine sono scesa, ma sono rimasta lì. L’operaio ha tirato fuori dal portafoglio una carta e l’ha data al poliziotto.
Si è radunata una piccola folla che fissava l’albero sul marciapiede.
Irritati dalla gente e dalle mogli, i due uomini continuavano a parlare accelerati. E’ arrivata un’altra auto della polizia che ha bloccato la strada nell’altro senso. 
Sembrava tutto così esagerato e bizzarro.
Alla fine quello che sta facendo i lavori, la sua casa è ricoperta da impalcature, ha cominciato a litigare anche con l’operaio.
Qualcuno mi ha bisbigliato all’orecchio: oltre al risarcimento per l’albero, vuole chiedere anche denaro per il danno morale.
Mi sono girata: era una donna magra, bionda, non molto alta che aveva parlato. La stessa che ieri, quando ero al comune davanti alla lavagna magnetica, mi aveva chiesto: ti serve un aiuto? 
Uno sostiene che l’albero era stato piantato quando avevano deciso di avere un figlio, tre anni fa. L’altro afferma che questo non lo può dimostrare, che è un’invenzione e che vuole approfittare dell’incidente per ricavarci più soldi. Io credo che sia invidioso. Vedi che tetto rovinato che ha? E i poliziotti vogliono convincerlo a non ricorrere a un tribunale. Quello che ha ricevuto il danno dice che sua moglie è costretta a star fuori tutto il giorno per i rumori. Che ogni tre mesi arriva un operaio per un lavoro nuovo. E’ un uomo stupido e arrogante. 
C
hi? 
Quello che sta rinnovando la casa. Se ha la disponibilità economica, anziché espanderla, perché non si trasferisce in una più grande? 
Perché è affezionato a quella? 
Perché è un esibizionista. Se continua a restare qui, non avrà una vita tranquilla. 
Tutto cominciava alle 8 di questa mattina, e nel momento che scrivo, le auto della polizia sono ancora lì. 



postato da alice121 ~ 06/09/2005 11:07 ~ commenti (7)
~ roba d olanda




lunedì, settembre 05, 2005
 

Comparse  e riflessioni 
Ieri Olanda verso il mare, 25 gradi, tutti in bici o in macchina e noi a piedi. Se gli altri vanno in bici, noi andiamo a piedi, se gli altri sono in coda in macchina, noi pensiamo di camminare sulle dune per due ore e più. Quelli che si trovano controcorrente e vorrebbero seguire il flusso, e non riescono a raggiungerlo, si dicono emarginati, quelli che sono compiaciuti di essere nel contro, si chiamano snob.
Noi siamo una via di mezzo, ci troviamo contro, senza desiderare di essere nell’altro, senza determinare a priori che vogliamo essere proprio lì.
L’emarginato annaspa nell’acqua nera per raggiungere il corso che gli sembra migliore, lo snob fa il morto a galla nel suo azzurro incontaminato, noi improvvisiamo stili.
Stili da non confondersi con stile.
E poi basta, che il mio cervellino è molto confuso stamattina. E’ il giro negli uffici di Amsterdam che mi aspetta a farlo agitare, credo.
Ero scomparsa da due anni dal comune di Roma e tra qualche ora, burocrazia olandese permettendo, riapparirò qui.



postato da alice121 ~ 05/09/2005 09:42 ~ commenti (12)
~ pensierini




venerdì, settembre 02, 2005
 

Ore8.50.
Sono in soggiorno, seduta sulla mia poltrona, soffio sul caffè e fisso il fiore giallo dell’orchidea e mi domando cosa l’abbia spinta dopo quattro anni di assenza a sbocciare ancora.
Suona il telefono.
Tre squilli è il tempo che impiego a sollevare il ricevitore.
In quei 3 squilli mi chiedo chi possa essere: le bollette le ho pagate, M. è a un riunione, sarà qualcuno che deve propormi qualcosa, ma in genere propongono dopo le dieci, potrebbe essere Occhi Laterali che anche ieri ha telefonato, potrebbe essere lui, certo, che vuole circuirmi per schiacciarmi come dice Chris, oppure…
Oppure. 
Pronto! 
Sono l’infermiera della scuola. 
Fa che siano i pidocchi, fa che uno dei due li abbia… 
Lo è qui, ha avuto un incidente… 
Il tempo di collegamento tra questa frase e la successiva è meno di un secondo, credo. E in questa pausa così breve non ci sono pensieri, ma immagini. Quando sul video si componeva il feto in formazione e io guardavo le ombre e lo sguardo del dottore per capire qualcosa prima che parlasse, o quando il pediatra ascoltava il battito del suo cuore e metteva su quel viso serio, concentrato, quando al pronto soccorso lo visitavano, attimi che avevano una diversa scala di preoccupazione, ma che racchiudevano il silenzio, un silenzio incerto che non mi piace. 
Stava giocando a pallone, dice l’infermiera, ed è stato colpito a un occhio. L’occhio è molto gonfio, potrebbe esserci una contusione alla cornea. 
Me lo passa, per favore? 
Prima delle parole, ascolto il suo tono, e sono quasi tranquilla. 
Chiamo il dottore. Il telefono del dottore è sempre occupato, cioè è libero quando non c’è. Se la fortuna è dalla mia parte e qualcuno dice Pronto, io pago 12 euro più Iva. 
Sette minuti di guida alla TantoLoSoDoveSonoLeMacchinette e sono a scuola. 
Tiro un sospiro di sollievo: la sacca di ghiaccio ha fatto sgonfiare lo zigomo e anche la cornea non è così rossa. 
E’ meglio che lo fai vedere comunque, suggerisce l’infermiera. 
Chiamo ancora il dottore. Occupato. Chiamo M. 
Vai senza appuntamento, mi dice. E se non ti riceve vai al P.S. di GGGsssTT, e se non lo visitano neanche lì, andiamo a quell’ospedale dopo Amsterdam. In quello non ti cacciano via, lo sai. 
15 minuti di guida olandese e sono dal Doctor. Salm si chiama, che nome del cavolo, però non c’è mai, ci sono i suoi assistenti. 
Senza appuntamento?! Dice l’infermiera in dutch. 
La linea era occupata, rispondo in inglese. 
Ma senza appuntamento?? 
E’ un’emergenza, dico, indicando l’occhio di Lo.
Data di nascita, nome e cognome. 
Non trovo il file, dice dopo qualche click. Puoi controllare se i dati sono esatti? 
Ehm, dico. Sul post it li hai trascritti nel modo corretto, ma… 
Hai scritto 1895. Un po’ troppi, non credi? 
Guarda Lo, guarda me. Senza dire nulla. 
E’ nato nel 1995. Ha quasi 10 anni, non 110. 
Già è vero. Ride. Ridono anche gli altri. I loro suoni entrano nel mio cervello e li traduco in blocco. 
Ci sediamo. Lei, si mette a osservare qualco