ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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mercoledì, agosto 31, 2005
 

Ma 
Mi chiedevo…
In Italia come si spostano gli agenti immobiliari?
Qui, uno che mi doveva far vedere una casa, è arrivato con la Porsche Cayenne Magari ci si immagina che sia il capo di una grande agenzia, che abbia chissà che giro e invece manco per niente: occupa solo una piccola quota di mercato di un paese.
E poi ha gli occhi laterali.
Di questo non me ne accorgo io, me lo fa notare Chris che gentilmente si offre di accompagnarmi.
Perché c’è questo odore in cantina? chiedo a Occhi Laterali, non è che c’è l’acqua nelle fondamenta?
Assolutamente no!
La casa mi piace, ha un giardino che sembra un cespuglio esposto a Sud. E poi ha anche il bidè.
Chris è scettico, invece.
Occhi Laterali dice: se vuoi la casa devi decidere entro 24 ore. Dice anche altre cose.
Chris mi bisbiglia: ha capito che ti piace e ti vuole schiacciare come un insetto.
Un insetto io? E schiacciata? Contro un vetro o contro un muro?
Va in giro con una macchina che sembra una casa, un piccolo agente immobiliare!
Pensi che mi voglia fregare?
Certo. Il prezzo è eccessivo. Cerca il pesce che abbocca.
O il pollo, suggerisco io.
E poi tutta quella fretta di concludere. Sai come diciamo qui in Olanda?
Come?
GGGGttttrrr.
Traduci, per favore.
Mica sto comprando un chilo di zucchero, ma una casa.
Hai ragione.
Non puoi valutare se uno che ha gli occhi in quel modo, mente. Non li vedi insieme. Un occhio sorride e un altro uccide. E poi perché ha una macchina del genere?
Che ne so, magari è nato ricco oppure ha vinto al bingo?
No, no. Dice lui. Qui c’è qualcosa sotto.

E stanotte, stanotte, ho sognato un uomo vestito di nero, con gli occhi laterali che prendeva a martellate un bidè.

Chris e io prendevamo il caffè nel giardino, come se non stesse accadendo nulla. Senza zucchero, però.



postato da alice121 ~ 31/08/2005 10:32 ~ commenti (14)
~ roba d olanda




lunedì, agosto 29, 2005
 

Aspettando Katrina. 
Due giorni fa 
Davanti a un taxi che lo sta portando all’aeroporto, un uomo alto, oltre i quaranta, parla a un altro, probabilmente della stessa età, che ha una borsa di plastica a tracolla, la camicia slacciata su un petto cosparso di ciuffi di peli grigi, che ascolta prendendo appunti su un taccuino. 
Prima vai alle baracche, ti porti qualcosa da bere, capito? Individui i soggetti interessanti, attento al viso: non mi riprendere qualcuno senza denti o ubriaco, deve apparire sporco, ma pulito. Cerca la storia! Fammi un primo piano anche di un paio di serpenti. Poi vai allo stadio. Lì rintracci uno con il sax, fagli suonare un pezzo, no almeno quattro. I bambini: riprendi i bambini. Ma non così genericamente, capito? Devi trovare una famiglia in cui la gente si riconosca. Devono pensare: se nascevo nero, sarei stato quello, se mi licenziavano l’anno scorso ero lei, quella donna con i capelli trattenuti indietro da una fascia. Tira fuori l’anima della famiglia, capito? Cerca i culi abbondanti, ma non obesi, capito? Gira quando sono addormentati, quando mangiano, quando pisciano. Gira sempre, senza fermarti mai. E nemmeno te ne accorgi di Katrina, nemmeno ci pensi. Hai paura? 
No, capo, no.
 Il taxista, un messicano grasso che riempie la parte anteriore dell’auto, dice: ehi capo, sbrigati ne ho altri tre da caricare. Il capo tira su col naso, si riavvia il ciuffo che nella concitazione delle istruzioni ha scoperto un cranio pieno di bolle.
La polvere, capo. 
12 ore dopo. 
Con la stessa borsa di plastica blu, con la stessa camicia del giorno prima, ha abbordato una  davanti a lui nella fila, lei dopo un attimo di timidezza, di balbettii, gli ha mostrato un foglio in cui c’è scritto: schizofrenia paranoide, gli ha vomitato addosso un fiume di parole, di spazi vuoti e di gengive, la busta con le medicine, una con le collane, quella con i vestiti.
Ho un lavoro, dice per centocinquanta volte. Un lavoro in un gruppo di volontariato.
La vuoi una birra?
Non la voglio, no. Bevo solo succhi di frutta.
Solo succhi. Oh! E perché? Ehi non mi hai detto come ti chiami!
Ha riso. Una mano davanti alle labbra, gli ha chiesto: indovina?
Eh non lo so. Jenny, forse? Hai il viso da Jenny.
No, non mi chiamo Jenny, prova ancora.
Venti nomi gli ha detto, o trenta. L'avrebbe colpita con un pugno sulla bocca, invece. Sarebbe stata meglio. Non si sarebbero più notati i pezzi mancanti.
Alla fine ha urlato : Katrina mi chiamo, come l’uragano!
Mentre lui si stupiva e lei rideva compiaciuta, si piegava dalle risate, ha fatto scivolare il barattolino nella busta delle medicine. 
Ora. 
Aspetta Katrina davanti al cesso del bagno  da 60 minuti.
Non mi dimentico, non ti preoccupare. Ho un lavoro, io. 
E arriva, in ritardo, quando sta già per precipitare nel panico, ma arriva. E senza buste. 
E la tua roba, dove l’hai lasciata? 
Al sicuro, dice lei. 
Nulla è al sicuro qui, pezzo di deficiente. 
Katrina alza le spalle e dice senza coprirsi la bocca:. Voglio 30 minuti di riprese. Altrimenti ti bevi il caffè amaro, ok? 
Ok, ha risposto. 
Poi mi consegni la cassetta e io ti do lo zuccherino, ok? 

Non vorresti dei soldi, invece? 50 dollari, che ne dici?

No. Voglio vedermi alla tv, io. Voglio quello.



postato da alice121 ~ 29/08/2005 11:33 ~ commenti
~ storie




venerdì, agosto 26, 2005
 

Al posto delle colline, c'è un bosco.  

Bambini e animali riescono a trovare una soluzione, quando manca loro qualcosa, più facilmente di quanto accade agli adulti.

Così la gatta, preso atto che lo scorrazzamento sulle colline è terminato, deve essersi detta: eh no, io su questi tetti piatti non ci giro più, tanto lo so che quei fagotti di penne nere con le ali non li acchiappo. Io voglio loro, quegli esseri verdognoli con le code che si agitano. Così dalla grondaia si concentra, valuta, ed eccola lì che salta giù. Per dirigersi a passo svelto verso la strada che porta al bosco. Di lucertole finora non ne ha riportate, però continua ostinata la sua ricerca. Anche Lo si è fissato con il bosco da quando è tornato a casa.
Ma non lo mando nel bosco da solo come lui vorrebbe.
Non ti fidi perché devo attraversare quella stradona?
Ma no, certo che no.
E perché allora?
Perché non so chi ci potrebbe essere in quel bosco, ecco perché.

Se fosse possibile creare un accordo, un bell’accordo surreale, mi piacerebbe che ci andassero insieme al bosco, Lo e la gatta.
Lui potrebbe insegnarle ad attraversare con prudenza e lei a rendersi imprendibile agli sconosciuti. Poi lei, con il suo orologio interno gli segnalerebbe: ecco è il tempo di tornare. E lui le aprirebbe la porta, evitando a me la seccatura di scendere.  



postato da alice121 ~ 26/08/2005 13:07 ~ commenti (6)
~ roba d olanda




giovedì, agosto 25, 2005
 

Magari poi
Lo registro come un oggetto che compone lo spazio in cui mi sto muovendo.
Sono nervosa, molto nervosa. Hanno cambiato l’orario di nuoto di Lo e non riesco a scoprire dove e quando sarà.
Gli olandesi sono come gli asinelli: devono seguire un percorso preciso e se arriva l’imprevisto…, così dice la mia amica V, e io sono, talvolta, l'imprevisto nella vita degli olandesi in cui m'imbatto.
Ho parlato con l’ ex istruttrice, una donna massiccia, con una faccia chiazzata di rosso, Lo, già in costume, con gli occhialini al collo, è stato fermato quando stava per tuffarsi.
Non c’è più nella lista. Sta in un’altra lista, in un altro giorno.
Con chi, quando, perchè?
Abbiamo mandato la comunicazione a luglio.
Ma la comunicazione non l’ho ricevuta! E a luglio non c’ero. Non infilerei la mano nella bocca della verità, quando sono rientrata ho trovato un malloppo di posta e delle comunicazioni in dutch a cui ho dato un’occhiata veloce, cioè praticamente non le ho lette.
Ti posso dire il nome della nuova istruttrice, altro non posso fare. Se non trovi la lettera…buona fortuna!
E dov'è questa Marian?
C
onosci una certa Marian? chiedo a una tipa che sta seduta all’ingresso dietro una pannello di vetro. No, è molto dispiaciuta, ma non può aiutarmi.
E tu la conosci Marian? Chiedo a un uomo ripiegato su sé stesso, di età fra i 70 e gli 80 che, con mano tremante, compila le schede per i Diploma A, B, C.
Parla solo in olandese, accidenti. Comunque intuisco che Marian non sa chi sia e la cosa migliore è telefonarle. Mi sposto tra lo spogliatoio e l’ingresso, medito su come risolvere la faccenda, potrei fare il giro di tutte le piscine del centro e chiedere di lei, e Lo mi domanda: mi vesto? Intanto c’è questo tipo che ho registrato, ha un mocho gigante con cui asciuga il pavimento, vestiti! dico a Lo e  continuo a cercare questa Marian, penso alla definizione degli asinelli, però anche io la potevo leggere la posta, continuo a chiedere e a girare, alla fine penso chisseneimporta, mi siedo sulla panca mentre aspetto che finisca di vestirsi.
Buongiorno, mi dice lui.
Buongiorno, rispondo io. Sbrigati a infilarti quelle scarpe.
Quando l’ho registrato, ho pensato che fosse ebreo  perché per il taglio della barba e dei capelli assomiglia agli ebrei che girano per rue de rosier, la strada di Parigi dove si può mangiare il falafel più buono del mondo, ma non ha i riccioli, si chiamano così?, ha poco più di vent’anni e indossa la  maglia rossa della squadra degli istruttori di Lo. E’ il più giovane e gli tocca asciugare i pavimenti, quindi.
E’ passato tanto tempo, dice molto lentamente.
Mi viene in mente che ho messo nello zaino una parte della posta e comincio a rovistarci dentro.
Sì, sì, dico.
Questa comunicazione non c’è.
L’ho studiato a scuola.
Ah sì?  
Dove hai messo la busta delle pinne?
Una bella lingua. Mi dispiace di non poterla parlare più.  
Lo è pronto.
Be’ allora ciao, gli dico.
Conosci per caso Marian ., gli chiedo in inglese, tanto per scrupolo.
Marian? Ho notato che la cercavi. Mi risponde in italiano. Sì, la conosco, e so in quale paese abita. Puoi trovare il numero di telefono sulla guida.
Mi scrive su un foglio, con calligrafia rotonda, l’indirizzo.
Potrei domandargli: e perché non me lo hai detto prima?
E lui mi risponderebbe: perché tu non me lo hai chiesto. E non potrei obiettare nulla. Invece lo ringrazio e aggiungo: complimenti per il tuo italiano, prima o poi anche io mi metterò a studiare l’olandese. Magari poi, e quando arriverà il poi, forse non vivrò più qui, ma questo me lo tengo per me.



postato da alice121 ~ 25/08/2005 12:24 ~ commenti (5)
~ roba d olanda




mercoledì, agosto 24, 2005
 

Poltiglie e desideri 
Ho sognato la moquette che abbandonava la casa.
Ho fatto sogni strani anche io.  Il soffitto del soggiorno, quel pezzo dove c’è quella grande macchia che se piove per più  di un’ora, dobbiamo mettere sotto la pentola, hai presente? 
Sì. 
Veniva giù di schianto. Noi eravamo a tavola, le candele erano accese, doveva essere già autunno, quindi. 
E ci ha schiacciato come pizzette? 
No, no. Ha ucciso le lasagne! 
Terribile! 
Eh sì. E poi pensa avevano l’aspetto delle lasagne di mia madre! 
Che vuoi dire? 
Che nei sogni tutto può succedere, anche i miracoli. Comunque è stata la combinazione della cena di ieri sera a portarci gli incubi. L’accoppiata  croquetten di bue e Kibbeling  è stata la causa. Ce l’ho ancora qui, piantata sullo stomaco. 
Io invece penso che sono sogni premonitori, questi. Che è tempo che ce ne andiamo via da questa casa. Che ne cerchiamo una con un vicinato non olandese, il tetto di tegole e il pavimento. 
E non preparerai più Kibbeling o croquetten per cena? 
Prometto. Solo piatti italiani. 
Eh, non lo so se sarebbe meglio. Quel profumo di lasagne era così stuzzicante…

Tra un po’ vado al super e compro due dozzine di bitterballen, quelle palline piene di un liquido grigio indeciso (ottenuto con un frullato di carne non ben identificata) e le friggo con l’olio dell’euro shopper. Nemmeno nella campagna italiana si trova un olio così a buon prezzo. 
I sogni vanno alimentati, o no? 







martedì, agosto 23, 2005
 

Capisc? 
L’insegnante di Lo, il primo giorno di scuola, ci dice che ha una laurea in psicologia e un’altra in letteratura americana, che ha insegnato al liceo e alle medie, ma che poi ha deciso di fare la maestra del 4 anno (che corrisponde alla quinta elementare), ci spiega anche le ragioni, ma io m’incanto su un poster e non le ascolto. Ogni anno le classi cambiano in modo che non si creino gruppetti, si possono indicare dei compagni con cui si vorrebbe capitare, per esempio Lo ne aveva scelti 5 su 8 (la scelta riguardava i maschi, sulle femmine non si sarebbe pronunciato neanche sotto tortura) e si è ritrovato con i due che non voleva stare, quindi penso che la lista non la tengono molto in considerazione o che la considerano al contrario.
Comunque.
Ecco quello che succede il primo giorno di scuola: lei, l’insegnante una donna sui cinquanta con la passione per la matematica, ci chiede di presentarci.
Ecco che dobbiamo dire: il nostro nome, indicare nostro figlio al banco, posto di lavoro del marito, nostra occupazione, ma di solito nessuna lavora, numero di figli e interessi.
Mentre il giro comincia, ci sono i fogli del volontariato da compilare.
Se soffri di solitudine, d’inattività, se non sai cosa fare del tuo tempo, puoi riuscire a passare tranquillamente 8 ore a scuola a allestire scenografie, a organizzare feste, a cucire vestiti, ad aiutare durante gli esperimenti di scienze.
Partecipare è semplice, restarne fuori va giustificato. Nessuno ti obbliga a fare, però perché non partecipi? Qual è la ragione che te lo impedisce? Nessuno ti farà questa domanda in modo diretto, ma alla fine dovrai fornire le ragioni perché ciò non avviene. 
Ecco quello che faccio io.  Preparo la pizza e la torta al cioccolato per le vendite di beneficenza o per quando ci sono le feste. Per il resto mi tengo fuori da tutto.
Lei, l’insegnante intendo, mentre il foglio gira, interrompe le presentazioni e chiede di alzare la mano a quelle che lavorano e io l’alzo. Poi chiede di alzare la mano a quelle che non lavorano e io non l’alzo. Lo chiede ridendo la controprova, ma la chiede. Così  sono giustificata per l’anno che verrà. Poi tocca a me parlare. 
Sono A.G., bla bla, sono scrittrice.
Ecco qua, giustificata! Preparerò solo torte e pizze per i prossimi mesi.
Mentre aspettavo il mio turno, avevo una curiosità. Se quando qualcuno in Italia mi chiede che fai in Olanda e io rispondo: scrivo. E la seconda domanda è: in inglese o olandese? 
Qual è sarà la seconda domanda che mi faranno qui? Sto parlando in inglese e quindi non mi chiederanno se scrivo in inglese e credo che non gli verrà il dubbio che io possa scrivere in olandese. E che mi chiedono? 
Ecco che mi chiede: scrivi storie per bambini? 
No, racconti per adulti. Mi destreggio in modo da evitare altre domande. 
C’è poi un unico motivo per cui questo post è stato scritto. E sono arrivata alla conclusione e non ne ho ancora accennato. Avrei voluto descrivere un vezzo di questa insegnante.
Mi chiedo perché non lo abbia fatto subito. Non lo so perché.
Comunque eccolo qui, il vezzo. Conclude ogni frase con questa parola: Capisc?
E dopo che il giro delle presentazioni s’era concluso, mi ha puntato l’indice contro dopo l’affermazione: sapere le lingue è importante, e ha chiesto: in che lingua è capisc?
Abbiamo risposto insieme, la mia vicina e io, in effetti la posizione dell’indice ci comprendeva entrambe. Lei è del Texas, ci sono molti alunni del Texas in classe quest’anno. Io, le donne del Texas quando parlano non le capisco mai. 
A
bbiamo risposto insieme, lei ha detto Italian, io italiano.
Avrei voluto dire: capisc non corrisponde a nessuna lingua, è una parola che ti sei inventata tu, ma non sarebbe stato un buon inizio, eh no.



postato da alice121 ~ 23/08/2005 11:34 ~ commenti (7)
~ roba d olanda




lunedì, agosto 22, 2005
 

Si può scrivere anche su una virgola

Eh sì, pare che i files siano salvi, che il disco rigido funzioni ancora e che anche il mouse continui a puntare il suo dito ovunque, certo la scheda wireless è piegata, ma con una martellata discreta è stata raddrizzata, che poi non entri più nella fessura: ehi, mica si può avere tutto! e il lettore cd, in effetti quello non si chiudeva più, ma con un colpettino appropriato è tornato al suo posto e con un altro colpettino si riapre, per lo meno dovrebbe. Del resto non l’ha mica fatto apposta Fran, aveva solo una fretta pazzesca di controllare un codice sulla rete altrimenti restava bloccato nel gioco. Ah, poi un altro dettaglio: nella caduta il portatile, il mio portatile, ha assunto la forma di una virgola oppure quella di uno spicchio di luna, se lo voglio vedere da un lato romantico. Puoi sempre ricomprarlo, no? E sì, è vero, potrei, ma non qui perché io voglio la tastiera con le vocali accentate. Eh, ma insomma, quante ne vuoi!
E’ solo un oggetto, in fondo.
Ieri mica funzionava tanto questa frasetta, però. Oggi invece, grazie anche alle martellate opportune di M. che ha fatto di tutto per riparare il danno, dico: ma sì è solo un oggetto. Unico, oltretutto. Quanti possono vantarsi di possedere un portatile a virgola?







venerdì, agosto 19, 2005
 

Ready for Red? 
La ragazza corre con rumori di tacchi e ondeggiamenti  che mi preoccupano un po’. Agita la mano verso di noi che camminiamo sul marciapiede. 
Oh, oh, dico io. 
Oh, oh, fa eco Lo. 
Fran invece non dice nulla. 
Il regalo, il regalo per il tuo compleanno, dice lei con il fiatone e una punta di vergogna quando è davanti a noi, porgendo un pacchetto a Fran. 
Ok, grazie. 
Accidenti che entusiasmo, penso. 
Si gira e corre verso il bus della scuola da cui era scesa, sempre impacciata dalle scarpe troppo alte e dalle cose che ondeggiano. Urla al guidatore di aspettare, credo.  
Fran scarta il pacchetto. Appare un ragno argentato, minuscolo. 
Oh che carino, dico io. 
Non è brutto, davvero, dice Lo, con un sorriso ambiguo. 
E che ci faccio io con questo? Lo appendo a un chiodo? Ci chiede Fran con una smorfia che simula seccatura e maschera qualche altra cosa. 
Lo appende effettivamente a una puntina piantata nel muro su un cartone plastificato rosso su cui è scritto: Ready for Red? 
Dove ci resta per la durata di una notte. 
Ma la mattina seguente, prima di andare a scuola, lo aggancia al filo di caucciù che ha al collo. 
Lo metto una volta per non offenderla, poi lo tolgo. 







giovedì, agosto 18, 2005
 

1556 chilometri.
E’ la distanza percorsa in macchina partendo dalla Maremma a qui.
Qui sarebbe Gggttstggstrzz.
Non è il nome esatto, ovvio. Ma se lo scrivessi correttamente non lo sapreste leggere e se lo scrivessi come lo pronuncio io, non sarebbe esatto lo stesso perché lo dico male.
Comunque, strade d’Europa deserte.  Casello di uscita da milano direzione como, libero. Svizzera già in pieno inverno. Lago di Lucerna increspato con cigni ai margini a fissare la schiuma bianca. Coppia di vecchietti del grande albergo con vista sul lago, sempre lì a farti scegliere le stanze, il piano, che tanto è tutto disponibile.
Alle 19 circa, del 16 agosto arriviamo.
Olandesi assenti.
La scuola sta per cominciare c’è scritto su una bandiera blu.
Quella dei miei figli invece comincia prima. 
M. si ferma davanti alla porta di casa. Io sono nella mia auto che ho recuperato alla stazione. Parcheggio con una manovra unica tra un albero e un secchio della spazzatura. La manovra unica non mi riesce sempre. Come adesso. Una ruota, un porzione della ruota posteriore sinistra sporge di qualche centimetro oltre la linea blu. Parcheggiano anche altre due macchine davanti ad una casa lunga e stretta quasi di fronte alla mia. Una fiorino bianca piena di scatoloni di costruisciti la roba da solo, con il marchio di Gamma e un' altra auto piccola di colore scuro da cui esce una lungona, con la faccia da cavallo, una treccia bionda, che mi guarda disgustata. Il disgusto, lo so, è suscitato dalla ruota posteriore oltre la linea. Ma per ora la lascio così.
Comincia l’operazione scarico.
Formaggi in principio di sofferenza, bottiglie di Morellino apparentemente indifferenti, olio macinato a freddo, unico esemplare, un po’ accaldato.
L’urlo ci sorprende e ci paralizza tutti e quattro in simultanea e spinge anche gli abitanti delle case intorno, quelli che ci sono, ad apparire dietro i vetri.
E’ la spilungona che lo ha emesso. Piange e urla, come quando qualcosa di terribile è appena accaduto. Oltre la fiorino bianca, ma la fiorino è un’approssimazione potrebbe essere anche un altro modello, il suo uomo ha fatto cadere qualcosa. Mentre lei inveisce, grida una parola che rimbomba nella strada vuota, lui rimane immobile, la testa rivolta verso terra, senza dire nulla. Le facce oltre i vetri spariscono o continuano a sbirciare di soppiatto, come si usa da queste parti.
Ha ucciso il cane. Dice M.
Ma no, dico io, come fa un cane a morire se cade da un’altezza di pochi centimetri? E poi un cane dentro una scatola? Forse un topo? Ma nemmeno. Non riesco proprio ad immaginare quale possa essere un animale tanto delicato da morire per una caduta del genere. Un pesce rosso? Ma
lo avrebbero potuto riprendere.
E poi non hanno avuti dubbi. Non hanno controllato nemmeno se fosse morto.
Continuiamo a scaricare mentre dall’altra parte della strada la tipa continua a lamentarsi, piangere e urlare. Lui è scomparso oltre la porta.  
Allora attraverso, aggiro la mia auto parcheggiata male, guardo.
E vedo.
Dei cocci di quello che doveva essere una teiera.  Un oggetto che era in una confezione di plastica trasparente.
Spero che sia appartenuto a sua nonna o a sua madre, che sia stato di qualcuno che ora non c’è più. Anche se dall’espressione del viso del tipo, dal suo silenzio immobile dopo la rottura, mi viene da pensare che fosse proprio nuovo.



postato da alice121 ~ 18/08/2005 10:53 ~ commenti (13)
~ roba d olanda



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