ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

@ Mail

Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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venerdì, luglio 15, 2005
 

E sono al numero 3
Oggi comincia la terza fase dell’estate.
Me ne vado al mare, più o meno.
Per definire questa terza fase è appropriato un ritornello che fa: per quest’anno non cambiare stessa spiaggia stesso mare.
Sul pattino però non ci salgo, eh. Che poi ogni anno me lo chiedo, ma com’è che non mi incrocio mai con gli ex del luogo? Mah. Uno di quei misteri che resteranno irrisolti.
Ci si legge dopo il 18, anzi mi sa che scrivo e mi leggo da sola. Perché voi il 19 sarete ancora in vacanza, no?
State bene, non litigate e: buone vacanze, ovvio;-))







mercoledì, luglio 13, 2005
 

Azzurra to Celeste – Esperimento Bontà - 
Un giorno nella casella di Celeste@gmail.com, arrivò questa lettera:
Cara Celeste  forse mi crederai pazza, ma tu sul tuo blog descrivi la mia vita.
Proprio così. Ci sono i miei pensieri, la mia famiglia, gli eventi stupidi e mondani che mi cadono e mi scivolano addosso.
Sono capitata sul tuo sito tre mesi fa dopo aver digitato sul motore di ricerca: zucchine e alici. Volevo preparare una pasta al forno speciale - la sera successiva ci sarebbe stato il capo di mio marito a cena, con la sua arcigna consorte - ed ecco che il motore mi ha portato a te, alla tua pasta con zucchine, al capo con la moglie baffuta, al marito con le ascelle sudate per l’agitazione.
E’ stato scioccante quando ho letto quel pezzo perché c’ero io, questo l’ho intuito sin da subito, agitata per la pasta bruciacchiata, con la corrente che soffiava nel corridoio per cacciar via il fumo, il vetro della porta finestra che andava in frantumi, il marito che stava per indossare la camicia grigia, e io che lo correggevo in tempo sul colore. Questa, Celeste, è stata la prima variante che ho apportato: l’ho obbligato a indossare una camicia bianca perché si vedessero meno gli aloni,e ho sopportato con pazienza che non era pazienza - pensieri osceni m’incendiavano il cervello - i suggerimenti di quella donna dentona e spinosa. E sono stata attenta quando l’ho baciata e non sono stata punta dai suoi baffi come invece è
capitato a te.
Sei tu Celeste che sbirci la mia vita e poi la scrivi?
O sono io che ho le allucinazioni?
Vorrei chiedere a qualcuno la conferma della mia sanità mentale.
Lo vorrei ardentemente, ma non posso.
Tu sei invelenita con tutti Celeste.
Con i parenti, i colleghi e i conoscenti, i conoscenti che tu chiami amici. Hai esultato quando tuo marito, durante la notturna di calcetto, si è storto una caviglia.
Non salvi nessuno tu.
E lasci me nella confusione, nel panico e nella curiosità di leggerti, di leggere ancora. Di conoscere in anteprima cosa mi succederà il giorno dopo.
Non ho nessuno con cui confidarmi. E tu ne sei consapevole, anche se non c’è traccia di questo pensiero tra i tuoi post.
Lo so che non crederai a queste parole, Celeste.
Lo so, io stessa quasi non ci credo.
Però la mia richiesta te la invio lo stesso. In fondo provare non costa nulla.
Scrivi un post felice per me, Celeste.
Fammi diventare buona.
Azzurra 
 

Lassù, nel centro elettronico, quando la mail di Azzurra comparve, stapparono la bottiglia di champagne che tenevano in frigo da tre mesi.
Il primo soggetto ha risposto! Disse Beta.
Come era stato influenzato? Chiese Acca.
Abbiamo mandato sulla sua tv per sette sere una pubblicità di una pasta con le zucchine e alici che apriva le porte del successo.
Già mi sento i milioni sul conto.
Calma, non eccitarti troppo: ne mancano ancora 9 perché l’esperimento possa dirsi concluso. E poi non è detto che diventino effettivamente agnelli.
Già per ora sono solo pesci.
Controlla il file del marito. Ordinò Acca.
Nessun ripensamento, depressione né desiderio di svelare l’esperimento. Non l’hai mai portata lontana dalle telecamere o dai registratori. Anzi.
Anzi?
Ha già prenotato il volo per la Giamaica per il 24. Per quella data il soggetto dovrebbe aver incontrato l’amante.
Come si chiama il soggetto?
Azzurra.
Che nome scemo. Proprio da soggetto.



postato da alice121 ~ 13/07/2005 09:14 ~ commenti (4)
~ storie di blog




martedì, luglio 12, 2005
 

Domani che poi sarebbe oggi.
Che farai domani?
Che faccio? Le solite cose.
E con chi lo passi?
Come con chi lo passa? Lo passa con noi! Dove ci offri la cena?
La cena…boh. Non possiamo sganciare i pargoli a qualcuno?
Io voglio stare con la zia, dice una vocina furba e ruffiana. E aiutarla a soffiare le candeline.
Si accettano scommesse, proseguo. Magari recupero anche una parte della cena che pagherò.
Scommessa su cosa?
Se i due assenti della famiglia, si ricordano. Già si dimenticano di chiamare...
E se non telefonano per gli auguri, li perdoni?
A un figlio si perdona tutto, ma a un emme… 







lunedì, luglio 11, 2005
 

L'importante è esserci, no?
Mica andremo al mare anche domani? chiedo titubante.
Certo che sì! Puntiamo la sveglia alle 7, alle 7,45 usciamo e alle 8.20 ci prendiamo il caffettino al bar della spiaggia.
Ma sono quasi le due di notte…devo leggere un po’, se non leggo qualche pagina non mi addormento e…, insisto io, ma senza alcuna speranza.
Dormi sul lettino, no?
Alle 8.30 siamo seduti sulle scale di legno di una cabina che si affaccia sul lungomare di Ostia, il caffettino, il terzo per la precisione, non ha avuto effetto e guardo imbambolata le onde e la spiaggia deserta. Ognuno vive il sonno interrotto a modo suo, mio cognato, per esempio, torna per la decima volta su un tal Diego.
Ma insomma che avrebbe poi quel tipo di speciale. E poi andavate da lui, così all’improvviso, e gli chiedevate: possiamo scattarti una foto?
Ma no, dice mia sorella, le foto gliele aveva già fatte B. di nascosto, ma erano venute sfocate, allora ci ha chiesto: e se me ne faccio una insieme a lui? Che dite? Sono sfacciata se vado a chiedergli una foto? Poi la spedisco a casa alle amiche con una mail: rifatevi gli occhi, ecco un bel ragazzo italiano.
Sì, ma voi ridevate e perché ridevate? E che ha poi quel Diego? Tolti i capelli che ci rimane?
Il resto! accidenti!che non è poco, dico io con una risatina.
Mia sorella invece alza le spalle.
Torniamo a guardare il mare.

 

Un paio d’ore dopo, il sole si è fatto spazio tra le nuvole, il mare pare più tranquillo, le persone sono rimasta a casa, io ho già fatto tutto quello che potevo fare, sono già andata a cercare la mia amica A. un paio di volte e mi manca solo il bagno.
Andiamo a fare una passeggiata, propongo.
Una passeggiata, no.
Ma sì. C’è S. che sta a un paio di stabilimenti da qui, saranno almeno un paio d’anni che non la vedo.
Vai tu.
Non ho voglia di andare sola, c’è un sacco da camminare e poi non sono sicura che sia venuta, lei al mare ci va solo quando c’è il sole pieno.
Nessuna risposta.
Dai…muovetevi! Ma come fate a essere così immobili!
La passeggiata e la visita a S. è una scusa, dice il cognato.
Una scusa? Be’ un po’ sì, mi annoio a stare tutto il tempo ferma.
E’ una scusa, sì, tu vuoi andare in giro a sentire i discorsi della gente per poi piazzarli nelle tue storie, precisa mia sorella.
N
on è vero. E poi se fosse così, potrei andarci anche sola, no?
Eh no. Perché tu vuoi sentire anche i nostri commenti alle conversazioni rubate agli altri.
E io quasi quasi mi offendo. Dice il cognato con un sospiro (finto).Noi non  siamo interessanti per una delle tue storielle?
Sei masochista? Lo sai che se i ficca da qualche parte, poi diventiamo ridicoli? Dice mia sorella.
L’importante è esserci, no? Conclude lui, prima di svenire per qualche ora sotto il sole.

 







venerdì, luglio 08, 2005
 

Tutto come sempre
Ieri quando guardavo le immagini di Londra, ho pensato: non lo faccio partire più. Ma ovvio che non ho detto nulla.
E stamattina alle 7 eravamo a Termini, Fran e io.
Lui felicissimo con lo zaino in spalla, scheda del cellulare ricaricata, con minaccia ripetuta un paio di volte: se chiami qualcuno in Olanda ti uccido, mp3 in tasca, fotocopia del passaporto, la c.i. non ce l’ha, non ha ancora 14 anni, e poi  fumetti, l’isola del tesoro, gameboy, sacchetto con panini, yogurt e acqua sufficienti per un paio di giorni e invece ci deve arrivare fino alle 3, quando scenderà dal treno e troverà il suo amico. 
 
La prima volta che ha viaggiato aveva 6 anni, ma non era del tutto solo perché c’era l’assistente di volo che lo sorvegliava. 
 
Seduto al posto 41 era sempre felice e con un sorriso un po’ sciocco dipinto in faccia ma anche preoccupato perché non scendevo dal treno.
Alla fine c’è stato il fischio della partenza. Ho aspettato che l'ultimo vagone scomparisse dalla vista, ho aspettato ancora guardando un gruppo di persone che attraversano due o tre binari senza che nessuno dicesse nulla, Termini era semivuota, la linea A superaffollata come tutte le mattine, stesso numero di sorveglianti, stesse facce concentrate nella lettura dei quotidiani gratuiti, unica variante l’altoparlante che invitava i passeggeri a segnalare borse sospette e me che pensavo: oggi non ci ripasso di qui all’ora di punta.







giovedì, luglio 07, 2005
 

Prima che parlino

Sull’autobus  alle 18.00 con l’aria condizionata che non funziona e i finestrini chiusi, cerco di concentrarmi su qualcosa fino a quando salgono due ragazze che si siedono proprio davanti a me.
Molto belle, sui sedici diciassette anni.
Passeranno uno o due minuti e parleranno. In quei 100 secondi ho il tempo di notare che delle amiche affiatate come sembrano essere le due davanti a me non sono mai entrambe stupende. E che se una è bella, l’altra si dice passabile. Le belle cercano sempre la compagnia delle brutte.
Una è bionda e una mora. Quella bionda ha occhi nocciola  molto grandi in accordo completo con i capelli. Quella mora ha occhi a mandorla con ciglia lunghissime. Anche ciò che è sotto i visi mi sembra nella norma e anche oltre.
Sono perfette insomma e se proprio devo trovar loro un difetto, direi che sono sudate.
Valuto chi è la migliore, ma non so decidermi. Vorrei che Fran fosse qui, per sentire il suo parere.
Poi quella mora parla. Piazza una frase che conclude un discorso che avevano già iniziato prima di salire, è evidente.
Se c’hai il ragazzo giusto, stai na favola. Dice.
E la bionda risponde: Regolare.
Vuoi na gomma? Chiede la mora.
Due. Dammene due, risponde lei con un battito di ciglia.
Due Big Babol a testa. Che masticano con accanimento.

Lo so cosa avrebbe risposto Fran, e non lui solo, a un commento circa la mia disillusione sulle due: questo è un dettaglio che non c’interessa.



postato da alice121 ~ 07/07/2005 08:25 ~ commenti (5)
~ fatti italiani




mercoledì, luglio 06, 2005
 

La parola ritrovata
C’è un muro che separa il mio terrazzo da quello a fianco.
Loro, le due sorelle che  vivono nell’appartamento confinante, su questo muro hanno messo dei vasi di terracotta con fiori rossi e viola.
Noi ceniamo verso le 9, loro dopo le 10. Così mentre chiacchiero con mia sorella, le due allestiscono il loro pasto con sottofondo di cantautori italiani e ascoltano le nostre conversazioni, e dopo, dopo tocca a noi stare a sentire.
C’è sempre un silenzio in uno dei due terrazzi quando si parla nell’altro, be’ non sempre, spesso. Non che vengono svelati segreti, però io so qualcosa di loro e loro qualcosa di noi.
Le  due sorelle hanno 24 e 26 anni.
La più piccola studia ancora e il pomeriggio lavora in una gelateria qui vicino. Quando ho portato Lo a prendere un cono, mentre assemblava i gusti, mi ha fatto l’occhietto. Che mi ha fatto pensare. Non era un cenno che voleva intendere: ti ho riconosciuto, sei quella del terrazzo adiacente perché c’eravamo già salutate e nemmeno stava a esprimere: ehi ti ho preparato un gelato più corposo, perché mi sembrava grande come gli altri.
Così ho concluso che quell’occhio strizzato stava a significare: eh! Sono a conoscenza di certi fatti tuoi…
Sempre lei ha un ragazzo, anche quella di 26 potrebbe averlo, ma se esiste non si mette in mostra e rimane confuso nel gruppo di amici che frequenta la casa.
Comunque il ragazzo della minore è uno molto preciso.
Oltre al terrazzo, abbiamo alcune finestre che si affacciano su un cortile chiuso e l’altra notte sentivo che questo ragazzo preciso diceva: ah Ci! ma come cavolo vivete te e tua sorella? Sti letti sono tutti un ciancicume. Mica ci riesco a sistemarli.
Oh che sogno! Un fidanzato che fa i letti! E che bella parola che è ciancicume! Era da tantissimo che non mi capitava di sentirla.
Un’altra sera mentre mangiavamo il cocomero, eccolo che appare di nuovo.
E lo sapevo! Ha strillato. E lo sapevo! ha ripetuto una due tre volte.
Lei deve essere comparsa sull’ingresso, perché ho sentito un leggero: che c’è?
I fiori. Il gelsomino. Il basilico. Che me l’hai fatti piantare a fare? Per ammazzarli? Me lo potevi dire, no? Piantami le piante che poi le uccido!
Non ricominciare adesso.  Ha detto lei brusca. Non mi rompere. Stasera non è aria, capito?Lui non ha replicato e dopo qualche minuto la forma di un annaffiatoio è sbucata oltre il muro.
Una sera dopo l’altra, questo ragazzo che fa i letti, lucida i fornelli con la spugnetta adatta, che brontola perché mancano i saponi specifici per pulire, mi ha fatto cambiare idea sul fatto che sia un sogno di stare con uno così, ma che invece sia una noia pazzesca.
Ciancicume, invece, continua a piacermi.



postato da alice121 ~ 06/07/2005 08:59 ~ commenti (4)
~ fatti italiani




lunedì, luglio 04, 2005
 

Durante la pausa caffè
Sono in un piccolo giardino nascosto agli sguardi da qualche tralcio d’edera attorcigliato intorno a una ringhiera. Sono uscita da una sala d’aspetto per fumare e sono seduta su una panchina di metallo verde.
Una Mini grigia parcheggia, e io non ci faccio caso, per lo meno non subito. Poi arrivano delle urla. Urla terribili che mi fanno saltare dalla panchina. Dentro la macchina, le urla provengono da lì, c’è una donna davanti al volante e un uomo al suo fianco.
E’ lei, la donna, che ha strillato.
Lui guarda davanti a sé ma secondo me guarda senza vedere, che gliene importa a uno di vedere in una situazione del genere, e poi che c’è da guardare se non una ringhiera, lei abbassa il tono e lo scuote per un braccio. Ogni tanto arriva qualche parola, cioè arriva questo: stronzo, lo dice credo venti o trenta volte, e: mi hai distrutto la vita!
La situazione è imbarazzante.
Vorrei tornare nella sala d’aspetto, però nel momento che mi alzerò, sarò visibile. Queste faccenda di capire le parole, le frasi, i discorsi, comincia a seccarmi.
A Natale non mi pesava,fino all’altra estate non ci facevo caso, ma ora sì.
Guardo la lancetta dell’orologio. Quando arriva sul 12 mi alzo. Risolvo un sacco di contrattempi noiosi in questo modo.
M’infilo dentro la sala d’aspetto resistendo alla tentazione di girarmi e di guardare in faccia i due.
Nella stanza ritrovo il libro che avevo lasciato sul tavolo, lo apro, ma non lo leggo. Le urla della donna si sentono anche da qui, ma sono soffocate dai vetri della macchina e della porta.
Prendo una rivista e la sfoglio.
Ogni tanto qualcuno passa per la strada e getta un’occhiata veloce ai due.
Mi sento sulle spine. Ascoltare due persone che non conosci che litigano, anzi una che urla e uno che guarda fisso davanti a sé, è spiacevole e anche un po’ spaventoso.
Non sai prevedere che cosa succederà.
Poso la rivista e passeggio nella stanza. Penso a come mi sarei sentita io se qualcuno mi avesse fatto una scena così terribile per strada. Non mi è mai capitato. Comunque me ne sarei andata.
Anche l’uomo ha deciso di abbandonare. Apre lo sportello della macchina, sento la sua voce per la prima volta, voce che si piega in una parola che è facile da immaginare ed esce. Vestito da ufficio: camicia celeste, pantaloni blu, giacca in mano. Anche la donna esce. Anche lei è vestita da ufficio, da impiegata seria senza frivolezze: gonna, maglietta di cotone attillata, capelli stile Raffa nella versione lunga di colore nero. Piange, ma di un pianto aggressivo preoccupante, per lo meno a me preoccuperebbe, lo trattiene per il braccio e lo continua ad insultare. Ad un certo punto dice: ti lo spiego per l’ultima volta perché mi hai rovinato…
La porta bianca in fondo al corridoio si apre.
Prego, mi dice una voce rigida e gentile.
M’incammino verso il corridoio.
Non potrei aspettare ancora?
Invece non dico nulla.
Percorro il corridoio disseminato di altre porte bianche, chiuse.
Il parquet, un parquet vecchio con le travi consumate, scricchiola ad ogni passo.
Quando esco venti minuti dopo, la mini grigia non c’è più e al suo posto c’è una maggiolino rossa e vuota.







venerdì, luglio 01, 2005
 

Cornetti e sguardi
Cantavano con gli occhi seri, seguendo il tempo dei chitarristi. Festeggiavano il battesimo di una bambina.  Ma non usavano questa parola, dicevano: celebriamo. Al suo nome, al nome con cui sarebbe stata chiamata la bambina intendo,  venne aggiunto quello di Maria.
Fino a qui, nulla di strano.
Poi vidi un paio di cose che mi agitarono.
Mentre cantavano, il tono dei canti e della musica era cresciuto, la bambina era già stata immersa nell’acqua, credo il giorno precedente o qualche ora prima, immersa completamente come si faceva una volta, qualcuno prese la bambina - la bambina aveva cinque o sei mesi, credo che avessero aspettato per la cerimonia  per questa faccenda dell’immersione - andò sotto la statua madonna, statua classica veste azzurro e velo bianco o viceversa, sollevò le braccia verso l’alto tenendo la bambina tra le mani e fu offerta in dono. A me fece impressione, ogni tanto ci penso ancora,   la bambina sembrava una cosa non una persona, poi ci fu uno sguardo, uno sguardo di un chitarrista, capo di una famiglia numerosa, e insomma questo sguardo era trasognato come se avesse avuto una visione, oppure come si fosse preso qualcosa.
 
 

Loro, i cantanti e i suonatori intendo, erano i neocatecumenali. 
 

Mi sono ricordata di questo episodio a cui ho assistito qualche anno fa, perché ho rivisto un altro sguardo trasognato in un individuo che aveva più o meno la stessa età del chitarrista di quella mattina. Anche la faccia era simile: stesso taglio d’occhi e uguale nasetto a punta. Parlava dei suoi viaggi in Brasile e in Asia ed era abbigliato da freak del 2000. Quando è tornato alla realtà, ha perduto lo sguardo e si è messo a parlare di suo fratello e dell’ultima volta che se l’erano date.
Così mi è venuto in mente che potesse essere quel fratello, quello del battesimo. E che magari se l’erano date perché lui stava prendendo la strada dei viaggi e l’altro quello del cammino.
Mah. Credo che sia il caldo che mi porta a fare collegamenti assurdi.
In effetti potrei anche rintracciarlo questo tipo che ascoltavo qualche giorno fa. Prepara cornetti e dolci in una pasticceria poco lontano da dove vivo ora.
Potrei andare lì con la scusa di assaggiare uno dei suoi famosi cornetti e chiedere, così casualmente: hai un fratello neocatecumenale? Se mi fissa sbalordito, posso sempre replicare: scusa, è questo caldo, non mi ci sono ancora abituata.
 

I neocatecumenali sono sempre di più e ovunque, sono arrivati anche in Olanda a dare l’esempio di come ci si comporta.
Su questo sito ho trovato alcune mail di qualcuno che ha abbandonato il cammino. Certo che se queste lettere dicono la verità…

 

 

 

 

 



postato da alice121 ~ 01/07/2005 09:02 ~ commenti (5)
~ fatti italiani



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