ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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martedì, maggio 31, 2005
 

Forse dipende dal tempo.
Siamo tornati nel bosco durante i due giorni di estate torrida.
Ieri è tornato l’inverno, oggi si è riaffacciata la primavera o l’autunno? Sarà il vento a decidere più tardi la stagione.
Comunque torniamo nel bosco, precisamente sul prato che c’è all’interno. Rasato di fresco e senza fango. Con libro, telo da spiaggia e acqua. Organizzata, insomma. E bambini con pallone. Lo e un suo amico. Il suo amico che può parlare con buona parte del mondo. Inglese, tedesco, olandese, russo e italiano. Con Lo parla in inglese, con me in italiano. Se gli dico una frase in inglese, mi chiede: che hai detto? E allora perché mi devo sforzare. Ma insomma, gli dico, tutte queste lingue conosci! A lui non gliene importa un accidenti di conoscere tutte queste lingue e risponde: il russo e l’olandese mica tanto bene. Sa cinque lingue e parla pochissimo.
Comunque il prato.
Il pomeriggio di venerdì gli olandesi senza giardino e senza tetto piatto sono tutti lì con il cestino da picnic, i racchettoni, il pallone e i cani. Colorati e floridi, l’opposto di quelli che circolano ad Amsterdam. C’è anche un uomo che prende il sole. Lo e il suo amico che potrebbe parlare con mezzo mondo e invece economizza le parole, si siedono a gambe incrociate e lo guardano.  Allora? Perché non giocate?
Non si vergogna? rispondono insieme.
L’uomo sembra nudo, in realtà indossa un paio di slip color carne, ha il corpo bruciato ed è grasso.
Lo guardano tutti su quel prato, lo guardano all’olandese, che sembra che non guardano e invece sì. Lui se ne frega e continua ad arrostirsi al sole. Poi sabato mattina, la temperatura già è scesa di cinque sei gradi, l’uomo non c’è, ci sono i corridori, ci sono Lo e il suo amico, io con il mio asciugamano e il libro che non leggo, in assenza dell’uomo da guardare e di altri bambini con cui organizzare una partita, Lo e l’amico inventano un gioco, quello di buttare il pallone nel canale, loro dicono che è per caso, io sostengo che lo fanno apposta,
poi tentano di recuperarlo con un bastone, ma non sempre ci riescono e devo aiutarli io, una due tre volte fino a che  sequestro il pallone per un po’.
Poi arrivano due, una coppia donna uomo tra i 20 e i 25. Lui porta uno scatolone di cartone, lei un martello. Montano una tenda, una tenda enorme marrone e beige da 8 posti. La tirano su in 30 minuti, forse anche di più. Si accampano qui? No, non è permesso. Quando è bella dritta, spariscono all’interno. Guardiamo tutti, sempre all’olandese, con indifferenza, come se gli occhi si posano da quella parte per caso e non con intenzione. C’è un’apertura che dovrebbe simulare una finestra che non hanno chiuso  che il vento solleva e si intravedono i due che passeggiano all’interno. Escono, la smontano, la ripongono nello scatolone. 10 minuti di pausa in cui lei fuma una sigaretta, lui fa delle flessioni. Poi. Poi riaprono lo scatolone, spiegano la tenda arrotolata, la rimontano ancora.
Io non li capisco.

 

 



postato da alice121 ~ 31/05/2005 10:24 ~ commenti (9)
~ roba d olanda




lunedì, maggio 30, 2005
 
 Invisible Circles 
All’inizio era un lettore notturno che mi aveva incuriosito, poi è diventato Tony, adesso è, anche, Rhiannon. 
Qualcuno forse si ricorderà di lui. Da ieri, e non poteva essere che di notte, ha aperto un blog. Benvenuto nella blogosfera!


postato da alice121 ~ 30/05/2005 09:44 ~ commenti (2)
~ segnalazioni




venerdì, maggio 27, 2005
 

Farà molto del caldo
Si svolge una vita insospettabile sui tetti piatti che circondano la mia casa, un’animazione che è incostante e legata al tempo. Pare che un’abitudine di questo paese sia quella di uscire fuori ad un certo punto della sera. E quelli che non hanno un giardino, sorseggiano la loro birra seduti sul davanzale, oppure s’arrampicano un po’ e si sistemano sulle tegole che ricoprono la finestra dello zolder. Uno dei miei vicini è un ufficio. Non so che lavoro svolgano, dalla veranda s’intravedono gli oggetti che ci sono in un ufficio, appunto.
Ogni sei mesi, uno di loro, sempre lo stesso, resta a dormire. La sua permanenza s’annuncia con un odore di fritto. Ed è sempre un po’ inquieto. Esce e rientra. Presumo che si stia concentrando su un’idea oppure la stia cercando, e abbia bisogno di più spazio.
Poi ci sono gli agenti immobiliari che hanno una panchina di plastica bianca su cui si rilassano in pausa pranzo, il raccoglitore di foglie che sale con una scala e il potatore di alberi perché sotto ci sono i giardini delle case tradizionali, quelle per cui l’Olanda è famosa. Infine ci sono gli studenti.
Insomma non ho i vicini della porta accanto, ho quelli del tetto, a distanza.
Ogni casa ospita quattro o cinque studenti, ognuna ha la sua porzione di tetto, una di queste è più grande delle altre ed è lì che di solito si svolgono le feste o le cene. Qualche volta organizzano anche serate a
due. E’ ovvio che è premeditata, mai casuale, perché nel corso della sera, fino alle 22.00 c’è ancora luce, gli altri non compaiono nemmeno per un saluto. Oppure si siedono sulle sdraio di plastica, gira la musica rap, e parlano senza interruzioni. Ogni tanto apportano qualche cambiamento al tetto di cui sopra. Un mese fa hanno tirato su con una carrucola dei sacchi e hanno ricoperto tutta la superficie con dei sassi bianchi. Sassi che adesso sono tinti di marrone. E da circa un mese la gatta ha smesso di usare la lettiera. Siccome gode di buona salute e non ha un mantello da Supergatta con cui lanciarsi nei giardini sottostanti, deduco che utilizzi i ciottoli degli studenti. Ieri la temperatura ha superato i 25 gradi, oggi salirà ancora e Il calore esalta gli aromi ma anche i cattivi odori. E io prevedo guai e come diceva un mio amico non riferendosi al tempo: farà molto del caldo.



postato da alice121 ~ 27/05/2005 09:58 ~ commenti (6)
~ roba d olanda




giovedì, maggio 26, 2005
 

Il giorno della poesia
Un paio di mesi fa, il maestro di Lo ci spediva una mail dal titolo Poetry dove ci informava che i ragazzi avrebbero dovuto scegliere una poesia, memorizzarla e recitarla davanti ai genitori.
Lui, il maestro, un uomo che parla leggero leggero, disse che, se lo desideravano, potevano ripeterla anche nella loro lingua. Così dopo varie consultazioni, Lo ed io, arrivammo alla scelta di una poesia di Gianni Rodari. A me piaceva una sulla pace, ma lui fu più bucolico, e ne preferì una sulla natura. Io a questa cosa di recitarla in italiano, ci tenevo. C’è una moda che gira tra gli studenti delle medie ultimamente. Ed è quella di parlarsi in inglese imitando gli accenti. Quello che riscuote maggior successo, è l’inglese parlato da un indiano. Ma ho sentito anche le imitazioni degli spagnoli, degli australiani, ecc.
Dei francesi invece non la fanno. Perché i francesi hanno la loro scuola all’ Aja.
Fate anche l’imitazione della pronuncia anglo-italiana? No, mi rispose Fran, quella non si fa. Ma non è che mi avesse convinta più di tanto.
Così Lo studia la poesia in originale e in inglese. Poi qualche giorno fa, mi confessa: io mi vergogno a recitarla  in italiano. Tutti la recitano solo in inglese. E allora parto con un discorso, di cui la sintesi è: guarda che mica ti devi vergognare di essere italiano. Arriva il poetry-day, cioè questa mattina.
Il maestro dice: alcuni ragazzi sono molto preoccupati di doversi esibire davanti ad un pubblico, e io non voglio che colleghino la poesia ad una situazione di disagio, e chi lo vorrà avrà il foglio con sé e potrà leggerla anziché recitarla. Accade così che metà della classe darà un’occhiata al testo mentre sta lì in piedi, un’altra metà invece non ne avrà bisogno. Lo sarà tra quelli emozionati che la leggerà, ma solo nella versione  inglese. Dopo l’applauso, poserà il foglio e attaccherà: il Vento di Gianni Rodari. Senza dimenticare una parola, guardando quelli che ha davanti negli occhi, e senza vergogna.
Be’ son soddisfazioni.







mercoledì, maggio 25, 2005
 

 

E l’olandese comunque non lo studio.
Ho un rapporto strano con i sogni.
Quello che ai più terrorizzerebbe, a me diverte. Sono su una strada di cui non vedo la fine, c’è qualcuno alle mie spalle che m’insegue, non lo conosco, so che  ha un’accetta ed è pazzo. Non mi giro a guardarlo, perché se mi volto, perdo il vantaggio.
Poi succede che mi sveglio. Sono frastornata e ci metto un po’ a riprendermi. Quando sono cosciente, invece di sentirmi sollevata, mi rammarico di non essere più lì. Era emozionante, accidenti.
Nella realtà non mi piace avere paura. Non riuscirei mai a dormire in uno scompartimento di un treno, per esempio. Devo sempre tenere tutto e tutti sotto controllo.
I miei incubi sono altri.
Michele Pellegrini nella prima pagina di Dimissioni (edizioni Fernandel) scrive: eppure penso che, se i miei sogni li sognasse un altro, non si sveglierebbe di colpo, pieno di paura e coperto di sudore; forse non li ricorderebbe nemmeno.
La penso anche io questa cosa.
Mi spavento quando sogno la realtà, con poche differenze da  come si è svolta. Come stanotte. Ero seduta nella poltrona del soggiorno e chiacchieravo con una tizia. In inglese. Lei aspettava che suo figlio che era venuto a giocare con il mio, trovasse le scarpe. E’ olandese, ma ha sempre girato qui e là al seguito del marito. E’ razzista, molto razzista. C’è molta gente che lo è, però magari sta attenta a manifestarlo, e tu intuisci che è razzista da certi comportamenti più che dalle parole. Lei invece con molta naturalezza può dire: gli arabi andrebbero eliminati tutti. Comunque nel sogno sto lì ad ascoltarla, e penso che avrei voglia di prendere un paio di forbici, un paio di forbici da giardino per l’esattezza, scioglierle i capelli che porta raccolti in cima alla testa e che sembrano una colata di cemento e tagliarli. E mentre
penso questa cosa, il sogno ancora non si è trasformato in un incubo, anzi sono molto soddisfatta della mia pensata, lei mi dice: come non sai ancora l’olandese?! Eh no, non lo so, rispondo io. E perché? Perché non mi serve. Lei attacca una predica sulle ragioni per cui dovrei studiarlo, predica che è avvenuta anche nella realtà, e che mi ha suscitato una noia pazzesca e per sfuggirla, per sfuggire la noia intendo, ho immaginato di farle il lavoretto ai capelli.  Invece nel sogno accade che mentre parla, la sua faccia, già rossa di suo, è sempre più paonazza e la cupola che ha in testa diventa sempre più solida. Cerco le forbici, ma non le trovo: qualcuno le ha prese e non le ha rimesse al loro posto. Mi sveglio sudata, mi alzo di scatto dal letto, corro in cucina terzo cassetto, e le forbici sono lì dove devono stare. Solo a quel punto mi tranquillizzo. 



postato da alice121 ~ 25/05/2005 10:56 ~ commenti (16)
~ pensierini




martedì, maggio 24, 2005
 

1-2-3-4: tutti i blog dentro al sacco.
Ti sei cacciata in un altro guaio?
Lei continua a digitare e fa segno di no con la testa senza voltarsi.
E perché hai spento il cellulare e staccato il filo del telefono? E stanotte non sei venuta a letto e non hai dormito nemmeno sul divano?
Ho avuto un’idea per una grande storia. E non potevo sprecare le parole che mi fluivano impetuose.
Stai parlando adesso, non stai scrivendo. E stai parlando con me, lo sai?Quando c’è la presentazione?
Domani.
Lui sospira, ci ripensa e sbuffa. Poi traduce il suo dissenso: senti me lo hai spiegato anche l’altra volta, però  ripetimelo ancora, dimmi perché ti tuffi in questi pasticci, perché li crei, perché li alimenti, come a fai restare indifferente alla melma che ti gettano addosso?
Per la visibilità, per l’attenzione, perché gonfino le piume.
Non puoi comportati come fanno tutti?
Io non sono come tutti, caro, io sono l’Artista-Inspiegata.
Come vanno gli accessi al blog?
Affluiscono numerosi! Ho dovuto richiedere il counter a pagamento, pensa! Ed è pieno di lettori di qualità! La crema dei tromboni della Cultura.
Vuoi che t’aiuto con i commenti?
Oh, faresti questo per me?
Sì, questo e anche di più per il mio cuoricino nero. Quali devo scrivere: quelli che seminano discordia o quelli che esaltano la bellezza della tua arte?
Uhm, aspetta che consulto la tabella, dice l’Artista-Inspiegata con uno scricchiolio nelle fragili ossa.
Quelli di melassa. Ora urgono quelli. Ho appena inserito la copertina del mio nuovo romanzo. 
Più tardi, mentre un sole sbiadito si crea spazio tra le nuvole, lui s’allontana dal portatile con i polpastrelli doloranti per il gran digitare.
Credi veramente che questa gazzarra farà aumentare le vendite?
Non credo. Al limite venderò cinquecento copie in più.
O mio dio ma allora svelami la ragione, il perché di tutto questo affanno!
Vedi tra i cinquecento, il 10% sarà composto dai tromboni che lo acquisteranno in segreto.
Cinquanta teste di cultura che mi stanno già scrivendo. Ammirano il mio coraggio, il fatto che non mi lasci intimidire, che sono sola contro il mondo intero. Una contro tutti: come un personaggio dei supereroi.
Gli mostra gli indirizzi delle mail: tutte personalità famose, imponenti, dell’Italia cartacea che conta.
Lui non è convinto, ma si guarda bene dal contraddirla. Gli sembra strano, pensa mentre stramazza sul letto disfatto, che tutti quei gran cognomi abbiano scritto a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro.
E poi scomparirai dalla rete per un po’, dice quando lo raggiunge nella stanza.
Esatto.
E che diranno di te, del tuo comportamento?
Strepiteranno, alla fine dimenticheranno. E poi lo sai no - dice piantandogli gli occhi negli occhi:
Quasi tutte le miserie del mondo sono causate dalle guerre. E quando le guerre sono finite, nessuno sa più perché sono scoppiate"
Che profonda verità, che saggezza sorprendente che c’è in lei anche se…anche se, ma forse è solo la stanchezza a farglielo pensare, quella frase l’ha già sentita da qualche parte.
Come li hai fatti arrabbiare stavolta?
Ma lei russa già con un ritmo costante e sonoro.



postato da alice121 ~ 24/05/2005 09:18 ~ commenti (5)
~ storie di blog




lunedì, maggio 23, 2005
 

Notte insonne
in cui mi capita di leggere, verso mezzanotte, un testo della Mazzucato dal titolo Io Saccheggio, un testo inquietante, e che mi fa chiedere: ma sta nascendo una nuova corrente letteraria? Anche se alla fine non s’inventa niente, se è vero quello che s’afferma nel testo stesso: pare che anche Beckett abbia saccheggiato qualcosa. E se l’ha fatto lui, lo può fare chiunque.
Così decido di apporre la licenza del CC, ma mi si scombina tutto il blog e mentre medito tutto questo si arriva all’una e finalmente mi addormento. Alle 3 svento una visita dei ladri, che non erano ladri ma solo Fran che in preda al sonnambulismo per l’imminente partenza apriva la porta che dà sui testi piatti, per controllare se si poteva fare lo zip wire. Lo zip wire è una passione anglo-americana, che gli insegnanti fanno fare durante le gite, in pratica ci si attacca con un’imbracatura ad un filo e si scende in velocità. Alle 4 suona la sveglia e ci ritroviamo in cucina Fran, la gatta ed io. Fran è elettrico, io confusa, la gatta tranquilla. Alle 4,15 nascondo il cellulare in una tasca segreta del borsone che porterà con lui con la raccomandazione: mandami un msg quando puoi, dove mia madre avrebbe nascosto un paio di cioccolate con il suggerimento: mangiale quando non ti vede nessuno. 15 minuti dopo siamo
sull’autostrada: lui sempre eccitato, io ancora confusa malgrado il caffè, e nemmeno discutiamo su quale cd ascoltare durante i dieci minuti del tragitto. Alle 5,30 i due pullman partono per la Svizzera. Ci tengono separati dalle ragazze perché hanno paura che ci baciamo, mi spiega con uno strano sorriso. Alle 6 penso di dormire, ma invece faccio una doccia.

 







sabato, maggio 21, 2005
 

E pensare che a me le streghe sono sempre piaciute.
L’Italia degli untori e dei potenti avvocati si puo’* leggere qui.
Stavolta, nel mio piccolo, dovrei essere dalla parte di quelli che bruciano le streghe.
Se potessi guardare in una sfera di cristallo…
Se mi concentro…
Ecco, qualcosa appare…
Chi è?
Un giudice che indossa una toga?
No non mi pare.
Ah ecco, ora distinguo meglio.
E’ un libraio. Sta sistemando dei volumi in vetrina. Volumi nuovi nuovi, ancora freschi di stampa. O caldi?

Aggiornamento: * poteva



postato da alice121 ~ 21/05/2005 11:38 ~ commenti (2)
~ pensierini




venerdì, maggio 20, 2005
 

Ma io guardavo i gatti.
Forse il nick che ho scelto mi esprime in pieno, perché non posso provare che sconcerto nel leggere questo post di Tunga   *  e questo commento, di cui riporto una parte, da qui:
Non raccomando nessuno, ci mancherebbe, caso mai saccheggio e cito a mio piacimento. Facciamo così noi violenti mascherati.
Francesca

* Aggiornamento del 22/05: ora leggibile qui
(per aprire i commenti, cliccare sul mese corrente)



postato da alice121 ~ 20/05/2005 10:36 ~ commenti (7)
~ pensierini




giovedì, maggio 19, 2005
 

Con le migliori intenzioni
Agli insegnanti d’italiano che lavorano qui non gliene frega un accidenti del loro lavoro. Di solito sono donne, professoresse di media superiore, al seguito dei mariti. Danno lezioni agli olandesi, agli studenti che portano italiano alla maturità come materia facoltativa e a quelli che seguono il corso pagato dal ministero degli esteri. Il ministero pagava, un paio d’anni fa, 40 euro netti più il rimborso dei trasporti, se non ricordo male. La somma che percepiscono per le lezioni private è più o meno la stessa. Insegnano anche ai bambini delle elementari, con risultati scadenti, ma non è colpa loro. La tipa che c’era un paio d’anni fa, era brava. Aveva scelto dei bei testi e riusciva a destreggiarsi in tutti i corsi. Poi suo marito ha ricevuto una proposta in Germania ed è partita. Quella che c’era l’anno scorso aveva le migliori intenzioni. Era al suo primo lavoro ed era piena d’entusiasmo, poi è rimasta incinta, suo marito ha avuto il trasferimento per un altro Paese, e ha cominciato a perdere l’autobus, ad arrivare in ritardo, eccetera. Tutto questo è avvenuto dopo tre mesi dall’inizio dell’anno scolastico.
Nessuno era contento di lei, nemmeno io, però nel frattempo era diventata mia amica, non proprio amica stretta, amica leggera ed è stato imbarazzante. Nel senso che saltava una lezione, non avvertiva nessuno, ma a me per telefono raccontava che aveva una festa, per esempio. Avrei potuto dirle: guarda che non ti stai comportando bene, ma ho pensato: se ne va, lasciamo perdere. Con l’insegnante di quest’anno ci si potrebbe scrivere un racconto
lungo.  Potrebbe essere imbastito dal punto di vista del narratore che si pone la domanda: che accidenti ci è venuto a fare qui? Però lo so che se mi mettessi a buttare giù una storia su questo soggetto, lui farebbe una brutta fine, non ci sarebbe niente di male, però credo che non riuscirei a mantenere le distanze. Perciò ci faccio su dei post. Questo dovrebbe essere il terzo, credo.
Aveva le migliori intenzioni di insegnare a quelli delle elementari, anche se non era il suo lavoro.
Il conflitto tra è me e lui è sorto a causa di Lo. Disturba in classe, mi diceva. Gli ho spiegato che a scuola con i maestri si comportava bene, e che se disturbava c’era un motivo. I bambini erano cinque: 3 maschi e 2 femmine. Le due femmine erano amiche i due maschi erano amici, Lo era al banco da solo e correva una lite continua con uno dei due maschi. Questa è la ragione. Non è vero, diceva lui. Alla fine della lezione, arrivava di corsa, e mi urlava: non posso continuare così! Alla fine gli ho detto: va bene, cercherò un altro corso.  Per un paio di volte mi ha chiesto, sempre ad alta voce, allora ha trovato? E’ arrivato un altro bambino e tutto è tornato tranquillo: Lo non ha disturbato più. Noi invece abbiamo continuato ad avere scontri. Io non sopportavo che quando mi parlava, sbuffava e alzava gli occhi al cielo. E di conseguenza non gliene passavo una. Suppongo che ad un certo punto avrà avuto problemi di cuore o d’affari e per questo arrivava in ritardo, passava quindici dei 60 minuti a fare fotocopie, oppure assegnava compiti che aveva già dato.
Anche lui era in attesa di un mio errore. Così appena uno dei miei figli ha saltato una lezione, l’unica, e io non l’ho
avvisato, si sarà detto: ora me la mangio.
Poteva mangiarmi in silenzio, invece ha preferito farlo ad alta voce. La forma è importante e urlare servirà pure a sfogare rabbia e disappunto, però ti rende vulnerabile.
Comunque. Ieri si è svolta l’ultima battaglia. O discussione. Voleva annullare la lezione. C’erano solo Fran e un altro studente e che perdeva tempo a fare?
Quindi metà classe, ho precisato.
Metà classe, sì, ma sono due!
Lei dovrebbe insegnare in una classe italiana, ho detto.
Io insegno in una classe italiana.
In una scuola italiana - mi sono corretta - dove ci sono 20 o 30 studenti. E non credo che un professore se un giorno ha uno studente, uno solo, chiude il registro e torna a casa.
Poi mi è venuto in mente un discorso sui libri. Il tipo che avevo davanti è, anche, uno scrittore. Pubblica con e/o, mica facile.
Volevo partire con una roba tipo: un romanzo diventa un romanzo, quando? E’ già un romanzo quando è chiuso nel cassetto? Avrei parlato un po’ per arrivare alla conclusione: un romanzo diventa tale quando ha un lettore, uno solo. E poi mi sarei riagganciata alla lezione che non voleva fare. Che non sarebbe stata una lezione inutile, se era presente uno studente.
M
a ho lasciato perdere.
Tanto me ne vado, mi ha detto con un sorriso di soddisfazione.
Quello che è certo di tutta questa storia è che la guerra non l’ha vinta nessuno, e che gli studenti l’hanno persa.







mercoledì, maggio 18, 2005
 

Ehi? Dico a te, sì proprio a te.
D
i solito chi legge il mio blog partendo dall’inizio, poi si fa vivo per mail. Così spero che quel lettore/lettrice che mi legge da una bella città dell’Italia centrale, quando avrà terminato di sfogliare i post, e credo che sia arrivato quasi alla fine, mi scriva qualche riga.



postato da alice121 ~ 18/05/2005 10:05 ~ commenti (6)
~ pensierini




martedì, maggio 17, 2005
 

Veramente?
Ho sbirciato da lontano due feste studentesche in questo lungo fine settimana. Ieri era tutto chiuso per il Whit day, cioè la Pentecoste. La prima festa l’ho spiata tra le fessure di una staccionata dal giardino dei miei amici e vedevo gli studenti così attrezzati: barbecue dall’aspetto instabile, salsicce del super, casse di birre, bottiglie non lattine, maggioranza maschile schiacciante, per la precisione un rapporto di 12 a 2, e parrucche, be’ non tutti le avevano, un paio erano vestiti da calciatori, però non come fossero andati a giocare su un campo di pallone e poi da lì alla festa, ma come se si fossero vestiti appositamente da calcio per andare alla festa. Parrucche di colore arancione perché si trovano a poco prezzo essendo il colore nazionale. L’altra festa si è svolta ieri proprio di fronte alla mia veranda, ad una cinquantina di metri circa, ma potrebbero essere anche di meno o di più, su uno dei tetti piatti ed era proprio identica all’altra. Sembrava che fossero quelli di due giorni prima che avessero cambiato luogo. Niente canne e musica, musica rigorosamente rap. E poi erano seri, sotto i parrucconi.
Che musicaccia, ha commentato Fran, scuotendo la testa. Che faccia tosta, ho pensato io. Che per due anni non ha ascoltato altro. Sai chi era Kurt Cobain? (Nel corso di musica che frequenta a scuola, sono volati dagli Abba a Bob Dylan e poi sono arrivati ai Nirvana, secondo un percorso che mi sfugge). Certo che lo so chi era. Veramente? Quel veramente suonava così: ma allora non sei tutto deficiente. Poi mi metto a pensare al ritalin, che a Cobain fu somministrato in dosi massicce e mi dimentico di quel veramente, mi ritorna in mente prima di addormentarmi e mi ricordo della stessa parola pronunciata con lo stesso tono sorpreso e rivolta a mia madre, in un’età quasi equivalente a quella di Fran: e di chi sarebbe questo disco? E’ mio. Veramente?
Era Angie e loro erano i Rolling Stones.    

 

 

 







venerdì, maggio 13, 2005
 

La mano sinistra nelle tenebre
Credo che senza un po’ d’indignazione, io non possa vivere, anche quando gli eventi non mi coinvolgono direttamente. Comunque ieri, in un ospedale dell’Aja, ad un’amica di un’amica hanno riattaccato tre dita della mano sinistra. Non erano proprio separate: dei brandelli di pelle e qualche tendine li trattenevano ancora. L’operazione è riuscita, per sapere se le dita riacquisteranno una completa mobilità bisognerà aspettare invece. Ovvio che stanotte non ha dormito per il dolore e per gli effetti dell’anestesia. Non tanto ovvio che a distanza di poche ore dall’intervento sia stata spedita a casa.
E così ero veramente nervosa e preoccupata ieri sera.  Poi un invito per un caffè mi ha portato in un giardino sul retro di una casetta di Biancaneve, a me Biancaneve è stata sempre antipatica, però mai lasciarsi ingannare dalle apparenze. Perché in questo giardino, che sembrava un caos di piante e di fiori e contraddiceva la facciata anteriore, c’era un piccolo stagno da cui partiva uno zampillo d’acqua. Il caffè era buono e la padrona di casa parlava lento. E l’indignazione è sfumata. Poi quando tornavo, pensando alla mano, mi è venuta voglia di rileggere questo libro, una delle più belle storie d’amore che sia stata scritta.



postato da alice121 ~ 13/05/2005 10:31 ~ commenti (9)
~ roba d olanda




giovedì, maggio 12, 2005
 

Il paese di Bengodi non esiste.
L’altra sera il Comitato per L’ulivo in Olanda e Quelli di Astaroth (una compagnia teatrale) hanno organizzato un incontro con Francesco Pardi (docente universitario) sulle iniziative politiche che si possono intraprendere per resistere al governo Berlusconi. E,  in una libreria italiana di Amsterdam – che ha il pregio di dare lo stesso spazio sugli scaffali sia alle piccole che alle grandi case editrici - ci siamo ritrovati verso le 8 di sera.
I presenti non superavano i cento, erano quasi tutti di Amsterdam e - non è stata  certo una sorpresa - non c’era nessuno della numerosa comunità in cui vivo.
Ero seduta vicino a lei (che dal vivo è molto più carina di quanto appare in foto).
Quando il prof. Pardi ha concluso la sua esposizione sull’elenco dei danni dell’attuale Governo, i presenti hanno preso la parola.  E mi è capitato di ascoltare un discorso mai udito prima. Un vecchio signore, operaio ora in pensione,  ha detto: stampa e tv del nostro Paese parlano male dell’Italia: sempre. E menzionano l’Olanda come la nazione in cui tutto funziona a meraviglia. Stampa e tv di qui, invece, parlano male dell’Italia e basta. Ha poi esposto quelli che erano i difetti della società netherlandese (Dominio delle banche, impossibilità di acquistare una casa, situazione sanitaria disastrosa). Questo signore, anche se in modo un po’ confuso, voleva dire: guardate che il paese di Bengodi non esiste, smettiamola di sparlarci addosso.
E sono pienamente d’accordo con lui.
Non mi riferisco alla situazione attuale, di cui mi pare si comincia a vedere la fine, ma all’atteggiamento perennemente critico che si ha verso gli usi e i costumi nostrani.
La frase: qui le cose vanno male, all’Estero invece…, non la sopporto proprio, mi manda veramente in bestia.
In Italia quando si va a comprare la frutta o i pomodori non ci si trova il segno delle unghie sulla buccia, se vai ad un cinema di provincia durante la proiezione del film, non senti il rumore delle bottiglie di birra che rotolano sul pavimento; prima di tuffarti in una piscina, ci si fa la doccia e si mette la cuffia e le finestre si spalancano almeno per un’ora anche quando c’è il gelo. Se porti tuo figlio al p.s. perché ha un piede pieno di spine di riccio, gli assegnano un codice verde e gliele tolgono, non come qua che con febbre, vomito e dolori all’appendice, manco gli hanno preso le generalità. Gli hanno fatto fare un salto e lui l’ha fatto, e allora se era riuscito a saltare non era poi così grave, si poteva aspettare. In Italia si ha la brutta abitudine di esprimersi ad alta voce, ma anche di guardarla negli occhi una persona. E potrei continuare a citarne altri esempi.
Quelli dell’Estero non sono meglio di noi.
E Bengodi in effetti esiste, ma non è un paese, è solo una piccolissima spiaggia che si trova sulla costa della Maremma.



postato da alice121 ~ 12/05/2005 12:03 ~ commenti (4)
~ pensierini




mercoledì, maggio 11, 2005
 

Operazione Riffa
Sotto il groviglio dei baffi - quando era preoccupato o in tensione se li strapazzava sempre - il Generale masticava con accanimento una gomma al mentolo. I baffi se li era lasciati crescere dopo il completamento del corso: Spegni Il Fuoco-Salvati La Vita. E anche la ruminazione era uno dei consigli contenuti nell’opuscolo che aveva ricevuto all’iscrizione. Il Generale era stanco e dolorante: proprio quella mattina avrebbe dovuto lasciare l’inferno per un intervento alla prostata. E invece era stato trattenuto da quell’impiccio.
Il pc uscì dalla pausa e un viso antipatico apparve sul monitor. C’è il Capo del Gruppo-Rapporto, annunciò in punta di labbra il suo segretario.
Il Capo del G-R era un tipo bizzarro. Non sembrava un esperto e tanto meno un militare. Di statura piccola, aveva i palmi delle mani proporzionati al corpo, ma le dita erano talmente lunghe da sembrare che gli avessero incollato dieci protesi al posto di quelle vere.
Era un uomo difficile da classificare e al Generale era quasi venuta la curiosità di accedere ai file d’informazione, ma poi aveva lasciato perdere: la prostata rendeva tutto faticoso. E non aveva nemmeno il tempo per seguire un corso per prepararsi all’operazione.
Signor Generale, il Rapporto è pronto. Però…
Lo sguardo del Generale scese lungo i fianchi dell’Esperto e osservò le dita che si agitavano come serpenti in cerca di un topo, di un uccellino, di qualcosa di vivo da ghermire…
Continui, la prego.
Avrei un suggerimento in modo da renderlo …
Generale, continuò il Capo del G-R con una virata nella voce, sono convinto che non accetteranno il Rapporto. Affermeranno che non spiega nulla, che non è esauriente. E in effetti…
Ho trovato una soluzione con cui, forse, riusciremo a distoglierli dal contenuto per farli concentrare sulla forma. Nasconderò alcune informazioni del documento, ma non del tutto. Chiunque, anche un ragazzo, potrà renderle leggibili. Lo pubblicheremo domani, che è un giorno in quel paese in cui nessuno lavora, nemmeno i giornalisti. Non deve essere la stampa a fare la scoperta delle righe nascoste. Deve essere qualcun altro: uno studente, un blogger o uno di quelle associazioni contro la guerra. Naturalmente i servizi segreti saranno informati. Prevedo che sorgerà un putiferio in cui discuteranno e litigheranno sulle informazioni celate e si dimenticheranno del contenuto. Che ne pensa?
Il generale  rispose con gli occhi: qualsiasi soluzione è ben accetta se accelera la mia partenza. Disse invece: perché non dovrebbe essere la stampa a fare questo scoop?
Perché c’è la possibilità che si domandino se si tratti di un errore reale o di una simulazione e poi dovrebbero chiedere l’autorizzazione al direttore, il direttore dovrebbe ottenere il permesso...Esiste un capo unico in quel Paese.
Mentre uno studente, un blogger o una casalinga con la passione per i gialli, saranno così abbagliati dalla scoperta da non porsi alcun dubbio. Prevedo che saranno molti a farla  e discuteranno su chi è stato primo, su chi…
Insomma ci concederà un po’ di tempo.
Bene, disse il Generale, approvo la sua proposta.
L’esperto scattò sull’attenti, le dita immobili e unite.
Mi dica, disse il Generale, come le è venuta questa idea?
Mah, sa, sono stato uno studente, un sito contro la guerra non l’ho mai avuto, ma ho un blog!
Un blog?
E'
un piccolo spazio sulla rete dove pubblico le mie poesie. Me lo suggerirono al corso:  SfruttaTutteLeTuePredisposizioni. Lo seguì lei quel corso?
No, purtroppo: ero impegnato in quello contro il fumo.

Dopo un’ora dalla comparsa del Rapporto, l’Esperto era di nuovo davanti alla scrivania del Generale.
Ho un’altra proposta, questa volta per rallegrarla un po’, disse.
Parteciperebbe alle scommesse su chi sarà l’autore dello scoop?
In un luogo di quel paese, il giorno successivo, mentre montava la discussione su chi fosse arrivato primo, secondo e terzo e su altri dettagli ancora, qualcuno osservava da dietro una coppia di persiane gli avvoltoi che abbandonavano gli alberi del viale.
Due giorni dopo il Generale, finalmente a casa, apriva un blog intitolato: Help-Operazione Prostata, subito lincato  da un altro dal nome: Rime in assenza di Sangue.



postato da alice121 ~ 11/05/2005 11:15 ~ commenti (7)
~ storie di blog




martedì, maggio 10, 2005
 

La prima volta che
Dopo il gelato ci offriva dei fazzoletti umidi per pulirci il mento, il naso e le magliette. I fazzoletti umidi glieli regalava una sua amica americana, le portava anche il burro d’arachidi, che bisognava spalmare sul pane insieme con la marmellata, ma a me faceva schifo.
La passeggiata si concludeva nel negozio di giocattoli. Bisognava decidere in fretta perché  s’irritava subito e c’era il rischio che decidesse lei il pensierino e allora mentre leccavo il cono compilavo una lista mentale.
Quel giorno erano arrivati dei soldatini nuovi e la commessa li stava ancora allineando sullo scaffale.
C’erano tutti gli eserciti.
Mio fratello scelse i soldati francesi perché c’era Napoleone, mio cugino Enrico quelli americani perché erano invincibili e Giorgio i tedeschi perché erano cattivi.
Io volevo i soldati russi. Mi piacevano perché erano dipinti di rosso.
La zia si fece il segno della croce e disse che non li avrebbe comprati. Io risposi che volevo solo quelli e nient’altro, di solito se m’impuntavo su  un regalo costoso, cedeva pur di sbrigarsi.
Perché insisti con i russi? Sono comunisti quelli!
Stavo per ribattere che era per via delle uniformi e invece dissi: perché vinceranno tutti gli altri eserciti!
Mia zia si spaventò e io non ne capii la ragione – era ai soldati dei miei cugini e a quelli di mio
fratello a cui mi riferivo.
Indicò alla commessa un cilindro di vetro dentro cui era chiusa la Cupola di San Pietro – se agitavi il cilindro scendevano dei fiocchi di neve - e me lo fece impacchettare.
La carta la pretesi rossa.
Fu la prima volta che riuscii a trattenere le lacrime e anche che sentii la parola comunista.



postato da alice121 ~ 10/05/2005 11:13 ~ commenti (9)
~ storie




lunedì, maggio 09, 2005
 

Appunti confusi post ritorno
E’ curioso dormire in una casa in assenza di chi ci vive. Cerchi di non alterare il posto degli oggetti, e forse se sei solo ci riesci. Ma l’appartamento minuscolo dove abbiamo dormito per quattro notti, era come se fosse disabitato. C’erano gli oggetti personali, e però non c’era lui, lui era da un’altra parte in compagnia del suo amore di cui ha incollato foto ovunque.
E mi sono chiesta: quali sono i parametri per cui una casa non è abitata?
Se le piante muoiono?
Se il frigorifero è vuoto o pieno di cibi scaduti?
Se non viene sorseggiato nemmeno un caffè?
Se è impolverata?
Se non ci sono cd, dvd, libri e giornali?  
Ci sono sempre delle tracce della presenza di una persona, eppure in questa, a parte le foto, non c’era nulla.
Forse è proprio la risposta che ha dato alla mia domanda a dimostrare la sua assenza. Com’è la casa?  Ha alzato le spalle e ha risposto: è una casa, pronunciandola non come fosse una parola che esprime un concetto, ma come se fossero quattro lettere accostate tra loro in modo casuale.
Se ne è accorto che dalla finestra della cucina si vede la torre Eiffel che di notte buca Parigi con un raggio di luce? E che la domenica mattina se scendi nel cortile e annusi l’aria, puoi avere un’avventura olfattiva per i cibi in preparazione? E che sempre la domenica è il giorno più movimentato della settimana e che c’è pure il mercato?
Quando ho comprato l’ultima coppia di baguette, il venditore mi ha salutato con: a domani. A domani? Non dire così, accidenti!.  
E il Marais è sempre il Marais e a Rue De Rosiers c’è sempre quel falafel speciale. Ci sono più trans adesso, così allegri da sembrare tristi. E ho visto per la prima volta ammanettare un uomo e la Gioconda dietro il vetro e una mummia chiusa in un parallelepipedo e quando mi hanno urtato, mentre ne valutavo la lunghezza, mi sono spaventata. E che la pioggia parigina, è una pioggia che bagna. E che per strada una tipa ci ha regalato dei biglietti per una mostra lungo la Senna, e che è la città che, dopo la mia, conosco meglio, e che per una serie di coincidenze sono sempre ospite di qualcuno. E che nei parcheggi sotterranei  girano dischi di classica e profumi del giorno. E che alla fine, tutto puo’ essere riassunto con una frase di Lo: ma questa è Roma!  Non eravamo ancora arrivati a Lille, quando ho sussurrato: ecco gli olandesi. Di solito l’avvistamento della prima auto con targa dutch comporta un sospiro di sollievo che si sta per arrivare, invece stavolta la sfumatura del sospiro è stata diversa, e con l’incrocio della seconda macchina è avvenuto un fatto increscioso: uno dei numerosi bambini, di anni dieci-undici, ha mostrato la lingua a Lo. E che i belgi, che guidano male è noto, ma che ce l’hanno con le macchine targate nl è evidente. E che se quattro anni fa, invece di trasferirmi nella
terra piatta, fossi andata in un arrondissement, come sarei stata, ora? Non potrei dare una sbirciatina?



postato da alice121 ~ 09/05/2005 11:57 ~ commenti (8)
~ pensierini




mercoledì, maggio 04, 2005
 

Combinazioni e partenze

Metti insieme uno che si occupa della gatta, un altro che ti offre la casa, un paio di giorni di festa e il risultato è che stasera dormirò vicino ad una delle mie fontane preferite. Ci si rilegge lunedì e non litigate;-)







martedì, maggio 03, 2005
 

Sacripante! n.3
Tra cui un pezzo di Sonechka che mi ha quasi commosso. Della serie: se ti ammali fai prima a prendere un aereo e a farti curare in Italia, se resti, il pericolo è solo tuo.



postato da alice121 ~ 03/05/2005 09:52 ~ commenti (9)
~




lunedì, maggio 02, 2005
 

Nel mio ombelico c’è una pizza.
Ho preparato 6 pizze differenti ieri tra le 7 e le 8. E i gusti, i gusti non li elenco.
Sono un tipo da ombelico superficiale io.
Prima ero indispettita. Fran suggeriva spazientita. Lo eravamo tutti. Di esserci fatti saltare in testa l’idea di andare ad Amsterdam il 1 maggio. Non c’era nessun concerto,  a parte quelli improvvisati a Vondel Park, dove c’era un raduno di cattolici russi, con bandiere e immagini sacre, e sventolavano anche gli stendardi di Padre Pio e indossavano  magliette nere con una parola che non ricordo. E con i ragazzi italiani che ci additavano con: oh guarda sono italiani, nemmeno fossimo stati nello Yemen centrale. Scoppiava Amsterdam ieri, degli avanzi della festa della regina, dei 30 gradi di temperatura, degli ubriachi che ancora giravano con le lattine e il vino.
Festa diversa da quella della provincia, in cui si è bevuto meno, e l’orchestrina di jazz suonava rigida e dove, alle cinque del pomeriggio, gli spazzini erano già al lavoro, e gli studenti delle superiori, visti di venerdì con la faccia tirata al concerto della scuola, sorridevano sulla strada mentre vendevano la loro musica.
C’era anche la sassofonista del decimo anno, quella che quando suonava non si capiva se fosse maschio o femmina, lei era da sola con una scatola zeppa d’euro.
E guardavo i miei amici mangiare, tv settata sul concerto e finestre aperte, ma non entrava l’eco della musica come quando ero a Roma.
E’ buonissima! Accidenti se è buona, ripetevano. Fran e Lo invece la mangiavano per educazione, non gli piace la mia pizza, e allora sostituisco la mozzarella con il formaggio, diminuisco l’olio, introduco varianti, ma non c’è nulla da fare, continua a  fargli schifo.
E in questa ricerca della pizza perfetta, un giorno, uno o entrambi, avranno una donna che la preparerà per loro e mi diranno ah la devi assaggiare la pizza di Melody o di Ariel, e che nomi che  vado a pensare, ma se si continua a vivere qui, questi sono i nomi, nomi internazionali non olandesi, e chissà uno cosa immagina quando pronuncia internazionale. E proprio non sopporto l’eventualità che una Melody o una Ariel faranno una pizza migliore della mia, tutta colpa del trasferimento, che
quando ero al sud, la pasta la compravo surgelata o già lievitata e dopo la cottura in forno era semicruda o dura da spaccarsi i molari, ma era una volta all’anno che dicevo: stasera pizza perché era così buona quella del forno a legna.
Per fortuna oggi piove e la temperatura è scesa di 20 gradi.



postato da alice121 ~ 02/05/2005 10:50 ~ commenti (8)
~ roba d olanda



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