ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

@ Mail

Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



venerdì, aprile 29, 2005
 

Io non sottolineo
Ho l'abitudine di leggere con una matita in mano per sottolineare frasi, prendere appunti o fare scarabocchi in margine alle pagine, scrive Cadavrexquis. E Avi commenta: sai che la definizione data da George Steiner di un intellettuale è "qualcuno che legge con una matita in mano"
Ci sono due modi di leggere.
Quello in cui la storia è un punto di partenza da cui si traggono riflessioni, si ordinano le idee o ne nascono di nuove. Quello in cui si parte per un viaggio e sottolineare con una matita è impossibile perché lo soffocherebbe. Non esiste una regola per la lettura. Tutto dipende, credo, da quanta logica, razionalità, c’è in te. Dalla tendenza a far lavorare il cervello o abbandonarsi alla fantasia. Oppure dal momento.
Nella biblioteca che avevo a casa, due scaffali erano occupati dagli Oscar Mondadori, che iniziai, unico gesto razionale, dal numero 1. Suddividevo i romanzi in tre categorie: noiosi, interessanti e meravigliosi. I meravigliosi li leggevo almeno cinque o sei volte. Fu meraviglioso La buona Terra ( Pearl Buck), Oggi si vola ( Faulkner), il Signore delle Mosche (Golding). Fu noioso Le anime morte (Gogol) Il Diavolo al Ponte Lungo (Bacchelli). Interessante Lolita (Nabokov) e L’Ultima Spiaggia(Shute).
Mi fecero battere il cuore Guerra e Pace e Rossella O’hara. Che differenza c’era tra questi due romanzi? Se me lo avessero chiesto, avrei risposto: nessuna. Sono due storie d’amore, in Guerra e Pace le descrizioni sono solo più lunghe.
Poi ci fu l’incontro con Moravia (che non era negli Oscar).
Di Moravia rintracciai (tra i libri nascosti da mia madre in seconda fila) La Ciociara e La Romana. E che c’era di così terribile? Non lo capivo. Mi sembrava molto più devastante Il Signore delle Mosche o meno opportuno Lolita, dove la protagonista aveva dodici anni come me. In effetti credo che tutto dipendesse dal fatto che mia madre Moravia l’aveva letto e Nabokov invece no. E su Nabokov era tranquilla perché rientrava nella categoria degli Oscar. Comunque in quegli anni di lettura maniacale (tra gli undici e i tredici) ero quasi impazzita per i fotoromanzi e per Confidenze e Intimità. A casa non c’erano, il divieto di comprarli veniva giustificato con: sono letture che abbrutiscono il cervello, e allora recuperavo in certi fine settimana che passavo da una zia, in cui non sospendevo la lettura nemmeno quando mangiavo.
Insomma, per quanto mi riguarda, credo che tutto sia partito da lì. Non mi andava di rifletterci sulle storie che leggevo, di trarre deduzioni. Poi i Boleri mi sono venuti a noia. E gli Harmony non mi hanno mai attirato. Però non sono cambiata nello spirito di allora. Un libro mi deve sempre portare da qualche parte, non deve istruirmi o per lo meno non me ne devo accorgere quando accade.  



postato da alice121 ~ 29/04/2005 11:17 ~ commenti (20)
~ pensierini




giovedì, aprile 28, 2005
 

Se

Se anche i gabbiani litigano, è meglio soppesare le parole in qualunque forma.

E secondo l’aforisma di Briciola, oggi dovrei agghiacciare.

Intanto ho il raffreddore.



postato da alice121 ~ 28/04/2005 11:52 ~ commenti (9)
~ pensierini




mercoledì, aprile 27, 2005
 

Aspettando che la festa cominci
Ci capitiamo per caso in questo caffè che è adiacente ad un prato intriso d’acqua, in effetti ha più l’aspetto della palude che del prato. Che poi non è nemmeno un caso che siamo qui. Avevo visto una casa sul sito dei makelardi, degli agenti immobiliari cioè, che poi non si scrive così e nemmeno si pronuncia in questo modo. Comunque era sorprendente sulle fotografie. Loro, i makelardi, quando una casa non fa parte di una schiera, di un gruppo di case appiccicate una all’altra, la chiamano Villa. Questa che andiamo a sbirciare nasconde un trucco. Perché ha 1000 metri di giardino, uno spazio sconfinato per una casa olandese, ed è immensa. E non c’è la moquette, c’è il parquet e il marmo e ci sono gli alberi che la circondano. Ed il prezzo è incredibilmente basso. E sono curiosa di scoprire dov’è la fregatura, perché è ovvio che c’è, i makelardi mica sono scemi. E infatti la casa, che è bella vista dall’esterno, è tra una strada in cui passano tutte le macchine d’Olanda e una serra. Questo significa che è immersa nel frastuono e di notte è illuminata da una luce gialla che fa crescere le verdure e i fiori. Significa che se ci abiti,  devi tenere le finestre perennemente chiuse. E dall’altra parte della strada, c’è questo caffè. Diroccato e malmesso. Ci sono tre bambini, due maschi e una femmina sugli 8 o 9 anni, che si sono  rotolati nel fango, in effetti credo che si siano rotolati nel prato, colgo lo sguardo ammirato di Lo, e poi c’è una donna sui 50  che dovrebbe essere la madre della bambina. Questa donna è seduta ad un tavolino rotondo, tutti i tavolini del caffè sono rotondi, pieno  di boccali e bottigliette, in compagnia di due, due sue amiche credo, una sui trenta che sembra una messicana, decisamente bella, e un’altra sui quaranta, grassa con i capelli lunghi e  unti. Ridono. Parlano a voce molto alta, gridano e ridono. C’è il cameriere che ride con loro, in modo più trattenuto, ma non è il cameriere, è il proprietario di questa specie di caffè. E’ alto e biondo, ma di un biondo tinto è questo è già stravagante di per sé, un olandese che si tinge i capelli di biondo è curioso,  e indossa un gessato nero spiegazzato e un paio di scarpe giallo uovo con la fibbia. Chiacchiera con le tre donne e si riavvia un ciuffo che non vuole stare al suo posto. Le tre continuano a bere, sembra acqua ma non credo che sia acqua, e poi ogni tanto le due, la messicana e la grassa, si baciano con passione. Ci sono altri due tavolini occupati da gente che sono lì per caso come noi, che partecipano alla conversazione quando le battute raggiungono il culmine e ridono anche, in modo più contenuto. La bambina, che ogni tanto va  dalla madre e le dice qualcosa, pare seccata, invece. O arrabbiata perché i maschi non vogliono che giochi con loro. Alza la voce per parlare con sua madre, perché le due che continuano a mandare giù questi bicchieri di liquido trasparente sono sempre più su di giri, la messicana si toglie il giubbotto e accenna un ballo sensuale, accenna perché perde l’equilibrio e cade tra le braccia della sua bella. E Lo sorseggia l’aranciata, lancia sguardi stupiti, e ora arriva una domanda, e invece arriva una gallina che becca i resti delle patatine sotto il tavolo, una gallina molto bella in effetti, con le penne nere e bianche, e con una cresta color sangue, e allora penso che magari è un gallo. Perché ridono così? Mi chiede, alla fine. Sembra che fanno finta. Hanno preso la droga o l’alcool? Credo che stiano bevendo del liquore, rispondo. Arriva un camioncino, un catorcio munito di ruote, da cui scaricano casse acustiche, strumenti musicali, un microfono. Sistemano tutto sul prato zuppo d’acqua in un punto dove c’è una colata di cemento. Quando ce ne andiamo, l’uomo col ciuffo che non ha pace, sospira di sollievo e torna al tavolo dell’allegria forzata. La bambina adesso è in disparte, con un’espressione imbronciata, accovacciata su una sedia, le braccia che abbracciano le gambe, e fissa le serre oltre la strada.
Mi fa pena, dice Lo. Nessuno vuole stare con lei. 



postato da alice121 ~ 27/04/2005 11:49 ~ commenti (6)
~ roba d olanda




lunedì, aprile 25, 2005
 

Se mi lasci ti cancello *
Cosimo Bellomi aveva un aspetto malsano: due solchi scuri gli affondavano gli occhi, delle rughe profonde affioravano precoci. Doveva toglierlo quello specchio oltre il monitor, pensò.
Gettò un’altra occhiata alla pagina word, mordendosi la pelle delle dita.
Si girò verso la moglie: quel ticchettio lo faceva impazzire. S’accostò alle spalle di lei trattenendo il respiro. Stava scrivendo della puntata di ParliamoFinoAcheSiamoInTempo che era stata trasmessa poco prima alla tv.
Allora anche lui poteva… Intanto digito il titolo, poi...
Non copiare, eh!
Che iena. Che volpe. Non esisteva un animale che potesse esprimere sua moglie. L’avrebbero creato in laboratorio, prima o poi.
Ricadde, con tristezza, su word. Quel bianco gli dava la nausea.
Le previsioni del suo commercialista erano state corrette. Lo venerava quell’uomo: primo perché lo aveva salvato più volte da certi impicci con la finanza e poi perché era stato l’unico che aveva avuto il coraggio di anticipargli il suo destino senza timore di scatenare la sua ira.
Ha 15 anni meno di te ed è un gran pezzo di …di donna. Io non affermo che ti tradirà. Sarebbe una previsione banale. Semplice. E lei Angela Bufalotta è intelligente, oltre che bella. E sa che non le converrebbe lasciarti, però ti costerà cara, questo sì. Alzi le spalle. Perché hai le casse piene di denaro, ma non è alle tue ricchezze che alludo. Lei ti divorerà l’energia!
Si era grattato le zone preziose e aveva replicato con un sorriso: e io ce l’ho l’energia.
Così c’erano stati i viaggi, i corsi, le sfilate di moda, i teatri, i film, le mostre d’antiquariato.
Sei felice di avere sposato una donna di cultura? E la Traviata che non finiva più. E Il
corso di dizione per correggere il dialetto di borgata. E pure lui doveva seguirlo. Dovevano parlare italiano entrambi!
Poi quando stava per sciogliersi sotto tutte queste attività, era calato il colpo finale: il blog!
E
anche questo nuovo interesse mica l’aveva intrapreso a caso. Angela aveva dovuto seguire due corsi: Uno di scrittura creativa e uno di grafica. Ed erano aumentate le frequentazioni dei cinema e l’acquisto dei cd.
Lui l’osservava seduto sulla sua poltrona, l’ascoltava paziente quando gli leggeva le sue elaborazioni prima di renderle pubbliche, la tranquillizzava quando nel centro della notte, lo svegliava per interpretare i commenti che la gente le lasciava.
Il peggio però era ancora in agguato, quando accadeva tutto ciò. Il peggio era nell’oscurità che attendeva paziente per sferrare il suo attacco mortale.
Devi aprire un blog, gli disse Angela a bruciapelo.
E lui l’aprì.
E non sapeva che accidenti scriverci. Lui che in tutta la sua vita non aveva mai avuto un diario, se si esclude la compilazione della prima nota.
Scrivi diceva lei, devi scrivere un post tutti i giorni. Sei mio marito. Se io ho un blog, anche tu lo devi avere, altrimenti non sento di avere punti in comune con te.
Un mattino, in cantiere, ebbe l’illuminazione: avrebbe copiato i post. Chi se ne sarebbe accorto? Lo leggeva solo Angela quello che scriveva.
Così andò alla ricerca di qualcuno che lo rappresentasse. Si fermò su un sito su cui compariva la foto dell’autore. Un uomo sui 50, con le guance e il mento abbondanti, ma con uno sguardo luminoso e sveglio. Scriveva storie dimesse, fattarelli incolori senza pretese. Non c’era la possibilità di lasciare un parere sui suoi post. Non c’era un counter che registrava gli accessi.
Il suo cervello imprenditoriale fu rapido nel concludere:  Se non ha queste funzioni significa che non ha lettori.
E lo copiò. Non del tutto. Era grigio quel tipo, troppo. E allora partiva da quello che aveva scritto e ci aggiungeva del sarcasmo, dell’ironia, un po’ d’allegria.
E sua moglie ad ogni post indossava un nuovo capo intimo.
Questa volta me la sono cavata senza consumazione, pensò.
Fu il suo commercialista a chiamarlo, sul cellulare alle 8 di sera, quando stava tornando a casa.
Anche lui aveva un blog, gli disse. Un blog tecnico che parlava di fatture. Dava consigli di contabilità e in cambio ne ricavava pubblicità per lo studio.
Ti hanno scoperto Cosimo. E’ uscito un articolo su Gambadilegno in cui riportano tutti i pezzi che hai succhiato al GrandeScrittore. Ti faranno a fette. Ne stanno scrivendo tutti. Devi chiudere il blog: subito!
Angela. Angela la perdo. Angela ne morirà di vergogna. Angela mi disprezzerà.
Cosimo Bellomi era disperato.
Si fissò nello specchietto della sua Mercedes CLK. Fissò a lungo la sua espressione di copione.
La porta d’ingresso fu spalancata con impeto e sua moglie gli saltò al collo in un completo intimo di seta nero, dolorosamente sensuale.
Amooore!
Il blog. Disse lui stringendola con debolezza. Devo farti una confessione…
Lo so, lo so! Esultò lei. Hai copiato tutto.
Ora devi fare una cosina.
La fai una cosina per me? Chiese lei tra un battito di ciglia e uno di tette.
Il cuore di Cosimo Bellomi entrò in tachicardia.
Devi inserire il link del mio blog, disse lei con la più erotica delle sue sfumature vocali.
Io mi dissocerò, ma tu non ci farai caso. Continuerai a copiare, non ti curererai degli insulti, delle minacce. Ci penserò io a consolarti. Che dici il link al mio blog è più evidente se lo mettiamo a destra o a sinistra?
Qual è la durata media di un blog? chiese al suo commercialista.
Lui, l’uomo in cui aveva cieca fiducia, non aveva una risposta questa volta. Era imprevedibile, disse.
*
titolo di un film



postato da alice121 ~ 25/04/2005 12:15 ~ commenti (5)
~ storie di blog




giovedì, aprile 21, 2005
 

La rete è pur sempre un mezzo.

Il gabbiano è tornato.
Ha planato al centro dell’incrocio e si è messo a seguire un cerchio immaginario. 
Poi quando stava per essere travolto da un’auto, ha spiccato il volo ed è venuto a posarsi sul davanzale della finestra.
Che accidenti vuoi? Mi ha chiesto col suo occhio fisso.
Che non si puo’ guardare? Attento che ti bagno, eh! L’ho minacciato con l’annaffiatoio.
E'arrivata la gatta e ha miagolato: adesso ci penso io.
Stupida, ha risposto lui con l’altro occhio: non sai che i gabbiani vanno d’accordo con i gatti?

E’ vero, ho detto, è stato scritto anche un romanzo sull’amicizia tra una gabbianella ed un gatto.

Così sono andata a cercarmi il libro. 1997 c’è scritto con dei numeri enormi sulla prima pagina.
Primo libro letto da Fran quando era in seconda elementare. Ma il primo libro, letto proprio per sua scelta intendo, fu la Pesca Gigante di Dahl. In effetti Dahl piaceva anche a me e a M., anche se quei genitori che facevano sempre una brutta fine all’inizio di ogni storia, mi turbavano un po’. Però però. Nelle sue storie c’è la totale  assenza di melassa e questa non è cosa da poco.

Oggi Fran legge molto meno.  Ho tentato di convincerlo ad aprire il Barone Rampante, ma l’ha abbandonato dopo poche pagine. Colpa della chat con i compagni di scuola e dei Neopets.

E fargli scrivere temi in italiano è diventato impossibile.
Ieri sera mi ha chiesto: ma se scrivo qualcosa su un libro, tu me la pubblichi?
Be’... sì.
Però quel blog di recensioni non lo legge nessuno. Perché non lo segnali sull’altro? E ho risposto di no, che non mi pareva il caso.
Poi qualcosa l’ha scritta lo stesso.
Però che gusto c’è a scrivere senza essere letti? ha detto.

Così stamattina ho pensato: segnalo gli amici che aprono un blog e non lui che scrive un post?
Ha anche l'eta giusta, oltretutto. Su Splinder si puo' postare a partire da 13 anni.







mercoledì, aprile 20, 2005
 

Uno che la ama, c’è. E’ questo che conta, no?
Ci aspetta puntuale davanti al numero 8.

Ha dei capelli neri, ondulati, lunghissimi. Vista da dietro pare dei capelli che camminano. Calza degli stivali con il tacco altissimo,che superano il ginocchio,e una minigonna e un impermeabile aperto su una maglietta molto scollata.
Dalla tracolla tira fuori una catena con cento chiavi appese.
Gli occhi di Lo vanno dalla catena alle sue forme. E’ un sollievo quando sono cresciuti: se un incontro del genere fosse avvenuto due o tre anni fa, sarei entrata in agitazione. Invece ora gli stringo la mano e sussurro: non fissarla così.
Non è abitata da almeno un anno, dice. La proprietaria è una donna anziana, spiega per giustificare la cucina.
Sembra la bicocca di una strega, dice Lo.
Bicocca. Ho un sorriso d’orgoglio. Non  mischia l’italiano con l’inglese e mi tira fuori pure queste parole!
Si sfila l’impermeabile che getta su una sedia con lancio maldestro. E infatti scivola per terra.
Ah. C’è la moquette anche nel bagno.
Sì, dice lei, ma è praticamente nuova.
Saliamo al piano superiore. Scale olandesi, naturalmente, quindi ripidissime.
Lo è il secondo nell’arrampicata.
Lei avanti, con il fiatone. Per l’ascesa credo, e per tutte le parole con cui cerca di trasformare una catapecchia in un piccolo gioiello. Gli stivali finiscono con una farfallina nera e la lampo che li chiude è un po’ aperta. La gonna è stretta, in effetti il sedere ci esplode dentro, e salire con quelle costrizioni non deve essere facile.
Lo sguardo di Lo è calamitato sulle farfalle o la gonna, non so.
In ogni stanza c’è un lavandino e una chiazza scura sulla moquette.
Questa andrebbe sostituita, dice. Gli armadi a muro sono senza chiave. Per aprirli si utilizza un gancio. Mentre mostra il funzionamento del suddetto gancio a M., ecco che Lo mi spara la sua impressione: perché è vestita così? Si vede tutta la pellaccia.
La pellaccia per lui sono le parti grasse, la ciccia insomma.
Riscendiamo. Il caminetto non funziona. La canna fumaria è ostruita, ma non ci vuole nulla a pulirla. E poi questa casa è da tanto sul mercato, e il prezzo è veramente indicativo.
Usciamo nel giardino.
Ma qui non posso giocare a pallone! Dice Lo indispettito. La palla mi va a finire nell’acqua e poi è minuscolo!
Minuscolo. Un’altra parola insolita. Sono  molto contenta.
E’ esposta a sud, c’informa, mentre fissiamo l’acqua verdastra. Quindi è luminosa.

Quando c’è il sole, precisa M.
Quando c’è il sole, certo. Però giorni fa sono stata a Milano e non c’era il sole.
A Milano? Chiede Lo.
E perché questa domanda. Mi preoccupo?
A Milano perché?
Mi preoccupo, sì.
A trovare il mio fidanzato, risponde lei un po’ timida.
Hai un fidanzato?
Potrebbe essere tremendo il seguito, lo so.
Ma insomma… l’interrompo.
E com’è?
O mio dio.
Bellissimo!
L’entusiasmo nella risposta blocca ulteriori domande.
Quando torniamo indietro, strappo il suo biglietto da visita. Troppo costosa, dico. Mi pare che neanche a te piacesse, vero? Chiedo a Lo.
No. Tutta quella pellaccia che si vedeva…Se si vestiva in un altro modo…
Vestisse.
Però che importa? Uno che la ama, c’è. E’ questo che conta, no?







martedì, aprile 19, 2005
 

E cosa vogliamo di più dalla vita? Un Lucano naturalmente.

Temo che non vi libererete troppo facilmente di me, dice il Presidente.
Berlusconi è una di quelle malattie che si curano con il vaccino. Per guarire da Berlusconi ci vogliono le iniezioni di Berlusconi. Bisogna vederlo al potere, prevedeva lui.

Una puntata di blob particolarmente esilarante quella che è andata in onda ieri sera, ma anche no.

Ascoltabile qui.



postato da alice121 ~ 19/04/2005 10:04 ~ commenti (7)
~ pensierini




lunedì, aprile 18, 2005
 

Senza complimenti non scrivo
Il sole era bianco e il termometro segnava 39 gradi.
Di andare al mare, come aveva proposto Stecca, non aveva voglia.
Sua madre imbastiva un cappotto appeso al manichino. Suo padre sfogliava il giornale, bestemmiando al ventilatore che gli gonfiava le pagine.
Lui, sigillato nella sua stanza 3 x 3 in cui s’insinuava un orribile odore di sugo spacca fegato,preparato con il pesantissimo olio del paese, litri ce ne versava, risparmiava su tutto meno che su quello, accese il pc. Bene, disse, vediamo come sta il blog. Controlliamo i complimenti.
La sera prima, sotto l’effetto di una struggimento pazzesco e di un cannone ultrapesante condiviso con Il Maratoneta, aveva scritto un post che avrebbe fatto furore, e seminato frasi argute su blog famosi e famosetti e sorrisi e saluti su quelli con pochi accessi, per un totale di 252 commenti.
Dovevano esserci altrettanti click di ritorno. Forse anche più!
E invece…
Nessun complimento. E gli accessi erano 3! Escludendo quelli fatti da lui stesso.  Va bene che era la prima domenica di luglio, ma insomma!
Lo voglio ammazzare, urlò sua padre dal soggiorno.
Ma quando si rassegnava? Tanto lui quel lavoro alla carta di credito non lo accettava. Doveva seguire i corsi alla facoltà e dedicarsi al blog.
Per precauzione andò a controllare la porta.
Si risedette. Con le tette di Dany andò alla ricerca dell’emmepi3 adatto. Quando Il Maro aveva visto l’indicatore del mouse era rimasto sbalordito. Prima aveva spalancato la bocca, poi aveva ripetuto non ci posso credere cinque volte, infine aveva detto: ma tu sei il mago dell’accatiemmelle!
Lui aveva sollevato le spalle per minimizzare, ma era arrossito d’orgoglio. Il cellulare vibrò con le note di Tottigol. Era Il Maro per le congratulazioni. 
Hai letto il post? chiese all'amico.
Anche lui, copiandolo per l’ennesima volta, aveva aperto un blog, però non aveva lettori. Sficato nella vita, sficato nella rete, triste destino.
Sì, ho letto.
E non mi hai lasciato neanche una riga? Ci ho lavorato fino all’alba su quel pezzo.
Sì, però Kevin sarà stato l’effetto del fumo, dell’afa, io poi non me ne intendo di robe romantiche, ma mi pare una schifezza!
Come una schifezza?
Non ti offendere, piuttosto c’è TeLoInsegnaFrecciaBlu che ha organizzato un gioco e a quelli che partecipano gli mette il link per tre giorni sul suo blog!
Per tre giorni? Accidenti! Vado subito.
Mannaggia, mannaggia. Io lo ammazzo lo riduco a strisce a quadrati, a… Sta giocando con la play?
Kevin incollò l’occhio sul buco della serratura. Suo padre quella mattina era troppo agitato.
Gino calmati che ti s’alza la pressione. Ascolta. Tuo figlio non sta buttando via il tempo. Scrive al computer. Mettiti comodo. Ora ti leggo la pagina che ha pubblicato ieri. Ha un sito su internet! Tuo figlio è uno scrittore.

Allora che te ne pare? Chiese lei dopo aver letto l’ultima frase.
Vide suo padre armeggiare con il ventilatore, poi lo udì dire: a me pare robaccia!

Ma no, rispose sua madre. Sai che ha ricevuto un commento da TeLoInsegnaFrecciablu?

E chi sarebbe?
Una stella. Cioè Kevin ha usato una parola straniera, ma il significato è quello. TeloinsegnaFrecciablu  è quello intervistato da Biloni su AndiamoSempreAvantiSenzaDimenticareIlPassato.
Se è quello allora è un deficiente.
Ma è andato alla tv!
Rileggimi la poesia.
Non è una poesia, è una sensazione poetica. Si chiama così.
Kevin tornò al monitor. Questa faccenda dell’arte lo cominciava a seccare. Ignorato di qua, insultato di là. Lui voleva i complimenti! Altrimenti accettava il posto alla carta di credito.
Cliccò su www.TeLoInsegnaFrecciaBlu. Scrisse i suoi dati per l’adesione al gioco.

Apparve un messaggio che diceva: l’autore di questo blog ti ha inserito nella sua lista nera e ti è proibito commentare.

Un’ora dopo era sullo scuterone con Stecca sulla via del mare.
Quando si tuffò dall’ultimo trampolino del Kursaal, l’urlo che cacciò mentre precipitava fu un insulto dedicato a quel nano con gli occhiali grossi.
Chi sarebbe Freccia Blu?Chiese Stecca mentre facevano la doccia.
Sarebbe un deficiente.
La settimana successiva alle 8,25 era all’ufficio reclami carta di credito, sul blog non tornò più e le sensazioni le sussurrava sul collo di Tamara, la bella usciera del terzo piano, che aveva un debole per la poesia.



postato da alice121 ~ 18/04/2005 09:53 ~ commenti (8)
~ storie di blog




venerdì, aprile 15, 2005
 

Un tris che rimarrà un mistero.
Qualche mese fa tra gli annunci del super in fondo alla strada ne comparivano tre  in lingua inglese, in cui la stessa persona si offriva per: babysitter, collaboratrice domestica e insegnante d’italiano.  Questo tris  mi diede da pensare perché in contrasto con una mia convinzione. Che gli italiani, le donne italiane nel caso specifico, che cercano un’occupazione difficilmente sono disponibili a fare certi lavori. Occuparsi dei bambini e dare lezioni di lingua è onorevole, ma lavare pavimenti e lustrare cessi è considerata una vergogna. A meno che tu non abbia iniziato a lavorare a quattordici anni.  E anche chi si trova in difficoltà economiche tali, che è costretto a vendersi la macchina, per esempio, perché non la puo’ riparare o non ha denaro per riempire il serbatoio, accetta di servire cappuccini in un bar, di rispondere al telefono in un call center, di sciacquare capelli,  ma a lustrare i cessi non ci va, è degradante,piuttosto continua a vendersi oggetti, si rivolge ad organizzazioni benefiche, chiede prestiti, in attesa che arrivino proposte più allettanti. Poi c’è sempre l’eccezione, ovvio. Solo che io non l’ho mai conosciuta l’eccezione. La gente dell’est, invece, non ha questo pregiudizio.
Così sono rimasta un po’ imbambolata davanti a quelle richieste di lavoro appese alla lavagna.
E insomma mi sono cominciata a chiedere chi fosse l’autrice e quale la sua storia. A cercare di identificarla tra le persone che incrocio in strada.
Alla fine me ne sono dimenticata. Ieri è arrivata una lettera sulla mailing list a cui sono iscritta.
E’ lei, l’autrice dei 3 messaggi che scrive.
Ha 19 anni ed è sarda.
Ha sbagliato tutto, dice. Perché è venuta qui  come ragazza alla pari con lo scopo di migliorare il suo inglese. Qui, in un villaggio olandese, nemmeno ad Amsterdam.  E si è accorta che non impara nulla e che si annoia. Cerca un’occupazione qualsiasi per il fine settimana. Anche come cleaning, dice. Questa precisazione sottolinea che è veramente alla ricerca di qualsiasi lavoro.
M’immagino il momento che è entrata nell’agenzia di collocamento per au pair, magari accompagnata da una madre preoccupata. Perché non vai in un paesino olandese, piuttosto che in Inghilterra? Gli olandesi, sai, parlano tutti l’inglese e sono più gentili… Ha sorriso l’avvoltoio travestito da agente. Abbiamo una richiesta da …. Io ci sono stata l’anno scorso, è così carino! Campi di tulipani, piste ciclabili, casette con le tegole come quelli dei cartoni animati! Senza pericoli! Amsterdam, invece…
Ad Amsterdam c’è la droga, ha concluso sua madre con la faccia terrorizzata. E così per calmare la mamma e accontentare la figlia, l’avvoltoio le ha trovato un lavoro in un villaggio tranquillo.
Poi quando è arrivata qui, si è accorta che non imparava nulla e che si annoiava a morte.
Allora si sarà detta: almeno vediamo se riesco a mettere da parte un po’ di soldi. E ha scritto i tre annunci sconvolgendo la mia teoria. Be’ non del tutto. C’è sempre quella precisazione, che in qualche modo l’avvalora. Nel senso che lei è cosciente che proponendosi come collaboratrice domestica esce fuori dalla media.

A me è venuta la curiosità di conoscerla. Così alla sua richiesta d’aiuto, le ho risposto: ho letto i tuoi annunci, non ho un lavoro da offrirti, però se hai voglia di fare due chiacchiere ci possiamo vedere davanti al super.
Oltre a cercare lavoro, nella mail scriveva: mi piacerebbe fare nuove conoscenze…

Purtroppo non mi ha risposto, peccato.  



postato da alice121 ~ 15/04/2005 11:49 ~ commenti
~ fatti italiani




giovedì, aprile 14, 2005
 

Non si puo’ lottare contro il fato

Gli insegnanti aprono le classi e tuo figlio ti deve spiegare come vanno i suoi studi.

Lui, il prof. di math, è seduto alla scrivania che è un ammasso di post it, oggettini colorati, un portatile e volumi vari.

Fuori dalla classe, nella lavagna  che è appesa su un lato del corridoio, accanto al suo nome, i colleghi hanno incollato questa immagine.

In realtà non gli assomiglia affatto, a parte per il capello, che non scuoterà mai durante il colloquio.

Lui, tuo figlio è seduto davanti a te; sul banco: un libro, fogli con i test svolti, appunti e quaderni. Ti mostra quello che ha imparato, ti illustra la parabola e i problemi correlati, alle due del pomeriggio ci sto per crollare sopra a quella curva e lui se ne accorge, e mette su un sorrisetto che sottintende: guarda che lo so che non ci capisci un accidente.
E’ stato ammesso con riserva al corso superiore per l’anno prossimo.
Come mai? Chiede M.
Lui sbatte gli occhi, e parla, parla. E’ stato il caso, una serie di piccoli contrattempi, degli equivoci minimi che l'hanno determinato. Ed è ingiusto, naturalmente. Si è dimenticato un paio di volte i compiti a casa, ha sbagliato qualche risposta al test generale, ed ecco spiegata l’incertezza se sarà o meno ammesso. Questa è la sintesi di quello che dice, ma introduce numerosi esempi circa il suo impegno. Ha fatto tutto quello che poteva e la conclusione è solo una: non si puo’ lottare contro il fato.

La conversazione si svolge in italiano mentre il prof. scrive al pc.

C’ è qualcosa che non mi torna nell’immagine di studente modello che mi sta fornendo, ma è così convincente nel giustificare la malasorte.

Non ha tenuto conto di un dettaglio però. 

Lo sai che il prof. B. ha vissuto a pochi metri da casa nostra per molti anni? Comprava il giornale alla nostra edicola, il latte nello stesso bar, l’avrò certamente incrociato per strada.

Ad un certo punto Mister B. si alza e viene a sedersi vicino a noi. E’ evidente che ha seguito la conversazione. Glielo leggo dall’espressione furba degli occhi. Non contraddice l’illustrazione della malasorte, per lo meno non in modo apparente. Fa delle considerazioni, delle domande innocue, che smontano il fato avverso che ha portato alla riserva.

Pare che anche Einstein abbia controllato i suoi conti prima di elaborare la teoria e che abbia sfogliato addirittura dei libri. Insomma sembra che una memoria prodigiosa e l’intuito nel risolvere i problemi non bastino più per essere ammessi ad un corso superiore. Detta in linguaggio esplicito e poco elegante: gli tocca studià.

Nella classe di Sogno di Mezza Estate va decisamente meglio. Oltre a Shakespeare discutono sul Diario di Anna Frank. Qui la memoria e le chiacchiere sono ancora sufficienti.   







martedì, aprile 12, 2005
 

Ieri uno sguardo mi ha rimpicciolito.
C’è questo centro sportivo costruito dal Comune in un quartiere molto popolare abitato da arabi-turchi, che è bello e l’acqua delle piscine è pulita e riscaldata. E negli spogliatoi non c’è puzza di pipì, poi va be’ nessuno mette la cuffia, nessuno fa la doccia, nessuno usa le ciabatte, però c’è un inserviente che passa continuamente lo straccio sui pavimenti.
E la gente viene da fuori.
Oltre al centro sportivo, c’è anche una costruzione di proprietà sempre del Comune, gestito da volontari che insegnano a giocare a scacchi. Anche questo frequentato, in parte, da persone che vivono in paesi adiacenti.  
In fondo non ci vuole molto per impedire che una periferia si trasformi in un ghetto.
In questo centro sportivo, s’impara il nuoto tradizionale, oltre a quello dei brevetti olandesi. Quando ottieni il brevetto C puoi cadere in un canale con capriola all’indietro, giacca a vento, scarpe ecc, senza annegare.
Comunque li accompagno in piscina, c’è un coetaneo di Fran, anni 13 come lui quindi, che lo aspetta all’ingresso. Lui arriva a piedi. Appena lo vede, siamo ancora lontani, attacca a parlare a macchinetta, inarrestabile.
In una scuola olandese, in una scuola di periferia sottolineo, a 13 anni si è in grado di parlare in inglese.
Questo tipo ha la stessa altezza di Fran, e raggiunge gli 1,67 o 68 dunque.
Io non lo capisco molto bene. Ho un problema con quelli che si esprimono a macchinetta, anche quando parlano in italiano.
Ieri, lancia quel colpo d’occhio che comprende me e Fran, fa un risatina e commenta.
Che ha detto? Chiedo a Lo.
Lui sorride imbarazzato (pensando: come glielo traduco adesso?) e risponde: ha detto che è molto più alto di te.
In effetti da qualche mese è avvenuto il sorpasso, che se calzo  scarpe che mi regalano quei cinque sei centimetri riesco ancora a gestire.
Ieri avevo quelle da ginnastica e l’occhiata del ragazzo turco mi ha dato un’idea della mia dimensione.
Però. Però.
La madre di costui quanto sarà alta? Gli arabi mica hanno la lunghezza degli olandesi.
Così mi sono messa a misurare le donne vestite di nero che passeggiavano lì intorno e con stupore ho constatato che erano tutte più alte di me.
Dicono che sia il latte dutch. Io bevo yogurt, ecco perché.



postato da alice121 ~ 12/04/2005 10:26 ~ commenti (7)
~ roba d olanda




lunedì, aprile 11, 2005
 

Il gobbo del Ministero si libera del suo segreto.
Oggi chiudo il blog, dice P. al suo collega G. puntandogli una bic contro come fosse una pistola.
Ieri notte, invece di fare il solito giro per i commenti, ho scritto il post di chiusura.
Veramente? chiede G. inghiottendo un litro di saliva. Non puoi! Con tutti gli accessi che hai…
Mi sono annoiato. Tanto le donne mi piovono addosso comunque, anche senza blog! Ho dimostrato a me stesso che posso arrivare in alto e ciò mi basta.
Tale dialogo avviene una mattina di primavera in una stanza con il soffitto alto e pareti gialle scrostate, dove ci sono due scrivanie una di fronte all’altra. Sul ripiano di quella  di G. c’è un mucchio di cartelline dell’altezza di circa un metro, in un equilibrio che si potrebbe contraddire con un soffio o con un alito di vento, mentre su quello di P. ce ne è uno di pochi centimetri.
P. è muscoloso, abbronzato e con una faccia sfacciata.
G. è di pochi capelli, di limitate parole e di scarsa altezza.
Il giovane e il vecchio li chiamano gli altri impiegati, in realtà sono coetanei.
G. ha una testa che risplende sotto il neon della plafoniera incollata al soffitto e occhi minuscoli dietro lenti robuste.
P. ha uno sguardo azzurro e profondo, ottenuto grazie ai cromosomi paterni e ad un corso di recitazione.
G. ha un segreto che P., più volte durante quei 480 minuti che passano insieme, ha tentato di scoprire.
E’ scontato aggiungere che P. è arrogante e G. ha poca fiducia in sé stesso? E’ scontato, ma va comunque sottolineato.
Da qualche mese un legame unisce P. e G. Tale legame si è stabilito da quando P. ha aperto il blog.
P. cerca le idee e butta giù le bozze dei post, G. fa l’editing, s’informa di quanto accade nella blogosfera, cura l’aspetto grafico del sito e si occupa di una parte del lavoro d’ufficio di P.
Che vantaggi ha ottenuto G. dalla creazione del blog?
Be’ intanto uno. P. ha smesso di indagare sul suo segreto. E poi ha un ruolo, sia pur secondario, nel blog dove compare sul lato sinistro con un’immagine di uno gnomo dell’aspetto inquietante. P. scrive i post e lui, G., li arricchisce di commenti firmandoli con il nick di Igor.
Che vantaggi ha ottenuto P. dall’ingresso in rete? Che in ufficio non si annoia più sui ricorsi, ha dei neopets fortissimi e ha conosciuto un sacco di ragazze.
Ripensaci, insiste G., sfilandosi gli occhiali e alitandoci sopra. P. si fissa le unghie, si porta l’indice della mano sinistra sulla punta del naso aggressivo, con l’anello d’argento che ha infilato all’anulare cattura un raggio di sole e va a colpire l’iride incolore di G.
E’ uno dei passatempi con cui P. si diverte a tormentare il suo collega.
Era tanto che non lo faceva, pensa G.
In realtà P. sta bleffando. Ha effettivamente scritto il post di chiusura, che ha intenzione di pubblicare nel giro di pochi minuti.
Ma vuole destare stupore nella rete con la sua improvvisa chiusura ed ha intenzione di ricomparire dopo una breve pausa. E, inoltre, medita di estorcere al suo collega, se riapre il blog, il prestito della casa sul lago durante i fine settimana, a tempo indeterminato.
G. ha sempre desiderato avere un blog tutto suo, l’ha anche aperto su splinder e ha trascorso ore a sistemare il template, ma non ha il coraggio di esporsi, di mettere in vetrina le sue parole.
Questa mattina, però, è abbattuto come non gli capitava da tempo. Ogni giorno deve lavorare almeno un’ora in più per svolgere il lavoro di P, però lui gli è grato e ha smesso di tormentarlo. Potrebbe continuare a fare il suo lavoro lo stesso. Però sarebbe riconoscere ufficialmente il suo ruolo di sottoposto e ciò potrebbe condurre verso altre conseguenze spiacevoli.
E il suo segreto? Sarà minacciato di nuovo.
Dopo un’ora dalla pubblicazione del post di chiusura, il counter non segna più gli accessi e il  cellulare di P. è tutto un trillo.
P. sorride a cento denti, non risponde al telefono, cerca invece, con l’unghia sinistra dell’indice, i puntini del cous cous che sono rimasti incastrati tra gli incisivi durante la cena indiana, la sera precedente.
Sabato vado fuori con Chiara, sussurra. Vorrei portarla in un posto romantico, tranquillo, ma sono a corto di grana e…cerca con l’anello il raggio di sole, centrando in pieno il bersaglio.
G. intuisce. Vuole la sua casa sull’acqua.  E per la prima volta nella sua incerta esistenza decide di ribellarsi.
Ruota con la sedia verso il monitor, digita l’url: il gobbo del ministero e scrive le prime righe:
Ho 33 anni e lavoro in una stanza in cui quando splende il sole sono a disagio. Sono a disagio anche in altri momenti nella mia fragile vita. Potrei scriverci un trattato su quanto mi senta inadeguato. Se avessi avuto la fede, mi sarei fatto sacerdote e sarei stato in pace, forse.
Custodisco un segreto che non ho mai condiviso con nessuno. Più il tempo passa e più questo segreto diventa pesante. Potrei imparare a conviverci, e giuro che ci ho provato, oppure risolverlo, e ho tentato anche questa via. La sorte ha voluto che io lavorassi a fianco di un piccolo torturatore, uno che avrebbe ben agito se fosse nato in un altro periodo storico. E invece è venuto al mondo negli anni 70, in una tranquilla famiglia romana.
Oggi, lunedì 11 aprile, in un giorno di sole, io mi ribello. Mi ribello a lui e svelo il mio segreto.  Ho 33 anni e non ho mai avuto una donna. Anzi, per essere precisi, non ne ho mai baciata una. Il mio alito non ha un odore sgradevole, sono brutto questo sì, non orribile però. Deduco quindi che se non ne ho mai baciata una, dipende non dal mio aspetto fisico, per lo meno non del tutto, ma dalla mia insicurezza.
Per questo vi chiedo aiuto. Voglio capire perché.
Libero! Dice G. alzandosi e dirigendosi verso la cassettiera.
Fammi leggere un po’…dice P.
Hai capito… Il gobbo del Ministero è vergine...Vuole aggiungere qualcos’altro, ma è perplesso e molto seccato per quelle righe.
Allora alza la mano sinistra per catturare l’ennesimo raggio di luce, ruota l’anello in cerca dell’occhio del suo collega in piedi, ma lascia cadere la mano che fa un piccolo toc sulla scrivania.
G. lo sta fissando da dietro un paio di lenti scure.



postato da alice121 ~ 11/04/2005 11:32 ~ commenti (9)
~ storie di blog




venerdì, aprile 08, 2005
 

Ricevo per mail
la segnalazione di un nuovo gioco. Ignoro chi sia l'autore. Chi l'ha spedito, ha scritto nel messaggio di accompagnamento: non ho potuto resistere...

 

 



postato da alice121 ~ 08/04/2005 09:34 ~ commenti (12)
~




giovedì, aprile 07, 2005
 

Sconto per emigranti
Non andare a messa la domenica, è considerato un peccato?
Presumo di sì.
Un piccolo peccato che andrebbe confessato al sacerdote.
Tutti i cattolici che conosco io, il 70% delle mie conoscenze quindi, commettono questo piccolo peccato. Alcuni sono anche un po’ esasperati dell’obbligo di seguire il catechismo, per poter fare la comunione, per due anni e non più per uno come si usava una volta.
Quelli che risiedono qui in Olanda (be' in questa zona, non so cosa fanno a Rotterdam, per esempio) hanno fatto un accordo con il prete e i bambini che devono fare la comunione hanno ottenuto uno sconto e la preparazione all’eucarestia avviene in dodici mesi.



postato da alice121 ~ 07/04/2005 10:41 ~ commenti (8)
~ pensierini




mercoledì, aprile 06, 2005
 

Seduzioni e tabù
Ci sono parole che mi piacciono per il suono e non per il significato come mellifluo. Altre che amo incondizionatamente come chimera, mentre il suo sinonimo che è sogno, è un incastro di lettere che mi sta antipatico. Altre che mi piacciono solo per quello che esprimono come coraggio. Alcune che detesto come dolce.   
Allora a domani, Lucien, - dice. E prima di riattaccare aggiunge: - Trovo tutto ciò appassionante.
Appassionante! C’è gente che usa certe parole con grande facilità. Io non potrei mai parlare così. Ci sono un sacco di parole che non so dire. Per esempio: appassionante, esaltante poetico, anima, sofferenza, solitudine e così via.Semplicemente non riesco a pronunciarle. Mi vergogno, come se fossero parole oscene, parolacce, tipo “merda”, “porcata”, “schifoso”, “puttana”.
Dopo aver letto queste righe, ho realizzato che anche io ho delle parole che non riesco ad usare, che non posso pronunciare. E che magari, se mi capita di ascoltarle da qualcuno durante una conversazione, provo un piccolo disagio. Me ne sono venute in mente almeno una decina, e ne posso trovare ancora.
Ovvio che non le scrivo, non potrei.
Il corsivo è tratto da un racconto breve che s’intitola Numeri sbagliati.

L' autrice è Agota Kristof.



postato da alice121 ~ 06/04/2005 10:15 ~ commenti (5)
~ pensierini




martedì, aprile 05, 2005
 

E poi, qualcosa è cambiato.  Da Briciolanellatte

 



postato da alice121 ~ 05/04/2005 11:18 ~ commenti (1)
~



 

Se la forma non esiste più, quello che la osserva sembra un alieno.
Ieri su Rai 3 alla trasmissione Le Storie condotta da Corrado Augias, l’ospite era Miriam Mafai.
Parliamo del Papa, ha detto il conduttore rivolto alla giornalista e al pubblico presente, ma da un punto di vista diverso da quello che è stato fatto finora.
Parliamone senza offendere il dolore provato da milioni di persone.
Parliamo della sua politica, del corso che gli ha voluto dare durante questi anni.
E ha introdotto l’atteggiamento nei confronti della contraccezione assunto dalla chiesa. Poi si è interrotto.
Non sono impazzito, ha detto a qualcuno che la telecamera non inquadrava. Io ho rispetto degli altri, volevo solo sottolineare i punti di distacco tra la chiesa e i suoi fedeli. Ha proseguito.
Quello che mi ha colpito, che mi ha commosso, è stato non tanto il contenuto degli argomenti trattati o il fatto che fosse una campana non allineata al coro, ma il tono con cui esprimeva il suo discorso, tono insolito e sconosciuto.
Era quella, di certo, la nota che lo differenziava dalle altre.
Io non sono religioso, ha detto ad un certo punto, però vorrei più rigore di quanto ce ne sia al momento.
Rigore e pacatezza ? Parole da vocabolario.
Rigore: precisione, esattezza, scrupolosità.
Pacatezza: serenità, quiete, flemma, equilibrio.

 



postato da alice121 ~ 05/04/2005 10:17 ~ commenti (3)
~ pensierini




lunedì, aprile 04, 2005
 

Quelli del gatto

Ho un kit quando vengo a Roma, in una borsetta di stoffa su cui è disegnato un Buddha, un regalo di qualcuno che quando me l’ha data mi ha detto: non si puo’ vivere senza religione. 
Quando l’aereo schizza in alto, riordino il contenuto. Il Kit comprende i passaporti, le schede telefoniche, le tessere delle librerie, i biglietti della metro nuovi e quelli dei cinema dove sono stata, due, tre accendini perché me li rubano, ma anche io li rubo, e difatti non sono quelli della partenza, ne ho uno con la bocca della verità adesso, le chiavi della casa dove dormo, altre cianfrusaglie, tiro la lampo, e Roma scompare nel quadrato di stoffa. Imbarco nella norma. Tentativo da parte di una signora molto anziana, non appena scendo dal treno a Fiumicino, di sottrarmi con la forza il carrello che un americano mi ha gentilmente offerto, è stupefacente la forza nelle braccia che hanno queste signore decrepite, la solita discussione con la signorina della Virgin per la valigia che pesa chili 8, anziché 6. 
A bordo mi rilasso. I ragazzi sono cresciuti finalmente, e queste due ore e mezza scorrono via tra un giornale e un libro. 
L’aereo entra nelle nuvole e proprio davanti alla cabina dei piloti, la porta è chiusa, osservo una scena curiosa. L’assistente di volo  sale su un sedile e fa cenni concitati alla collega che sta in coda che arriva di corsa, con faccia preoccupata. Penso: devo preoccuparmi anche io? Tra i passeggeri si alza un mormorio e individuo una parola: gatto, poi una frase: c’è un gatto. Segue una risata collettiva. Abbasso gli occhi, controllo la gabbietta di plastica dove è chiusa la mia gatta, la porta è chiusa e lei è rintanata in un angolo in fondo.

In fondo? No, non è in fondo. Non c’è. E lei che corre lungo il corridoio.
Caccia al gatto in quota.
L’assistente di volo olandese ha il terrore dei gatti, quella italiana invece ne ha due, è maschio o femmina, che pelo lungo che ha, come si chiama, è di razza?, no, ma sua madre è delle foreste norvegesi, be’ non è nata nelle foreste, è un tipo di razza, me l’ha regalata una famiglia svedese, è sterilizzata? Oh poverina… 
A
Schiphol i passeggeri del volo roma-amsterdam sono dappertutto. E noi tre siamo avvistati di continuo come quelli del gatto. 
Nel frattempo in Olanda è scoppiata la primavera. Gli alberi sono carichi di fiori rosa e i campi sono rossi e gialli con i turisti ai margini che li fotografano. Però se fossi abile nel catturare immagini, aspetterei un colpo di vento quando i petali volano. 



postato da alice121 ~ 04/04/2005 10:18 ~ commenti (11)
~ roba d olanda




venerdì, aprile 01, 2005
 

Rispondi tu per favore?
Sono da poco passate le 21.00, la pasta è quasi pronta e squilla il telefono.
Rispondi tu per favore?
Alzo la cornetta.

Pronto, dico.
Buonasera, dice una voce molto esclamativa, p
arlo con Bdi B?
Sto per rispondere che non sono B di B. ma la voce non me lo permette.
Mi chiede invece: le interessa sapere che abbiamo deciso di non chiudere la palestra X ad agosto?
Che si risponde in questi casi? Ho perso dimestichezza con le telefonate promozionali.
Ah va bene, grazie, dico.
Senta, continua la voce che ora rallenta.
Senta, un attimo di pausa un po’ lungo con un sottofondo di un fruscio di fogli.
Poi riparte in corsa: noi stiamo sponsorizzando due sportivi del nostro centro che si sono candidati per le elezioni. Uno di centro destra e uno di centro sinistra. Se è interessata a quello di centro destra, possiamo farle avere il materiale a casa, altrimenti per quello di centro sinistra deve andare a prenderlo ad un certo indirizzo. Cosa decide?
Non sono interessata, grazie.
Significa che preferisce ritirare il materiale per il candidato di centro sinistra?
Significa che sono cavoli miei.