ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



giovedì, marzo 31, 2005
 

E' sempre la stessa storia.
M. deve dimostrare che qui (leggi Italia) le cose non funzionano, oppure s’inceppano. Così quando arriviamo in un ufficio per richiedere dei documenti e leggiamo il cartello: lavori in corso, l’ufficio è spostato al terzo piano, non si rilasciano informazioni per raggiungerlo, attacca: cominciamo!
In effetti trovare il terzo piano è semplice, ma capire in quale stanza si è trasferito l’ufficio, dipende dalla sorte.
Secondo commento: ecco, come al solito!
C’è un ingresso a vetri aperto e una transenna che impedisce il passaggio e un uomo, un uomo sui 70 o forse sui 60 portati male, pantaloni e camicia di un paio di misure in più rispetto alla sua taglia, calzerotti di spugna e ciabatte,  ci chiede: Che dovete da fa’? Con una mano si appoggia alla transenna, che ondeggia sotto il suo peso,  e con l’altra si  gratta la testa.
Esito.
Chi è questo individuo ? Uno che non ha nulla da fare? Un matto tranquillo?
oppure un impiegato?
Guardo le persone che sono sedute e che aspettano: hanno un’aria indifferente.
Dico al tipo: mi serve un documento.
Allora devi andare alla stanza X, dice con aria professionale. Prendi questo. E mi porge un foglietto in cui c’è scritto un numero. Quando chiamo il 16 vi alzate e mi seguite, capito?
Sì.
Interroga altre due persone, consegna altri foglietti.
Infine fa un sospiro lungo, soddisfatto e dice: aaahhh ! devo riposarmi un po'. Le gambe mi fanno male, spiega ad una signora.
Sì, immagino risponde lei.
M. sogghigna e sussurra: Questo sarebbe un ufficio pubblico.
Ci sono i lavori di ristrutturazione: è una situazione provvisoria, dico io.
Nell’era dell’informatica, dice un tipo, fa piacere sapere che esistono luoghi del genere.
Vado a controllare se hanno finito. Dice il signore dei 60 portati male.
Quando riappare dopo cinque minuti, urla: numeri 13 14 15 16.! Seguitemi!
Noi, il numero 16, entriamo in una stanza dove ci sono tre scrivanie con tre computer e tre signore. Gli schermi del computer sono in pausa e due di loro gridano: Forza Roma! Sul terzo c’è Totti, ha una faccia un po’ sorpresa e non dice nulla.
Altra occhiata di M. che vuole esprimere: ma ti rendi conto?
L’impiegata consulta il pc e Totti va a farsi un giro. Guarda le foto dei passaporti, quelle dei ragazzi, ah che belli che sono, dice, poi ricerca, attende, stampa, ho fatto la torta con il formaggio, la pastiera e anche la colomba dice la collega, ah io non ho cucinato per niente, siamo andati da mia suocera dice la signora che sta lavorando per noi.
Sesso maschile? Chiede a M.
Eh? Come?
Secondo lei, quelle due signorine che sono uscite di che sesso erano?
Femminile! Risponde M.
E invece no, dice lei trionfante.  
Non è possibile! ribatte M.
Trascorriamo 30 minuti in questa stanza scrostata e fatiscente. Non so come accade, ma raccontiamo qualche dettaglio della nostra vita alle 3 signore e loro ci forniscono qualche notizia sulla loro.
Vuole che le scrivo la ricetta della colomba? Mi chiede una delle tre.
Grazie, rispondo, è gentile, ma poi tanto non mi va di farla.
Be’, dico a M., che ne pensi?
Non so. Sono perplesso e anche un po’ confuso.
E’ meglio qui o lì? insisto.
Ma a questa domanda non c'è risposta.



postato da alice121 ~ 31/03/2005 20:17 ~ commenti (9)
~ fatti italiani




mercoledì, marzo 30, 2005
 

Le padelle di ferro non si lavano.
Sulla sinistra in avanti c’è il teatro Marcello, alle spalle Caracalla e Via dei Cerchi, sulla destra Via Petroselli e l’Anagrafe.
Vicino al parcometro, c’è un parallelepipedo di metallo arrugginito ricoperto da un telo di plastica, di colore verde, ma non potrei giurarci. Il contenitore è il luogo dove la barbona tiene le sue robe. Lei sta seduta su uno sgabello, ha un fazzoletto in testa e cucina su un barattolo di metallo a cui ha fatto un buco a metà per far uscire il fumo.

Sono stata davanti a lei per dieci minuti, il tempo che la mia amica trovasse le monete per il parcheggio. E ricordo pochissimo di lei, della barbona, intendo. Perché fissavo come fossi sotto ipnosi la padella.
C’era questa padella di ferro nero, credo, e io sono arrivata quando aveva buttato il primo uovo e dopo ne ha rotte altre nove. Dieci tuorli giganteschi in questa padella che li conteneva tutti e l’albume si sovrapponeva in uno strato spesso, lei lo bucava con una forchetta per accelerarne la cottura. Dieci uova che ha mangiato con un cucchiaio di legno, un boccone ed un uovo era sparito, altro boccone e via il secondo rosso e bianco, dopo aver inghiottito il quarto si è pulita la bocca sulla manica, all’ottavo ha sollevato gli occhi e mi ha guardato, allora ho raggiunto la mia amica, quando mi sono girata, lei stava riponendo la padella in una busta.
Dieci uova che cuociono in una padella di ferro al centro di Roma non hanno odore.

 



postato da alice121 ~ 30/03/2005 18:49 ~ commenti (6)
~ fatti italiani




martedì, marzo 29, 2005
 

Sotto questo cielo
Sono seduta su una panchina e mangio un arancino molto, molto buono mentre aspetto che gli altri mi raggiungano.
Controllo l’uscita del fornaio dove ho comprato l’arancino. La porta a vetri si apre e compare una donna e una bambina. La bambina ha due o tre anni. La donna la tiene per mano, mentre nell’altra ha una busta con del pane, ne spunta per l'appunto un pezzo, e chissà che altro. La donna dice alla bambina: "tieni questa" e le porge la busta. La bambina prende la busta e guarda la donna. La donna si avvicina ad un lampione e strappa il manifesto che ondeggia alla brezza, si avvicina al muro e ne strappa altri, forse una decina, forse anche di più. Poi chiama la bambina, riprende la busta e la mano e se ne vanno da qualche parte. I manifesti che ha buttato nel secchio della spazzatura erano di un tal Storace.  Su nel cielo vedo un elicottero con un nome: Bud Spencer.
San Francisco ha Schwarzenegger, Roma ha Bud.
Stavo per scrivere al posto di Roma, noi. Poi l’ho cancellato.



postato da alice121 ~ 29/03/2005 19:06 ~ commenti (2)
~ fatti italiani




venerdì, marzo 25, 2005
 

 Un pensierino dolce dolce (in fondo è quasi pasqua)
Certo che leggendo qua e là sui blog, di zucchero ce ne è tanto.
Dolce è una parola in cui ci s’imbatte spesso.
La frase: dolci parole è ricorrente.
Sono in molti ad essere dolcemente romantici, insomma.
E’ l’effetto di lungo periodo della caramba che sorpresa della Carrà?
E cosa produrranno la De Filippi o i reality show?
Qual è sarà l’evoluzione della scrittura “comune”?
Imprecazioni in cui compare qualche riflessione, credo.
E poi immagino che la parola dolce sarà sostituita da triste.
Triste luna. Triste romantica. Una triste giornata.
Che tristezza.



postato da alice121 ~ 25/03/2005 11:03 ~ commenti (10)
~ pensierini




giovedì, marzo 24, 2005
 
Di una voce, dell’amico, di un’amica che non è un’amica
Sono le 19.30 e sto tornando a casa.
Scusi, chiede una voce alle mie spalle, parla inglese?
Anche italiano, dico.
Ah che fortuna! Dice la voce.
Quanto è piccolo il mondo, dice l’amico della voce.
Che ci fa qui?
Formulo una risposta non proprio gentile, ma poi rispondo: vado a casa.
Ah. Dice la voce, dando un’occhiata all’amico.
L’amico spiega: scusi per l’invadenza della domanda. E’che uno resta sorpreso di incontrare un’italiana, anzi una romana in un posto...riflette un attimo: dimenticato da Dio.
Ho fretta, dico.
Sì, scusi, scusi dice la voce, accendendo una sigaretta.
Ne vuole una?
No grazie.
Non fuma?
No.
Non è vero, ma penso che se avessi risposto sì, ci sarebbero state altre domande.
Senta, dice l’amico della voce, che è magro, magro, quasi anoressico.
Sa dove si puo’ mangiare qualcosa?
C’è un ristorante cinese in fondo alla strada, dico.
Non abbiamo molti soldi, risponde.
Alzo le spalle.
Comprate qualcosa al supermercato, allora.
La voce, che ha una bella pancia lievitata, fa una smorfia.
Non ci va di spaccarci il fegato con i dolci. Abbiamo un appuntamento con un’amica, un’olandese, ma siamo arrivati in anticipo. Siamo ospiti in casa di un amico che sta qui per l’Erasmus.
Be’ l’amica non è proprio un’amica, precisa l’amico della voce.
In effetti l’abbiamo conosciuta ieri sera. Siamo arrivati prima per fare un giro.
I coffee shop non ci sono qui. C’è un bar vicino al cinese, ma niente coffee.
Ah, dice l’amico.
Ma come sono dappertutto, dice la voce.
Questo è un luogo dimenticato da Dio, dico.
Che tristezza, dice l’amico.
Be’, dico io. Sto per aggiungere: dipende, ma dico, invece: ciao.
Per le vacanze torna a Roma, almeno?
Ciao, dico.
Apro la porta di casa.
In cima alle scale,  Lo mi guarda mentre salgo.
Ehi buonasera! Dico.
Non risponde e chiede, invece: chi erano quelli?
Non lo so.
E perché ci parlavi?
Volevano sapere dove fosse un...ristorante, rispondo.
Non ci credo. Ti hanno raccontato una bugia.
Erano italiani.
Allora non cercavano un ristorante! Dice Fran con l’aria di chi la sa lunga.
Basta così, chiudo.


postato da alice121 ~ 24/03/2005 10:35 ~ commenti (3)
~ roba d olanda




mercoledì, marzo 23, 2005
 

Ma questa volta i comunisti non c’entrano.
Nelle scuole anglosassoni la storia occupa uno spazio minuscolo.
Mentre la matematica e le scienze sono al primo posto. Sperimentano su tutto, imparano a lavorare in gruppo, a fare relazioni, a compilare tabelle. In matematica, poi, sono divisi in gruppi a seconda delle capacità.
Addirittura c’è un corso apposito per i geni dei numeri. Da quello che ho potuto osservare, questi geni, di solito, sono asiatici. C’è un amico di Fran, coreano, che l’anno prossimo, farà il corso di matematica super avanzato, dove sarà l’unico alunno. Ogni tanto l'osservo questo asso dei numeri. Ha un’aria molto quieta e ingurgita tutto quello che gli scaravento nel piatto in pochi secondi. Ma dovresti vedere, dice Fran, quanto è veloce a risolvere le equazioni!
Avessi avuto io la possibilità di seguire un corso di matematica secondo le mie capacità, avrei evitato di arrabattarmi con quello del secondo banco che mi lanciava i compiti.
Comunque, di storia ne studiano poca e per argomenti. Quindi la rivoluzione francese, quella industriale, la civiltà egizia, l’impero romano e non molto altro. Per ogni periodo trattato conoscono tutti i dettagli(cosa si mangiava in quell'epoca, come vestivano e combattevano, ecc.) e memorizzano poche date. Ma gli manca la cronologia della storia. Saltano da un argomento all’altro in modo un po’ randomico.
E questo è il difetto che hanno le scuole anglosassoni: gli studenti ricevono un tipo di istruzione a blocchi, non generale come quella che viene impartita nelle scuole di matrice latina.
In questo periodo sta studiando la seconda guerra mondiale. Ed oggi, ha la visita alla casa di Anna Frank ad Amsterdam.
Così cercavo di ricordargli la storia di Anna (di cui ha letto il diario un po’ di tempo fa).
Inutile, non mi seguiva nel ripasso. Ripeteva a macchinetta: L’hanno promesso, l’hanno promesso!
Si tratta, pare, di una promessa rossa.



postato da alice121 ~ 23/03/2005 10:46 ~ commenti (7)
~ roba d olanda




martedì, marzo 22, 2005
 

Chi la dura la vince

La questione spazzatura ha occupato parte del mio tempo qui, non troppo, ma un po’.

Mesi fa c’è stato l’epilogo.
Tutta la vicenda si puo'riassumere in un dispettuccio, messo in opera da uno o più persone. Non che ce l’avessero con me per qualche ragione precisa. Ce l’avevano con l’agenzia immobiliare da cui ho affittato la casa in cui vivo, perché avevano imposto che il mio container fosse ospitato nella casetta con gli altri. L’affitto di questa casetta ospitante spazzatura è pagato dai negozianti all’agenzia, non da me. E loro erano risentiti di questo. Perché io non dovevo pagare una parte dell’affitto? Perché nel mio contratto non era specificato, mentre in quello dei negozi invece sì. Questo è quanto ho intuito perché nessuno mi ha mai detto nulla. 

Ignoti buttavano spazzatura nel mio, e alle mie lamentele, l’agenzia scriveva lettere ai proprietari dei negozi, che negavano tutto. E, in effetti, se il misfatto avveniva di lunedì, quando portavo il secchio fuori, poteva essere chiunque. Ma negli altri giorni, no. Erano loro per forza.

Poi ad un certo punto hanno chiuso questa casetta con un lucchetto. Era per evitare che qualcuno entrasse dentro, di notte, hanno detto.  

Una cosa assurda.  

Ottenere una copia della chiave non è stato facile. Poi il lucchetto è stato cambiato e non ho più chiesto la chiave. Il sabato alle 5, quando i negozi chiudono, porto fuori il container e il lunedì all’una, quando la casetta viene riaperta, lo riporto dentro.  

Questa storia della spazzatura mi ha fatto arrabbiare, ma anche divertire. Una specie di gara di resistenza. Io non avrei ceduto, mai.  

Prima di Natale, credo di aver scritto la parola fine a questa vicenda. L’ho scritta io, non loro. Del resto che le regole vanno rispettate è la loro unica regola. E siccome vivo in questo paese, è anche la mia.  

Quel giorno, quando ho trovato l’ennesimo sacco non mio, l’ho aperto, ho frugato tra le schifezze con i guanti di gomma, fino a che non ho trovato la prova, costituita da scontrini del negozio. Ho preso il sacco, sono andata nella cartolibreria, con un paio di ricevute in mano, gli ho mollato il sacco lì sul pavimento, a mezzogiorno di sabato, ho detto: questa è roba vostra, ed è l’ultima volta che succede, chiaro?  

E’ stato tutto un sorry, uno sbattimento di ciglia, uno scuotimento di teste, un:non sappiamo come sia potuto accadere una cosa del genere. E non ci sono state più invasioni.  

Poi, ieri, lunedì, giorno in cui il camion svuota il mio container, mi sono dimenticata di rimetterlo nella casetta. E’ la prima volta che succede da quando abito qui.  

Era rimasto sotto l’albero. Me ne sono accorta verso le 9 di sera, ma non avevo voglia di scendere per spostarlo. Il tizio che ha lo svuotamento del suo cointaner il martedì, l’ha messo in un angolo vicino ad altri, ma gli altri non lo volevano e lo hanno spostato in un altro angolo. Ma a qualcuno non piaceva che stesse lì e lo hanno sistemato vicino alla panchina, poi sotto un lampione e così via.  

Non lo voleva nessuno questo secchio. Ero quasi tentata di portarlo dentro casa.  

Poco fa sono scesa e l’ho rimesso al suo posto. Prima che qualcuno andasse fuori di testa. 



postato da alice121 ~ 22/03/2005 11:36 ~ commenti (10)
~ roba d olanda




lunedì, marzo 21, 2005
 
 Le scelte di Tina.
La fidanzata di Chiedimeloalle3 decise di aprire un blog. Glielo annunciò alla fine di un pomeriggio di pioggia, di domenica.
Domani apro un blog, disse, e lui fu turbato da quell’affermazione.
Lei l’incalzò: mi introduci? Fai un post di presentazione?
Lui cercò di glissare la risposta con la battuta: chiedimelo alle tre.
Lei si rimise la felpa che lui le aveva appena tolto e rispose: tu invece non me lo chiedere.
Lui, sconvolto dal desiderio e dalla noia di quel pomeriggio umido, promise.
Prima di proseguire bisogna precisare qualche dettaglio.
Chiedimiloalle3 stava con Paola da 3 mesi e l’aveva conosciuta ad un blog raduno, soffiandola ad un blogger meno popolare di lui. Inoltre, dopo un periodo di rodaggio, durato circa otto settimane, in cui aveva cambiato piattaforma, titolo e nick, nonché l’argomento trattato sul blog - all’inizio era partito con un diario personale letto da poche persone - aveva cominciato a pescare notizie dai giornali rielaborandole con toni ironici e polemici e aveva conosciuto la fama, raggiungendo i 1500 accessi giornalieri. 
Ciò gli aveva portato dei vantaggi.
Intanto quello di aver rimorchiato per la prima volta nella sua vita, una gran fica come Paola, poi era stato intervistato alla radio e da un paio di giornali regionali e il suo capo - Chiedimiloalle3 faceva l’assicuratore - gli aveva regalato due ore della sua giornata lavorativa per occuparsi del blog, pretendendo in cambio l’affissione di un bannerino della compagnia sul suo sito.
Al momento Chiedimeloalle3 stava scrivendo un libro, una specie di diario, riciclando i post di quando non se lo filava nessuno.
Paola era sempre stata presente nella blogosfera, ma solo come commentatrice, commentatrice insulsa, però i suoi sorrisi - perché in quello consistevano i suoi commenti - erano molto apprezzati dopo che cosce tette e culo erano apparsi al primo raduno.
Il mio blog si chiamerà Il diario di Paolina e parlerà di me, anzi del nostro rapporto, disse sganciandosi il reggiseno.
Non puoi. Disse Chiedimiloalle3. La mia vita sentimentale deve rimanere circondata dal mistero.
E poi sto scrivendo un libro proprio su quella.
Io voglio diventare famosa! Piagnucolò lei. Uffi! Sbuffò, togliendogli la mano dalla coscia.
Guarda, disse aprendo la borsetta e tirando fuori un foglio di quaderno accartocciato, questo è il mio primo post.
Che te ne pare?
Chiedimiloalle3 serrò i denti e le mascelle ebbero un fremito di sdegno.
E’ ridicolo! Sibilò. Tu mi affondi con queste righe!
Facciamo così, disse dopo un altro uffi della fidanzata. Lo scrivo io, il diario di Paolina. Veramente? Chiese lei battendo le ciglia.
Sì. 
L’epilogo, purtroppo, fu sconvolgente per la nostra star.
Perché Chiedimiloalle3 per elaborare i post del diario di Paolina - post che dovevano essere intelligenti, sensuali e femminili - si alzava alle 4,30 di mattina, arrivava all’agenzia distrutto, perdeva colpi sui contratti, trascurava il suo blog, le mani e la voce gli tremavano e anche la sua vita sessuale ebbe un crollo.
La caduta fu repentina, così come era stata l’ascesa. Il capo pretese che il banner pubblicitario fosse cancellato, gli ridusse lo stipendio e annullò le due ore che gli aveva concesso.
Paola venne assunta come velina in una trasmissione a quiz in prima serata e si fidanzò con il presentatore e gli disse ciao, ciao. 
E lui?
Lui chiuse il suo blog, quello di Paolina e ne aprì un altro, sperando di risalire la vetta. Il nuovo blog fu chiamato: Le scelte di Tina.
Non divenne mai famoso, per lo meno non come il precedente, ma fu oggetto di uno studio di una tesi di psicologia dal titolo: E’ l’individuo che fa il blog o il blog che fa l’individuo?. Il laureando dimostrò come, a volte, la stesura di un blog, puo’ far capire i lati più oscuri della propria personalità. Infatti l’ex Chiedimiloalle3, licenziato dall’agenzia di assicurazioni, ora si depilava le gambe, inghiottiva pillole di ormoni e prendeva appunti seduto al bordo di un marciapiedi alla luce di un fuoco di carta. 


postato da alice121 ~ 21/03/2005 10:41 ~ commenti (9)
~ storie di blog




venerdì, marzo 18, 2005
 

Di International day e di cadute di miti, stimolate, per una volta tanto, proprio dalla tv.
E’ una festa che si fa nelle scuole in cui sono presenti bambini di tutto il mondo.
Ci si puo’ vestire con il costume del proprio paese, si mangia sushi, pizza, crepes, di tutto insomma.
Ogni classe viene trasformata in una nazione. A fare il lavoro sono le madri volontarie, le cosiddette helpers.
Quella di Lo era una capanna della Corea. Sono rimasta senza parole: la classe era scomparsa, era proprio una capanna.
Lo per 3 anni aveva un elmo, una spada di cartone e faceva l’antico romano, ma a 9 anni il tempo delle maschere è finito.
Alcuni vanno vestiti da calciatori.
Vuoi fare Totti? Gli ho chiesto.
No.
Un no secco, che mi ha stupito.
Però non ho fatto domande. Deve essere accaduto l’altra sera, quando ha visto la trasmissione di Fabio Fazio che intervistava il calciatore.
E allora come vai?
Con i colori della bandiera, no?
Poi mi ha piantato una grana pazzesca sui pantaloni. Che erano verde militare, non del verde della bandiera. E lui da militare non ci va vestito. Ma come, hai sempre detto che volevi fare il soldato. Io, lo odio Bush, mi ha risposto.
Alla fine, il pittore della famiglia ha risolto la questione che si stava rivelando senza uscita, dipingendogli due bandiere minuscole sulla guance. 







giovedì, marzo 17, 2005
 

E’ un tempo lunghissimo rispetto a quello che avevo cinque anni fa. Potrei esprimerlo con un numero, ma ho chiuso con i numeri da quando ho smesso di lavorare.
Dietro ai numeri, quando mi occupavo di loro, c’erano anche le parole. Le parole di coloro che mi spiegavano il significato di quei numeri che mi portavano. Ogni tanto ripenso a quelle parole. Alcune erano sussurrate, altre arrabbiate e magari le scrivo su word.
Il tempo che ho, lo difendo strenuamente contro gli attacchi (o le proposte) di chi vorrebbe facessi qualcosa di pratico. A causa di questa difesa, agli occhi di alcuni, passo per snob, ma non me ne importa un accidenti.
Il tempo che ho, lo spreco in un certo senso, però è il senso degli altri, mica il mio.
Nel tempo che ho, ascolto un cd senza fare altro. Guardo la carta geografica appesa la parete. Oppure sto alla finestra o sento la radio.
Il tempo che ho, non mi basta in effetti, ma mi guardo bene dal dirlo in giro, mi chiederebbero perché è insufficiente, che cosa non riesco a fare.
E ci dovrei pensare a lungo per trovare una risposta e non ne ho il tempo, purtroppo.
Da una proposta di MassimoSdC 

 



postato da alice121 ~ 17/03/2005 10:51 ~ commenti (3)
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mercoledì, marzo 16, 2005
 

Ma non troppo
Mentre tieni d’occhio la pista ciclabile, ascolta una conversazione infedele.

 



postato da alice121 ~ 16/03/2005 09:20 ~ commenti (3)
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martedì, marzo 15, 2005
 

E la Divina Commedia, sempre più commedia
al punto che ancora oggi io non so
se Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito.(Venditti- Compagno di scuola)
In piscina ho incontrato un bambino che già conoscevo racconta Lo a M.
E io ho conosciuto sua madre, aggiungo. E’ siciliana, di Catania per la precisione.
L’avevo visto quando frequentavo l'oratorio. Lui continua ad andarci, anche se non gli va, ma è obbligato: deve fare la comunione, prosegue Lo.
E poi lui, ad un certo punto, ha chiesto a Lo: e tu hai già fatto la comunione?
E lui ha risposto di no e lui, il bambino, sorpreso, sgranando gli occhi: ancora no?
Allora io ho voluto dare una spiegazione rapida perchè …
Ho capito, m'interrompe M, intuisco il finale.
Fingo di non sentire e continuo:
E ho precisato che non era stato battezzato. E sua madre ha detto: ah be’! E ha chiuso il discorso. Dovevi sentire come ha detto quel: ah, be’! Il tono.
E perché? Chiede Lo.
Perché, Tua Madre, se non mette i puntini, le virgolette e quanto altro, non si diverte, dice M.
Dovevo pur spiegare perché a 9 anni, non aveva fatto la comunione, no? Dico io.
Non capisco, insiste Lo.
Ah sai cosa pensavo, dico per cambiare discorso, pensavo che quelli di Catania, Palermo, eccetera, dicono sempre in prima battuta: sono siciliano. Anche i piemontesi, i pugliesi, i veneti. Quelli del Lazio e della Lombardia, invece no. Mia nonna, pensa, addirittura quando le chiedevano di dove era, diceva che era trasteverina. Quelli campani dicono: sono di Salerno, di Napoli, di Caserta. Oppure sono di Matera, di Potenza invece che della Basilicata. Sarebbe interessante capire perché, da dove origina tutto ciò. In effetti è una bella domanda. Perché non mi hai detto subito che eri di Catania?
Le hai chiesto questo, dopo la puntualizzazione sul battesimo?
No, no. Avrei voluto, ma alla fine ho detto: i siciliani sono quelli che soffrono di più l’Olanda. Contento?
Siccome non risponde, continuo:
Come diceva quella canzone di Venditti? Quella sul tradimento degli ideali? C’era quella frase sulla banca. Dicendo sta cosa sul tempo, l’Olanda e i siciliani…capisci, quello che voglio dire?
E
h? Dice Lo.
C’è che, Tua Madre, in un modo o nell’altro, deve mettere sempre i punti.
Ma non è vero.
E invece sì.
…. 







lunedì, marzo 14, 2005
 

Le notti (o le scelte)difficili
Ti sei dimenticata? Mi chiede.
No, ci sto ancora pensando.
Baricco, a me piace Baricco.
Li hai i suoi libri?
Sì, ma vorrei trovare qualcosa di più semplice.
La faccenda è questa: mi ha chiesto un autore che non le faccia dimenticare l’italiano, in effetti lo parla solo con me o quasi, ma cosa scelgo?
Pavese, Morante e Calvino (tipo la trilogia che si legge a 14 anni) non vanno bene. Usano parole complicate.
Autori nati dopo il 1950, nemmeno.
Rimango un attimo perplessa davanti ad Ammaniti, ma poi lo scarto, già nella prima pagina del L’ultimo Capodanno,  trovo queste parole: imbucarsi e infangare, che non le capisce. E poi i caratteri dei suoi personaggi sono troppo italiani.
E Malerba? Non va bene nemmeno lui, usa periodi lunghi in cui si potrebbe perdere.
E la Ciociara? In effetti, io lo lessi a dodici anni, nascosto da un volume dell’enciclopedia, però è un vecchio libro Bompiani e non mi va di mandarlo in giro.
E i sillabari di Parise? Quasi, quasi le presto questo. Però non so, mi viene da pensare, ad un certo punto, che sia una lettura più adatta a qualcuno che vuole imparare a scrivere.
Però perché dovrei eliminare autori nati dopo il 1950? Prendiamo una Paola Mastracola: la lettura scorre liscia, troppo.
E i racconti della Tamaro?
No, no, la faccio morire di tristezza.
E Pericle il Nero di Ferrandino?
Quello sì che potrebbe essere una scelta adatta: ha un ritmo veloce, dialoghi semplici e periodi brevi.
Però c’è scritto: A Forcella, nessuno mi dice niente o si prende confidenza. Lo sanno tutti a quale chiodo si appendono. Io mi faccio i fatti miei, saluto tutti con educazione e stop.
Insomma, non mi va di farle leggere una storia in cui compare un tipo con cui siamo identificati all’estero.
Ma poi come fa a capire i libri di Baricco? Però un momento, ha detto: a me piace Baricco, è diverso. Se intuisco giusto, potrei darle un De Carlo, uno di quei romanzi con foto allegata. No, no, mi rifiuto di compiere un’azione simile.
Iracconti di Buzzati?
Non mi sembrano complicati. E concilia una bella scrittura con un utilizzo di un linguaggio che si intuisce. Forse loro potrebbero andare.



postato da alice121 ~ 14/03/2005 10:35 ~ commenti (11)
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venerdì, marzo 11, 2005
 

Quello che segue dovrebbe essere letto ascoltando un concerto di mandolini
Su questo blog si puo’ leggere una traduzione in inglese di un articolo apparso su un giornale olandese, dove il giornalista Harold Doornboss riporta alcuni frammenti di una conversazione avvenuta tra lui, Giuliana Sgrena e altre due giornaliste italiane mentre erano in volo per l' Iraq.
Nei commenti a questo post, vengono riportate le indicazioni di un certo Laurence Simon su come potrebbe essere migliorato l’esame di guida per la patente in Italia e a cui quello che le trascrive, un tale bsp, ne aggiunge altre.

Questo è il commento:
Laurence Simon offers a proposed additional question for the driver’s licensing exam in Italy :
You are approaching a checkpoint where there are armed troops waving flashlights and firing warning shots over your vehicle. You:
a) Stop
b) Speed up
c) Immediately make a U-turn and head for the nearest cafe for expresso and gelato
d) Crap your pants
to which I add:
e) Scream and waive like an Arab terrorist to further get the Americans’ attention
f) Proceed upwind from checkpoint, throw up hands to surrender and wait for U.S. troops to pass out
g) Surrender to anyone on road prior to hitting checkpoint, explaining that Italy has a fine tradition of surrendering in modern times commencing with Ethiopia in 1896
h) Play “My Way” by Frank Sinatra on car horn as you approach
i) Put on sunglasses to cut down the glare from the flashlights
…..you are free to add to the list
bsp
Sulla proposta c, avrei qualcosa da aggiungere. Dipende dall’orario. Perché se è sera, bisogna andare al ristorante più vicino, non ad un bar e ordinare pasta. Anzi spagetti o macaroni.
Anche sulla d, è fondamentale una precisazione prima di procedere all’esercitazione. C’è la disponibilità di un bidè?

 

 

 



postato da alice121 ~ 11/03/2005 10:03 ~ commenti (5)
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giovedì, marzo 10, 2005
 

Qual è l’oggetto che meglio ti riassume? 
Non quello di cui non puoi fare a meno. Che nel caso, l’elenco sarebbe lungo per quanto mi riguarda. Mi riferisco a qualcosa che ti rappresenta nel bello e nel brutto. 
Per me è l’armadio. Un armadio monoposto(?) del nonno di M., che ha un cassetto alla base, dove tengo cianfrusaglie varie. Poi c’è un’anta a specchio e all’interno due ripiani. In quello superiore ci sono vecchie magliette(a cui sono affezionata)  e maglioni ben piegati  che non uso più perché un paio d’anni fa, sono stati divorati dalle tarme.  In quello inferiore c’è quello che utilizzo correntemente, quindi di tutto, tranne le scarpe. L’anta bisogna aprirla con cautela perché si corre sempre il pericolo di essere investiti da questa massa instabile. 
E l’intenzione di stamattina era di domare quella montagna che minaccia di esplodere. Ma poi mi sono detta: perché dovrei rinnegare me stessa?;-)



postato da alice121 ~ 10/03/2005 10:09 ~ commenti (7)
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mercoledì, marzo 09, 2005
 

A ciascuno il suo
Deve essere un tipo ordinato. S’intuisce dalla posizione in cui sta seduta, dagli abiti che indossa e anche dalle suonerie del cellulare. Penso che abbia un lavoro. Infatti è la prima volta che la vedo in piscina, di solito viene il marito a prendere i figli. Di lui, del marito intendo, mi ricordo giusto un paio di dettagli, in effetti compare solo alla fine della lezione di nuoto. E’ uno che nasconde la calvizie con un riporto laterale  e parla a voce molto alta.
Lei, invece, al telefono, sussurra. 
Il trillo di Assereje era collegato ad una amica, credo. Un’amica del cuore, italiana.
Ho un mal di testa! Ma non posso spiegarti ora! Sì, sì, ciao, ciao. 
Dietro la pantera rosa, ci doveva essere un collega olandese. Perché sembrava concentrata e professionale. 
Dietro chihuahua chi c’è? 
C’è il tipo con il riporto, credo. 
Brutto pezzo di cretino, dice a voce bassa. 
No, non mi sente nessuno. 
Seguono altri insulti bisbigliati, che mal si adattano ad una signora dall’aspetto così elegante. Però questo è un pregiudizio. 
Chiude la comunicazione, si guarda intorno nervosa. 
Io ripongo il libro nella borsa.
Lei pigia sui tasti del cellulare. 
Ha cambiato pezzo. 
E’ profondo rosso quello che risuona nella sala d’attesa.
Che c****. vuoi? 
Oh, oh. Penso che sia ancora il tipo con il riporto.
A casa facciamo i conti, ora non rompere!
E riattacca senza concedergli possibilità di replica. 
E’ il mio telefono che squilla adesso. Con una composizione di Fran. Follia 1 l’ha chiamata, c’è anche la 2, ma non mi piace molto.
E’ M.
Dico: Ja? 
Pronto?
Ja 
Fai la spiritosa?
N
ee.
Non puoi parlare? 
Nee. 
Perché? 
Perché è così insistente? 
Tot ziens. 
E per sicurezza lo spengo.
Mi metto a riordinare la borsa. Sembra un cestino della spazzatura. 
Di nuovo Profondo rosso. 
Ah come mi diverto!



postato da alice121 ~ 09/03/2005 10:47 ~ commenti (8)
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martedì, marzo 08, 2005
 

E poi 
Ve lo ricordate Tonino?
Da sabato ha aperto un blog.



postato da alice121 ~ 08/03/2005 10:23 ~ commenti (1)
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Non ci resta che scrivere
L'idea è partita da qui.

Il testo della lettera da spedire al Presidente si trova qui

 



postato da alice121 ~ 08/03/2005 10:03 ~ commenti (4)
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lunedì, marzo 07, 2005
 

Vorrei, ma resisto
Si è dimenticato la casella di posta elettronica aperta ed è andato a fare i compiti.
E vorrei vedere: alle 10 di domenica sera! E ci sono tutte quelle mail lì a portate di lettura. E guarda questa qui quanto gli scrive. Arielle si chiama. E non si possono fare commenti. Nemmeno cantare una canzoncina innocua tipo: in fondo al mar…Niente. Non si puo’ scherzare. Come con la sua amica di Roma. Io non mi sarei mai permessa di leggere i messaggi che arrivavano sul suo cellulare. Avrei resistito come faccio ora con tutte queste letterine a portata di click.
Però, dato che aveva dimenticato la scheda, usava il mio telefono. E se sul mio telefono arriva un messaggio, io lo leggo. Poi certo, mi accorgo che non è diretto a me. E allora lo chiamo: ehi Fran c’è un messaggio per te. E’ stato lui che mi ha chiesto di chi fosse. E io mi sono confusa, mica l’ho fatto apposta. E’ stata un’associazione incontrollata con relativa risposta immediata.
Perché invece di rispondere: è un messaggio di Micia, ho detto: Miao. E’ colpa mia, se altri lo hanno sentito e ad è ogni squillo o ad ogni bip, era tutto un miagolio?







venerdì, marzo 04, 2005
 

Anche se il tono è diverso, il risultato non cambia
Io e lei ci assomigliamo in un certo senso. Tutte e due abbiamo un libro che vorremmo leggere sotto il gazebo nel bosco. E indossiamo un cappello di lana che sembra fatto a mano. Il suo è peruviano, il mio è nero e corto e le orecchie, purtroppo, restano scoperte. Tutte e due calziamo scarpe da ginnastica, in una specie di protesta stupida contro il rigore dell’inverno, e sfoggiamo uno zainetto piuttosto malridotto.
Lei poi, va be’, è cresciuta di più, dicono che sia per il latte delle mucche di qui e ha una bella treccia lunga che si agita sulla schiena, la mia invece l’ho tagliata all’età di anni otto. Entrambe ad un certo punto fumiamo una sigaretta, rovistiamo nel buco nero appeso alla spalla e tiriamo fuori un mp3. E fissiamo un punto lontano oltre lo stagno, riparate da un paio d’occhiali scuri anche in assenza di sole.  Insomma siamo simili per  ammennicoli e atteggiamenti. Be’ la lingua con cui comunichiamo con l’esterno è diversa. La mia, da quanto affermano terzi, ha un suono più musicale della sua.
Lei è in compagnia di due cani: uno di taglia piccola, bianco, uno di taglia media, nero.
Io di due bambini: uno è fisso, l’altro cambia.
Quello che ci differenzia è il tono con cui ci rivolgiamo agli esseri che abbiamo portato a giocare nel bosco.
Io impartisco ordini secchi, tipo: palla di neve in faccia, No! Camminare sul canale, No!Lei, malgrado la durezza del dutch e malgrado io non capisca un accidente di quello che dice, sembra dare suggerimenti, più che ordini, è più sul cccc, insomma.
La risposta (o l’effetto) raggiunto è lo stesso per ambedue. Non c’è. E’ come se avessimo parlato ai rami degli alberi o ai mucchi di conchiglie.
Io, allora, li distolgo con la cioccolata calda acquistabile nel chiosco che c’è al di là dello stagno, lei, invece, dallo zainetto, tira fuori dei biscottini. Per cani? Su questo ho qualche dubbio.



postato da alice121 ~ 04/03/2005 10:38 ~ commenti (15)
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giovedì, marzo 03, 2005
 
E finalmente sulla terra piatta appaiono le montagne. Le costruiscono i bambini al posto dei pupazzi.
La scuola è chiusa causa neve, il venditore di pollo fritto sparge sale sul marciapiede, io non posso invece, l’ho consumato tutto per la lavastoviglie, ehi kipman me ne presti un po’? Dice che me ne dà una confezione, se compro 12 cosce e 25 alette. Uhmm…è una transazione che non mi pare conveniente.
E c’è una perturbazione in arrivo, ancora? Eh sì. 


postato da alice121 ~ 03/03/2005 10:01 ~ commenti (12)
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mercoledì, marzo 02, 2005
 

Intanto acquisto il mondo, poi si vedrà
La chiamerò Elena.
Elena è un nome antico e inoltre un paio di donne romene che ho conosciuto si chiamavano per l’appunto così.
L’ho incontrata ieri, davanti ai negozi di little italy, in versione dopo sci di tanto tempo fa. Alle decolté però non rinuncia, ma è perché non sa muoversi senza tacchi.
Lo so perchè l’ho vista una volta sul bordo della piscina, con un paio di ciabatte con il fiore in sintonia con la cuffia e il costume intero e camminava sulle punte.
Ieri era con buste e pacchetti. Si era fatta un giro qui e anche lì. 2 portacandele decorati a mano, una cornice di conchiglie, un secchio della spazzatura ultima novità, una tovaglia che non si stira!
Elena sembra uscita da una rivista di moda di quarant’anni fa, anche se una volta al mese va da un certo edicolante di un certo paese e acquista riviste francesi, inglesi e italiane. Prezzo estero, ovvio, ma senza lettura che vita sarebbe?
Sempre al bordo della piscina, mi ha parlato dei suoi periodi. Che non sono quelli dei colori, ma degli abbinamenti. Ha avuto quello borse-scarpe, quello delle lenzuola- coperte – tende, quello delle candele – porta candele – musica classica. La passione per i gioielli è costante invece, ed è costretta ad alternarla con l’acquisto di bigiotteria, che le causa allergia, guarda quante bolle che ho –dice, scoprendosi il collo – io guardo e non vedo nulla, sono sotto pelle, bolle invisibili all’occhio, ma me le sento, forse in profumeria mi suggeriscono una crema.
Nel suo paese, in Romania, faceva la cameriera in un albergo, poi durante una gita al Vaticano, ha conosciuto suo marito.
Nella casa di Elena ci sono 3 frigoriferi, uno piccolo e due grandi. Se non sono pieni, dice, non riesco ad addormentarmi.
Elena ha sempre un buco allo stomaco da riempire con bocconcini di sushi, biscottini alla cannella, pasticcini alla vaniglia. Guida 30 km per andare in un certo negozio dell’Aja dove trova  lo stracchino, congelato certo, ma lei non ci rinuncia, primo perché le piace, secondo perché il dermatologo le ha detto che fa bene alla pelle.
Considerando quello che mangia, uno l’immagina grassa e invece manco per niente. Prima o poi dovrò smettere, dice con una risata. Prima che la casa scoppi. Quando finisce l’inverno, non spendo più, giuro!
La frase è sempre la stessa, la stagione cambia, invece.  



postato da alice121 ~ 02/03/2005 10:19 ~ commenti (2)
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martedì, marzo 01, 2005