ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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lunedì, febbraio 28, 2005
 
 Scheveningen sotto un altro punto di vista
Ho sempre pensato che Scheveningen fosse il luogo della tristezza per via dei grattacieli davanti al mare, per la pioggia costante e i cartelli pubblicitari lampeggianti.
Ho sempre pensato che Scheveningen sia sotto un incantesimo e che quando splende il sole, svanisca per tornare visibile al riapparire delle nuvole.
Così dopo aver lasciato Lo ad una festa, ho in programma di aspettarlo in macchina. Ho un libro con me e ho sostituito anche i cd e parcheggio su una strada lievemente in salita da dove si puo’  guardare il mare. Mi accorgo di un cartello su cui c’è scritto che in questa via si puo’ sostare fino a 120 minuti, invece dei soliti 30 e allora cambio idea.
Sono di fronte ad un bivio. Quello di passeggiare su un pontile di cemento infestato da negozi, venditori di patatine e merluzzo fritto e piccioni oppure scendere sulla spiaggia. Sono i piccioni che mi indicano la via: io e loro siamo incompatibili.
Cavalli e cavalieri camminavano sulla sabbia bagnata e compatta, bambini e cani corrono su quella asciutta. Per  20 minuti calpesto i solchi lasciati da una biga e mi fermo davanti ad una scommessa.  Gli sfidanti sono due ragazzi di circa 16 anni, che dopo essersi spogliati, si gettano in acqua. Gli amici fanno il tifo da riva e vince (resiste) quello più ossuto e violaceo.
Il mare è grigio scuro e vagamente minaccioso. Bello.
Decido che voglio qualcosa da bere. Penso ad un cappuccino. Così entro alla Galleria, ristorante gestito da sardi, sono da poco passate le 3 e  c’è chi mangia cannelloni pizza e lasagna e chi beve cappuccino, appunto. In effetti mi andrebbe un caffè, ma non mi va di azzardare che lo so che poi rimango delusa. Tiro fuori il libro e comincio a leggere un racconto. E’ ambientato a Bologna, dei tipi s’incontrano per andare insieme ad un concerto di Neil Young, è appena morto Carlo Giuliani. La storia mi piace, ma perdo il filo, rileggo un paragrafo, una, due volte senza capire il senso.
Il fatto è che mi sono messa a seguire la musica che scende dagli altoparlanti.
Qui alla Galleria (ne conosco 3 di Gallerie) hanno la mania delle compilation monotematiche, attaccano con un cantante e trasmettono tutto il repertorio e c’è Massimo Ranieri che gira, e nella mia testa scorrono le parole in anticipo e non riesco a smettere, affiora anche un ricordo che avevo rimosso. 
Sono in quarta elementare, c’è  una nuova maestra, è di Napoli, ma ci parla sempre della Reggia di Caserta, si va a mangiare alla mensa della scuola marciando, ci racconta di quanto siano stati cattivi i vicini con lei e la sua famiglia quando era caduto il fascismo e che furono costretti a cambiare casa e decide, mi ricordo che disse proprio così: “ho deciso”, che per esercitare le nostre menti non avremmo più imparato a memoria le poesie del Pascoli e del Carducci, ma le canzoni di Massimo Ranieri, e ce le faceva cantare tutti insieme e singolarmente, e beveva il cappuccino che le portava il barista, Alberto si chiamava, cappuccino al vetro, su un vassoio della peroni, con 3 cucchiaini di zucchero, lo girava e si sporcava il dito indice, unghia lunga smalto rosa scuro scrostato, si leccava questo dito macchiato di cappuccino e svuotava il bicchiere in un colpo solo, dito mignolo rivolto al soffitto, così un giorno dovevamo cantare rose rosse per te, ho alzato la mano, ho detto: io sono comunista! E lei mi ha fatto scrivere due pagine con queste parole: i bambini non parlano di politica.
Ha scritto anche una nota a casa. Quando è venuto mio padre, lei gli ha spiegato che io quella frase l’avevo detta per dispetto, in realtà era per l’esasperazione  causata dalle canzoni di Massimo Ranieri e allora mio padre  mi ha domandato: non dirai più frasi per offendere, vero? E io ho precisato che non volevo offendere nessuno  e che da grande avrei fatto la comunista perché i bambini non capiscono niente di politica. Allora mio padre le ha sussurrato all’orecchio, ma io l’ho sentito, che quando m’impuntavo su certe cose era meglio lasciar perdere, che poi mi dimenticavo. E ho pensato che invece l’avrei ricordata quella cosa che avrei dovuto fare da grande.
Ne è passato di tempo e Massimo Ranieri non ha più venti anni e fa qualcosa di diverso per vivere, e la parola comunista non esiste più, magari la usa ancora qualcuno di tanto in tanto, qualcuno che non nomino, e la pizza che servono in questo ristorante non è come quella che si mangia nelle pizzerie in Italia anche se si chiama p i z z a e quelli che ho intorno, mentre aspettano di mangiare, ascoltano queste canzoni, spalmando etti di burro sulle fette di pane, e immaginano che l’Italia sia questa.



postato da alice121 ~ 28/02/2005 09:38 ~ commenti (9)
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venerdì, febbraio 25, 2005
 
La musica non è finita, gli amici sono andati via invece.
I nostri M. (spero che s’intuisca chi siano gli M.) dicono a me e a lei che va bene parlare del mare e della fauna varia che circola e ha circolato da quelle parti quando si è al mare, ma che altrove no, non si puo’.
A me pare che ne abbiamo parlato pochissimo di vicende marine, giusto un paio di volte forse, subito interrotte da sbuffamenti maschili.
Le generalizzazioni non mi piacciono, però è un fatto che agli uomini disturba assistere a conversazioni su cui non possono dire la loro.
Lussemburgo è sotto la neve, qui si è sciolta stanotte.



postato da alice121 ~ 25/02/2005 14:35 ~ commenti (4)
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mercoledì, febbraio 23, 2005
 

A volte la matematica puo’essere un’opinione
Tra un po’ andrò a prenderla alla stazione, ma prima devo risolvere un problema.
Spostare (e far entrare) un divano letto 2 posti nella stanza (minuscola) di Fran.
M. se ne andato dicendo che era una fatica inutile. Ma lui è un ingegnere e si sa come sono gli ingegneri: misurano sempre tutto. Invece, con un po’ di fantasia, si possono fare miracoli.
Almeno spero.



postato da alice121 ~ 23/02/2005 11:36 ~ commenti (6)
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martedì, febbraio 22, 2005
 

Corso per accrescere la stima al volante, prima lezione: il partecipante si ritira.

La strada che taglia il paese dove abito è stretta e senza pista ciclabile. Se ti accodi ad una bicicletta e sei in un punto in cui ci sono auto parcheggiate, devi rassegnarti e tenere l’andatura del ciclista.
C’è poi un comportamento curioso del dutch al volante.
Tale comportamento puoi osservarlo quando t’imbatti in una macchina che arriva nella direzione opposta. La strada come ho detto è stretta, permette il passaggio di due macchine, però la distanza tra una e l’altra è di cinque, sei centimetri, forse.
Le automobili del paese dove abito sono tutte di grossa cilindrata. Nuove e lucide.
Se è una jeep o un dieci posti, di solito alla guida c’è una donna, gli uomini, invece, preferiscono quelle che tirano (questo anche in Italia, credo).
Descriverò l’incontro con un uomo.
Lui è alla guida del suo macchinone, lucido e potenzialmente rombante e s’incrocia con te.
E che fa?
Si ferma.
Sono io che devo passare, a pochi centimetri dalla sua macchina.
Si puo’ immaginare un automobilista italiano alla guida di una cilindrata superiore a 2000, luccicante, che permette ad una donna di passare?
No, non si puo’.
L’uomo olandese su grossa cilindrata, invece, ha una grande sfiducia nelle sue capacità di guida. Sa di essere imbranato, teme di sbagliare ed è terrorizzato dal dover pagare. E allora indugia, aspetta, tergiversa.
Stamattina mi sono ribellata. O forse un senso mi ha suggerito: fai passare lui, ha voluto la misura extra e che osi, allora! Che scopra che ce la puo’ fare. Avevo un intento educativo, insomma.
Così gli ho fatto il gesto di: prego, si accomodi. E lui ha replicato con un altro che intendeva: accomodati tu.
Altro giro, stessi movimenti. Ho spento il motore e incrociato le braccia. Tanto mica avevo urgenze, io. Lui invece era tutto incravattato. Dopo una smorfia di disappunto, ha assunto la posizione che insegnano alla quinta lezione di scuola guida: mano destra sul sedile, mano sinistra sul volante e, a 2 all’ora, si è fatto 100 metri in retromarcia fino al bivio dove ha cambiato direzione.
Peccato! Non mi arrendo però.



postato da alice121 ~ 22/02/2005 10:49 ~ commenti (9)
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lunedì, febbraio 21, 2005
 

E’ che abbiamo la faccia da europei. Dici? Sì, certo.
Sabato ad Amsterdam sono nel negozio di Agnes B. alla ricerca di un giaccone che avevo visto alla fine di ottobre.
Ci sono delle giacche di pelle nera legate con la catena. La commessa dice qualcosa, penso che dica che se voglio provarla, mi scioglie la catena, io rispondo no grazie e continuo a cercare. E lo trovo, l’ultimo rimasto, scontato del 50%. Taglia 40.
Mi piacciono queste taglie francesi, sono ottimiste.
Lo provo, sì va bene, la commessa mentre sono davanti allo specchio, mi continua a parlare.
A parlare? Non capisco. Non capisco quello che dice e non capisco perché  parla in olandese, solo con me, con le altre persone che girano nel negozio, dice una frase ad ognuna in quei 30 minuti che sono lì, si rivolge in inglese, invece.
Be’, mi dico, non ho la faccia di turista, non ho la faccia stupita da turista, i pacchetti, le buste, e poi vado di fretta.
Me lo metto il giaccone nero? Vorrei, ma non posso. Da quando sono arrivata ad Amsterdam c’è stata grandine, neve, pioggia, no, non me la metto. Pago, esco.
Quando raggiungo M,. loro stanno ancora guardando le miniature dei draghi, gli dico: lo sai? Mi ha parlato in olandese. Solo a me. Avevi il cappello? Mi chiede. No, il cappello me lo ero tolto prima di entrare. E poi cosa c’entra il cappello? Non c’entra niente dice lui. Proprio per questo.
Ti ricordi durante le vacanze di Natale, in quel caffè di piazza Pasquino? Dico io.
Eh.
Quando il barista ci ha domandato, in inglese, cosa prendevamo?
Be’?
E noi gli abbiamo risposto che eravamo di Roma, e come pensava che potessimo essere stranieri?

Sì, sì, mi ricordo.
E io gli ho chiesto chi era di noi due che non sembrava italiano? Lui, è stato diplomatico, e ha risposto: i ragazzi. Però…
Però?
Per un attimo ha guardato te.
Dici?
Eh, sì.



postato da alice121 ~ 21/02/2005 10:13 ~ commenti (4)
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venerdì, febbraio 18, 2005
 

Il 19 a Roma per la pace (Dal Manifesto)
Intervista a Prodi: «E' importante essere in tanti»
Crescono le adesioni alla manifestazione di sabato prossimo a Roma per «liberare la pace». Dopo la diffusione del drammatico video in cui la nostra Giuliana Sgrena chiede al popolo italiano di aiutarla - «fate pressioni perché ritirino le truppe» - si allunga la lista di quanti parteciperanno alla giornata di mobilitazione voluta dal manifesto. Romano Prodi in un'intervista al nostro giornale dice che «è importante che ci sia tanta gente». Lui ci sarà. Anche se spera «che prima di sabato Giuliana possa essere liberata e che sarà una festa». Poi il professore aggiunge di augurarsi una manifestazione «di voci soffuse, perché dobbiamo evitare qualsiasi gesto che abbia anche la minima possibilità di danneggiare la prigioniera». «Io credo - conclude Prodi - che esprimere una solidarietà forte con il popolo iracheno non possa in alcun modo danneggiarla». Dalla Cgil all'Arci, che stanno dando un contributo decisivo all'organizzazione della giornata di sabato, a tutte le forze politiche del centrosinistra, ai movimenti e alle associazioni, ai giornalisti che stanno gonfiando le liste di un appello per la nostra inviata, in tantissimi ormai guardano al 19 come un punto di svolta nell'impegno per la liberazione di Giuliana, come della reporter francese Florence Aubenas e del suo interprete Hussein Hanoun. E per quanti si oppongono alla guerra in Iraq. Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14, in testa lo striscione del manifesto: «Liberiamo la pace», e si concluderà al Circo massimo con un concerto.
Qui le foto scattate da Giuliana.



postato da alice121 ~ 18/02/2005 09:52 ~ commenti (8)
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giovedì, febbraio 17, 2005
 
Secondo te qual è la qualità più importante per una persona?
Il senso dell’umorismo. Se hai senso dell’umorismo – non l’ironia, o il sarcasmo, che sono un’altra cosa – non ti prendi sul serio. E allora non puoi essere cattivo, non puoi essere stupido e non puoi essere volgare. Se ci pensi, comprende quasi tutto. Ne conosci di persone con il senso dell’umorismo?
G
ianrico Carofiglio in Testimone inconsapevole


postato da alice121 ~ 17/02/2005 08:03 ~ commenti (21)
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mercoledì, febbraio 16, 2005
 

Della serie: i nodi vengono sempre al pettine. E, qualche volta, rimane incastrato un pidocchio.
Sul sedile di teak dello spogliatoio femminile, c’è un libro.
Lo apro e leggo le prime righe.
Un incipit barocco, pieno di aggettivi che arriva oltre metà pagina. Guardo il titolo, la casa editrice, ma non mi dicono nulla; il nome dell’autrice, invece, mi riempie la testa d’immagini e di frasi: un bosco fittissimo in cui non si riusciva a camminare, delle torri all’orizzonte, un paio d’occhi azzurri freddi e severi.
Qualcuno che si arrabbia, che dice: io pago!
Qualcuno che replica: per due mesi non potrò lavorare, non al computer! Posso darle il primo capitolo. Ho usato quegli aggettivi, come mi aveva ordinato e anche i periodi sono lunghi. Le restituisco l’anticipo se crede, altrimenti deve attendere due mesi.
Non ho tempo, io, dice una signora anziana, con uno sguardo di disprezzo.
La porta che dà sulla piscina si apre. Una donna robusta, con un bambino in braccio, entra.
Rimetto il libro al suo posto.
Ciaooo! Come stai? Dice la donna.
Ciao! Bene, bene, e tu?
Mentre lei asciuga il bambino, chiacchieriamo un po’.
Mentre parliamo, faccio caso ai suoi occhi: sono azzurri.
Riprendo in mano il libro. E’ tuo?
Sìììì. E’ il nuovo romanzo di mia zia. Una donna che è un mito! Dipinge, scrive, viaggia! Ha 72 anni, ma ha l’energia di una di 20!
Penso di averla conosciuta…
Davvero?? Stasera la chiamo e le dico: zia, c’è una che ti conosce. Zia: quanto sei famosa!

Sorrido.
Aggiungo: dille che sono l’amica di T.  Magari di me non si ricorda, ma T. non puo’ averla dimenticata.
Sì, va bene. T. hai detto?
Sì.



postato da alice121 ~ 16/02/2005 11:04 ~ commenti (4)
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martedì, febbraio 15, 2005
 
Se  i personaggi non sono d’accordo sul finale
Quando ho aperto il blog un paio d’anni fa, non sapevo quello che ci avrei scritto.
Non lo so nemmeno ora in effetti. Non ci penso prima. Non mi è mai capitato quello che, a volte, succede agli altri: sezionare fatti e persone per post. Oppure fissare la pagina di word alla ricerca di qualcosa da scrivere.
Non c’è spazio nella mia testa per post scritti in anticipo. E’ già occupata nella creazione di scene comiche o grottesche, che a volte mi strappano un sorriso che, spero, sia invisibile. Scene che non sono traducibili in parole.
Queste creazioni avvengono, di solito, quando mi annoio.
Comunque, quando aprii il blog, diedi l’indirizzo a chi capitava. Fu un errore perché questo m’impedì di scrivere, in parte, liberamente. Oppure se volevo descrivere una persona o un fatto accaduto, dovevo trasformarlo in modo da renderlo quasi irriconoscibile. Nel tempo mi sono accorta che la gente a cui avevo dato l’indirizzo si comportava nel seguente modo:
Non ci andava mai.
Ci andava una volta per curiosità.
Lo leggeva una volta ogni 3-4 mesi.
Lo leggeva per un po’ e poi smetteva.
Tutto ciò era tranquillizzante. Ero di nuovo libera di scrivere come mi pare, di chi mi pare. Certo usando sempre qualche filtro, introducendo qualche variabile, in modo da poter sempre sostenere: ehi non eri tu.
Però di alcune persone, per prudenza, non ho mai parlato. Persone che non erano vicine a me, ovvio. Che le persone a cui vuoi bene, anche se noti i loro difetti, non riesci a rappresentarle in modo ironico o grottesco.
Così tralasciai di scrivere, un paio d’anni fa, della storia di una donna che obbligava il marito e i figli (adolescenti) a fare la pipì come le femmine. Potrei farlo ora, ma non ne ho più voglia, per lo meno non sotto forma di post.
Perciò, ieri, quando mi ha scritto Tonino, mi sono spaventata. Non me lo aspettavo e mi sono precipitata a rileggere quello che avevo scritto.
La scelta dello pseudonimo, per esempio. Per me quel nome gli stava bene. Non a lui come persona, ma a lui come personaggio.
Credo che non se la sia presa per la sua rappresentazione e non ci sia rimasto male per la scelta del nome. O per lo meno se si è offeso, è stato talmente gentile da non sottolinearlo.
Per sdebitarmi di essermi appropriata di una parte della sua storia, preciso che:
1) la sua riservatezza lo preserva dal provincialismo in cui s’inabissa la maggioranza di quelli che si trasferiscono qui.
2) che lui non si è pentito affatto della sua scelta, come ha tenuto a spiegarmi nella sua mail.


postato da alice121 ~ 15/02/2005 11:16 ~ commenti (6)
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lunedì, febbraio 14, 2005
 
Pensava di aver fatto la scelta giusta e invece
Immaginate un uomo schivo, che chiamerò Tonino, che non è il suo nome, ovvio, sto per descrivere un fatto accaduto a qualcuno che conosco e uno pseudonimo è necessario.
Tonino è schivo e insofferente verso la burocrazia, il traffico, i parenti. E non appartiene al gruppo di quelli che dicono: all’estero si vive meglio, in generale. Però in Olanda, sì. In Olanda non ci sono i parenti, il traffico e anche il rilascio dei documenti è efficiente.
Tonino rifiorisce da quando si stabilisce nella terra piatta. Nella vita di lavoro e anche in quella del dopolavoro. Riprende a fare sport, per esempio.
Ha due figli e una moglie. La moglie ha un carattere opposto al suo:ama la compagnia, i parenti e le chiacchiere. Tonino dice: puoi avere le amiche che desideri, purché non siano in casa quando ci sono io. Puoi iscriverti a club, corsi e associazioni, purché tutto questo non mi coinvolga. Ai figli, ci pensi tu. Del resto non lavori ed è giusto così.
Sua moglie è contenta: le piace occuparsi della casa, dei bambini. Le piace avere il potere assoluto sull’educazione dei figli, sulla scelta del colore della tappezzeria del soggiorno. Si trovano in accordo, insomma.
A differenza degli altri colleghi, i suoi figli frequentano la scuola olandese.

E’ per l’integrazione, dice e anche per una prospettiva futura. Una vita in questo Paese per loro, sarà più semplice e tranquilla.
Dopo qualche anno, Tonino e la moglie acquistano una casa. Lei ne vorrebbe una dove abitano le sue amiche. Ma lui è irremovibile. Non vuole italiani come vicini.  E’ ossessionato dalla protezione del suo spazio. Ha una paura  pazzesca che qualcuno possa venire a suonare il campanello per chiedere una tazza di zucchero o chissà cosa. Si trasferiscono in un quartiere olandese, quindi.
Immaginate un gruppo di case incollate una all’altra, sul modello di quei condomini che sono stati costruiti sulle coste italiane negli anni 70. Piccoli giardini, piccoli villini. Lì ogni schiamazzo è amplificato. Ma qui in Olanda, nessuno alza la voce, nessuno grida. Per lo meno non in modo di essere udito dai vicini.
La pace, tanto ricercata da Tonino, è salva.
Nella nuova casa ha una stanza sotto il tetto che è il suo rifugio: disteso su una poltrona legge i suoi amati libri di storia, costruisce navi antiche e gioca con il computer.
Poi accade l’imprevisto. Nel suo quartiere e in quelli adiacenti, arriva uno squilibrato, un pazzo. Non uccide bambini o violenta donne. No. Il maniaco brucia automobili rosse. Agisce di notte tra mezzanotte e le due. Se non trova auto rosse, dà fuoco a quelle di altre colori. La polizia lo cerca, ma non puo’ assicurare una pattuglia in ogni luogo. E allora gli abitanti del quartiere dove vive Tonino si organizzano secondo una tabella. Sorvegliano il quartiere di notte, in coppia, con una ricetrasmittente in mano, come i Guardians di San Francisco.
Tonino è piccolo di statura, con una pancia rotonda che scende e sale a seconda delle stagioni. Non è la paura che non lo fa aderire all’iniziativa, ma è il contatto forzato con gli altri.
Ma questa volta la moglie lo minaccia. Se non partecipi alla ronda notturna, ci vado io, gli dice. Per la pace familiare e anche per non dar luogo a chiacchiere, Tonino è costretto ad accettare.
Eccolo che cammina di notte, vicino ad un olandese che sfiora i due metri, con una ricetrasmittente in mano, indossando una giacca impermeabile verde.
Ascolta, con orrore, la proposta del suo compagno:vieni con noi al pub? Affittiamo un pulmino che ci prende e ci riporta a casa.
Tonino ringrazia e non accetta. La birra gli causa acidità, risponde.
E’ avvilito: profondamente. Neanche la cattura del maniaco riesce a tirarlo su. Perché forse proprio a causa del suo carattere schivo, non invadente, i suoi vicini continueranno ad invitarlo.
Nella sua stanzetta sotto il tetto, mentre dondola sulla poltrona, sfoglia un atlante e sogna l’Australia. 



postato da alice121 ~ 14/02/2005 11:11 ~ commenti (4)
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venerdì, febbraio 11, 2005
 

Dopo la mela blu, gira a sinistra.
Oggi super, iper o come accidente si chiama.
Quaranta minuti di macchina per raggiungere un non luogo, fatto di palazzoni, stradone, svincoli, un’altra Olanda insomma. Be’ se faccio la furba con le macchinette, me la cavo in 30 minuti. Superamento del limite  all’olandese, eh, mica all’italiana.
La scultura della mela blu è l’unica forma da guardare nel non luogo.
Pioverà.  Piove sempre lì come a Scheveningen.  
Poi ho un appuntamento con qualcuno che non conosco, cioè che non ho mai visto. Una volta aveva un blog a metà con un'amica che stava da qualche parte dell’Europa. Poi l’ha chiuso. Ora ha questo, ma ci sono i lavori in corso.



postato da alice121 ~ 11/02/2005 09:06 ~ commenti (6)
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giovedì, febbraio 10, 2005
 

Allora ho aperto una scatoletta di tonno per spegnere il senso di colpa.
Ho riempito la lavatrice, l’ho settata a 60 gradi mezzo carico bianco, ho pensato: accidenti mi sono dimenticata ancora una volta di chiedere la traduzione in dutch della parola varechina, poi è squillato il cellulare e l’ho recuperato nella tasca del cappotto.
Ciao mi ha detto una voce.
Ciao, ho risposto.
Sai come si dice in dutch varechina?
No, ha risposto la voce. Ma perché la vuoi comprare? Le camicie bianche si lavano a mano.
Ha aggiunto qualche altra cosa, anche io ho parlato un po’. Sono tornata nella cantina, ho chiuso l’oblò, ho spostato la ghiera su 90.
Poi mi sono persa da qualche parte, è incredibile il tempo che perdo quando mi occupo della casa, stavo per premere il bottone d’avvio e invece mi sono abbassata.
Tra le camicie, i calzini di spugna – la spugna si lava in acqua fredda diceva mia nonna – le magliette bianche, c’era lei.
Ha seguito un miagolio muto.



postato da alice121 ~ 10/02/2005 10:23 ~ commenti (8)
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martedì, febbraio 08, 2005
 

La mia amica P. mi racconta il suo primo incontro con T.
Ci siamo incontrate alle 7, da sole.
Due ore sedute una di fronte all’altra. E non è stato facile.
Intanto lei non sa l’inglese, cioè un po’ lo conosce, ma ha detto che non aveva voglia di parlarlo. Così tutta la conversazione si è svolta in olandese e ci sono state anche lunghe pause in cui stavamo in silenzio. Durante una di queste è arrivato il suo gatto, un enorme gatto nero e lei ha sillabato: gat-to! Brava, ho detto io, la pausa era durata due tre minuti, forse anche di più, e mi scervellavo su un argomento da tirare fuori ed eccolo lì a portata di mano!
Facciamo così, ho detto, ogni volta t’insegno due o tre parole in italiano, ti va? Ha risposto di sì, che le andava.
Comunque non è stato facile, per niente, anche perché ci facevamo delle domande, però c’era questa linea sottile che non si poteva oltrepassare.
Non deve sapere dove abito, il mio numero di telefono, non deve avere troppe informazioni sulla mia vita e allora ogni volta che parlavo, dovevo concentrarmi sulle parole e su quello che era opportuno dire e non dire. Così quando ha cominciato ad accarezzare il gatto, in effetti l’unico nota anomala di quelle due ore è stato proprio il modo come lo accarezzava, non come si accarezza un animale, ma neanche un bambino e nemmeno un peluche, comunque in quel momento mi sono sentita un po’ sulle spine, e allora le ho raccontato che anche io avevo avuto un gatto. Quella non era un’informazione troppo personale.
Dopo mi ha mostrato la casa. L’ha dipinta da sola. Di blu e di rosa. L’ha dipinta bene, senza sbavature.  Tutto era molto disordinato: il letto era sepolto dai vestiti, il lavello era colmo di piatti sporchi e sul tavolo c’erano una decina di tazze piene a metà di caffè, in alcune c’era una patina quasi solida e un vaso con dei fiori a cui era rimasto solo il gambo. Pareva una casa abitata da tre, quattro studenti e invece ci vive da sola.
Ha 32 anni, prima lavorava in un ufficio, ma quando è iniziata la depressione ha smesso. Percepisce un assegno dal comune. Oltre alla depressione, ha anche una leggera forma d’autismo. Così c’era scritto nella scheda che mi hanno dato. Però non so. Parlava, molto più di me. Le immagini dei gatti. Ecco quelle mi hanno colpito. Statuette, peluche, fotografie e disegni. C’erano delle immagini di gatti anche sulle tazze sul tavolo.
E’ brutta. Ha un corpo maschile e un viso pieno di bolle. Però non bruttissima. Se cambiasse il taglio dei capelli e vestisse diversamente. E si nutrisse meglio. Mangia patatine e le zuppe in polvere. E’ appassionata di cabaret. La prossima settimana andremo in un pub dove c’è uno spettacolo che ha già visto, ma dice che è molto divertente e ogni volta le battute cambiano.
E’ sola. Senza amici, senza famiglia. Anche questo l’ho letto sulla scheda. Passa un po’ di tempo in un maneggio dove si prende cura dei cavalli, non la pagano, se volesse potrebbe avere delle lezioni gratuite, ma non le va d’imparare a cavalcare. Poi disegna teste di gatto che appende alle pareti.
A parte questa fissazione non mi è sembrata molto diversa, nel modo di ragionare intendo, dalle persone che frequentavo quando vivevo a Roma.



postato da alice121 ~ 08/02/2005 10:54 ~ commenti (1)
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lunedì, febbraio 07, 2005
 
Chi è  Bob? (Wie is Bob?)
Lui:Lo sai chi è Bob? Te lo sei mai chiesto?
Io: no.
Lui: Percorri l’autostrada tutti i giorni, vai anche sulla parallela quella dritta dove potresti correre e invece è vietato e non sai chi è Bob? L’autostrada è piena di cartelli con questa domanda!
Io: Io non li ho mai visti. E chi è Bob?
Lui: non te lo dico.
Io: per favore…
Lui: prova ad indovinare...
Io: Bob mi fa pensare ad uno un po’ scemo.
Lui: Bob è quello che guida e...
Io: Ho capito!
E voi?



postato da alice121 ~ 07/02/2005 11:07 ~ commenti (12)
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venerdì, febbraio 04, 2005
 

Ieri
Mi sono portata a casa una che si è trasferita sulla terra piatta da poco meno di un mese.
E mentre prendevamo il caffè, caffè lungo all’americana macchiato e senza zucchero, mi sono sentita come se stessi elargendo consigli a qualcuno che avesse appena contratto una malattia che io avessi già avuto.
Il paragone non è del tutto corretto.
E’ stato come dare consigli a chi aspetta per la prima volta un figlio.
Per la prima volta, perché poi con il secondo mica ti fai tutte quelle paranoie, eh.
Mi ricordo, per esempio, che quando c'era Fran nella pancia, regalai il biglietto del concerto dei Rem ad un amico e che mi sentii come Giovanna D’arco prima del rogo. Mentre aspettavo Lo, invece, non ho rinunciato quasi a nulla  e quando sono partiti per Ponza in barca a vela e ho detto: Vengo anche io! Nessuno ha avuto il coraggio di rispondere: no: tu no. Certo durante il viaggio sono stata un peso morto: non facevo un accidente, se non quello che mi girava: e quindi bagni, mangiavo alici sotto’olio e, con molto orgoglio, insegnavo la tecnica del rilassamento a chi veniva stroncato dal mal di mare. Quando è passata, la gravidanza intendo, un po’ la ricordi con nostalgia, un po’ (molto) con sollievo che sia finita.
Poi ti dimentichi e capita che ti venga voglia di un altro bambino. Ecco, io il desiderio di altri figli proprio non ce l’ho, però la voglia di cambiare Paese, sì.

In fondo quattro anni mi sembrano un intervallo giusto.



postato da alice121 ~ 04/02/2005 11:22 ~ commenti (9)
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giovedì, febbraio 03, 2005
 
Grazie cubana!
Ieri, in un certo ufficio italiano di Amsterdam, dopo aver attraversato porte rotanti, spingi i bottoni apri  la porta attendi premi di nuovo, siamo stati fermati da un uomo chiuso in una gabbiotto di vetro.
Un uomo basso, con spalle enormi e baffi messicani nerissimi, qualche capello bianco, che ci ha chiesto, un po’ seccato, i passaporti.
Non avrei fatto caso al suo collo, se ad un certo punto non si fosse alterato. E’ apparsa una vena, una vena che sembrava un serpente imprigionato sotto la pelle e che cercava di liberarsi, ed il collo si è allargato, o per lo meno così mi è parso in quel momento.
La causa di tale irritazione era stata determinata dall’assenza di firma, da parte nostra, sui passaporti.
Scusi, ha detto M., mentre io mettevo su un’espressione un po’ confusa e un po’ scema.
Se uscite fuori dall’Europa ve li sequestrano!
Li ha sfogliati, con sufficienza, e lì abbiamo commesso l’errore, entrambi, di fissare le pagine piene di timbri.
Lui si è accorto del nostro sguardo, ed il collo è cresciuto ancora.
Ora esce la vena e ci morde, ho pensato.
Invece li ha chiusi, i passaporti intendo, ha fissato M. e ha detto:
Lei non sa chi sono…che faccio io!
Lo sa?
No, ha risposto M.
Ci ha teso una penna, abbiamo firmato, mentre vena e collo si riducevano di volume.
Ci siamo accomodati in attesa che ci chiamassero.
Dopo un minuto l’abbiamo visto uscire dall’ufficio di vetro, andare ad aprire la porta personalmente e cinguettare in spagnolo: ad una cubana, parlo nella sua lingua.
Anche lei ha firmato ad un certo punto. Però senza alterazioni da parte sua.
E si è accorto che lo guardavamo.
Qualche domanda?
No? Bene.
Sono scoppiata a ridere.
Ho chiesto a M.: secondo te porta i boxer o gli slip?
Smettila! Mi ha bisbigliato.
Ci ha continuato a tenere d’occhio, ma non ci ha rivolto più la parola. Merito della cubana che non capiva, non so se il suo spagnolo o le spiegazioni sui documenti. Lasciandomi libera di illustrare a M. del perché, secondo me, sotto quei pantaloni che ogni tanto era costretto a tirarsi su, portasse i boxer e non gli slip.  


postato da alice121 ~ 03/02/2005 11:15 ~ commenti (2)
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mercoledì, febbraio 02, 2005
 

Della serie: tutto puo’ tornare utile

Qualche giorno fa, camminando sotto una pioggia sottile, così Fran:
Ti ricordi quando abitavamo ancora a Roma e scendevo in cortile il sabato mattina?
Mi ricordo.
E a volte arrivava un signore con un carrettino che si sistemava tra il leone di pietra e il cancello? E c’era quella ruota che girava velocissima e lui urlava…
Si ferma.
Io continuo a camminare.
Aspetta.
No. Piove troppo.
Mi raggiunge con una piccola corsa.
Stavo ricordando…
La ruota girava e lui strillava: Darrotino, è arrivato Darrotino!
Sono io a fermarmi, adesso: se rido non riesco a camminare.
Mi guarda perplesso.

Poi al Blogrodeo è arrivato l’arrotino.
Ed è venuta fuori questa cosa:

Percorso in discesa
Oggi Lello è venuto a farmi visita. Mi ha portato l’orologio che avevo chiesto, un finto rolex d’acciaio, una stecca di sigarette e Automobilismo. Mentre aprivo la busta di plastica, lui mi guardava fisso.
Ho capito che c’era una novità. Una novità non buona per me.
Le mani hanno cominciato a tremare e allora ho detto: si vede che non è il modello originale: la chiusura è un po’ così. Lello si è accorto che non dipendeva dalla chiusura, che erano proprio le mie mani che non stavano ferme.
Darrotino è morto, ha detto.
Allora ho aperto la rivista e l’ho sfogliata: tutta fino alla fine.
Quando sono arrivato all’ultima pagina, ho chiesto: Proprio morto?
Stecchito. Questa mattina all’alba.

Darrotino si fermava con il camioncino in cima alla collina dove sotto c’è la discarica.
Rimaneva lì per due, tre ore, poi cambiava zona.
Tamara ci andava ogni volta con una busta piena di coltelli. Diceva che quel tipo le dava una percentuale. E così, un paio di giorni prima, suonava i campanelli della gente in cerca di lame da affilare.Poi è accaduto che una mattina si è dimenticata il cellulare, ed è arrivata una telefonata di una che la chiamava per un lavoro - Tamara lava i pavimenti degli uffici - e io ho detto: un attimo e sono volato su per la salita, 3 minuti ci ho messo, ho ancora un fiato buono.
Il camioncino ondeggiava. Ho abbassato la maniglia del portellone del retro e loro erano distesi su una coperta, come le bestie. Ho afferrato un coltello, glielo ho infilato sul sederea, poi un altro su una coscia, un altro ancora nel braccio. Il quarto me lo sono messo in tasca.
Tamara, invece di urlare, di piangere, rideva isterica.
Sono sceso giù dall’altra parte. Se superavo la discarica, ero libero. E invece sono scivolato per il fango. Mentre cadevo, l’osso della caviglia ha cambiato posizione.
Sono arrivate le volanti.

Il Professore è un tipo tranquillo, se si esclude la notte che parla nel sonno. Mi ha chiesto di riferirgli le parole che dice, ma sono frasi senza senso. Allora ne invento io qualcuna, così passa un po’ di tempo a ragionarci su. Dice che per ogni gesto, ogni frase, esiste sempre una spiegazione. E’ un tipo tranquillo, però ha fatto fuori uno strozzino che gli aveva prestato dei soldi. Gli è passato sopra con la macchina.

E’ morto, dico.
Mi siedo sul letto e mi metto la testa fra le mani.
Darrotino è morto.
L’arrotino, mi corregge lui.
L apostrofo a. Deriva da arrotare.

Se non ci fosse stata quella discesa con il fango, ma una strada dritta e liscia, non mi avrebbero preso. Se avessi saputo che si chiamava l’Arrotino non l’avrei mandata Tamara su per la collina. Uno che fa  il Darrotino mi sembrava uno scemo, ecco. Uno che fa l’Arrotino, invece, si capisce che è uno che si appropria della roba che non è sua.
L’arrotino aveva quattro coltelli infilati nel corpo. Il quarto era proprio sotto il cuore, ed è stato quello che l’ha fatto entrare in coma.
Il professore dice che quella telefonata arrivata sul cellulare di Tamara era fasulla, fatta da qualcuno che aveva interesse ad eliminare quello che aggiustava i coltelli. Che Tamara era d’accordo, che è stata lei ad affondare il fendente mortale.
Io non so. Penso che sia colpa della discesa e di quella maledetta parola. 



postato da alice121 ~ 02/02/2005 10:05 ~ commenti (5)
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martedì, febbraio 01, 2005
 
 Cosa sarà?                                   

E’ Minuscolo.

E’ Arrogante.

E' Sacripante!

E' Sacripante!



postato da alice121 ~ 01/02/2005 09:56 ~ commenti (1)
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