ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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lunedì, gennaio 31, 2005
 

Sembra un tranquillo paese di provincia, ma...

Spa-rec-chia-te.

Ripetete.

Uno alla volta!

Un ragazzo coreano, uno turco, uno inglese e Fran.

L’appuntamento per lo sleep over è alle 19.30.

L’inglese arriva alle 18.50.

Suo padre, mi scatena un’ansia pazzesca quando telefona, mi ha chiesto: posso portarlo alle 18.50?
Il coreano alle 19.30.

Il turco alle 19.40.
L’italiano, uno dei quattro invitati, sono le 20.00 quando stiamo per uscire, ancora non c’è.
Mangiate prima la pasta e dopo la torta.
Poi: Spa-rec-chia-te.
Non accendete le candele. Non toccate il mio pc.
Ad un certo punto ti chiamo e fai in modo di non perdere il telefono, ok?
Quando torniamo poco prima di mezzanotte, in un angolo del soggiorno c’è una montagna di scarpe da ginnastica e loro sono nei sacchi a pelo a guardare The Ring.
Solo il ragazzo turco è disteso sul divano.
Quattro mesi fa si è operato alla colonna vertebrale, aveva qualcosa che gli impediva di camminare. E' la prima volta che esce dopo l’operazione.
Quando è arrivato, erano in camera di Fran sulla chat di Msn con una compagna di scuola che piace a tutti,  carina, sì, ma senza forme che spiccano, ma che ha  di speciale ho chiesto, tu non puoi capire ha risposto mio figlio, è il suo modo che…lascia perdere non te lo posso spiegare, comunque quando arriva il ragazzo turco, c’è un'unica sedia che è occupata, lui, Isk lo chiamano, è lì che affonda con le stampelle nella moquette, e io dico: ehi dategli la sedia, gliela lasciano libera,  lui ci si sistema più che sedersi e sorride. Sorride proprio per intero.
La notte felice per loro, surreale per me comincia.
Verso le 3 dal soggiorno si sente un cinguettio di un canarino, seguito da quello di un merlo dalla  strada. Ora mi alzo, penso. Ora vado a vedere. Mi riaddormento invece, per svegliarmi un’ora dopo.
Questa volte ci sono rumori di martellate.
Operai che lavorano alle 4 di domenica mattina? Ora controllo, devo, sì.
E’ Fran che mi spiega la notte.
Alle 3 è passato uno che faceva jogging con gli auricolari. Tom ha aperto la finestra e gli ha fatto il verso del merlo. Lui, si è sfilato gli auricolari, e ha risposto con quello della capinera.
E poi ci sono le picconate.
Pedalavano a zig, zag, hanno preso a calci i vasi, uno con il bastone ha distrutto le piante e sono ripartiti.

Nella via principale, i vetri della pensiline dell’autobus sono polverizzati a colpi di mattone.
I sacchi a pelo vengono arrotolati, la montagna nel soggiorno scompare, i merli, quelli veri, cominciano a cantare, i canarini, invece, tacciono, e anche le capinere non hanno nulla da dire. 



postato da alice121 ~ 31/01/2005 11:36 ~ commenti (8)
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venerdì, gennaio 28, 2005
 

Vorrei averle scritte io.

Ulises Lima lascia il Messico e va a Parigi. Qui incontra Polito che gli procura una stanza e si occupa della sua cena. Polito lo spenna. Un giorno Ulises si stufa e non va più a mangiare da lui. Polito va ad aspettarlo alla chambre, lo aspetta per ore seduto nel  corridoio. Quando Ulises arriva alle 3 di notte, Polito viene sopraffatto da una paura che non si sa spiegare. Pag.315-316 Roberto Bolano I Detective Selvaggi.

Non verrò mai più, Polito,disse. Non so cosa mi prese. Dentro mi cagavo addosso dalla paura(mi sentivo morire all’idea di uscire, di percorrere il corridoio, di scendere le scale), ma mi misi a parlare lo stesso, cazzarola, di colpo mi ritrovai a parlare, ad ascoltarmi parlare, come se mia voce non fosse più mia e si fosse messa a vaneggiare da sola, la stronza.

Gli dissi non ne hai il diritto, Ulises, con quel che mi è toccato spendere in provviste…

                                          ................................................................

Perché continuare. Posso soltanto dire che parlavo e parlavo, e Ulises, in piedi davanti a me, in quella stanza così piccola che più che una stanza sembrava una bara, non mi toglieva gli occhi di dosso, tranquillo, senza fare il movimento che io aspettavo e temevo, come se mi stesse dando corda, come se si dicesse gli do un minuto e mezzo, gli do un minuto, gli do cinquanta secondi, a Polito, poveraccio, gli do dieci secondi, ed era come vedere, lo giuro, tutti i peli del mio corpo, come se, malgrado avessi gli occhi aperti, un altro paio di occhi, chiusi, percorressero ogni centimetro della mia pelle e inventariassero tutti i peli che avevo, un paio di occhi chiusi che però vedevano più di quel che vedevano i miei occhi aperti, lo so che non si capisce una sega. E allora non ce la feci più e mi lasciai cadere sul letto come una puttana e gli dissi: Ulises, mi sento male, amico, la mia vita è un disastro, non so cosa mi succede, io cerco di fare le cose bene ma tutto mi riesce male, dovrei tornare in Perù, questa città di merda mi sta uccidendo, non sono più quello di prima, e così mi misi a parlare, a tirar fuori tutto quello che mi bruciava dentro, con la faccia semiaffondata nelle coperte, nelle coperte di Ulises che va’ a sapere dove le aveva prese, tanto puzzavano, non il tipico odore di muffa delle chambres de bonne, non l’odore di Ulises, un altro odore, un odore come di morte, un odore abominevole che all’improvviso s’impadronì del mio cervello e mi fece fare un salto, cazzarola, Ulises, dove hai preso queste coperte, creatura, alla morgue? E Ulises era sempre lì, in piedi, senza muoversi da dov’era, che mi ascoltava e allora pensai che quella era l’occasione migliore per andarmene e mi alzai e allungai un braccio e lo toccai sulla spalla. Fu come toccare una statua.



postato da alice121 ~ 28/01/2005 10:42 ~ commenti (1)
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giovedì, gennaio 27, 2005
 

Eccomi nell’impiccio.
E nel dubbio, again.
Quello di essere stata troppo permissiva.
Dovevo impedire a Fran di ascoltare i cd di Eminem tre anni fa, quando ebbe il periodo rap?
Dovevo proibire a Lo di portare il cd a scuola e di prestarlo all’amico?
Se ne è parlato di lui, sì. Del motivo per cui scrive certe cose orribili.
Però, quello che a loro piaceva era il ritmo dei brani e le parolacce. Superati gli undici anni, Fran è passato ad altri generi, Lo, invece, che ne ha 9, lo ascolta ancora.
E le usano quelle parolacce presenti nei testi?
No, quelle che si dicono tra loro quando litigano sono, ahimè, quelle che ascoltano a casa.
Così, oggi pomeriggio Lo è stato invitato dall’amico a cui ha prestato il cd. Cd che sua madre, gli ha sequestrato quando ha cominciato ad ascoltare.
R
estituiscilo! Gli ha detto.
Lo giura che l' amico ha mantenuto il segreto circa l’identità del possessore. Io temo, invece, che abbia confessato e che l' invito non sia poi così casuale.
Insomma stasera non vorrei andarlo a prendere io, ecco.
Una febbre improvvisa? La macchina muta?
Quei dischi li ha comprati M, mica io.
Alla fine andrò. Perciò è bene che mi prepari.



postato da alice121 ~ 27/01/2005 11:13 ~ commenti (5)
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mercoledì, gennaio 26, 2005
 
 Allegre, ma non troppo.
Sfoglia il catalogo di Christie’s con un tintinnio di braccialetti. I braccialetti sembrano d’argento, ma mi sa che sono di un altro metallo più prezioso.
Dice: ho una finestra in un angolo della stanza da letto, una finestra piccolina.
Quando pronuncia “piccolina” sporge la bocca in avanti e la restringe per far capire, penso, che la finestra è proprio di dimensioni ridotte.
Ci vorrei mettere una cosina. L’ho cercata in un paio di negozi dell’Aja, ma… alza il braccio appesantito dai bracciali, li fa suonare un po’, si lecca l’indice, gira un’altra pagina.

Qui, a volte, si trovano delle cooosine interessanti.
Non parla a me, ma ad una che è seduta al suo fianco, una new entry.
Io sto di fronte e gioco a Bantumi sul cellulare, opzione 5 fagioli, livello 5.
La new entry, russa di nascita, cresciuta negli States, con marito olandese, dice: poi mi accompagni nei mercatini? Anche se già so che sarà triste. Ahhhh Fendi! Ahhhh come mi manca Firenze!
Quanto ci hai vissuto a Firenze, chiedo.
Quattro anni. E rimpiango tutto: i negozi, il tempo, il cibo, le persone! E il mare.
Il mare?
Sì, se sali verso Nord c’è pure il mare.
 Comunque, riprende il tintinnio dei braccialetti che sembrano d’argento, poi ti faccio sapere quel nome del museo dell’Aja, in cui puoi esporre.
Dipingi? Con che tecnica? Domando.
Acquarello. Paesaggi marini.
Be’, c’è il mare anche qui.
Scuote la testa, con una smorfia.
Dico: il mare di Scheveningen è particolare: è il mare della tristezza e a Scheveningen è vissuto Van Gogh. Però, forse, dovrebbe essere dipinto con gli acrilici o ad olio, più che con gli acquarelli. Non so.
Scuote la testa, dice: dipingo solo la natura Toscana. Si tira su le maniche del maglioncino color crema, compaiono e tintinnano dei braccialetti. D’oro, non ho dubbi questa volta.
Mi serve una borsa di Gucci. Sapete dove posso trovare un suo negozio da queste parti?
 Te lo spiego io!
Tintinnano insieme allegre, ma non troppo.   
Quel suono abbinato alle parole piccoline m’indispone alquanto. E quando m'irrito, mi viene voglia di fare i dispetti. 
Allora dico: a me gli stilisti italiani non piacciono. Lo dico un po’ sottovoce, in modo che non abbiano l’impressione netta che voglia contraddirle.
E infatti, la sorpresa? le fa dimenticare di agitare le braccia e lo sbattimento di metallo s’arresta almeno per un paio di minuti.



postato da alice121 ~ 26/01/2005 10:55 ~ commenti (5)
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martedì, gennaio 25, 2005
 
 E stanotte: la luce della luna ha battuto quella delle serre per ko
Il mio approccio con la neve continua ad essere romano, decisamente. E ieri mattina quando mi sono svegliata e ho visto i tetti, le strade e, ahimè, le automobili bianche, non ho potuto fare a meno di esultare e di comunicare a vicini e a lontani, il candido evento.
Alle tre, quando i fiocchi sono scesi intensi per i dieci minuti del percorso autostradale, ero già meno allegra, però.


postato da alice121 ~ 25/01/2005 10:09 ~ commenti (5)
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lunedì, gennaio 24, 2005
 

Buona giornata
Dopo la scuola, andiamo in piscina?
Scuote la testa.
Dice: non mi va.
Con lo stesso tono che usa quando afferma: mi annoio.
Allora insisto.
Ti porti le pinne, la maschera e la palla e ti tuffi a bomba.
 
Ripete ancora il suo ostinato no.
Guarda che la scuola finisce a mezzogiorno…
Facciamo così: preparo la borsa, magari cambi idea, intanto andiamo lì che devo cambiare dei cd e mangiamo qualcosa al bar.
All’una la piscina è deserta, l’acqua immobile, i tavoli, invece, sono pieni. Cambio i cd, no non gli va di fare il bagno, cerchiamo un posto. Pare che oggi alla mensa non sia andato nessuno, si sono concentrati tutti qui in questi 20 tavoli.
Ne scelgo uno dove c’è un tipo di un’età indeterminata tra i 30 e i 40.
E’ libero?
Sì, dice senza accento.
Un inglese senza accento, potrebbe essere un british.
Però è troppo elegante e poi è belloccio. Giacca, cravatta, camicia bianca ben stirata. E’ uno in trasferta, per forza: è troppo in ghingheri, un po’ sficato però perché quelli in missione non si lasciano soli a pranzo e non vengono al bar della piscina. Magari è qui per un colloquio. Da dove viene? Non dall’Europa del Nord, con quella camicia così candida e senza pieghe, ma neanche dall’Europa del Sud, con quell’accento. E poi sta mangiando un’insalata e una zuppa e beve succo d’arancia. Niente patatine fritte, spare ribs e birretta come gli altri.

Questo individuo è una contraddizione.
Arriva la cameriera, ordino un’insalata e un satè senza salsa.
Con la salsa, dice Lo.
La salsa che accompagna il satè è marrone, di arachidi.
Ti ricordi? Non ti piace.
E invece, sì.
Oggi la vuole salsa. Ho già nelle orecchie la frase: che sapore schifoso, facciamo cambio? E quegli spiedini di pollo mi disgustano.

Va bene: con la salsa. Però poi li mangi, ok? Altrimenti ti uccido. Dico questo senza mutare espressione.

Che figura mi hai fatto fare, mi dice dopo che la cameriera se ne è andata.

Ma no, rispondo, questo qui non capisce un accidenti. Siamo liberi di esprimerci come ci pare, basta non guardarlo e non sussurrare.

Io non voglio mangiare con lui: puzza.

Ma no che non puzza: si è spruzzato solo un po’ di profumo.

E perché? Forse puzzava di sudore.

Non essere maleducato.

Hai detto che non capisce un accidente.

Sì però non sta bene parlare di chi non si conosce.
Per distrarlo dal pensiero, chiedo notizie su colei che gli fa battere il cuore.
E’ strano che non vi parliate, dico. Parli con tutte tranne che con lei, ehhh…
Che vuol dire: ehhh?

Che sembra strano.

Anche lei non mi parla. Si è sporcato di succo d’arancia.

Eh?

Gli è colato il succo sul mento: che schifo!

Sì, ma non guardarlo.

Afferra lo spiedino che gronda liquido marrone, fa una smorfia, occhieggia la mia insalata.

Me ne dai un po’?

Sì, però ricordati la mia promessa. Gliela spiego bene la promessa, nei dettagli, con il sorriso sulle labbra. E  termina il piatto, non perché tema la mia minaccia, è solo per orgoglio.
Chiacchieriamo ancora, non mi ricordo di che. Parliamo in libertà, con un linguaggio privato e colorito.
Il tipo finisce la sua insalata, si pulisce la bocca e quando scorgo il suo sguardo, è ormai troppo tardi. E’ uno sguardo che ho già visto nel passato.
Buona giornata, dice, con accento milanese.

Come ho capito che era un accento milanese? Perché i miei cugini sono di Milano, perché tutti quelli che vengono qui arrivano da Milano, perché conosco qualcuno per ogni provincia della Lombardia.

Ciao, gli dico dopo qualche secondo.
Che figura: ora conosce il mio segreto, dice Lo.

Quale segreto?

Sa chi mi piace.



postato da alice121 ~ 24/01/2005 11:38 ~ commenti (5)
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venerdì, gennaio 21, 2005
 

L’occhio del gatto

Tutti i dentisti sono sadici.
Quello che ho ora è anche bugiardo. Ho letto l’occhio del gatto di Dylan Dog e ho scoperto che mi ha preso in giro ancora una volta.
Comincia qui, un paio di settimane fa:
Roma, in un salotto con poltrone di pelle, filodiffusione, quadri alle pareti, luci basse, carta da parati bordò a rombi verdi, mobili antichi. Non sembra la sala d’attesa di un dentista e infatti lui ci abita con sua sorella.
Ha cominciato a sfottermi perché quando telefonavo per un appuntamento, scambiavo lui per la sorella e viceversa?
Forse.
Comunque da quel momento non ha smesso più e anche quando ci riflettevo che se rispondeva una voce semi-femminile era lui e se era semi-maschile era la sorella, ha continuato.
Così un paio di settimane fa:
Sono  seduta su una poltrona di pelle e leggo Repubblica.
Lui, con un sorriso da sadico: devo darle una mano a tirarsi su?
Io: no, grazie, ce la faccio da sola.
Entriamo nella stanza delle torture.
Lui: che leggeva d’interessante?
Io: un articolo sul Berlusca.
Sadico, bugiardo e furbo. Infatti prima di proseguire aspetta che io non possa parlare.
Lui: è saltata un’otturazione, devo fare l’anestesia.
Io: non la voglio l’anestesia.
Lui: ma così il lavoro non viene bene. Rischia che il cemento venga via dal buco.
Io: non importa. Corro questo rischio.
Quando non posso più rispondere, dice:
E’ anche lei d’estrema destra come me?
Io: faccio segno di no con la testa e gli faccio capire che voglio una tregua. Mi sciacquo la bocca. Ora non si vendichi, eh?
Lui: io sono professionale. Legge Dylan Dog?
Io: cenno affermativo.
Lui: Si legga l’occhio del gatto. Lo sa che il disegnatore di quell’episodio mi ha telefonato ed è venuto un paio d’ore qui a fare schizzi? C’è questa stanza in un paio di vignette. Due ore di schizzi per due vignette: incredibile! Il dentista però non sono io: era più vecchio di me. E sa com’è la storia? Il dentista uccideva le donne che andavano a farsi curare la carie iniettandole un veleno nelle gengive.
Sa, c’è un negozio a Piazza Ragusa dove vendono i Dylan Dog ad un euro.
Di nuovo in Olanda, oggi:
Anche Dylan non ha voluto l’anestesia come me. E tre o quattro vignette del fumetto ritraggono effettivamente la sua stanza delle torture. Ma è bugiardo perché ha cambiato la storia: non è vero che il dentista uccideva le donne con l’anestesia. E’ uno degli assassini, sì, ma si è limitato a tagliare la testa ad un antiquario che voleva interrompere la relazione con lui e ad infilarla dentro un elmo.
E che, aveva ragione, l’otturazione è saltata. Mi consolo pensando che, nel lungo periodo, ammortizzerò la spesa per la seconda otturazione, risparmiando sui Dylan Dog perché usati io li pagavo 1 euro e 50.



postato da alice121 ~ 21/01/2005 10:39 ~ commenti (6)
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giovedì, gennaio 20, 2005
 
 Nessuno mi puo’ giudicare…

Lui  si è divertito, poi si è stancato e ha confessato: non sono due sono uno, suscitando reazioni diverse.
A me ha fatto sorridere e poi  l’avevo previsto tempo fa uno sdoppiamento del genere.
L’inizio della storia è qui, le altre due puntate sono al 3e al 5 maggio 2003



postato da alice121 ~ 20/01/2005 11:29 ~ commenti (1)
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mercoledì, gennaio 19, 2005
 

Chi c’era dietro il video? 

oggi, 3 dicembre 2003, io prendo congedo, da tutti voi, amici miei, estasiati sostenitori nel trionfo e altrettanto lesti imboscwww.google.com

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0,62%

E chi era costui?
Un tenente che abbandona l’esercito?
Un militare che sta terminando il servizio di leva?
Uno che va in pensione e che ha preparato un discorso volutamente ampolloso?
Prendere congedo e sostenitori nel trionfo rimandano ad un linguaggio degli anni 30, ma oggi è la fine dell’anno 2003.
Non c’è traccia di questa frase nella rete, per lo meno io non l'ho trovata.
E allora un’ipotesi che mi viene in mente, è questa:
Ore 18.00 circa, in una stanza illuminata da una luce al neon di una caserma militare in una provincia del Nord:
Digitatore, di Catania, anni 20, con diploma di ragioniere:
Internet! Internet abbiamo e con il computer!
Avvilito, Tor Bella Monaca, Roma, 19 anni.
Sai come ti diverti? I siti porno sono inaccessibili.
Digitatore: ma sempre il muso hai!
Avvilito: e come devo sta? Sono nato il 1 gennaio 1986, a mezzanotte e un minuto. E quella volpe de mi madre m’ha fatto registrà du minuti prima. Così andavo avanti con la scuola. Ho ripetuto du anni e poi s’ho entrato in cantiere. Ed eccomi qua. Ultimo sficato. C’è andata all’ufficio de leva a vede’ se se poteva cambia’ , ma non c’è stato niente da fa’. Poi me manda i cioccolatini, sta volpe.
Digitatore: ma non ci pensare! Guarda, ora scrivo una frase su un motore di ricerca e vediamo dove ci porta.
Avvilito: che frase?
Digitatore (pensieroso): ma dov’è la virgola su questa tastiera?
Eccola! Una frase militare, no?
Digitatore (con aria furba): vediamo…Il diario di Alice…,ì.
Avvilito (con entusiasmo): vai su quello! Magari so racconti de sesso. Allora?
Digitatore: (scorrendo il sito): mah…mi pare che questa peggio di noi sta.
Avvilito: e c’ho sapevo. So prigioniero per colpa de na’ volpe!



postato da alice121 ~ 19/01/2005 09:49 ~ commenti (1)
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martedì, gennaio 18, 2005
 
Troppi punti, poche/ molte  virgole e nel posto sbagliato

E sì, insomma, il blog è un “diario” dove correggi gli errori e, se ti diverte, se ti va, se hai tempo, aggiusti la forma. A volte il contenuto puo’ non coincidere con il tuo stato d’animo, a volte rispecchia quello che hai vissuto.
Per esempio, sabato sono andata a trovare una tizia croata che abita nella mia strada e a cui prima di Capodanno è morto il suo uomo, cadendo dalla bicicletta. Lei lo aveva conosciuto al mare (nel suo paese) e si era trasferita qui per lui. Ha studiato l’olandese (per un anno 6 ore al giorno + i compiti) e si stava ( si sta) preparando per l’esame per poter fare l’ematologa. Nel fine settimana andava a pulire le case e la sera faceva la baby-sitter, poi imparata la lingua ha lavorato come infermiera. Lui non aveva i soldi per pagarle il corso, i suoi genitori nemmeno. Mica è da tutti una scelta del genere.
Di questa cosa non ne ho scritto quando l’ho saputa, ma nemmeno ne ho parlato con gli amici. Ho avuto un comportamento lineare tra blog e realtà.
Se lo faccio adesso è perché ormai l’ho metabolizzata.
Dove voglio andare a parare?
Tutto nasce dalla domanda da quanto questo blog mi rappresenti. Sono io, ma anche no.
C’è una persona che conosco (ma neanche tanto, cioè non benissimo, io pensavo che un po’ sì, lui mi ha detto che invece no) che mi sta analizzando il blog.
Per ora, mi ha detto, ho sospeso l’analisi perchè avevo un paio di progetti da chiudere.
E che hai capito? Ho chiesto.
Ha alzato le spalle.
Per ora sei un ammasso di punti non congiunti.

Ma che significano quei punti? Ho insistito.
I punti sono le parole che usi, le idee che ripeti.
Poi qualcuno ci ha interrotto.
Ora, riflettendoci sopra, credo che punto e linea, subiranno un picco nel grafico che mi rappresenta.
E invece…
Sarebbe meglio che abbandonassi questi pensieri contorti e mi concentrassi di più sulle virgole.



postato da alice121 ~ 18/01/2005 11:31 ~ commenti (7)
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lunedì, gennaio 17, 2005
 

Non accettare film proposti da sconosciuti
Non so cosa mi abbia spinto sabato sera ad andare a vedere Ocean’s Twelve.
Già avevo capito poco dell’eleven doppiato in italiano, figuriamoci di questo in americano, con i sottotitoli in olandese.
Così sono stata costretta a guardarmi intorno: ho contato le bottiglie vuote allineate proprio sotto lo schermo (22: di cui 7 di cola e 15 di birra), ho tentato di contare,  durante l’intervallo - dopo il primo tempo non potevo fare a meno di numerare tutto - i fiori sul bordo delle mutande della ragazza bionda davanti a me, ma posso farne solo una stima perché non stava ferma un attimo (dovrebbero essere 16), ho ascoltato le risate e gli ohhhh del pubblico quando compare Amsterdam, ho fissato i visi dei miei amici, per cercare di capire se gli piacesse o no, se capissero o meno, ho ammirato lo sfondo blu del lago di Como, chiedendomi: a quanto sarà ammontato la somma percepita da Clooney per l’affitto della sua villona?
E sono giunta ad una conclusione che non mi aspettavo: che George non mi piace più, assolutamente, e che Andy Garcia non è affatto male.



postato da alice121 ~ 17/01/2005 10:42 ~ commenti (10)
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venerdì, gennaio 14, 2005
 
Dopo i punti, arrivano le linee

Stanotte ho sognato pianeti, centinaia di pianeti di colori diversi che ruotavano nello spazio in modo caotico. Io ero un’essenza dotata di una bacchetta.
Con la bacchetta tentavo di metterli in fila e quando ne allineavo cinque, scomparivano. Se frequentassi uno psicanalista, chissà come lo spiegherebbe.
In realtà l’interpretazione è banale.
Si trova qui.



postato da alice121 ~ 14/01/2005 10:07 ~ commenti (3)
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giovedì, gennaio 13, 2005
 
 Chi ti risponde
ti dice: è presto
quando sarai grande
allora saprai tutto...(Bennato-Quando sarai grande)
Ti accorgi di essere diventato adulto quando: ti nasce un figlio? Non hai più i tuoi genitori? Non perdi la pazienza facilmente? Sai programmare nel lungo periodo, con aggiustamenti nel breve? Oppure sono tanti piccoli cambiamenti non identificabili singolarmente, che una mattina ti fanno svegliare e affermare, senza esitazioni: ormai sono grande?
E’ una domanda che non ho fatto mai a nessuno, e non so come funziona per gli altri questa faccenda.
Quanto a me, avendo sperimentato le ipotesi iniziali, posso dire che nessuna di loro mi abbia fatto pensare: accidenti sono proprio cresciuta.
Fino a stamattina, quando è giunta la folgorazione. Ero in camera di Lo e rifacevo il letto. Ho sistemato il cuscino e sotto ho visto il pigiama e mi sono bloccata: pantaloni e blusa erano a rovescio.
L’accordo sarebbe che prima di andare a scuola dovrebbe rifare il letto. Per facilitare il compito, ha il piumone di Ikea, dunque non sarebbe un’operazione difficile, ma il tempo gli fugge via la mattina e riesce a infilare solo il pigiama sotto il cuscino.
Quando va a dormire lo indossa sempre a rovescio.
Qualche volta glielo rimetto al dritto, ma di solito no.
Però sia che lo sistemi, sia che lo lasci così com’è, lo porta sempre al contrario.
Ragionandoci a freddo, posso trovare almeno due motivi per cui l’indumento è sempre dalla parte sbagliata: una piccola infrazione alla regola per esempio; oppure per una questione estetica: gli piace che si vedano le cuciture.
Ma non m’ importa conoscere la risposta esatta ora, ammesso che ce ne sia una. Quello che conta è che io abbia fatto caso allo stato di quell'indumento, stamattina.
Che mi sia posta la domanda, che non mi sia arrivata immediata la risposta.
Che in un altro tempo, con un’altra testa, non mi sarei accorta dell’esistenza del pigiama e non avrei fatto considerazioni sul suo stato.
Che secondo me, lui non lo sa che quel pigiama è dalla parte sbagliata, io invece sì.


postato da alice121 ~ 13/01/2005 11:49 ~ commenti (9)
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mercoledì, gennaio 12, 2005
 
Se il punto c’è, io non lo vedo
Ieri 11 gennaio, alle 18 in punto, un cane di circa 70 chili di peso, di nome Bongo è entrato nel soggiorno, ha annusato l’aria, ha pensato: mi è parso di vedere un gatto, infine ha affondato il naso nella moquette grigio polvere con macchie nero-marrone.
Il cane di nome Bongo è stato piacevolmente impressionato dall’odore e si è dimenticato di cercare il gatto.
La padrona di Bongo è azzurra, cioè non del tutto: i capelli non lo sono e nemmeno la pelle che è bianca e piena di vene, per l’appunto azzurre. Ed è il capo di un’organizzazione  di volontariato.
Ha fatto delle domande a me e agli altri.
Occupazione?
Nessuna.
Allora hai un sacco di tempo libero?
No, non ne ho. Scrivo. Scrivo racconti, ho aggiunto senza esitazioni.

Ho trovato questa risposta quando ero da un notaio qualche giorno fa.
Occupazione?
Nessuna.
Eh no!  Non dica così. E’ brutto. Cosa fa durante il giorno? Si prende cura della casa? Cerca un lavoro?
Be’ mi occupo della casa, ma non più di quanto facessi quattro anni fa quando lavoravo.
Ha sospirato nervoso e allora per uscire dall’impiccio, gli ho detto: scrivo racconti.
Che genere di racconti?
Anche la padrona di Bongo ha fatto questa domanda.
La lista degli incarichi era lunghissima. Però la capa azzurra ha detto che, al momento, cercavano volontari per schizofrenici e depressi.
Dei quattro che eravamo, uno si è tirato indietro e non andrà al colloquio singolo. Ha detto: io parlo poco. Cosa posso raccontare ad un depresso?
Dopo, mentre cenavamo, P., ci ha raccontato che tutti gli olandesi che ha conosciuto da tre anni che vive qui, hanno un familiare con problemi mentali in casa.
La schizofrenia è ereditaria?
P. non lo sapeva, però ha detto che anche in Italia, secondo lei, è presente più di quanto immaginiamo, però non se ne parla. E mi ha fatto un elenco delle persone che conosceva e che si erano suicidate.
Stamattina sono andata all’agenzia.
Buon anno! E ho teso la mano.
Sì, buon anno. Ha risposto lei, offrendomi la sua come fosse un oggetto.
Ho detto, dopo qualchce altra frase: la moquette puzza. E nel soggiorno piove dal soffitto, la vernice si stacca e l'acqua ammuffisce i mobili.
Sì, ha risposto senza cambiare tono.
Ne parlerò con il proprietario.
I suoi occhi non guardavano i miei , fissavamo invece un punto sulla mia fronte.
Davanti allo specchio del bagno ho cercato quel punto, ma non l’ho trovato. 



postato da alice121 ~ 12/01/2005 11:41 ~ commenti (6)
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martedì, gennaio 11, 2005
 
Se non ce la fate a reggere la macchia, non comprate cappottini bianchi.
Mentre s’indaga su una morte annunciata, ho il ricordo di  una scena a cui ho assistito prima di Capodanno. Un uomo e una donna parlano. Una bambina sui tre, quattro anni salta dal marciapiede alla strada, inciampa, cade, si rialza.
L’uomo interrompe il suo discorso, con la mano indica la bambina, dice alla donna: ma dalle uno schiaffo a sta deficiente! La donna aggiunge qualche insulto mentre le pulisce il cappottino impermeabile bianco. La bambina non replica, sta ferma con lo sguardo colpevole.
Questo è il fatto. Fatto a cui si possono trovare delle scusanti per giustificare la reazione.
1)La bambina ha piantato una grana per avere quel cappottino bianco. L’ha visto alla tv e poi lo porta Jessica, la sua amica del cuore.
2)Suo padre è in ferie forzate ed è preoccupato per il futuro. Gli ha regalato quel cappottino bianco perché vedere sua figlia vestita come una principessa gli tira su il morale.
3)La bambina è viziata dalla nonna. E’ abituata ad essere al centro dell’attenzione e quando gli adulti non si occupano di lei, disturba.
Ma c’è quello sguardo colpevole che li inchioda.
Sarebbe bello che il mondo fosse come quello che ci racconta la Pitzorno, nell’incredibile storia di Lavinia - revisione della favola della piccola fiammiferaia – dove Lavinia, una bambina che vive in strada si prende gioco degli adulti. E invece, all’inizio del 2005, siamo nel pieno della favola di Andersen.
Gli assistenti sociali sapevano che c’era un problema.
E i parenti non ignoravano che la bambina veniva maltrattata. Immagino che dal momento che si erano presi cura di lei, avessero richiesto un intervento.
E i vicini? I vicini avevano i loro problemi.
Noi, invece, ben nutriti, mediamente acculturati, inorridiamo davanti a questa storia e c’interroghiamo su come possa essere potuta accadere. Su Repubblica si scrive dei due che si accusano a vicenda e si accenna solo alla fine dell’articolo che: L'inchiesta proseguirà anche per accertare se gli assistenti sociali, che avevano tentato due volte di entrare nell'abitazione, abbiano fatto tutto il possibile per salvare Eleonora.
Tra qualche giorno, dopo che ci avranno scioccato a puntino, della morte di Eleonora e dell’inchiesta non si scriverà più.
E noi, ben nutriti, ben acculturati, cosa possiamo fare?
Non comprare cappottini bianchi, per esempio.
Leggere ai nostri figli i libri di Bianca Pitzorno. Andersen lo lascerei perdere. Parlerei piuttosto del fatto di cronaca, di Eleonora, ma senza soffermarmi sulla madre. Il comportamento della donna lo spiegherei così: era pazza. Era impazzita per la fame. Poi cercherei di spiegare il ruolo degli assistenti sociali e del volontariato.  



postato da alice121 ~ 11/01/2005 10:39 ~ commenti (7)
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lunedì, gennaio 10, 2005
 
Un’alba lunghissima con i children che combinano guai.
Era come fosse l’alba ieri alle 9,15 davanti al treno Termini-Fiumicino. Però un’alba incerta, segnata dal sonno, dall’assenza di caffè e dall’oppressione delle valigie che non si chiudevano. A me non piace viaggiare con i bagagli. E, di solito, porto pochissime cose. Però c’erano i regali di natale e una casa che ho dovuto sgombrare e nelle valigie c’era parte della roba che ho stipato nella cantina. Così io e M. ci siamo divisi: lui in macchina con borse, borsette e sacche e io con i children in treno. Se li chiamo children si arrabbiano, ma loro, nell’alba di ieri, hanno fatto infuriare me.
Nel portafoglio invece dei tre biglietti da dieci, ne trovo solo uno e qualche spicciolo. Così apprendo in pochi secondi che il giorno prima, per andare a pattinare sul ghiaccio, Fran ha usato i miei soldi e non i suoi che ora viaggiano in macchina, che dopo aver offerto la cioccolata calda alla sua amica e poi un panino da Mac, che chissà tra quanto la rivede, e che pensava di avermelo detto, mentre chiudevo le valigie, che lei aveva le mani gelate.
In effetti ricordo vagamente la storia delle mani, ma non quella dei soldi.
E adesso?
E adesso prosegue il bigliettaio, non lo faccio pagare e se passa il controllore, gli dice che ha dodici anni. L’arrabbiatura sfuma, seguono riflessioni nostalgiche. Eh, se fossi stata al Nord, avrei perso il treno...
A Schiphol, aspetto M. con sei valigie, due zainetti, la gatta, un portatile, una busta piena di vecchi oscar mondadori e i children. Ci muoviamo con un rumore di cocci rotti: sono le scatole di latta di mia nonna che si scontrano in una borsa. Io e Fran alla guida dei carrelli, Lo, invece, porta una busta piena di dolci, che ha tirato fuori dalla valigia delle scatole di latta, che dopo aver recuperato i bagagli, l’ho trovato seduto davanti alla valigia con tutte le scatole tirate fuori e ho dovuto rimetterle dentro, con la gente che ci guardava, e insomma l’avrei strozzato, e allora gli ho detto che erano degli stupidi children, calcando sulla erre alla romana e Fran si è risentito. Oltre alla busta dei dolci, Lo porta la sacca con i vecchi oscar. E che fa mentre ci avviamo verso l’uscita? Scarta i soldi di cioccolata e abbandona la sacca.
Ce ne accorgiamo due ore dopo, quando arriva l’aereo di M. e siamo ormai fuori.
Rientra, dice M.
Rientra tu, dico io.
Il finanziere lo respinge. C’è una procedura da seguire. E sta per arrivare un tipo che ci viene a prendere.
Allora provo io con Lo. Io arrabbiata, lui con la faccia colpevole che tenta di spiegare la faccenda della cioccolata, interrotto da me con la storia dei libri e, inaspettatamente, ci fanno passare.  
E l’inflessibilità dutch? E le ragioni di sicurezza?
Recupero la sacca. Sono contenta, però anche perplessa.


postato da alice121 ~ 10/01/2005 12:09 ~ commenti (4)
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venerdì, gennaio 07, 2005
 

Quando il gatto non c'è...
Solo la scomparsa della gatta è riuscita a buttarmi giù dal letto alle 8 per andarla a cercare. L'ho trovata terrorizzata, un paio di portoni dopo il mio. Di terrazzo in terrazzo era saltata da una finestra sul tetto ad un pianerottolo senza più riuscire a tornare indietro. Una vecchia signora ha cercato di prenderla, ma lei non si è lasciata avvicinare. E' rimasta ferma nell'angolo, senza mangiare il tonno che le aveva messo in un piattino. Dalle foreste norvegesi, ai giardini olandesi, ad un condominio romano...L'ultimo luogo non deve esserle piaciuto molto. Ho tirato un sospiro di sollievo, lei ha smesso di tremare, ora comincio a richiudere le valigie: domenica torno a casa.



postato da alice121 ~ 07/01/2005 10:55 ~ commenti (5)
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martedì, gennaio 04, 2005
 

Il Martino invecchiato scioglie la polvere e le parole
Devo fare un trasloco, anzi uno spostamento di mobili verso una cantina in un altro quartiere. Arrivano due omacci, anzi due omoni che caricano gli oggetti su un furgone. Uno è basso, tarchiato e furbo: è il capo lui, l'altro è alto, grosso e, come dice il capo, del tutto fesso. C'è un'intercapedine nel corridoio che i Due devono svuotare. La polvere dei secoli invade la casa, le mani diventano grigie e comincio a starnutire. Ai due omoni, invece, la polvere non fa nulla. Quando saliamo nel furgone, l'aiutante "fesso" sale dietro. Deve controllare l'oscillazione dei mobili, dice il padrone. Al buio con i piedi e con le mani puntella gli oggetti.
Il padrone ha delle unghie lunghissime, pulite, con cui si gratta i peli della barba. Il furgone si spegne in continuazione e ha il vetro frontale rotto. Un incidente? No, una sassata da un ponte. Cinque minuti di strada, cinque minuti di storie di morti di malattia e di morti ammazzati.
Dopo lo scarico, torniamo a casa, il padrone sale con me. Lo pago, mi chiede qualcosa da bere per togliere la polvere dalla gola. Un bicchiere d'acqua? No, dice lui, l'acqua non va d'accordo con la polvere, s'impasta. Un Martino, se possibile. Tra le robe rinvenute nell'intercapedine, c'era una bottiglia di Martini rosso. Con uno straccio tolgo la polvere, il tappo è incollato, il liquore è marrone. Non sarà guasto? No, dice lui, i Martini più invecchiano, più sono buoni. Il contrario delle donne, dice. Ride, si stuzzica con le unghie i peli della barba, si scola due bicchieroni di Martino. Nel frattempo racconta fatti che sembrano storie sudamericane. Di una donna che è stata abbondanata dal marito e che quando comincia il caldo sale sulla terrazza condominiale, si mette nuda e gioca a palla. Lui lo sa perchè, certe volte, va a stendere le lenzuola al posto della moglie, e deve aspettare che si rivesta. Parla dell'aiutante fesso, che una volta al mese indossa vestiti puliti, si taglia la barba e aspetta la visita dell'assistente sociale. Dopo offre da bere a tutti.
Gli dico, per interrompere il fiume di parole alcoliche e tutto quel grattamento di peli, che se vuole puo' portarsi via la bottiglia. Mi chiede una busta. Perchè se me la vede quello, se la scola tutta. I soldi di questa giornata di lavoro glieli do a rate. Perchè lui ha il cuore d'oro e poi gli piace bere. Mi parla ancora della sua bimba che studia l'arabo e il russo.
E' il mio futuro, dice.









postato da alice121 ~ 04/01/2005 11:08 ~ commenti (5)
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