ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

@ Mail

Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



martedì, novembre 30, 2004
 

Però se fosse un maggiordomo, dopo tutti questi mesi d’analisi, quanto meno dovrebbe prepararmi un caffè.

Da mesi, ma non so dire esattamente da quando, di sicuro prima dell’estate, qualcuno arriva sul mio blog, tra le 3 e le 5 di mattina.

04:01:19
30/11/2004

tiscali

Italia

xxx.xxx.xxx.xxx

Mozilla

Windows XP

Tutte le notti, sabato e domenica esclusi. Nei fine settimana o non si collega oppure anticipa verso l’una.

Chi è?

Che lavoro fa?

Non il medico, l’operatore telefonico o professioni equivalenti. Sono lavori questi che sono soggetti a turni.

Se dipendesse da me, mi piacerebbe che fosse un portiere di notte di un grande albergo in una grande città. Fino all’una, le due, è impegnato nella consegna delle chiavi, dei messaggi, con le telefonate dei clienti dalle stanze. Dopo le 2, le luci si abbassano, il telefono smette di squillare, lui va al computer, gioca a forza 4, legge le notizie dell’Ansa come vuole il Direttore, gira per la blogosfera. Alle 5 controlla la posta dell’albergo, sveglia chi deve partire, prende un caffè alla macchinetta che c’è alle sue spalle, nascosta da un muro. Alle 7 si toglie la divisa, si lava i denti, accende il suo scuterone , provando ogni volta un brivido di commozione, e va a dormire. Lavora sempre di notte perché deve pagare ancora le rate del suo mezzo di locomozione e poi perché gli piace viaggiare nei paesi esotici.

Oppure, me lo immagino più così: è un guardiano notturno che sorveglia una fabbrica, non è solo, sono in due. Lui, il mio lettore, dorme fino alle 3 e l’altro sorveglia, fa i solitari, legge i giornali porno, fa un giro nei locali e alle 3 va a svegliare il tipo che dorme sulla brandina, è dalle 10 che dorme da quando le donne delle pulizie sono uscite. La brandina è proprio vicino allo sgabuzzino dove loro lasciano gli stracci, i secchi e l’aspirapolvere, e lui, il mio lettore notturno, si addormenta con l’odore di varechina e di vetril, si addormenta facendo gli scongiuri che ha paura che gli faccia male respirare quella roba. Poi quando il collega lo viene a svegliare, gli fa sempre la battuta: non mi dire che sei stato ancora a sfogliare quella robaccia? Alludendo alle riviste porno. Il collega alza le spalle, nasconde le riviste sotto il materasso, mentre si addormenta gli dice: non rompere.

Dopo il giro di controllo, il mio lettore guardiano notturno, si beve il caffè del termos, che quello della macchinetta gli fa schifo, fuma e si annoia. Allora gli viene il desiderio di guardare le donnine nude, ma le riviste sono sotto il materasso del collega, così va al computer e digita: diario di Tiziana, è così che è capitato da me. Pensava fosse un sito porno.

Ogni due settimane, ha il sabato e la domenica liberi. Quando invece è di turno, il suo collega ha il riposo, è in coppia con un extracomunitario. E’ lui che fa tutto il lavoro di controllo, del resto è in prova, mica è assunto come lui. Così girella per internet fino all’una, poi va a dormire tranquillo, senza olezzi di saponi che il sabato e la domenica, le donne delle pulizie non lavorano.

Oppure è un maggiordomo cinese, una specie di programma che ti analizza il blog, e qui non ho molto da immaginare.




postato da alice121 ~ 30/11/2004 10:42 ~ commenti (15)
~




lunedì, novembre 29, 2004
 

Ancora tu…non pensavo di vederti qui...(C'era la sua foto, ora non c'è più)

Nelle strade qui intorno ci sono dei lampioni, come in tutte le strade del mondo. Su ogni lampione ci sono attaccati 3 adesivi.

Non so da quanto siano lì.

Su un adesivo ci sono degli aerei in volo e una scritta tipo: l’Europa degli aerei, su un altro c’è l’immagine di un vecchio che fa la spesa con un carrello semivuoto e sotto c’è scritto l’ Europa dei prezzi. Poi c’è lui, il Berlusca. Dit Europa… Best Ondemocratish, che tradotto dovrebbe essere più o meno così: Questa Europa…la più indemocratica.



postato da alice121 ~ 29/11/2004 11:29 ~ commenti (10)
~




venerdì, novembre 26, 2004
 

Peccato che sia senza radici, però

Lo sleep over è quello cosa che tutti vanno a dormire a casa di uno. In italiano si dice andare a dormire fuori oppure da qualcuno. E poi, ad un certo punto, si dorme. Per lo meno così accade quando siamo a Roma: un amico di Fran viene il pomeriggio, cena con noi, poi ad un certo punto si addormentano.

Nello sleep over, invece, è come se fosse capodanno. Però un capodanno senza musica, che gli altri componenti della casa devono dormire, per lo meno tentano.

Comunque i partecipanti  allo sleep di ieri erano tranquilli e, a parte una lite scoppiata tra Fran e Lo per un oggetto elettronico, sarebbe andato bene. Salvo imprevisti. Che poi gli imprevisti sono il particolare che cristallizzano il tempo in un ricordo, nel bene e nel male.

L’imprevisto si è materializzato alle 6 del pomeriggio, quando lo sleep era già cominciato: primi effetti qualche carta di cioccolata sparsa qui e là, scarpe da ginnastica in luoghi inaspettati.

E’ arrivato in bicicletta, quando la strada cominciava di nuovo a ghiacciare, è arrivato senza giubbotto con una felpa rossa e un paio di jeans sottili. L’imprevisto aveva gli occhi a mandorla di un punto ignoto della Cina , parlava poco e mai con me. Cioè il mio inglese e il suo non s’incontrano. Così ho saputo, tramite Fran, che la madre dell’imprevisto non era a casa, che era senza chiavi, che poteva restare fino alle 8? E quando erano le 8 poteva restare cena? Averlo a cena è stato un piacere, non che il dialogo ne abbia guadagnato, e poveretto del resto come avrebbe potuto se gli altri erano italiani e parlavano in italiano?

Non è carino da parte vostra, ho detto ad un certo punto. Uno ha alzato le spalle, ha risposto: lui conosce metà italiano. Tutte le parolacce e qualche altra frase. Ho colto uno sguardo d’interesse negli occhi di Lo che ha deciso di parlargli in inglese. E’ stato un piacere che partecipasse alla cena, non per la conversazione, ma perché io detesto gli avanzi, ma anche l’insufficienza e allora siccome non so quanto mangeranno, non si possono fare previsioni su dei tredicenni che conosci, figuriamoci su quelli che non conosci, preparo piatti abbondanti.

Con Signon, il problema degli avanzi non sussiste, perché è di poche parole e si lascia mettere tutto nel piatto, anche la pasta che galleggia nell’acqua o gli ultimi pomodori che sono ridotti in poltiglia. Alle 9 poteva restare ancora un po’?

Non è che scappato di casa? Chiedo perplessa a Fran. Scherzi, risponde lui. A scuola va benissimo.

Alle 10 penso che forse è innamorato, oppure ha distrutto un oggetto in casa, e mi ricordo di molto tempo fa, quando un coetaneo di Signon, per aver rotto un orologio, rubò la bicicletta di uno di noi, e passò la serata pedalando sulle colline toscane. E quello che aveva subito il furto, mentre i genitori spaventati organizzavano ricerche convulse, diceva, forse per sminuire la tensione: ma doveva fuggire proprio con la mia bicicletta?

Tra le 10 e le 11 penso: ma che ci sto a fare a casa di venerdì sera? Che poi non sarebbe neanche venerdì, però il fatto che potrebbe esserlo, e in quel momento credo che lo sia, mi aiuta a sentirmi un po’ vittima.

E poi tra le 10 e le 11 accade  un altro imprevisto, sempre di quelli piccoli che non ti segneranno la vita, né la cambieranno, ma che se sei solo, e in questa notte di piccoli dubbi, di luna bianca e di ghiaccio, M. non c’ è,  ti poni  ancora la domanda: ma che ci faccio a casa di venerdì sera? Che poi proprio perché sei solo, sempre relativamente, ti poni questa domanda, che se non lo fossi qualcuno ti farebbe notare: guarda che è giovedì.

Perché tra le 10 e le 11, una macchina si ferma sotto una delle finestre del soggiorno, ne esce un uomo alto, con capelli lunghi aggrovigliati, in maglietta e jeans. C’è la temperatura che è scesa sotto lo zero, e quindi non dovrebbe stare in maglietta, così pensi. E’ fuori luogo la maglietta. Però in effetti non lo è. Perché dall’auto, l’uomo che non avrà freddo, tira fuori una piccozza e comincia a fare un buco sotto la finestra. Non passa neanche una bicicletta tra le 10 e le 11, le strade sono gelate, le finestre buie, per forza è venerdì sera e il tipo continua a picconare con ritmo.

Poi ti accorgi di un altro che dalla finestra di fronte spia ciò che accade nella strada e pensi: allora non sono l’unica a stare a casa di venerdì! Pensi alla tua porta di legno poco lontano dal picconatore, una porta di legno e di vetro, marina più che cittadina. Vedi che il vicino da dietro la tenda continua a seguire anche lui il lavoro, che non chiama la polizia, che quindi è normale che uno venga di notte a rompere quei mattoni grigi.

Dopo le 11, un’altra macchina si materializza nella strada, nessuno scende, il motore resta acceso, il cellulare di Signon squilla. L’ombra che intravedo nell’auto è quella di sua madre. Li seguo dalla finestra, lei con la macchina avanti e lui dietro con la bicicletta e la sua felpa rossa, l’uomo del buco gli dà un’occhiata rapida mentre ripone il piccone nel bagagliaio, poi se ne va e la quiete finalmente torna.

 

Poi quando arriva la luce, il mistero scompare. E nel buco hanno piantato un abete enorme, che se sporgo la mano dalla finestra posso toccare i rami.



postato da alice121 ~ 26/11/2004 10:55 ~ commenti (3)
~




giovedì, novembre 25, 2004
 

Oggi è tutto bianco.

Però non bianco neve, ma bianco ghiaccio. E la scuola è chiusa per un paio di giorni, ma solo quella dei miei figli. Quindi mi sono svegliata tardi, senza ascoltare tg radio, che sento dalla tv. Poi mi è venuto lo scrupolo di essere fuori dal mondo, e allora sono andata a dare un’occhiata al sito di Repubblica e ho letto del terremoto al Nord. Allora ho pensato che se fossi stata a Roma, non sarebbe cambiato nulla, magari lo avrei saputo dal tipo da cui compro il giornale, che mi fa sempre una sintesi rapida delle notizie.

Ora devo andare a spegnere il gamecube, operazione che richiede una certa fermezza d’animo, ma prima  bevo un altro po’ di caffè.



postato da alice121 ~ 25/11/2004 09:52 ~ commenti (10)
~




lunedì, novembre 22, 2004
 

E io sono confusa

Così ho scoperto che una classificazione d’italiani che vivono nella provincia olandese è tra quelli che vanno a messa la domenica e quelli che non ci vanno. Quelli che vanno in chiesa abitano a little italy, quelli che invece non la frequentano, vivono in un altro posto. Però anche quelli che non abitano a little italy, fanno fare la comunione ai figli.

E così ieri mi sono ritrovata in una chiesa in un bosco. Io, in chiesa ci vado solo per i matrimoni e i funerali e la comunione i miei figli non l’hanno fatta. Forse è per questo che non vivo né a little italy, né nell’altro paese. In realtà è per caso che abito qui.

Comunque ieri ero in questa chiesa. Tutto è cominciato da una festa a cui è andato Lo l’altra domenica, una festa che è durata un giorno e poi c’è stata la messa. E quando sono andata a prenderlo alla stazione, mi hanno chiesto: lo porti a giocare la prossima settimana? Lui è voluto tornare e M. lo ha accompagnato.

Non parliamo di religione in casa, cioè se capita ne parliamo. Lo ci crede in Dio, Fran invece no.

All’una, dopo tre ore di giochi, c’era la Messa. Sono andata a riprenderlo, ma poi non mi sembrava corretto portarlo via.

Il prete è olandese, ma parla italiano. Un italiano senza accento. In quell’ora che sono stata lì, nella chiesa, mi sono concentrata sulle parole per trovarne una che avesse l’accento del Nord, del Sud o del Centro, ma erano tutte senza contaminazioni. Il prete è malato e non riesce a camminare e lo hanno accompagnato all’altare.

Mentre c’era la funzione, dopo aver guardato i vetri colorati, il tabernacolo, le facce di quelli del coro, i quadri appesi ai lati della chiesa, ho pensato: e se adesso qualcuno salisse su una sedia e dicesse qualcosa di inaspettato? Mia moglie mi ha tradito, per esempio. Smetterebbero di pregare, di cantare per dieci, venti secondi, un minuto? Così mentre m’immaginavo le espressioni, la sorpresa, la curiosità dei presenti di fronte a qualcosa d’insolito, è successo che il vecchio prete, ha smesso di leggere le preghiere dal suo libro, ha puntato un dito verso l’ingresso e ha detto: c’è qualcuno che sta fuori e non entra!  C’è stata una pausa in cui tutti hanno smesso di respirare, ecco, ho pensato c’è stato l’imprevisto, ho misurato il tempo, credo che non sia durato più di cinque secondi, poi il coro ha cominciato a cantare.

Tutti erano senza cappotto, io invece me lo ero tenuto addosso. Il fatto era che avevo una tuta consumata, che uso a casa. Non prevedevo che sarei rimasta.

Dopo che la messa è finita, tutti hanno cominciato a chiacchierare a coppie o a gruppetti davanti all’ingresso. Anche Lo chiacchierava con quelli con cui aveva giocato prima. Io, pur conoscendo tutti, non parlavo con nessuno. Poi ho visto una bambina di cinque anni e sono andata a farle i dispetti.

Ci rivediamo domenica? Mi ha chiesto qualcuno. Prima che riuscissi a dire qualcosa, Lo aveva già risposto di sì.



postato da alice121 ~ 22/11/2004 12:45 ~ commenti (15)
~




giovedì, novembre 18, 2004
 

Di personaggi che non vogliono diventare ex

Quando finisco di scrivere un racconto di 20-25 pagine, entro in un loop che è sempre lo stesso.

1) Non mi piace. Individuo contraddizioni, periodi non armonici e anche la trama manca di giustificazioni.

2) Mi affeziono al protagonista. Soprattutto se è un bastardo.

Ci rifletto e modifico, m’immagino particolari della sua vita che non compariranno.

Poi, finalmente, mi stufo e l’abbandono.

Un po’ come si fa con i fidanzati, insomma.

Di solito cadono nel dimenticatoio, poi c’è sempre quello che ti perseguita. A quel punto dovrei spingere il tasto cancella per liberarmi di un peso, prima che diventi un’angoscia.

Però mica è facile.



postato da alice121 ~ 18/11/2004 12:15 ~ commenti (6)
~




mercoledì, novembre 17, 2004
 

Quasi come Giovanna D’Arco

Alle quattro, nel bar della scuola, mentre aspettiamo che finisca la lezione d’italiano, con la mia amica M, chiacchieriamo davanti ai resti di una torta al cioccolato con panna e ad una crostata di ciliegie.

Quindici minuti prima delle cinque, arrivano le altre. E con loro una nuova.

Si siede al tavolo mentre tintinna come la slitta di Babbo Natale.

Razzista! Non si giudica una persona in pochi secondi.

Sorride finto. Cioè magari voleva sorridere anche seria, - ma che dico? -, forse il sorriso le è riuscito male perché si trova a disagio.

Parla.

In punta di parole. Accento del Sud, italiano perfetto, da attrice che ha appena terminato un corso di dizione, ma che deve esercitarsi ancora.

Non fare l’inglese, smettila: pensa ad altro.

Preparate sempre torte per la merenda?

Vuole fare la simpatica, ma ha la voce arrotolata per lo sforzo.

Ricordati quando sei arrivata tu!

No, dice la mia amica M., oggi è il compleanno di mio figlio. Vuoi una fetta di crostata? Qualcosa da bere?

Scuote la testa, di nuovo il tintinnio, però c’è una melodia nuova, come se la slitta che volteggia nell’aria avesse trovato un ostacolo e la renna fosse stata costretta a frenare all’improvviso.

Non mangio dolci se non mi posso lavare i denti.

Non pensare.

Quando termina la lezione? chiede

Che denti bianchi che ha.

Alle 5.

E come è abbronzata.

Da dove vieni? dico.

Dall’Egitto. Avevamo una villa grandissima in Egitto, con vista sul mare.

Lo sapevo, lo sapevo…

E Andy frequentava una scuola dove c’erano solo inglesi.

Andy?

Andy?

Il suo nome è Andrea, ma in Egitto lo chiamavano così.

E come è andata la prima settimana? Si trova bene Andy? Chiede la mia amica M.

Be’ …Andy è… Andy ha…

Un fiume di qualità di Andy ci travolge per dieci minuti.

Cattiva, sei cattiva: stai giudicando.

Cerca qualcosa da guardare.

La cassiera del bar è seduta al tavolo vicino al nostro. Ha appena aperto un pacchetto di patatine alla paprika. Le mangia con gusto. Il colore del pacchetto è blu. Paprika in olandese si scrive con la K. In italiano con la c, ma volendo anche con la K. La cassiera ha le unghie lunghe, smaltate trasparenti con il bordo dipinto di nero.

Così va meglio. Ora non chiederti se le stringeresti la mano, non lo fare.

Le cinque. Sono le cinque: la lezione è finita, via a casa di corsa.



postato da alice121 ~ 17/11/2004 10:52 ~ commenti (5)
~




martedì, novembre 16, 2004
 

Segnalazione

Di Kader Abdolah avevo scritto qui, ora ho trovato un audio su radio rai 3, in cui Fahrenheit lo intervista dopo l’assassinio del regista Theo Van Gogh



postato da alice121 ~ 16/11/2004 11:49 ~ commenti (2)
~




lunedì, novembre 15, 2004
 

Dove si dimostra che 3+1 non è uguale a 4.

Accompagnato da M. alla stazione, dopo aver ricevuto un invito arrotolato, Lo ha uno zaino in cui ci sono 12 monete d’oro, una forchetta, un piatto e un bicchiere.

Dal treno scende un uomo con una barba lunga e bianca, un cappellaccio, una palandrana e un bastone su cui si appoggia, seguito da un essere piccolo e peloso.

Non sono pazzi, ne’ barboni, e sul treno nessuno li ha degnati di uno sguardo.

E’ solo l’inizio di una festa.

E fuori il primo

Sembrava proprio Gandalf, mi racconta M. fino a che non l’ho guardato negli occhi. E’ il tizio che lavora al piano sotto al mio, l’altro non so chi fosse, anzi l’altra, era una donna.

Poi se ne va ad Amsterdam a salutare il suo amico che pare abbia trovato lavoro in un punto impronunciabile dell'Asia centrale.

E fuori il secondo.

Rimane il terzo che aspetta un paio d’amici.

In teoria saremo di nuovo quattro

Sembra che la matematica non sia un’opinione. I fatti che seguono, dimostrano il contrario invece.

All’una mangiano una lasagna per 8, una macedonia per 10 e si dividono una torta al cioccolato.

Uno è molto tranquillo e taciturno.

Fran è la via di mezzo, che unisce gli estremi.

Tom, invece… Tom Sawyer lo definisce in parte, anche se il suo nome e cognome veri spiegano meglio il tipo, ma non uso mai nomi reali sul blog. Da un punto di vista fisico è identico al ragazzino di Twain. E’ inglese, ma sembra americano, ha 13 anni e sorride spesso.

Tom, a differenza di quello della storia, è ricchissimo e non vive con una zia, ma con il padre e la sua nuova famiglia.

Il padre è stato categorico: suo figlio non puo’ uscire. Non starebbe tranquillo.

All’ora di pranzo non mi siedo al tavolo con loro. Gli faccio un po’ di compagnia e poi mi piace vederli mangiare. Anzi divorare.

Tento una conversazione con quello silenzioso-timido (che è italiano): quando ti tolgono il gesso?

Martedì.

Posso metterci una firma?

Se vuoi.

Con Tom il dialogo scorre invece.

Intanto lui ripete qua e là le parole che sente dal suo amico.

Ma tu parli italiano...

No, dice aprendo una bocca in cui scompare una porzione di lasagna. Però lo capisco un po’.

E come mai?

E’ simile al latino.

Studi il latino? No, il francese. Il latino, il francese e l’italiano hanno lo stesso suono. La conversazione scivola sul surreale e cerco di stargli dietro, poi tornano a giocare con il game cube, gli scacchi.

Ma Tom fa anche altro: rincorre la gatta, che rovescia un paio di piante per seminarlo, raduna i cuscini che trova in giro e coinvolge gli altri due in una battaglia.

Salta a corda, anzi corre saltando a corda lungo il corridoio.

Mi ruba il portatile.

Solo un attimo, dice. Poi torna di là e s’inventa una gara dell’urlo più acuto.

A questo punto, barricata nella stanzetta, potrei uscire a fare un giro in bici, oppure accendere lo stereo ad un volume che contrasti Tom e la sua energia.

Invece non faccio nulla. Perché ogni venti minuti Tom siede al piano e suona dei pezzi bellissimi.

Allegro.

Triste.

Di corsa.

Saltellando.

Ogni pezzo è preceduto da una parola che lo introduce.

Il piano è nel corridoio, adiacente alla porta della mia stanza.

Ride alla gatta, a Fran e al Taciturno, a me, ride o sorride a chi si avvicina a sentirlo.

E’ uno scherzo, spiega.

Perché allegro era triste e triste era allegro.

Suo padre arriva alle 16.00, come aveva preannunciato.

Tutto, ok? Chiede.

Sì, però una passeggiata non gli avrebbe fatto male.

Non ha l’età, risponde sicuro.

Tom è di nuovo perfetto, ora. Un piccolo gentleman.

Ma prima o poi costruirà una zattera, lo so.



postato da alice121 ~ 15/11/2004 11:15 ~ commenti (4)
~




venerdì, novembre 12, 2004
 

Mi ricordo…

Era al mare, sì, d’estate ed era appena terminata l’ora del silenzio. Facevamo un gioco. Lo chiamavamo teatro, mi pare. Però forse era passata da un pezzo l’ora del silenzio, perché il sole era un po’ di sbieco. Comunque eravamo ancora in costume. Di solito eravamo divisi in due gruppi, quello dei grandi e quello dei piccoli, a parte quando si giocava a nascondino. E insomma, lei aveva questa parte, doveva fare una bambina cieca. Aveva 6 o 7 anni credo. Insomma ha cominciato e noi eravamo intorno a guardarla. Ha fatto qualche passo, ha detto qualche parola. Gli occhi chiusi, le mani tese verso il vuoto. Un’interpretazione perfetta, che mi aveva un po’ spaventato. Quando ha concluso, nessuno ha detto niente, dopo, forse, ci hanno chiamato per la doccia.

Questo accadeva molto tempo fa, ed è così molto che sembra quasi un’altra vita.

Da una settimana ha aperto un blog.



postato da alice121 ~ 12/11/2004 09:49 ~ commenti (5)
~




giovedì, novembre 11, 2004
 

Vorrei che fosse già Natale.

Il regista ucciso, una telefonata che rivendicava la presenza di una bomba all’ambasciata americana dell’Aja venerdì notte, quella scoppiata lunedì nella scuola islamica prima dell’apertura, l’incendio in un’altra scuola mussulmana martedì, l’assedio di ieri, sempre all'Aja, cominciato alle 3 di notte, finito dopo oltre 24 ore. E poi, ieri pomeriggio, mentre ero nel bar della scuola aspettando che Fran finisse la lezione d’italiano, una borsa abbandonata nel parcheggio.

Evacuazione dal retro per chi poteva tornare a casa a piedi, gli altri quelli che avevano la macchina nel parcheggio, invece dentro. Strade circostanti bloccate. Dalla vetrata si vedeva la polizia che arrivava, l’accesso che veniva chiuso. Sono andata a cercare Fran che non scendeva, ma non mi hanno permesso di entrare nel corridoio del piano superiore. L’altoparlante continuava a ripetere di abbandonare l’ala sinistra della scuola che era quella vicino al parcheggio. Poi la borsa è stata aperta, era piena di libri e siamo tornati a casa. Già dalla mattina, quando era arrivata la notizia di quello che stava succedendo all’Aja, c’era chi si era riportato i figli a casa.



postato da alice121 ~ 11/11/2004 10:06 ~ commenti (10)
~




mercoledì, novembre 10, 2004
 

Non carabinieri, solo donne

Una francese, una greca e un’italiana vanno a casa di una tedesca alle 12.00.

L’italiana prepara una torta di verdure, la francese porta una bottiglia di sidro, la greca un paio di cd.

Sembra l’inizio di una barzelletta, invece è solo un appuntamento a cui andrò tra un po’.

La tedesca preparerà pasta e fagioli.

In effetti un po’ da sorridere, se non da ridere, c’è.



postato da alice121 ~ 10/11/2004 10:42 ~ commenti (5)
~




martedì, novembre 09, 2004
 

Di uomini in camici bianchi senza sangue che diventano neri quando cala il buio

La banda dei macellai veste di nero alle 6.

Si cambiano nel retro del negozio, dove aver coperto con la pellicola trasparente le vaschette di cibo precotto che non hanno venduto. Prima indossano camici bianchi, senza macchie di sangue.

Disdegnano l’uso dei coltelli e, se proprio devono, se arriva qualcuno che non si accontenta dei tocchetti, dei dadini, delle fettine che sono già pronti, spariscono nella stanza che c’è alle loro spalle, ma la carne non la macinano. Devi prendere quella che c’è.

Scuotono la testa, se ti azzardi a chiedere che ti tritino un pezzo di filetto.

Tutti tranne uno. Il macellaio capo.

Credo che sia sua la scelta di vestire di nero alle 6, quando il negozio chiude. La prima volta che ho incontrato il gruppo, non li avevo riconosciuti. E’ stato lui, il capo, che mi ha salutato.

Chi è quello? Mi ha chiesto Lo, con sospetto. Ah, non lo so.

Lui, il macellaio capo, ha l’aspetto del mestiere che fa. Florido e colorito, insomma. I suoi dipendenti invece sono magri e molto alti. Anche lui è alto, diciamo che è alto come un italiano alto. Loro, i dipendenti intendo, sono alti come gli olandesi alti.

Sono gli occhialini tondi e argentati a spiazzare un po’, ad allontanarti da come s’immagina un venditore di carne e a renderlo più simile ad un chirurgo esperto.

Ha un piccolo debole per me. Non credo sia per il denaro che gli lascio, in effetti entro nel suo negozio una volta al mese, o forse mi illudo e cerca di assecondarmi per guadagnare di più, chissà cosa passa nella sua testa gigantesca.

Così oltre a soddisfare le mie richieste di macinato, e lo fa, ogni volta, strizzando entrambi gli occhi ed esteticamente non prende punti, però è simpatico, mi fa assaggiare quello che bolle nella pentola se vuole promuovere una zuppa o dei crostini con salsette nuove.

Poi, quando pago, vuole che ripeta una frase con lui. Io dico no, che è inutile. Lui insiste e alla fine accetto, come ho accettato di assaggiare quel liquido denso che chiama zuppa.

Purtroppo sbaglio sempre e lui replica, allora: non ti scoraggiare, eri quasi perfetta.

Mente, naturalmente.

Poi un ultimo tentativo con la pronuncia della g.

Un altro sbaglio. E’ che mi vergogno di ripetere quel suono.

Ieri, alla fine mi ha detto: l’unica speranza di imparare il dutch e che tu sposi un olandese.

Ah, no. Impossibile. Ne ho già uno di marito, ho risposto io.

In caso di separazione, potresti sceglierne uno di queste parti. E’ uno scherzo, questo. A me piace scherzare. Ah, Ah, Ah ed è uscita una risata scrosciante.

In caso di separazione volo verso Sud, ho detto.

Però mi ha inquietato un po’. Sarà stata l’oscurità delle 6, ma quando l’ho visto passare tutto vestito di nero, con i suoi dipendenti dietro, mi sembrava il capo di una banda di becchini che cominciava il suo lavoro.



postato da alice121 ~ 09/11/2004 11:01 ~ commenti (8)
~




lunedì, novembre 08, 2004
 

Sul treno che va ad Amsterdam, sabato mattina.

Sfoglio un giornale olandese che ho trovato sul sedile,ogni tanto individuo una parola che mi suona familiare.

Vicino a me, ci sono due italiani che sussurrano tra loro. Sopra, sul vano bagagli,  ci sono due zaini enormi che sporgono minacciosi. I due bisbigliano, perché non vogliono farsi sentire da un terzo che è seduto nell’altra fila e che dorme.

Ho un libro con me, ma non lo tiro fuori per non turbare i due che, una volta tanto, capisco alla perfezione.

Quello che è al  mio fianco, è sottile e lungo e con dei capelli che gli arrivano alle spalle che non lascia in pace un attimo.

L’altro, quello ho di fronte in diagonale, ha dimensioni più concentrate e un ciuffo di capelli lisci che manda indietro con uno scatto della testa ogni 2, 3 minuti.

Quello lungo, scoprendosi il polso e articolando le dita della mano sinistra: Guarda che roba! Sono ancora intorpidite.

Quello concentrato, alzando il piede: lo dici a me? Ho una caviglia che pare un cotechino. E poi quanta acqua abbiamo preso? Se lo sapesse mia madre! Ho tutti i vestiti bagnati.

Il lungo: quanto è durato il giro? 8, 10 ore? Stavo per piangere quando siamo arrivati alla pensione. Io, la bicicletta la odio. A villa Borghese, l’affitto quando vado con Michela, ma per un’ora, eh. E poi ci fermiamo a guardare le fontane, le papere che galleggiano nel laghetto, mica pedaliamo sempre.

Il concentrato: E’ suonato. L’ho sempre pensato. Dovevamo restare ad Amsterdam, continuare ad uscire con quelle. Ora ci rimangono 3 giorni, sono pochi, accidenti! Poi hai sentito? Vuole andare a un museo. Ha detto: lasciamo i bagagli e andiamo al museo.

Il lungo: molliamolo qui. Prendiamo gli zaini e cambiamo scompartimento. Andiamo all’inizio del treno. Quando arriviamo alla stazione, scendiamo di corsa.

Il concentrato: per me va bene. Però il biglietto con l’indirizzo della festa di stasera,  è nel suo portafogli.

Il lungo: che t’importa? Ne conosceremo altre.

Si alzano, prendono gli zaini, vanno via in punta di piedi.

Quando si richiude la porta automatica, il terzo apre gli occhi. Allunga le braccia, sospira. Dallo zaino tira fuori la settimana enigmistica, una penna e compila un cruciverba.

Scrive velocissimo.



postato da alice121 ~ 08/11/2004 10:23 ~ commenti (8)
~




venerdì, novembre 05, 2004
 

Di una cena senza guanti, spero.

Stasera. Avevo stabilito che sarebbe stato stasera un mese fa. I figli non vanno a scuola e se circolano in casa, non scrivo. Non vado nemmeno in palestra. E poi all’ora di pranzo devo andare al colloquio con i professori di Fran. 10 minuti con ognuno. Se arrivi in ritardo, fai penitenza. Nel senso che diventi l’ultimo e aspetti ore. E oggi non me lo posso permettere per quell’impegno che avevo preso un mese fa. Ah la programmazione. Io la detesto. Ma non è meglio una telefonata il giorno prima con una frase del tipo: siete liberi, domani? Sì, no. E’ meglio, però qui non si fa e allora ci si adatta. Così ieri sono andata a fare la spesa nel centro vicino alla mela blu e pensavo mentre parcheggiavo la macchina guardando quei palazzoni che, la prossima volta, magari le dico se ci incontriamo.

Poi ho comprato e ieri sera ho iniziato la preparazione della cena. Ho già la prima ferita: una ustione sul polso mentre arrostivo le melanzane che ho nascosto su una mensola in alto nella veranda dove la gatta e gli umani non arrivano.

Ora continuo. Però metto troppa carne al fuoco. Potevo fare un primo, un secondo e un terzo, invece faccio tutto doppio, perché penso che se sbaglio un piatto, c’è sempre l’altro di riserva. Tra un'ora la cucina sarà un caos.

Ripenso quando al liceo, facevamo le sedute spiritiche prima dei compiti in classe. Ognuno proponeva gli spiriti da invocare, poi si decideva di volta in volta, a parte una mia compagna che si faceva chiudere fuori sul balcone. Nella casa non voleva restare, che su certe faccende non si puo’ stare tranquilli, diceva.

I miei morti erano sempre gli stessi. Calvino e Einstein. Italo e Albert. Li chiamavamo per nome.

Ecco, oggi dovrei avere l’aiuto di un grande cuoco, morto da almeno 30-40 anni per completare tutto quello che ho programmato.

E stasera indosserò un paio di guanti. Non bianchi. Neri di lana per nascondere le scottature. Sarebbe stato meglio che li avessi comprati ieri, guanti da forno si chiamano, ce ne erano di carini. Con le ciliegie, con i fiori, con le mollette. Quelli con le mollette erano brutti. Quanto sono brutti, ho pensato.

Ma ora è meglio che cominci.



postato da alice121 ~ 05/11/2004 09:49 ~ commenti (8)
~




mercoledì, novembre 03, 2004
 

Equivoco numerico

Ore 19 e un po’.

Suona il campanello, l’amico di Fran è uscito da qualche minuto. Apro, senza scendere a controllare. Sto lì a guardare dall’alto. La porta di legno viene sbattuta con violenza contro il muro, segue una figura scura che non riconosco.

Penso:

Ho un pazzo in casa, cioè al piano di sotto, un maniaco che ci ucciderà tutti. Forse i ragazzi potrebbero scappare dalla porta a vetri del corridoio sui tetti piatti e raggiungere quello degli studenti. Ma forse il pazzo maniaco sarà rapido e dopo aver ucciso me, sterminerà anche loro, poi se ne andrà chiudendosi dietro la porta, anzi lasciandola accostata, così quando M. arriverà, salirà le scale dicendo questa frase: avete lasciato la porta aperta, non gli risponderà nessuno e percorrerà il corridoio, si troverà davanti la tavola apparecchiata, le candele accese, la pentola che bolle sul fuoco, avrà appena il tempo di dire ma… e scoprirà i nostri cadaveri.

I cadaveri saranno rinvenuti nella camera da letto come si legge sulle pagine di cronaca nera.

Capelli ricci e radi, presumibilmente biondi, il tipo urla nella sua lingua spaventosa.

Scendo la prima rampa di scale, faccio la curva, pochi metri ci separano.

Azzardo, senza convinzione: Scusa, ma non capisco l’olandese.

Prosegue in inglese, aumenta la voce e la concitazione delle parole.

Dice che sono mesi che M. usufruisce delle prestazioni di Elaine. Tutte le sere dalla 6 alle 7.

Soldi voglio soldi, ora, subito!

I riccioli traballano indignati.

Silenzio, ci sarà silenzio quando M. tornerà a casa. Solo il rumore delle forchette che avvolgono gli spaghetti e urtano le scodelle. Le candele saranno spente. Io non mangerò, lo aspetterò invece dietro il muro della cucina e…

Il centro, ora mi sta raccontando di questo centro. Di lui e di Elaine, che non pensava potesse accadere una roba del genere.

Ah, ma quindi lui ed Elaine stanno insieme…

Infila la mano nel giubbotto.

Non ho tempo di dire una parola, che ne so: scappate, nascondetevi, nulla. I miei figli stanno per essere uccisi e io non li avviso.

Nessuna arma, solo un foglio. Che agita velocissimo.

Sale 3 gradini.

Fermati là, gli dico. Scendo io.

Prendo il foglio, lo guardo e lo riguardo alla ricerca di una parola che mi aiuti a capire.

E’ una fattura dove sono elencati delle date e dei prezzi.

C’è il nome e il cognome di uno sconosciuto che abita al numero 3. Io sono al 5.

E’ il 5 questo.

Come, dice lui.

Hai sbagliato numero. Il 3 è la porta di fronte.

Come? Ripete ancora, piccolo, piccolo.

Scusa, scusa.

Sembra un palloncino sgonfio che parla.

Io e Elaine, il centro. Scusa.

Elaine è tua moglie?

Sì, è una fisioterapista. E io l’aiuto.

Scusa.

Se ne va.

Scendo le scale, scosto un lembo della tenda.

E’ davanti al n.3, suona il campanello.

Nessuno apre.

Suona ancora.

Poi sale in bicicletta e parte lentamente.

Sollievo e pena si mischiano insieme, spariscono del tutto quando avvolgo gli spaghetti al pesto. La forchetta non sbatte contro la scodella.

Me lo devo ricordare la prossima volta.



postato da alice121 ~ 03/11/2004 11:19 ~ commenti (9)
~




martedì, novembre 02, 2004
 

Qualcosa di diverso c'era

Il pomeriggio, mentre li accompagno in piscina, un altro pezzo del tetto della macchina si sgretola.

Gli istruttori con le tute rosse sono all’ingresso che aspettano. Nel centro ci sono 6 vasche e solo in quella dove vanno Fran e Lo fanno il corso tradizionale, nelle altre si nuota in acqua con i vestiti. Il centro è in un quartiere popolare. Quindi ci sono arabi-turchi, olandesi e altro. Nell’altro ci sono anche i mezzi. Così un ragazzino, coetaneo di Lo, gli ha presentato due fratelli di 9 e 7 anni. Loro sono mezzi. Poi ha spiegato: la madre è italiana, il padre è inglese. I mezzi, tra loro, parlano in olandese. Con Lo in romano, invece. Dieci minuti prima dell’inizio della lezione, un istruttore infila una scheda nella porta e i ragazzi entrano. I genitori restano fuori a meno che i figli non abbiano 4-5 anni, ma se tuo figlio ha 4-5 anni non fa il corso tradizionale, fa i brevetti: C (con maglietta); B (pantaloni maglietta felpa); A (come il B + giacca a vento e scarpe).

Alcune piscine sono visibili dall’alto dietro i vetri, altre no. Quella dove nuotano Fran e Lo è visibile da un angolo, ma ci sono sempre le sedie occupate, e per vederli devo allungare il collo come una giraffa e allora do un’occhiata e poi esco a fumare una sigaretta. Alcune madri vanno via. Le olandesi portano sempre i pantaloni, le arabe i vestiti neri fino alle caviglie. Sono le loro partenze che guardo, mentre fumo. Hanno delle biciclette enormi, il sellino che arriva all’altezza della vita, avviano la bicicletta e poi ci saltano sopra. Non s’impicciano con le gonne.

Dopo vado a leggere nel bar, però mi distraggo. Cerco di trattenere le parole che sento. Quando mancano dieci minuti vado all’ingresso. Arriva un inglese, padre dei mezzi. La madre li accompagna e lui viene a riprenderli. Questo tipo, l’inglese, sono quattro anni c