ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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venerdì, ottobre 29, 2004
 

Questa sera tra le 6 e le 9 metterò un cappello.

La mappa con gli indirizzi è nella borsa. Le case sono riconoscibili da una lanterna a forma di zucca. Fran farà il giro con i suoi amici. Ieri sera ha preparato l’abbigliamento. Ha preso una maglietta extralarge e l’ha tagliata, poi ci ha scritto un numero a 3 cifre. Ha cercato un vecchio paio di jeans in quel buco nero che è il suo armadio e ha tagliato anche quelli. Però li ha tagliati troppo. E si vedevano i boxer, allora voleva che li ricucissi. Alle undici di sera. Io che non attacco nemmeno un bottone e di notte poi. Così abbiamo chiuso lo strappo con una spilla da balia e speriamo bene. Il sangue finto non l’abbiamo trovato, invece, ma tanto non lo poteva usare. E’ vietato. Lo invece devo accompagnarlo nel giro. Voleva vestirsi da Dracula, però non c'era nessun negozio che vendeva mantelli adattabili, e il pareo che gli avevo proposto io, in sostituzione, mi ha detto che era una roba da femmine e in effetti lo era, così si vestirà tutto di nero e avrà la faccia dipinta di bianco. Però avrà i capelli gellati e viola. In realtà era questo che voleva. Avere la scusa per tirarsi su una chioma punk. Mi ha chiesto se gli cucivo il mantello. Ieri pomeriggio. Potevi pensarci una settimana fa! E comunque sarebbe stata una missione impossibile, mi sarei punta appena avrei preso l’ago. E mi sarei addormentata per sempre. E poi, siccome si stava arrabbiando, ho girato il discorso su un corso di cucito che avevo fatto quando avevo venti anni el’ho fatto commuovere. Lo sai? Ero l’ultima del corso! L’insegnante diceva che ero irrecuperabile. Mi faceva sedere vicino a lei e cuciva al posto mio. E perché hai fatto il corso allora? Ma perché…mi aveva convinto una mia amica, poi volevo verificare se imparavo qualcosa…

Il giro nel quartiere americano è tra le 6 e le 9. E ci sarà la luna piena. Per lo meno stamattina c’era. Al limite sarà un po’ ristretta.

Ho comprato un cappello da strega. Per evitare seccature come quella che mi è capitata l’anno scorso. Quando un tipo con la maschera da zombi che accompagnava i figli per il giro, mi si era incollato addosso ripetendo questa cantilena: ma non è corretto: non sei mascherata. Gli ho spiegato che non sapevo che avrei fatto quel giro. I ragazzi andavano ancora alla British. Quando sono arrivata qui pensavo: se non possono frequentare una scuola italiana, almeno che sia europea. Sbagliavo, invece. Come quando mi sono iscritta al corso di cucito.

Così ho comprato questo cappello, però siccome non volevo spenderci troppo, l’ho preso al vivaio, al reparto zucche. E ci sono incollati una massa di capelli orange. C’è che l’arancione non mi piace. E allora con la bomboletta spray pensavo di tingerli di viola. Avrei preferito averli verdi, veramente. Sarò una strega con i capelli turchini. Un ibrido. Mi piace.

I giardini vengono trasformati in cimiteri. Si fanno arrivare tutto dagli States. E allestiscono delle robe pazzesche. Chissà se incontro il tipo dell’anno scorso. Se lo incontro, gli chiedo se conosce la storia di Pinocchio. Non m’importa se la conosce o no. Voglio sentirgli solo pronunciare la parola Pinocchio. Avete mai sentito un anglosassone dire questa parola? Lo e Fran, quando vogliono farmi ridere, la dicono. Anche maionese rende bene.



postato da alice121 ~ 29/10/2004 11:00 ~ commenti (6)
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giovedì, ottobre 28, 2004
 

Un quadro, una telenovela e una città vecchia.

Verso sud, sperando di sfuggire al maltempo, c’è Bruges.

Bruges è medievale e cattolica. Pare assurdo che a poco più di due ore da dove abito, esista un posto simile. Si gira a piedi, ma è percorsa da carrozze, pulmini e imbarcazioni piene di turisti.

Alla fine del 400, Maria di Borgogna, che ha 25 anni, partecipa ad una battuta di caccia. Ad un certo punto il suo cavallo si spaventa e parte al galoppo. Maria non riesce a fermarlo e, dove il bosco finisce e comincia il sentiero che conduce alla città, cade e muore. Sono i contadini a trovarla e rimangono molto scossi per quella morte. Nel quadro che la raffigura, Maria è distesa per terra, i contadini l’hanno appena raggiunta.

La faccia di Maria è irriconoscibile, il vestito, invece, è pulito, privo di lacerazioni, intatto come quando era cominciata la battuta di caccia. C’è solo del sangue che è colato sul merletto che le copre il collo.

E’ scomparsa da due ore, quando viene ritrovata.

Maria non si è perduta: aveva un appuntamento segreto con un mercante di cui era innamorata.

Si toglie il vestito, indossa una cuffia bianca, una gonna scura, un mantello e un paio di zoccoli. Da una carrozza scende una contadina, che vive in una capanna nella campagna che circonda Bruges, venduta dal marito in cambio di un sacchetto d’oro. Alla ragazza viene fatto indossare il vestito di Maria, poi due uomini la legano ad una quercia ed un terzo le colpisce il viso con una pietra. Le viene tolta la benda dagli occhi ed è adagiata all’inizio della radura.

Maria assiste alla scena e piange. Non sappiamo se sta piangendo perché abbandona il suo mondo o per l’assassinio della ragazza. Si inginocchia vicino a lei, sistema il vestito, tocca ancora una volta i merletti e il velluto dell’abito. La contadina non è morta e Maria si ritrae con orrore. Il servo, con la pietra insanguinata, sta per colpirla ancora. La ragazza la supplica di occuparsi di suo figlio. Maria sale sulla carrozza. Si fermerà poco dopo davanti ad una capanna dove verrà preso un bambino ancora stretto nelle fasciature. La carrozza, protetta da soldati mercenari, partirà verso la Spagna. Più tardi, i contadini che troveranno il cadavere sfigurato, avranno già scoperto l’omicidio del contadino e la scomparsa della donna con il bambino.

Non credono che sia Maria, protestano. Margherita, madre di Maria, mette a tacere le chiacchiere. Preferisce piangere sulla tomba della figlia, piuttosto che affrontare la verità e lo scandalo.

Mamma?

Eh?

C’è qualcuno in casa?

M’immaginavo una storia. Ti ricordi quel quadro che abbiamo visto oggi?

Quello con la morta?

Sì.

Fran sbuffa. Poi continua: Ti sei accorta che è un posto di vecchi, questo? Sono sulle carrozze, nelle barche che girano nei canali, nei pulmini gialli che fanno il giro della città. Hanno tutti 60, 70 anni. E gli abitanti? Almeno 80 – 90.

Hai ragione. Non ci avevo fatto caso.

Percorriamo una strada non asfaltata, contornata da due muri di mattoni color ruggine. Oltre quei muri ci sono dei giardini. Facciamo arrampicare Lo in modo che possa scattare con il cellulare una foto.

La strada è quella che s’immagina quando si sta facendo un gioco di ruolo dove potresti scoprire un bottone che apre un passaggio segreto.

La proprietaria del B&B., invece, non ha età. Vive a Bruges per 7 mesi l’anno. Ricopre scatole di scarpe con tovaglioli di carta, naviga con il computer e ascolta musica lirica da un piccolo stereo. Prima di Natale chiude tutto, nasconde il portatile da qualche parte e raggiunge la figlia a Pechino. Lì compra gabbie senza uccellini che appenderà nel giardino e in cui cresceranno piante rampicanti e statuette di terracotta di soldati cinesi.

Le statuette. Lo si fisserà sul fatto di averne una. Dal momento che quelle della signora non sono in vendita, ripiegherà prima su una africana, scolpita in una pietra grigia, poggiata su un ripiano di cristallo sotto un faretto in un negozio d’antiquariato e finirà poi per accontentarsi di un pirata di coccio che beve birra.

Vicino ad una statua di Jan Van Ejck, un uomo con un paio di mutande e il corpo nudo verniciato di bronzo sta immobile e aspetta che la gente gli getti un euro.

L’aquilone resterà nella busta, del resto non sarebbe riuscito ad innalzarsi in volo. A Bruges il vento non c’è perché, sembra, che ai turisti non piaccia. Eppure nel passato c’erano i mulini. Oggi ne sono rimasti solo 3. Li hanno abbattuti, quando hanno cacciato via il vento. Il discendente di Maria, invece, è tornato a Bruges e lavora all’ufficio turistico del Municipio. Sa che quel quadro, a pochi metri da lui, raffigura una menzogna, ma mantiene il segreto. Il neonato, invece, morì durante il viaggio, ma sarebbe morto lo stesso, dice. L’anno successivo alla fuga di Maria verso la Spagna, la peste nera decimò la popolazione. Se Maria non fosse fuggita, lui non sarebbe mai nato.



postato da alice121 ~ 28/10/2004 09:25 ~ commenti (5)
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giovedì, ottobre 21, 2004
 

Le pale dei mulini girano veloci oggi.

Certo che partire per Ameland domani mattina, non mi pare proprio una buona idea. L’aquilone ha le ali fragili e rischia di spezzarsi subito.

Ho chiesto consiglio alla gatta e pure lei sembra contraria. Dice che è preoccupata per il tipo che verrà qui in nostra assenza. Teme che possa mangiarsi i suoi croccantini. Ho cercato di tranquillizzarla, promettendole che lascerò nel frigo insalata di riso, torte semicrude e altro, ma non si fida. Le ho detto che dovrà rassegnarsi e se ne è andata via sdegnata.

Intanto il vento aumenta e le mie perplessità pure.

Il paese è semivuoto. Mi sa che hanno acquistato quei pacchetti reclamizzati sulle vetrine delle agenzie di viaggio. Italia, Spagna e Portogallo. Parigi e Londra.

Vado a dare un’occhiata a cosa succede verso sud. Poi vado a comprare un aquilone più robusto.



postato da alice121 ~ 21/10/2004 12:09 ~ commenti (5)
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mercoledì, ottobre 20, 2004
 

Un dubbio

Forse perché piove. Comunque mi è arrivata una mail in cui mi si fa notare che c’è contrasto tra quello che è la mia forma e quello che è il contenuto. Cioè il mio stile dimostra venti anni, il contenuto suggerisce un'altra età. Non so. Io credo che dipenda sempre dal contenuto, a volte faccio delle cose un po’ sceme.

Quanto alla forma…Mi piacerebbe scrivere come Elsa Morante, con dei periodi più lunghi e di taglio più maschile. Usare altri aggettivi. Un po’ di tempo fa, prima di iniziare un racconto, buttai giù una lista di aggettivi da evitare assolutamente e di altri che avrei dovuto utilizzare. Arrivai alla seconda pagina di word e poi cancellai tutto. Mi sembrava di costruire un cruciverba, piuttosto che scrivere un racconto.

La forma…

Vado a buttarci un po’ di farina sopra. Magari cambia un po'.

 



postato da alice121 ~ 20/10/2004 10:54 ~ commenti (9)
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martedì, ottobre 19, 2004
 

Ieri, all’Istituto Italiano di Cultura

Seduta su una pieghevole nocciola trasparente, in decima fila, non vedo Dario Voltolini e Giulio Mozzi che presentano Sotto i Cieli D’Italia.

Ho caldo, ma non posso togliermi la giacca di pelle, che la camicia ha le asole larghe e si sbottona. Così un po’ cerco di seguirli, ma è difficile per me ascoltare qualcuno se non riesco a guardarlo negli occhi e un po’ mi distraggo.

Vicino a me, c’è una con capelli neri lunghi ricci e io comincio ad osservare le sue scarpe. Sono degli scarponcini di cuoio nero, molto consumati sulle punte. Ho un debole per le scarpe. Ti raccontano qualcosa, se le osservi bene. Ho un debole o forse una fissazione. Quando ero sotto i venti, ho preso delle decisioni a causa delle scarpe. Stavo con un tipo da un mese, non ne ero innamorata, lui di me sì, era uno che mi faceva ridere però e questo mi bastava. Poi un giorno viene a prendermi, lo vedo arrivare da lontano su un guzzi 125, anzi prima di vederlo, lo sento. Ha una maglietta blu, un paio di jeans, rallenta, si ferma, mette il cavalletto e mi prende un colpo: indossa un paio di stivaletti bianchi, orribili. Proprio quella sera, gli dico che è meglio che non ci vediamo più, che non funziona. Ora descritta così, questa vicenda, suggerirebbe che io sia una persona molto superficiale, e non è che io voglia escludere che lo sia, però non sono una fissata dell’abbigliamento, mi annoio mortalmente a guardare le vetrine dei negozi e il tipo l’avrei comunque lasciato. Diciamo che gli stivaletti bianchi hanno solo accelerato un processo che era già in atto.

Comunque, dicevo della tipa che era seduta vicino a me, ieri. Siccome sono influenzata positivamente dalle sue calzature, continuo a guardarla. Ha un maglione di lana pesante, una maglia di cotone a maniche lunghe che sbuca fuori sui polsi, braccialetti di filo, di cuoio, mani piccole, unghie corte senza smalto.

Ecco un’altra fissazione. Non mi piacciono le unghie lunghe con lo smalto. Comunque mi viene in mente una che vive ad Amsterdam ed ha un blog. Ogni tanto lo leggo. Ogni tanto perché aggiorna molto di rado. Una volta vidi una sua foto. Erano in due, sui 30, e non specificava quale fosse lei. La foto, poi l’avevo vista almeno un anno prima. Non ricordavo le differenze tra le due facce. Però penso che la tipa con gli scarponcini consumati potrebbe essere una delle due. Penso che come è vestita, come bisbiglia al tipo che è seduto vicino a lei, quando scarta una gomma, assomiglia alla tizia di cui leggo, saltuariamente, il blog. Cioè se avessi dovuto immaginarla, l’avrei pensata proprio così.

Sono indecisa se chiederle se ha un blog. Se non lo ha, non saprà neanche cosa significhi la parola blog. E non è che posso spiegarglielo in quel momento. Così mi rimetto a sentire Giulio Mozzi che parla di Calvino, che spiega i non luoghi. E per un po’ mi scordo di chi ho vicino, delle scarpe, di tutto insomma. Poi ho di nuovo caldo e sete. E dalla tenda marrone, parzialmente tirata, vedo un carrello con dei bicchieri di vino rosso. La sedia è scomoda e non vedo la faccia di Giulio, così chiedo alla tipa: scusa, ma tu hai un blog?

Lei mi risponde, sì. E allora le dico: ho capito chi sei. Sei Sonechka.

Be’ chi potesse essere dal momento che mi aveva risposto di sì, non era difficile. Che qui in Olanda siamo in poche ad avere un blog. Anche lei era capitata sul mio. Si ricordava di quello che avevo scritto sulla spazzatura. Un’ altra fissazione. Acquisita da quando mi sono trasferita qui.

Non ho comprato Sopra i Cieli d’Italia. Ho preso invece La Felicità Terrena (Mozzi) e 10 (Voltolini).

Giulio Mozzi ha una voce che è i micro-racconti di vitarealeimmaginaria sul treno, davanti al portone di casa, al telefono, che si leggono sul suo blog. Mi dispiace di averci parlato poco. Con Dario Voltolini ho chiacchierato un po’ invece. E’ una persona che sorride. Di lui avevo un ricordo, di parecchi anni fa, quando ero iscritta alla mailing list di Fabula. Sette o otto anni fa, credo. Si leggevano cose interessanti, ma c’erano anche risse continue. Molto più violente di quelle che avvengono oggi sui blog. Lui, invece, scriveva sempre mail tranquille e si manteneva lontano dai conflitti. Una volta scrisse una recensione bellissima su un romanzo di Moresco. Comprai il libro, ma non arrivai oltre pagina 40. Succede a volte che quando qualcuno ti racconta di un film, di un disco, di un romanzo, e lo fa bene, la sua descrizione acquisti un valore in sé.

E a questo punto, dovrei scrivere una conclusione. Ma non ne ho voglia. Dirò, invece, che il parcheggio era scaduto e sono dovuta andare via.



postato da alice121 ~ 19/10/2004 11:34 ~ commenti (12)
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lunedì, ottobre 18, 2004
 

Un tris per turisti
A proposito del tris di cui ho scritto qui, nel caso specifico venivo identificata con spaghetti, Siena e Totti - ma il tris puo' variare per lo meno nelle prime due componenti, mentre la terza, cioè Totti, è costante - Laura mi manda questa foto. La foto è scattata con il telefonino al mercato dei fiori di Amsterdam.
Esistono vari tipi di turisti, identificabili per tris. Tre cose fondamentali che vanno fatte quando si va in Olanda, dunque ad Amsterdam.
Quello che arriva per passare una settimana di sballo. Prima visita: smart shop, dove acquisterà funghetti allucinogeni (casetta rossa). Seconda visita: coffee-shop, dove sanno tutti quello che si trova (casetta in mezzo). Terza visita: sex shop, anche qui non è necessario spiegare quello che si vende (casetta a destra).
C'è poi il turista serio, che atterra all'aeroporto di Skiphol di solito in gruppo e farà anche lui 3 cose principali. La prima: acquisto di almeno 5-6 poster al Museo Van Gogh. La seconda: visita al quartiere a luci rosse (sembra che ne restino sempre delusi). La terza: acquisto delle suddette casette della foto di Laura (sono calamitate) che attaccheranno sul frigo di casa. Entrambe le tipologie saranno vestite come se andassero al Polo, le signore per l'occasione indosseranno anche pellicce non ecologiche. 







postato da alice121 ~ 18/10/2004 09:54 ~ commenti (14)
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venerdì, ottobre 15, 2004
 

Tra folli ci si intende, forse.

Albertejin : dieci giorni fa, circa.

Un tipo magro, di bassa statura, con la faccia olivastra piena di rughe si stabilisce davanti all’ingresso. Suona la fisarmonica. Gli lascio un euro nella scatola di cartone. Nei giorni successivi, il tipo arriva verso le 8 del mattino, suona un paio d’ore e se ne va, poi torna ancora verso le 6 del pomeriggio. Se sono nel soggiorno e le finestre sono aperte, posso sentirlo. Prendo l’abitudine di lasciargli 30-40 centesimi.

Il tipo, un arabo-turco, credo, ogni volta che passo smette di suonare e aspetta. Quando riesco dal supermercato, invece, non gli lascio niente. Però lui s’interrompe lo stesso e mi guarda. Io fingo di non vederlo, invece.

Poi ieri, verso le 7, vado al super.

Ho in mente di comprare delle salsicce e farci un sugo. La mattina ho preparato gli gnocchi. Voglio fare gli gnocchi affogati nel sugo delle salsicce. Vendono un tipo di salsicce all’Albertejin senza spezie. Le dividerò a metà e dirò che le ho comprate da Ven. Le spaccerò per salsicce abruzzesi, così nessuno potrà storcere il naso e commentare che il sugo è pesante.

Però devo fare in fretta, prima che M. arrivi e le veda intere.

L’uomo con la fisarmonica è all’ingresso, come sempre, ma non suona, parla invece con un altro arabo-turco che conosco bene. Anche lui, a volte, è all’ingresso e vende giornali per immigrati. Capita che faccia il pazzo e canti canzoni arabe, ma solo è una finzione.

Un paio d’anni fa, sbirciavo i titoli di Repubblica dell’unica copia che viene venduta nel paese in cui vivo, lui guardava un altro giornale, e mi disse in italiano: c’è un articolo interessante sull’origine dell’uomo. A volte mi salutava, a volte passava a testa bassa. Se gli girava bene, mi raccontava qualcosa di lui. Così so che ha studiato a Perugia, che suonava la batteria in un gruppo, ma quando ho provato a fargli qualche domanda, non rispondeva o se ne andava.

Comunque, ieri avevo fretta.

Do un’occhiata ai due che chiacchierano ed entro. Ho il sospetto che parlino di me, ma non ci penso più di tanto. Riesco dopo dieci minuti. Il suonatore attacca a suonare O Sole Mio. L’arabo folle mi strizza l’occhio e mi fa uno dei suoi sorrisi non folli.

Allora gli dico, seria: è spagnola! O sole mio è una canzone spagnola.

Cerco un punto di passaggio tra una signora anziana su una macchinetta elettrica e le biciclette parcheggiate. Lui mi viene dietro, mi dice: come è spagnola? Lo sanno tutti che una canzone italiana!

Lo era, sì. Poi avevano bisogno di soldi e l’hanno venduta alla Spagna.

Una volta conoscevo il sosia di Claudio Villa, era un cliente dello studio dove lavoravo. Era proprio identico: stesso viso, stessa altezza, solo più giovane di cinque, sei anni. Diceva che questa storia di essere un sosia, l’aveva esasperato. Ci aveva guadagnato un po’, ma neanche tanto. Lo fermavano per strada, gli chiedevano un autografo e che cantasse un pezzetto di O sole mio. Lui non sapeva cantare e O sole mio la detestava. E’ morto un anno dopo l’originale.

Così mentre percorro la strada verso casa, penso che la bolognese mi fa schifo, che il calcio lo detesto, che le partite dell’Italia non le ho guardate mai, nemmeno quando vinceva, che sono un po’ suonata, ma che tra suonati ci si comprende e che l’arabo-turco che ha studiato a Perugia, capirà questa reazione, o forse no, chisseneimporta. Penso che se il tipo con la fisarmonica continuerà con quella canzone, da me non avrà più un centesimo. Che se andate al museo di Van Gogh, ad Amsterdam, non comprate i poster, che si trovano anche in Italia.



postato da alice121 ~ 15/10/2004 11:29 ~ commenti (5)
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giovedì, ottobre 14, 2004
 

Sciopero
E’ il primo in quattro anni. Pensavo di trovare il caos questa mattina e invece c’era il deserto.

Però avrei potuto immaginarlo. Molti usano il treno e l’autobus e non hanno la macchina. E infatti :Lezione di italiano: cancellata. Tipa che viene a pulire il giovedì: vive a 20 chilometri da qui e quindi telefonata per comunicare che non si sarebbe mossa da casa, purtroppo. Piscina aperta, ma non si assicura il funzionamento per mancanza di personale.

Il taglio alla sanità mi preoccupa alquanto. Perché la spesa era già ridotta all’osso. Altro che Italia!

Se penso che questa estate ho portato Lo a togliersi spine di riccio al ps del San Giovanni. E non ci hanno cacciato via, anzi gliele hanno tolte e non abbiamo pagato un euro!

Qui, ogni famiglia della comunità internazionale ha vissuto i suoi momenti tragici, proprio a causa del contenimento della spesa sanitaria. Così una banale blefarite all’occhio di Fran, si è trasformata in una brutta infezione ed è stata solo fortuna se non si è dovuto operare. All’inizio il medico generico ci ha detto che con il paracetamolo sarebbe guarito e che non c’era bisogno che lo vedesse un oculista. 24 ore dopo lo hanno visitato in 4. Sembrava una puntata di ER! Concitazione ed efficienza.

E hanno deciso di fare le analisi del sangue e un’ecografia a Lo, solo quando era completamente disidrato. I sintomi erano quelli di un’appendicite, ma dato che era in grado di camminare non era poi così grave. Il caso ha voluto che non fosse appendicite, ma linfonodi alla pancia, avrebbe comunque dovuto fare le flebo, ma dato che non era così piccolo, poteva anche bere un bicchierone d’acqua ogni ora. A sorsetti piccoli, però. E l’ospedale sembrava una clinica di lusso ed era deserto, naturalmente. L’uso del letto per 5 ore, le analisi e l’ecografia, è costato alla nostra assicurazione qualcosa come 650 euro. Più lo spavento. Ma ad altri è andata peggio.

Ora ho un armadio pieno di medicine. E mail e cellulari di quattro medici (italiani, of course).




postato da alice121 ~ 14/10/2004 10:57 ~ commenti (7)
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mercoledì, ottobre 13, 2004
 

Pacchetti senza sorprese, isole ventose e boschi dove le caprette ti fanno ciao.

C: Ho l’aereo per Parigi il 18. B., invece, parte per Milano il 17. E tu?

Io: Forse andiamo ad Ameland per 3- 4 giorni.

C: Hai prenotato?

Io: No, veramente non ancora.

C:Guarda che ci sono anche le vacanze per gli olandesi…

Io: L’isola è battuta dal vento, non sarà affollata in quel periodo.

C: E perché ci andate allora?

Io: Be’…Fran già c’è stato e vuole tornarci. Vorrebbe raggiungere l’isola a piedi quando c’è la bassa marea. Non credo che sarà possibile ad ottobre, però. Lo ha un nuovo aquilone e Ameland è piena di dune. E poi io vorrei vedere la grande diga. Tutta quella massa d’acqua trattenuta, m’inquieta un po’. Se vedo la barriera, magari sto più tranquilla.

C: Secondo me non riuscite a partire.

Io: Allora andremo nelle Ardenne. Dalla parte della Francia. Dormiamo nei bed and breakfast e giriamo per i boschi. C’è un posto in cui vorrei tornare. La tizia che lo gestiva faceva una marmellata di pomodori verdi. Ultimamente mi è tornata in mente la marmellata e lei. Parlava con le capre. Un po’ come Heidi.

C: Ah, io non potrei mai fare una roba simile: mi annoierei ancora prima di partire. Ho comprato un pacchetto: Parigi in cinque giorni. Un affare! E poi abbiamo una tessera e ogni viaggio ci registrano 2 punti e quando arriviamo a 10, c’è un soggiorno di 2 giorni ad Ameland, tutto compreso!

Io: Lo vedi: ci andrai anche tu…

C: Sì, ma senza spendere un euro. Sto in Olanda se mi pagano, altrimenti me ne volo via, lontana dal vento e da quegli orribili mulini…



postato da alice121 ~ 13/10/2004 11:04 ~ commenti (11)
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martedì, ottobre 12, 2004
 

Pensierino del mattino

Ecco, mi piacerebbe che coloro che si collegano dall’Olanda lasciassero un commentino o magari prendessero coraggio e scrivessero una mail. A parte lei che conosco e una Elle che prima aveva un blog, ma poi l’ha chiuso. Ovviamente si devono considerare esenti dal manifestarsi gli anonimi della mia casa, che saranno anche anonimi nei commenti, ma non ignoti.



postato da alice121 ~ 12/10/2004 11:18 ~ commenti (7)
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lunedì, ottobre 11, 2004
 

Over, out e un dubbio.

Ore 19.00. Accompagnamo Lo da un suo amico dove passerà la notte e quindici minuti dopo lasciamo Fran davanti ad un cinema. Anche lui non tornerà a dormire a casa, farà quello che qui chiamano sleep over, cioè chiacchierare con 3-4 amici, dentro un sacco a pelo sulla moquette della casa ospitante.

Ore 19,30. Siamo seduti su un divano scomodissimo, non Ikea.

Ore 19, 40. Un uomo è a carponi sul tappeto e nitrisce alla luna. La luna è una palla bianca appesa ad un tubo di metallo. Io e M. ci guardiamo sorseggiando vino da bicchieri di cristallo. Il vetro dei bicchieri è appannato e io ci scrivo una A.

Ore 19,41: un gradevole odore di funghi, di sugo, mischiati ad una voce femminile giungono dall’angolo cottura. La voce urla: il cavaliere arriva!

Il cavaliere con un elmo grigio e una spada di legno s’arrampica sullo schienale del divano, salta sui cuscini, atterra vicino al cavallo che continua a nitrire alla luna. Il cavaliere monta sul cavallo e lo incita al galoppo.

Ore 19,51. Il cavaliere si accorge che il cavallo è un brocco e lo trafigge con la spada.

Be’ la descrizione non è esatta, diciamo piuttosto che lo colpisce ripetutamente sul sedere formato oversize.

Poi se ne va, indignato, ma prima spegne la luna.

Rimaniamo al buio. Il cavallo è  sdraiato  con le zampe rigide rivolte verso l’alto. Prima di esalare l’ultimo respiro, esclama, contento: lo sa che non mi deve colpire sulla schiena!

Ora 20.00. La voce femminile acquista una forma. Una grossa forma. Con una mano riaccende la luna, con l’altra ci mostra un pannolino (appartenente ad una che quando camminerà farà la dama o la principessa, il ruolo non è ancora chiaro)misura 10-15 kg. e chiede: anche i vostri figli, quando mangiavano il brodo vegetale, facevano la cacca verde?

M. si versa altro vino, io rispondo che sì anche i nostri producevano quella roba verde scura dall’odore acido.

Qualche ora dopo, quando stiamo tornando a casa, dico a M.: forse anche noi eravamo così.

No, dice M. Noi, no.

Tutti i nostri amici erano senza figli, saremmo stati ridicoli a fare cose del genere. Conta l’età. Se hai un figlio a 30, ti comporti in un modo, sei lo fai a 40….

Vai oltre le righe. Concludo io.

Esatto, sviluppi la tendenza a giocare come un nonno, un nonno ridicolo.

Noi poi non eravamo over.

E’ vero. Ormai sono quasi tranquilla.

Il resto del percorso lo passiamo in silenzio a riflettere.

A me, è venuto in mente, per esempio, che quando apparve la prima cacca verde, telefonai subito al mio amico pediatra. E M. starà ricordando anche lui qualcosa. Magari una storia cavalleresca di cui ci siamo dimenticati.



postato da alice121 ~ 11/10/2004 11:02 ~ commenti (4)
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venerdì, ottobre 08, 2004
 

Il talento è un dono, ma va coltivato (Hanif Kureischi)

Stanno rifacendo il pavimento della casa di fronte.

Hanno appoggiato attrezzi e materiale vario tutto intorno. Quindi anche sul mio pezzo di tetto piatto.

Peccato che Lo sia a scuola e peccato che l’amplificatore dello stereo sia rotto.

Perché ho tirato le tende della finestra e loro, i ristrutturatori dei tetti, hanno cominciato a ridere e a ruttare.

Sono bravi, non c’è che dire. Però gli manca la classe, ecco.

Se Lo fosse qui, potrebbe insegnargli a ruttare con le vocali, per esempio. Pronuncia italiana, anzi romana e fornir loro l’ispirazione per cimentarsi in quelle olandesi. Potrebbe esserci uno scambio culturale attraverso un canale nuovo.

Se invece l’amplificatore funzionasse, andrei a cercare tra i cd di M. Se non ricordo male, ne ha giusto uno in cui oltre a piatti che vanno in frantumi, gessi che stridono sulla lavagna, qualche nota inserita per sbaglio, c’è anche una sequenza di rutti.

Tu non capisci. Così disse M. alla mia faccia disgustata, la prima volta che infilò il cd nello stereo: questa è arte.

Arte. Sì, forse. E se mi fido di M., e mi fido quasi sempre delle sue intuizioni artistiche, questi uomini, qui fuori, hanno del talento, non c’è dubbio.



postato da alice121 ~ 08/10/2004 11:19 ~ commenti (3)
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giovedì, ottobre 07, 2004
 

Oh che bel castello…!

Però ne ho visti di più suggestivi in Francia. Questo non è neanche tanto antico. Cioè la prima torre fu tirata su nel 1200, poi però fu completamente ricostruito nel 1700.

E quindi cosa c’è di speciale.

Be’ il viale che porta al castello, per esempio, che è tra due canali. Se lo percorri quando ancora c’è un pizzico di luce, è spettacolare.

E poi bisogna andarci ad ottobre perché è aperto di notte.

900 candele per illuminarlo. Be’ 700 circa erano quelle di Ikea, basse e circolari, le altre erano quelle bianche infilate in candelabri di ceramica e d’argento. Mi sono chiesta se poi qualcuno sarebbe passato a spegnere le 700 candele di Ikea. La prima visita è cominciata alle 7. 30, deve esserci la notte, ovvio. Io sono andata alle 8, anzi alle 7,55. Appuntamento dutch. Le candele erano appena consumate alle 9.30. Quanto dura una candela di Ikea? 8 ore? Mi sembra troppo. Devo verificare. In ogni stanza c’era un vaso con fiori diversi. Poi nell’ultima, c’è stato un piccolo concerto di un’arpista. Una voce sensuale e un vestito rosso ottocentesco. Un viso metà europeo e metà asiatico. Molto bella. Sarà stata la luce delle candele, il profumo stordente degli iris che c’erano in quella stanza, ma sembrava proprio di essere in un’altra dimensione.

Due rimpianti: di non aver chiesto se lasciavano che le candele si spegnessero da sole o no. Di aver comprato il cd dell’arpista nella versione inglese invece di quella olandese.

E un ricordo di un quadro inquietante di un signore del castello. Van Wassenaer raffigurato con la spada e con un martello gigantesco. A che gli serviva quel martello? Ho chiesto alla vecchietta che ci accompagnava. A colpire le persone, naturalmente.

Il castello si trova a Voorschoten, a pochi chilometri da Den Haag, cioè dall’Aja.



postato da alice121 ~ 07/10/2004 10:34 ~ commenti (6)
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mercoledì, ottobre 06, 2004
 

La luna era assente,invece.

Quando la mia amica vissuta ad Istanbul fino a 20 anni, comincia a raccontare la storia della sua famiglia, partendo dalla trisnonna di nascita asburgica, passando ai discendenti francesi, italiani e greci, a me pare di vedere i cavalli che corrono, le bandiere che sventolano, le navi che partono. Le scuole cattoliche che diventano mussulmane per non perdere gli studenti, le stragi degli armeni e dei curdi, le feste nelle ville delle Ardenne, la confettura di pomodori verdi, la zia che sale su una barchetta e rema ogni volta più lontano mentre il marito la sorveglia dalla riva, i topi che divorano divani e cavi elettrici, le malelingue e i calvinisti, i cattolici e il lusso e il pentimento fino a Vermeer che dipinge nel suo studio. Mi sembra persino buono lo spezzatino di maiale dolciastro che sto mangiando. I cavalli sono passati mentre soffiavamo su un intruglio al caffè. Due dame e un cavaliere, al passo.



postato da alice121 ~ 06/10/2004 11:03 ~ commenti (3)
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martedì, ottobre 05, 2004
 

Di una torta cruda e di un’ansia che non c’è più

Alle 8.05 R. immerge una fetta di torta di mele/ananas/pinoli nella tazza di cioccolato e dice: stanotte a Leiden non si riusciva a camminare, c’era un tappeto di lattine e bottiglie e cartacce e se volevi acchiappare era facilissimo. Però a me non interessava: stavo con gli amici e chisseneimporta.

La torta è fatta da me ed è cruda, ma R. non lo sa perché si è preparato il latte nel modo che segue.

Io: il cucchiaino lo trovi al primo cassetto.

R: non ne ho bisogno.

Solleva la scatola Droste e versa il cacao nel latte. Prende il barattolo di zucchero e fa altrettanto. La mistura potrebbe essere chiamata cioccolato-zucchero con latte.

Io: ora ti serve il cucchiaino per mescolare.

R: No. Lo zucchero fa affondare il cacao e poi mi aiuto con la torta.

R: Sai che sabato mi trasferisco ad Amsterdam?

Io: sì, sì, lo so.

Il contratto di R. è scaduto. Per 9 mesi ha abitato in una stanza a pochi metri da casa nostra e spesso capitava qui per fare due chiacchiere. O per un caffè, però poi accettava volentieri un frullato o un panino, una cena anche se aveva pranzato da poco, quello che capitava insomma.

Una volta l’ho visto al super. Era davanti allo scomparto di cibi precotti: prendeva una confezione, la guardava e la valutava, dava una rapida occhiata al cestino vuoto e poi la rimetteva al suo posto.

R. era venuto con la donna, poi lei l’ha mollato perché aveva bisogno di riflettere. Lui sembrava che l’avesse presa male e diceva che desiderava tanto una figlia. Poi ha smesso di ripetere questo ritornello, anche perché non gli credeva nessuno, però è stato lui a trovare il nome alla gatta quando ce l’hanno regalata. Nel frattempo la sua situazione sentimentale si è aggiustata o quanto meno lui l’ha accettata. A volte sta con la sua ex, che continua a riflettere, e poi anche con un’altra che vuole pensare pure lei.

R: posso prendere una seconda fetta?

Io: finiscila pure se vuoi. Tanto l’avrei buttata, ma questo non glielo dico.

R: Avrò spedito almeno 20 richieste di colloquio. Non mi ha risposto nessuno. Così me ne vado ad Amsterdam, posso resistere con i soldi che ho, quattro, forse cinque mesi. Dovrei farcela a trovare un lavoro. Se non ci fosse questa incertezza, starei proprio bene: non ho più l’ansia da raggiungimento di obiettivo . Certo mi piacerebbe tornare con lei, però che ci posso fare?

Mi dispiace che ci vedremo di meno: con voi sto bene.

Io: sono sicura che troverai subito un lavoro.

R: Comunque qualsiasi cosa dovesse servirvi, chiedete pure. Se dovete partire…

Io: qualsiasi cosa? Staresti qui con Fran e Lo?

R: no, intendevo che potrei venire qui ad innaffiarvi le piante, occuparmi della gatta…

Io: ah, ho capito.

R: in fondo porta il nome che avrebbe dovuto avere mia figlia.

Io: la finisci?

R: la torta? Certo!



postato da alice121 ~ 05/10/2004 11:31 ~ commenti (6)
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lunedì, ottobre 04, 2004
 

Grande. Almeno due volte.

Ogni tanto mi viene in mente che qualcuno possa copiare le mie storie, magari cambiare qualche frase qui e là e pubblicarle da qualche parte. Se ciò avvenisse un po’ ne sarei compiaciuta, ma soprattutto irritata. Suggeriva una mia amica, tempo fa: l’unico modo per tenere al sicuro le storie, è infilarle in una busta, spedirsele per posta e non aprirle. Un mio amico, invece, sostiene che l’unico modo certo, perchè non le rubino, è andare alla Siae e pagare.

Non ho mai fatto nulla di tutto questo. La prima cosa di cui mi dovrei preoccupare forse, è quella di fare salvataggi costanti perché ogni cinque anni, perdo buona parte dei racconti che ho scritto.

Però c’è un fatto che mi sfugge: se io pubblico un racconto oggi, in data 4 ottobre sul mio blog e questo compare il giorno successivo su carta o su un sito sotto altro nome, perché non posso dimostrare che l’autrice sono io?

Così anche se non prova niente, metto questo micro racconto qui. E’ solo un’idea di 92 parole, un esercizio alla Carver, ma non si sa mai.

E’ colpa della luna se sono uscito

Appena sarò a casa, accenderò la caldaia, camminerò a piedi nudi sul parquet e fisserò il tempo sulla parete della cucina fino a quando gli occhi non bruceranno. Allora uscirò nella notte, sperando di trovare la luna e, invece, strapperò un vestito. Il cervello esploderà in piccole scintille e, alla fine, rientrerà da una fessura.

Non ho l’aids, sussurrerò alla figura distesa.

Poi scomparirò nell’ufficio al terzo piano, scuoterò la testa rattristato alla lettura dell’articolo che descrive l’ultimo omicidio, sorseggiando caffè tiepido con i colleghi.

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Tutta sta cosa della copiatura, mi è venuta in mente perché sono andata a riguardarmi il Plagio di Camilla Baresani, che tratta proprio di questo argomento. Sembra un libro leggero, ma non lo è affatto. Lui le ruba un romanzo, lei lo pedina, lo fa innamorare, poi lo distrugge.

La porta del bagno era spalancata. Per terra un marasma di sacchi neri della spazzatura mezzi pieni di chissachè. Guardai meglio. Marco era lì. Steso a gambe larghe, una mezza piegata. Sguaiato. Il piede destro sbilenco, innaturale….

E se non fosse morto? Spinsi il palmo della mano a metà tra i mozziconi di peli che gli spuntavano dalle narici e quella sua bocca infelice di denti sconclusionati. Mi sembrò di percepire un lieve refolino caldo.

E’ vivo, pensai.

Grande. Almeno due volte.



postato da alice121 ~ 04/10/2004 10:54 ~ commenti (6)
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venerdì, ottobre 01, 2004
 

Chissà se pensa mai a chi c’è oltre lo schermo

E, sì, insomma, mi aveva fatto un discorso bellissimo, frasi romantiche che non m’avevano infastidito, però no, non avevo cambiato idea. Avevo già un amore.

Un’altra cosa ancora e ti lascio andare, anche perché credo stia per arrabbiarsi e non posso dargli torto.

Eravamo seduti su un divano in un punto buio della discoteca.

Ricordati di me, di questo discorso, che non ho avuto paura a fare anche se ero sicuro sarebbe stato inutile.

E io, già in piedi, mentre lui mi tratteneva per il polso, avevo giurato, senza crederci affatto, che, sì, mi sarei ricordata. E perché avrei dovuto? Non c’era stato un bacio, ne’ un dubbio, e poi non mi piaceva: sembrava avesse quaranta anni, invece che venti.

E, invece, me lo sarei ricordato. E non perché ad un certo punto sarebbe uscito un film con quell’ultima frase che mi disse.

Me lo sarei ricordato accendendo la tv.

E deve aver fatto un patto con il diavolo o con i truccatori perché dimostra la stessa età di quella sera.



postato da alice121 ~ 01/10/2004 10:35 ~ commenti (10)
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