ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

@ Mail

Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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giovedì, settembre 30, 2004
 

Beati i francesi che non hanno il tris

Arriviamo presto a scuola e con i figli vado alla mensa, io prendo un espresso con crema,  Lo un biscotto rotondo, Fran un cappuccino.

Il cassiere mi parla in francese. Il cassiere è olandese, la scuola è americana. Io non capisco un accidente di quello che dice,  rispondo: ok.

Lo si acciglia e mi sussurra: quello ti vuole baciare. Lo è geloso di ogni essere maschile, di ogni età, reale o televisivo. Fran, invece, è meno rigido.  Infatti sorride e dice: sfrutterò il tuo fascino perverso, per  chiedergli una macedonia più abbondante a pranzo.

Lo, con aria minacciosa: non ci provare.

Fran, imitando la voce di Mignon: perché non dovrei, se posso trarne vantaggio?

Qualcosa sta per scoppiare, lo so. E’ il suono della campanella che interrompe la catastrofe.

Se ne vanno in due direzioni diverse. Fran mi fa un cenno con la mano, Lo mi bacia. Tra un anno, o anche meno, mi saluterà anche lui come suo fratello.

Riporto il vassoio a posto. Il cassiere sgrana i suoi occhioni blu e dice con un super sorriso: Mersì.

Grazie, correggo io.

Sono italiana, mica francese.

Italiana? Fa lui.

Sì.

Spalanca ancora gli occhioni, mostra i denti bianco accecante e dice: Sienna bela città! Spaghetti molto buoni, Totti bravo giocatore!

Lo sapevo che sarebbe partito con il tris. Per questo tacevo.

 Chissà perché vanno tutti a Siena, poi.

 



postato da alice121 ~ 30/09/2004 11:03 ~ commenti (13)
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mercoledì, settembre 29, 2004
 

Siate oscuri e sarete ritenuti profondi (Kant)

Quando scompare un blog che ero abituata a leggere, mi dispiace.

A volte te lo immagini che avrebbe chiuso: i post avevano cominciato a diradarsi e nella scrittura si notava una certa stanchezza.

Così mi piace pensare che questo stia solo mutando, del resto è cambiato di continuo e se non lo leggevi con una certa frequenza perdevi il filo.  Anche seguendolo quasi tutti i giorni  è stato sempre un mistero.  A volte, sembrava un blog come gli altri e c’erano riportati fatti di cronaca con brevi commenti, oppure considerazioni su argomenti vari, ma poi comparivano frasi ermetiche e quiz impossibili. Oppure canzoni di autori sconosciuti e gli archivi scomparivano e poi tornavano in parte.

Un giorno il blog non c’era più, ma era solo una cancellazione apparente e se facevi  un certo ragionamento, potevi dedurre un paio di parole e tornava visibile. C’è stato il club degli inesistenti e insomma non si capiva nulla, per lo meno io non capivo un accidente o quasi.

E questo fatto del capire e il non capire, mi attirava e mi attira. In alcune occasioni, forse, non c’era proprio nulla da scoprire se non quello che leggevi, ma ormai ero convinta che c’era sempre qualcosa nascosto tra le parole.

E poi c’è quel post in bianco con solo un titolo (la mia incoerenza) datato 2 ottobre che sta lì da un pezzo e che si era riempito di commenti.  Ora non c’è più e a quella data è comparsa una scritta inquietante.  

Dieci giorni fa, ci fu un post di congedo.  Però mica ci ho creduto tanto. C’era sempre l’incoerenza anticipata da giorni. E infatti apparvero altre cose.

Perciò per il 2 ottobre, mi aspetto un altro colpo di scena.  Non certo un 404. Ci rimarrei proprio male.



postato da alice121 ~ 29/09/2004 09:59 ~ commenti (8)
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martedì, settembre 28, 2004
 

E’ la cilindrata a fare il prepotente, anche qui.

Non è la macchina di Batman, né quella di Diabolik, è una porsche carrera e ce l’ha con me. Anzi con la mia auto. Togliti! Mi fa segno il tipo al volante.

Non mi tolgo, no, rispondo io, con un altro gesto.

Sto per imboccare l’autostrada e sono ferma al semaforo. 1/2 della mia macchina occupa la sua corsia. Il tipo desidera che io faccia retromarcia e torni al semaforo precedente.

Falla tu la manovra, girami intorno, suggerisco a gesti.

Certo uno che decide di comprarsi un mezzo del genere nella terra dei tulipani, deve essere stressato parecchio.

Spinge sull’acceleratore e fa lo sguardo cattivo.

Mi cade un mito! La cilindrata gli ha sconvolto il cervello, gli ha fatto dimenticare il rispetto delle regole. Applaudo, senza rumore e non mi sposto.

Il semaforo dura un’eternità e per una volta non mi annoio nell’attesa.

Un’ altra rombata e mi segnala che mi verrà addosso. Gli altri automobilisti stanno a guardare. In effetti una performance del genere è un avvenimento.

Vieni pure, gli faccio segno. Vienimi addosso se hai coraggio.

La carrozzeria della mia passat, apparentemente, è priva d’ammaccature, ma solo ad un primo sguardo. Perché, per esempio, sotto le maniglie sono comparsi dei buchi come se fosse stata colpita da un fucile a piombini. E la tappezzeria sta crollando, ma lui non lo sa. Come non sa che non ho mai ceduto un parcheggio che mi spettava perché ero arrivata prima, nemmeno una volta, fosse notte o giorno, in periferia o al centro, d’estate o d’inverno. Se M. fosse con me, mi pregherebbe di lasciarlo passare, lo so. Ma per fortuna non c’è e io ne approfitto per divertirmi un po’. E pensare che una volta certe prepotenze mi mandavano in bestia, ma qui sono così rare che bisogna tenersele strette.

Si avvicina ancora e poi si ferma, sconfitto.

E mi dispiace assai quando il semaforo diventa verde. Quando lo rincontro uno così, in grado di farmi tornare ai tempi che furono? Quando? Dovrò aspettare Natale, credo.



postato da alice121 ~ 28/09/2004 10:53 ~ commenti (9)
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lunedì, settembre 27, 2004
 

Un puzzle diverso e una figuraccia

Siamo dei puzzles, e la gente ci conosce per un certo numero di pezzi. I colori sono sempre gli stessi, ma a seconda della porzione che ha davanti ognuno, dirà: è soprattutto blu e poi verde e nero. Oppure: è verde e nero con un po’ di blu. E dipenderà dalla luce che illuminava i colori e il disegno, e un altro giorno in cui l’ombra è maggiore, subentrerà il ricordo. Per cui chi interagisce con noi, affermerà: è composto di tre colori con un albero in prima piano, una strada sullo sfondo, il mare all’orizzonte. Per altri il paesaggio potrebbe essere leggermente diverso. Il mare, e quindi il blu, potrebbe occupare uno spazio maggiore.

Le speculazioni non fanno parte di me, ma ho appena combinato un pasticcio. Ho scritto 3 mail, di contenuto simile - parlavano di fatti accaduti e speranze future -, ma con una forma diversa.

La prima era seria, diretta ad una persona con cui ho contatti saltuari, ed era di cortesia perché non mi sarebbe venuto mai in mente di scriverle.

L’altra era noiosa, una specie di elenco di cose che ho fatto e che farò e anche questa era di risposta. L’altra invece era diretta ad una mia amica.

In effetti anche la seconda era per un’ amica, che nel tempo è diventata una conoscente. Una che non ride più, che sorride con la bocca, ma non con gli occhi, dotata di un’agenda in cui sono segnati i suoi impegni per almeno 6 mesi. Magari quando mi ha scritto la settimana scorsa, potrebbe averlo letto sull’agenda: il 22 scrivere ad A.

Comunque nella mail che ho scritto alla mia amica del cuore, commentando alcuni eventi recenti, concludevo con: ecco se mi arriva quella telefonata, potrei anche fare una cosa assurda come questa. E avevo inserito un file sonoro in cui c’era la voce di Sally (del film Harry ti presento Sally) quando finge un orgasmo nel ristorante. Appena premuto il tasto dell’invio, mi sono accorta dell’errore. Colpa dell’ abitudine di scrivere su word.

Alla tipa con cui ho contatti sporadici, avevo mandato quella destinata alla mia amica del cuore. Le ho scritto subito, pregandola di cestinare quella precedente.

Immagino la sua faccia perplessa quando ascolterà il file dei Sì di Sally.

Vedrà un puzzle diverso. Lei invece, la mia ex-amica, ora conoscente programmata, leggerà quello che si aspetta. E quasi mi viene voglia di commettere un altro errore.



postato da alice121 ~ 27/09/2004 11:00 ~ commenti (5)
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giovedì, settembre 23, 2004
 

Un punto in comune esiste

Ore 7,45: Fran cammina nervoso nel corridoio, con zaino di 15 chili sulle spalle, scarpe slacciate, capelli che sembrano un nido incompiuto, auricolari, pantaloni che dimostrano che le leggi della fisica sono un’opinione. Ogni tanto si ferma davanti al bagno e fissa suo fratello con furore.

Lo, consapevole dello sguardo, continua imperterrito a spalmarsi di gel i capelli. Anzi, ogni volta che gli arriva l’occhiata, rallenta la composizione che sta cercando di tirarsi su.

Andiamo, dico io.

Un attimo, risponde lui.

Fran urla: non posso arrivare tardi anche oggi. Prenderò la detention!

Ti lascio qui, se non fai in fretta, sempre io.

Questa maglietta non mi piace. E’ troppo stretta, così lui.

Andiamo, rivolta a Fran.

Non ho salutato la gatta, dice Lo.

In macchina continua il conflitto.

Sono diversi in tutto.

A Fran piace la matematica e gli scacchi, i giochi di ruolo e l’horror. Lo odia la matematica e adora giocare a pallone, gli piacciono i film e alcuni quadri, se raccontano una storia. Fa interminabili battaglie con soldatini, mostri ed altro. Fran, invece, non ha mai giocato. Al massimo faceva i puzzles e le costruzioni con il lego.

Fuori piove.

Un camion blocca la strada. Suono 2 – 3 volte. Nessuno appare.

Fran dice: passa sul marciapiede.

Non posso: gli alberi sono troppo vicini.

E’ disperato, adesso. Se arriva due volte in ritardo durante la settimana, il venerdì deve restare a scuola. E il venerdì ha sempre qualcosa da fare. Ingrano la retromarcia: altri 5 minuti persi.

L’autostrada è già bloccata. Prendo la secondaria. E guido all’italiana, ma non ce la faccio proprio a sentire altri piagnucolii. In dodici minuti siamo a scuola.

Uno sospira di sollievo. L’altro dice: il cancello è ancora chiuso, potevo anche cambiarmi la maglietta.

Fran mi saluta e mentre s’incammina dice: darò un’occhiata al tuo blog, più tardi.

Mentre guido verso casa ripenso alla frase.

Se troverò un commento:" bellissimo come sempre", ha bisogno di soldi per il fine settimana.

Sono convinta che non legga nemmeno una riga di quello che scrivo. Tranne il racconto su Mafalda e le Due. In quel caso era stato attirato dall’argomento.

Ora che ci rifletto i miei figli c'è un punto in comune, scoperto proprio di recente davanti alle Miss che apparivano in tv.

Sono tutte uguali, notava Fran. Stesse gambe, stesse facce. Sono diverse solo per le tette. La scelta dovrebbe essere fatta in base alla grandezza.

E’ vero, confermava Lo. Poi aggiungeva: ti sarebbe piaciuto avere una baby sitter così?

Fran sospirava in segno di assenso.

E a me pareva un piccolo miracolo.



postato da alice121 ~ 23/09/2004 11:47 ~ commenti (19)
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mercoledì, settembre 22, 2004
 

Un incipit comune e una domanda.

Avevo la pasta sul fuoco in cucina, quando squillò il telefono. Alla radio davano la Gazza ladra di Rossini, il sottofondo musicale ideale per prepararsi un piatto di spaghetti, e io l’accompagnavo fischiando. Fui tentato di non rispondere, gli spaghetti erano quasi cotti, e Claudio Abbado stava giusto per portare l’orchestra filarmonica di Londra all’apice dell’intensità drammatica. Pazienza, mi rassegnai ad abbassare il fuoco, andai nel soggiorno e sollevai il ricevitore. Poteva anche essere un conoscente con qualche nuovo proposta di lavoro…

Allora ci sei!

Ciao Rob.

Ti ho chiamato un centinaio di volte ieri mattina. Ho provato anche alle due di stanotte, quando mi sono svegliata per bere. Avevi il telefono rotto?

No. Ha sempre funzionato.

Mi sono spaventata. Poi ho avuto un’idea. Mi sono detta: andiamo a vedere se aggiorna il blog. Se scrive sul blog…

Significa che sono viva. Hai pensato questo, vero?

Sì, cioè no. Ma dimmi: com’è l’insegnante d’italiano? Hai parlato delle passerelle, dell’altezza, però mica lo hai descritto.

E’ perfetto, sì. Però alla fine non ti piacerebbe. C’è un altro tipo che ho notato, invece che…

Racconta…

Prima dimmi perché mi cercavi.

Ti cercavo? Ah sì…. Non mi ricordo più.

Non era la radio, ma lo stereo ad essere acceso. E non era la Gazza ladra di Rossini, ma l’Alcyone di Marais. E il telefono squillava, solo che non avevo voglia di rispondere: anche io avevo la pasta sul fuoco, ma erano pennette, non spaghetti.

Il tipo risponde alla telefonata e s’irrita. Perché l’interlocutrice si stupisce che a quell’ora si possa mangiare. Io, invece, non aspettavo proposte di lavoro e non ho sollevato la cornetta, anzi siccome lo squillo del telefono mi disturbava, ho staccato la spina e poi mi sono dimenticata di riattaccarla.

Il fatto è che la sera prima non avevo cenato. Ora sono passati dei giorni e ripensarci non mi fa mi più impressione. Verso le 7 di sera del giorno precedente, un tipo era caduto dalla bici per un attacco di epilessia.

Io stavo alla finestra ad innaffiare le piante. Immediatamente s’era fermata della gente e dopo qualche minuto era arrivata l’autoambulanza. Solo che non l’avevano potuto mettere subito sulla barella, non sapevo perché, poi l’ho capito leggendo qui. Comunque ero rimasta paralizzata alla finestra. Se fossi stata giù tra quelli che l’aiutavano, non sarei stata così male dopo. Per la stessa ragione, non guardo quasi più nemmeno blob.

Qualcuno poi deve essersi accorto della spina e l’ha riattaccata, ma quando il telefono ha squillato durante la notte, nessuno l’ha sentito.

E ora la domanda.

Che ore erano?

Per rispondere, naturalmente, bisogna capire chi è l’autore dell’incipit e poi aver letto il romanzo o quanto meno averlo da qualche parte. Infatti qualche riga dopo il brano che ho riportato, è indicata l’ora.



postato da alice121 ~ 22/09/2004 10:49 ~ commenti (5)
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martedì, settembre 21, 2004
 

Un racconto e una spiegazione.
Parecchi anni fa ero in un locale a Trastevere dove si mangiavano crepes. Una bambina Rhom si avvicinò per chiederci dei soldi e l'invitammo a sedersi con noi. Scelse una crepe al cioccolato. Mentre mangiava ci raccontò qualcosa della sua vita. Dopo un po' scrissi un racconto. Non bisognerebbe scrivere di un fatto personale, per lo meno non subito. Comunque del racconto ne scrissi due versioni. Una più corta e una più lunga che sparì nel computer. Feci anche un progetto di racconti a coppia. Si trattava di uno stesso fatto, visto da due personaggi diversi. Ne scrissi 6. Poi lasciai perdere, non provai nemmeno a correggerli: erano troppo emotivi.

La bambina
Mi sono accorta di quello sguardo su di me, ho avuto anche il cenno di Alba Cechetta.
Se lei ha strizzato l’occhio con cui vede, significa che e’ arrivata la mia occasione. Anche le mie amiche dicono che mi osserva.
Mio padre non deve scoprire che un uomo e’ interessato a me. E quindi non ne posso parlare con mia madre.Lei mi consiglierebbe nel modo giusto, ma se poi si fa prendere dalla paura dopo che lui ha bevuto, e per salvarsi dalle botte lo ferma tradendo un segreto della figlia?E’ già capitato con Shanon, ma lei si era fidanzata con uno dell’accampamento. E poi non voglio rischiare: io non sono innamorata di lui.Io voglio solo fare una vita di lusso, non mi piace nemmeno con quella testa rasata e gli occhiali stretti e chiari. Le mie amiche mi hanno detto che se ha la testa rasata e’ perché segue la moda. Ma sul suo cranio e’ disegnata l’ombra dei capelli ed e’ un’ombra piccola. Comunque e’ gentile e si fa sempre pulire il vetro, allora per metterlo alla prova, ieri, ho usato lo straccio con cui pulisco le macchine e gli ho sporcato il vetro di fango. Non sembrava arrabbiato: ha fatto uscire l’acqua da un tubicino e ha mosso dei bastoncini con delle spugne attaccate e il vetro e’ tornato trasparente, molto più di quando riesca a fare io, quando ci metto tutto l’impegno.Tutte le macchine hanno queste spugne, ma quelle erano speciali: sembravano le mani di un mostro con le braccia lunghe. Mi sono venuti i brividi, ma la pelle mi e’ tornata liscia quando mi ha teso un pacchetto con dentro un panino e delle patatine. Mi sono sentita un po’ in colpa per avergli fatto un dispetto.Comunque ho preso il pacchetto e ho pensato che stava per succedere qualcosa. Lui invece si e’ dimenticato di me e si e’ messo a litigare con l’automobilista dietro di lui.Il panino l’ho mangiato tutto, ma le patatine le ho divise con le altre.
La sera quando rientriamo al campo, ci diamo appuntamento al bagno.Tutte le mie amiche hanno un fidanzato segreto, e io sto per averne uno di fuori. Ana, che ha la televisione, mi ha detto che con questo qui potrei farci un sacco di soldi: se ho una storia con lui e poi gli faccio il ricatto, ricevo dei soldi da lui oppure dall’Autorità che lo spedisce anche in prigione.Ho pensato che non voglio fargli il ricatto, preferisco che mi porti al cinema, magari mi manda anche a scuola, mi piacerebbe sedermi dietro un banco e riposarmi un po’.Ana mi ha detto che agli uomini grandi piacciono le ragazze con le unghie corte, soprattutto dei piedi.Me le taglio ogni due giorni e mi viene anche un’infezione sul dito piccolo. L’unghia lo proteggeva.
Ana dice anche che a questi uomini piacciono le ragazze profumate.E per essere profumate bisogna farsi la doccia. Non serve lavarsi nel lavandino.Così faccio la fila davanti alla doccia, sacrifico un paio di scarpe, perché nella doccia ci fanno la cacca.
Quando arrivo al semaforo vedo la sua macchina ferma vicino al marciapiede.
Mi avvicino.Mi chiede: Fai colazione con me?
Quando l’auto parte, mi giro verso Alba. Il suo occhio è sbarrato, le labbra, invece, sono piegate come se un cane l’avesse appena morsa.













postato da alice121 ~ 21/09/2004 11:28 ~ commenti (5)
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lunedì, settembre 20, 2004
 

Dov’è Tiziana?

Tiziana  e io avevamo un diario.

Cioè il mio c’è ancora, il suo è scomparso. Forse ha cambiato nome al sito oppure google non lo indicizza più.

Il diario di Tiziana era un diario fotografico a pagamento e c’era un ampio numero di estimatori che erano disposti a sborsare una certa cifra per avere la password.. Lo so perché fino ad un po’ di mesi fa, molti dei referrers che arrivano sul mio diario, cercavano il suo. Diciamo che eravamo agli opposti, lei ed io. Perché il mio era fatto di parole, il suo d’immagini.

Però ci tengo a sottolineare una cosa su queste persone, che sono di solito disprezzate dai più. Tanto è che quando alcuni sono costretti a scrivere parole/insulti di carattere sessuale, usano spesso gli asterischi per evitare l’arrivo di questi individui.  Di solito mi infastidisco a leggere parolacce a meno che non abbiano una loro giustificazione nello scritto. Nel linguaggio ovviamente è diverso e ne faccio uso soprattutto in macchina - anche se qui in Olanda mi sono calmata molto (a Roma durante il giubileo, penso di aver raggiunto il picco) - e nelle occasioni di attrito con i dutch  quando il rispetto delle regole sfiora il parossismo.

Comunque dicevo di questi refferers. Ritengo che siano persone educate, nel senso che in questi due anni, non hanno mai lasciato commenti sgradevoli; è pur vero che la permanenza sulle mie pagine magari sarà stata di un nano secondo, però ipotizzo che alcuni possano anche aver provato disappunto per il contrattempo. E magari avrebbero potuto divertirsi  a lasciare qualche insulto. Invece nulla. Forse avevano fretta, chissà. Ora che Tiziana ha abbandonato il porno o ha cambiato nome, potrebbero essere ancora più stizziti. E invece no. Arrivano, scorrono velocemente il blog, dove sono presenti due immagini: una di un pesce (morto, ma loro non lo sanno) e di una bandiera (scolorita, anche se non sembra). Magari hanno un attimo d’incertezza sulla tastiera, stanno per scrivere una brutta parola, un invito a qualche azione, poi ci rinunciano e ripartono alla ricerca di Tiziana. E magari uno fra tanti, torna e fa il lettore silenzioso, chissà.



postato da alice121 ~ 20/09/2004 11:57 ~ commenti (1)
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venerdì, settembre 17, 2004
 

Io, Mafalda e le Due
Mafalda ha i capelli che le nascondono il sedere, che è prominente e tutti sembrano essere entusiasti dello spazio che occupa. Invece se non ti lasci ingannare e lo osservi bene, scopri che una chiappa è più grossa dell’altra. A questo difetto si aggiunge un naso a becco d’avvoltoio che le ombreggia il viso e due occhi piccoli da volpe.

Un mio racconto che continua su FaM


 







postato da alice121 ~ 17/09/2004 10:19 ~ commenti (8)
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giovedì, settembre 16, 2004
 

Detesto il barocco

E poi succede che a forse di correggere un racconto che hai scritto, una mattina te lo vai a rileggere e ti accorgi che è artificioso, forse anche un po’ barocco e le parole e le frasi che hai sostituito non c’entrano nulla con quello che avevi in mente.

Barocca è anche la tua faccia che ti sei truccata con tutto quello che hai accumulato nel cestino in anni di acquisti insensati in profumeria.

Perciò vado a riflettere in piscina, magari riesco a ricordare come era prima dei ritocchi.



postato da alice121 ~ 16/09/2004 11:21 ~ commenti (6)
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mercoledì, settembre 15, 2004
 

Lascio passare un po’ di tempo e poi gli chiedo perchè

Ieri, alla prima lezione d’italiano dei bambini che frequenterebbero la quarta, quinta elementare, se non vivessero qui, c’era un insegnante nuovo. Un tipo sui venticinque-trenta anni, con abbigliamento trasandato, ma all’italiana, non alla dutch.

Uno che vedrei bene su una passerella di New York, Parigi o Milano, e invece stava qui nella provincia olandese, dopo un viaggio in treno da Amsterdam, perché lì vive.

A volte le donne possono essere crudeli, lo ammetto. E quelle di ieri, lo sono state. Una domanda dietro l’altra, mentre lui non riusciva a stare fermo sotto la sua giacca di pelle trequarti. Il tipo che dovrebbe (o potrebbe) sfilare sulle passerelle, scrive romanzi per bambini, sceneggiature, articoli sul cinema e insegna.

Dove si possono ordinare i tuoi libri? Mi piacerebbe che mia figlia avesse un autografo. Una tua firmetta. Così poi quando diventi famoso…

Che tipo di storie scrivi?

Una domanda seguiva un'altra, lui guardava l’orologio di continuo, rimpiangendo di essere arrivato 15 minuti prima.

Sei emozionato?

Il tipo era indeciso, prima dell’estate, se accettare o meno l’incarico perché non aveva mai insegnato ai bambini delle elementari.

Poi è arrivata una domanda che nessuna aveva avuto il coraggio di chiedere, fatta dalla figlia di quella che voleva l’autografo.

Fino a quel momento, la ragazzina era stata in silenzio seduta sul tavolo, dondolando le gambe e osservandolo in ogni dettaglio.

Ma…Quanto sei alto?

1,95, ha risposto lui, sottovoce, mio padre era un giocatore di pallacanestro.

Accidenti: sei più alto del mio papà!

L’ha misurato ancora con lo sguardo, ha aggiunto: io ho uno zio che gioca a pallacanestro.

Lui, l’insegnante, dopo un’altra occhiata angosciata all’orologio, ha preso la sua cartellina ed è scomparso in fondo al corridoio con i ragazzini.

Come è andata, gli ho chiesto alla fine della lezione.

Finalmente una domanda normale, ha pensato, ne sono sicura.

Una domanda che non vuole scoprire cosa ci faccio qui.

Mi ero dimenticato della differenza che c’è tra i maschi e le femmine. Le bambine mi ascoltavano, ma i bambini non riuscivano a stare fermi. Dopo una giornata di scuola, hanno bisogno di correre, non di stare ancora dietro al banco.

Parlo con mio figlio e gli proibisco di disturbare, gli ho detto.

No, ha risposto lui. Se chiacchieravano è colpa mia, significa che la lezione era noiosa. Devo inventarmi qualcosa che li inchiodi alla sedia. La prossima volta, gli racconterò una storia sui vampiri e poi la continueranno loro, a turno. Voglio che capiscono la differenza tra passato remoto e passato prossimo senza che se accorgano.

Cosa ci fa uno così nella provincia olandese?



postato da alice121 ~ 15/09/2004 10:42 ~ commenti (8)
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martedì, settembre 14, 2004
 

Non è un gioco, non è una competizione, è:

                                  H






postato da alice121 ~ 14/09/2004 10:56 ~ commenti
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lunedì, settembre 13, 2004
 

Ad Amsterdam

ieri, alla scacchiera che c’è disegnata per terra, si era formata una coda di persone che aspettavano di giocare con un tipo malmesso, sui 40 o 50; il fatto è che se non sei in forma, anzi se sei stropicciato, il tipo era così, perdi l’età, però, accidenti, era un bravo giocatore di scacchi.

Anche Fran aspettava che arrivasse il suo turno, mentre noi facevamo le scommesse su quante mosse avrebbe resistito. Mi ricordo di un altro giocatore di scacchi che vedevo alle feste dell’unità, qualche anno fa. Giocava dieci partite contemporaneamente e vinceva sempre. Era un uomo piccolo, con un paio di occhiali neri, vestito con giacca e pantaloni sgualciti. I suoi avversari si assomigliavano tutti nell’età, nell’abbigliamento, nel taglio dei capelli.

Ma eravamo a Roma, dove la passione degli scacchi non è molto diffusa. Ieri ad Amsterdam la fila era assortita invece. Mi sarebbe piaciuto trovare un punto in comune, sì è vero tutti giocavano a scacchi, ma avrei voluto individuare un altro filo che li univa e li faceva aspettare per mezz’ora e più, se non fosse stato che Lo, annoiato, aveva cominciato a lanciare miccette che avevamo incautamente comprato poco prima. Così ci siamo allontanati un po’, verso un gruppo di persone che formavano un cerchio e al centro c’era un tipo, anche lui un po’ spiegazzato, che suonava un’arpa di dimensioni ridotte. Lo si è dimenticato delle miccette, mi ha detto: questo qui mi fa pena. Però il tipo aveva il piatto pieno di euro, e la gente continuava a lasciare monete, credo che fosse per via della musica che gli era venuto questo senso di pena. E non mi andava di tornare a casa, perché si stava bene in giro ad Amsterdam ieri, poi un venditore di scarpe, a cui avevo detto: quanto mi piacerebbe trasferirmi qui, mi ha risposto: sì c’è sempre qualcosa da fare, oppure da guardare, però voi avete il mare. Ed ho pensato che sì, aveva ragione.



postato da alice121 ~ 13/09/2004 10:27 ~ commenti (5)
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sabato, settembre 11, 2004
 

Tempi bui, veramente.

Il ladro era uno bambino, ed era stato quasi catturato – atterrato con un bastone da un vecchio – però non era proprio un bambino, era uno zingaro, poi si è rialzato ha preso i soldi ed è scappato via.

E allora si materializza un post, dove si sfoga la rabbia per il furto subito, concludendo con: la prossima roulotte che brucia, vado a cena a brindare, o qualcosa di simile.

Quello che mi disgusta di questa faccenda è che ci sono 7 persone a cui è piaciuto il post.

Il link non lo metto, che tanto nella blogosfera chi cerca, trova.



postato da alice121 ~ 11/09/2004 14:47 ~ commenti (4)
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giovedì, settembre 09, 2004
 

La rossa, la blu e la verde.

Su inkiostro ho trovato un gioco.

Sei in una stanza e la porta è chiusa. Non sai come sei capitato lì, ma devi uscirne fuori.

Sono riuscita a uscire dalla porta della stanza rossa in una mezz’oretta, ma ora sono bloccata nella blu. Ancora 15 minuti e poi esco, giuro.



postato da alice121 ~ 09/09/2004 10:35 ~ commenti (14)
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mercoledì, settembre 08, 2004
 

La scala degli errori che ci ha portato all’orrore

Tempo: 15,30.

Luogo: cortile di una scuola.

Oggetti su cui si sofferma la telecamera: cartellini con foto e nomi appuntati sulle magliette o legati al collo con un nastro. Altro particolare: auto parcheggiate con il contrassegno.

Dialogo:

Personaggio n.1: Perché ci sono le bandiere a mezz’asta?

Personaggio n.2: Come perché? Per quello che è successo ad Ossezia.

Personaggio n.1: Cosa è successo ad Ossezia?

Informazioni fuori campo sul personaggio 1: ha un marito che lavora in ufficio internazionale, frequenta attivamente la scuola ed associazioni di vario tipo.

Ripresa del dialogo.

Personaggio n.2: comincia ad esporre i fatti.

Si inserisce il personaggio n.3, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, assentendo con la testa, dimostrando con tale gesto di essere informato su quanto accaduto.

Personaggio n.3: ah di queste cose non voglio più saperne nulla, mi fanno stare malissimo.

La telecamera si sposta, inquadra un cartello in cui si avvisa che l’esercitazione per allarme bombardamento avverrà il mese prossimo, quello per incendio il mese successivo.

La telecamera chiude l’inquadratura, la riapre su un foglio dove c’è disegnata una scala con un pennarello nero. La scala degli errori. Al primo gradino, con calligrafia anglosassone: mancanza d’informazione. Al secondo: comportamento dello struzzo. Al terzo… Non si riesce a leggere: l’immagine è sfuocata.



postato da alice121 ~ 08/09/2004 10:47 ~ commenti (3)
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martedì, settembre 07, 2004
 

Nel bosco, ancora.

Stavolta a correre per contrastare un paio di cene olandesi. Seduta tra la fine del prato e l’inizio degli alberi, c’è sempre la  ragazza che meditava qualche giorno fa. Oggi le passo più vicino. Non la vedo in faccia neanche questa volta, però osservo un paio di cose. I suoi sandali vicino alla bicicletta e i capelli che sono lunghi, biondi e aggrovigliati. Da quei capelli avevo dedotto che fosse una ragazza. Stavolta le gambe sono piegate e leggermente divaricate. E vedo i piedi. Mi viene quasi voglia di fermarmi. Perché sono piedi vecchi. Davanti a lei c’è un bonsai in un vaso. Sta seduta immobile davanti a questa pianta.

La curiosità mi consuma per i dieci minuti successivi e devo assolutamente ripassare di lì. Per capire quello che sta facendo e guardarla in faccia. Così verifico che: i capelli possono mentire, ma i piedi, no. Che il bonsai è secco. E che lei lo fissa intensamente, tenendo le mani ad una distanza di pochi centimetri, come se cercasse di farlo tornare in vita. Penso che in questo bosco si incontrano persone diverse da quelle che circolano nelle strade. Forse per via dell’ora o magari per quelle conchiglie che ci sono sui sentieri al posto della ghiaia, non so.  



postato da alice121 ~ 07/09/2004 11:07 ~ commenti (6)
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lunedì, settembre 06, 2004
 

Non più killer, solo Splendens.

Circa 18 mesi fa aprivo un blog. Nei giorni che precedevano tale evento, il pesce rosso si suicidava saltando dalla vaschetta, ma non era per questa ragione che decidevo di cominciare a scrivere un diario in rete. Compravo invece, per attenuare il senso di colpa, il primo acquario in modo da far vivere dignitosamente il superstite. Succedeva poi che mi commuovevo per la sua solitudine, aggiungevo altri pesci e infine altri acquari. In uno di questi, collocato su un ripiano della scrivania dove sono ora, nuotava il Betta Splendens (o pesce combattente), l’immagine di questo blog.

Il Betta è un pesce un po’ stronzo. Sembra innocuo, ha un aspetto romantico, e invece è bellicoso. Non puo’ vivere con altri maschi e anche alle femmine puo’ far passare brutti momenti.

Mi piaceva guardarlo mentre nuotava. E se avvicinavo il dito al vetro, si gonfiava come un tacchino. Insomma il paragone non è molto calzante, ma rende l’idea. Nell’acquario crescevano le alghe e servivano i pulitori, ma i poveretti stavano sempre nascosti perché lui li rincorreva, minaccioso. Allora lo pescai con il retino e lo buttai nell’acquario da 300 litri in compagnia di pesci più grandi che lo ignoravano, ma a lui fu utile perché fu costretto ad accettarli. Rimase un po’ lì a sbollire la sua rabbia e poi tornò a casa sua. Sembrava più tranquillo e cominciò a costruire un nido di bolle: gli era scoppiato il desiderio di paternità. Così mi procurai 3 femmine. Sorvegliavo continuamente l’acquario, pronta a ripescarle se lui l’avesse assalite in modo violento. Come ho detto è un pesce a cui girano spesso. E invece si abituò facilmente alle sue tre mogli. Be’ mogli non è il termine esatto, perché a lui nel frattempo era passata la voglia. Erano amici, ecco. E se avvicinavo il dito al vetro non spalancava più le pinne. Dopo circa un anno di convivenza, le sue compagne morirono di una malattia che non riuscii a curare e rimase di nuovo solo. Diventò ancora più bello, ma il nido non lo costruì più.

Poi un paio di giorni fa, ha cominciato a perdere colore e stamattina era quasi sciolto nell’acqua. Credo sia morto di vecchiaia. Quindi l’immagine che c’è adesso in alto a sinistra è quella di un animale che non esiste più. Sabato ne prenderò un altro. Penso che ne sceglierò uno viola-blu. Ma allora dovrò cambiare i colori dello sfondo perché…

E scrivi delle righe per parlare di un pesce morto.

Ma la parola morte rimbomba di continuo. Ci vorrebbe un’idea per farla cessare, almeno diminuire. Bisognerebbe sacrificare qualcosa. Denaro e tempo, per esempio, per cercare di spostare la bilancia verso un equilibrio. Perché così ci rimettiamo tutti. Ci vorrebbe un’idea che non sia quella di accendere una candela. E bisognerebbe saper scrivere qualcosa che non sia sempre retorico e inconcludente .

Io non ci riesco.



postato da alice121 ~ 06/09/2004 10:12 ~ commenti (8)
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venerdì, settembre 03, 2004
 

Non andare nel bosco di sera…

Ma erano appena le 7 e c’erano almeno due ore di luce. E’ deserto il bosco alle 7. A quell’ora la gente è a casa, nel bel mezzo della digestione che aiuta con un bel cappuccino. Oppure si prepara per uscire. Così mentre cerchiamo un albero di castagne, ma ci sono solo querce e qualche salice e raccogliamo foglie che servono per una ricerca di scienze, vediamo una ragazza seduta tra il prato e l’inizio del bosco che medita a gambe incrociate, e su un piccolo ponte due tipi che suonano i bonghi con un ritmo inquietante.
Poi nessuno per un po’.
Hai paura? Chiedo a Lo. No, risponde lui.

Arriviamo dove sono i cerbiatti. Sono al di là della rete. C’è un cervo, 5 femmine e molti piccoli. Lo infila il braccio in un buco della rete e offre le foglie che aveva preso per la ricerca. Seduta su una panchina, c’è una strana coppia. Lei è bassissima, quasi una nana, con i tratti da indiana e gli occhi che vanno per conto loro, lui sembra un ragazzo, ma ha la faccia piena di rughe e la stessa carnagione scura e le pupille indipendenti. Ridono molto forte mentre Lo accarezza le cerbiatte.

Torniamo.

Sulla panchina di chi se la passa male, nella strada commerciale, c’è un tipo con il giubbotto fosforescente e una paletta. I negozi sono chiusi, a parte il supermercato, la strada è deserta. Che ci fa qui un ausiliare del traffico? Se la passa male, appunto. Però non ha la faccia disperata.

Ritornando dal super, m’imbatto in un flusso interminabile di bambini, ma il pifferaio magico non c’è. Ci sono i genitori, con un rapporto di 4 ad 1. E la panchina di chi se la passa male è vuota. L’ausiliare del traffico è al centro dell’incrocio in attesa di un ciclista da bloccare. Alla fine ne arrivano 3 da una strada. Lui fa un balzo che nemmeno l’uomo ragno sarebbe in grado di fare. Alza la paletta e scoppia a ridere.





postato da alice121 ~ 03/09/2004 12:32 ~ commenti (8)
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giovedì, settembre 02, 2004
 

Un’avventura da Lupo solitario.

Scendo dalla macchina. Sono le 10, 45. La strada è deserta, il flusso di biciclette che inizia verso le 7,30 si è sciolto. Controllo che le luci siano spente, a volte il pulsante non funziona bene e… lo vedo. Un ragno nero con le zampe pelose grosso come un granchio.

Cosa fai?

1) Lo tocco con la punta della scarpa. E’ da ginnastica e robusta.

2) Me ne vado.

3) Cerco un bastone.
Mi guardo intorno. I giardini sono perfetti, senza rami che sporgono. Ripasso velocemente le puntate di Piero Angela, ma nessuna informazione mi viene in aiuto. Faccio un respiro profondo e sfioro la bestia con il piede. Non si muove, sembra morta. Oppure è di plastica. E se fingesse di essere morta? Certo è che se fosse finta, mi piacerebbe proprio averla.

Qual è la prossima azione?

1) Gli tiro un altro calcetto.

2) Me ne vado.

3) La raccolgo: dalle puntate di Piero Angela ho imparato che gli scorpioni neri non vivono in Olanda.

Prendo coraggio e gli tiro un calcio che muove il presunto scorpione di qualche centimetro. Nulla accade, ma si vede meglio la parte inferiore del corpo che sembra pelosa. Le perplessità se sia uno scorpione rimangono. Il desiderio di farlo mio, nel caso fosse un giocattolo aumentano, già penso a dove lo potrei piazzare per divertirmi un po’.

A questo punto:

1) Chiamo l’operaio che sta aggiustando una staccionata e gli chiedo un parere.

2) Me ne vado.

3) Vado a casa e mi faccio venire un’idea.

Fisso il tipo che martella lo steccato che ricambia il mio sguardo, con un’espressione vuota. Decido che non è affidabile. Mi allontano, girandomi a controllare lo scorpione che continua a restare immobile.

Sul retro della copertina di Lupo solitario, c’è scritto: una matita, una gomma e una buona dose di coraggio e d’immaginazione.

Io ho una paletta rossa e una busta. E anche le altre due, credo.

Vado a completare l’avventura.

Nel caso non dovessi scrivere più, cercate su google scorpione nero, olanda e italiana. E scoprirete come è finita.




postato da alice121 ~ 02/09/2004 11:08 ~ commenti (7)
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mercoledì, settembre 01, 2004
 

Segnalazione d'oriente

Ogni tanto mi ritorna in mente il protagonista de L’uccello che girava le Viti del Mondo, quando scende in fondo al pozzo.  Una ragazza lo chiama dall’apertura, dopo che gli ha tolto la scala con cui lui era disceso, e gli chiede: era necessario scendere in fondo al pozzo, per pensare? Lui risponde che sì era necessario, perchè non ci sono distrazioni in fondo a un pozzo.

In  giro per casa, ultimamente, ci sono fumetti sul Giappone medioevale. Ogni tanto M. mi racconta qualcuna di queste storie.

Poi ho scoperto un blog. Chi lo scrive è tornato a vivere in Giappone dopo dieci anni di assenza. E ce lo racconta post, dopo post. Il primo comincia così:
 
Oggi, 16 agosto, comincio a mettere in fila queste quattro parole, giusto per segnare la data in cui ho deciso di entrare a far parte della sempre più folta schiera dei "bloggisti" (ma si dice così?), per raccontare al mondo intero (o comunque a chi avrà la pazienza di leggermi) le storie che scrivo dal Giappone.

Da Osaka, il viaggio di Urashima.





postato da alice121 ~ 01/09/2004 10:01 ~ commenti (3)
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