ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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martedì, agosto 31, 2004
 

Non esistono ponti che da Quito conducono a Berlino

Se non torni, vengo a prenderti io, con il pullman! Manuela rispose che se restava ancora potevano comprare anche una casa vicino all’acqua, lontana dai ladri e dai mendicanti. Che mentre lui guidava non avrebbe più sconvolto le budella dei passeggeri per arrivare primo, e per i deboli di stomaco ci sarebbe stato un sacchetto pulito,  ad ogni viaggio. Pedro si convinse e le raccontò dei figli, come ogni mese.

La conversazione fu interrotta dalla mano sinistra di  Casper, mentre con la destra accarezzava il sedere della donna.

Lei sospirò sulla cornetta muta.

 

Questo racconto non supera le 100 parole, l'idea è spiegata qui



postato da alice121 ~ 31/08/2004 11:42 ~ commenti (5)
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lunedì, agosto 30, 2004
 

Bevo anche un bicchiere d’acqua corretto, se non fai domande.

Sto vedendo La meglio gioventù.

Lo è seduto vicino a me, entrambi lo abbiamo già visto. A lui non è piaciuto.

I film per mio figlio si dividono in due categorie: quelli che sono pizze e quelli che sono bellissimi. I suoi giudizi sono imprevedibili: il Cerchio, per esempio, è bellissimo, mentre Cocoon è una pizza. Se il film appartiene alla categoria dei bellissimi e abbiamo la cassetta o il dvd, li vede circa 50 volte, fino a quando, cioè, impara i dialoghi a memoria. Al momento si sta concentrando su Mignon è partita, con Fran che fa la parte di Mignon e lui che interpreta tutti gli altri interlocutori della ragazzina francese, con particolare attenzione alla pronuncia romana delle parolacce presenti nel film.

Siccome il film in questione appartiene al genere pizza, parla.

Mamma?

Shhh….

Solo una domanda.

C’è qualcosa di me che ti fa schifo?

No.

Si, lo so io sono stato nella tua pancia, quindi nulla ti puo’ fare schifo, però…

Shhh…

Però se io ti sputassi in bocca, ti farebbe schifo?

Spingo il tasto P. Lo guardo.

Perché dovresti sputarmi in bocca? Comunque sì, mi darebbe fastidio.

Premo di nuovo la P.

C’è la scena più romantica del film, quella in cui Matteo e Giorgia sono nel bar davanti al jukebox.

A Fran invece no.

Sospiro.

Che storia è questa? Chiedo.

Ti ricordi l’altra settimana quando sembrava che mi stesse per venire la febbre e Fran mi ha portato un bicchiere d’acqua?

Sì.

Voleva prendersi la febbre anche lui, per non andare a scuola.

Ah.

Così ha pensato che un modo sicuro per ammalarsi fosse che io gli sputassi in bocca.

E tu?

Però gli faceva schifo, in effetti.

Quindi?

Così a me è venuto in mente di sputare nell’acqua. Lui l’ha girata con un cucchiaino e l’ha bevuta. Poi però non ho avuto la febbre e neanche lui.

Vorrei vedere il film…

Solo un’altra domanda e ti lascio tranquilla. Berresti un bicchiere d’acqua con un mio sputo?

Poi stai zitto?

Sì, giuro!
Mentre la bevo, mi fissa compiaciuto e dopo mantiene la promessa e non fa più domande, si limita solo a sbuffare di tanto in tanto.



postato da alice121 ~ 30/08/2004 11:21 ~ commenti (6)
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venerdì, agosto 27, 2004
 

Non solo un italiano
Non sono molte le cose in cui credo. Di sicuro a nulla che che non possa essere spiegato in modo razionale. C'è un esercito in cui però ho una fiducia totale che è costituito da tutte quelle persone invisibili che si chiamano volontari.Che si occupino di grandi o piccole cose non ha importanza. Enzo Baldoni era uno di loro. 




postato da alice121 ~ 27/08/2004 10:02 ~ commenti (3)
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giovedì, agosto 26, 2004
 

Esercizi in camicie (quando stirare genera incubi)

E’ pronta. La camicia avvelenata, intendo. Quella che con il calore della pelle, esala il veleno che paralizza il cuore. Sono anni che sperimento, provo, m’intossico in cantina. Nel bosco ho seppellito le cavie. Rimane l’ultima cavia morta, ma questa posso gettarla anche nel cassonetto: non ci sono tracce di veleno sul suo corpo, c’è solo quel cuore bloccato per sempre.

Stasera l’indosserà, dopo aver fatto la doccia. Gli chiederò di metterla senza maglietta. Glielo domanderò in un certo modo. Mi guarderà sorpreso e poi l’abbottonerà sorridente davanti allo specchio. E’ sempre lusingato quando gli parlo in un certo modo. Io sarò alle sue spalle. A rubargli lo sguardo mentre il suo cuore si arresta.
                                                                       *******

Sono le 19,53. Dove ho messo la ricevuta? La ricevuta in cui c’è il numero d’identificazione. Se non hanno il numero non mi consegnano le camicie, non possono rintracciarle. Eccola. Il pacco, sbrigati a fare il pacco. Corro. Tolgo la carta, le mani mi tremano: ho paura di rovinare la piega. Ora le sistemo. Le camicie bianche nel cassetto di destra, quelle colorate nel cassetto di sinistra. Il citofono, suona il citofono. Sta salendo. Tutto a posto? ha chiesto. Lo spezzatino è nel forno. L’accappatoio è sul termosifone, la tavola è apparecchiata, rimangono le candele da accendere. Quello lo lascio fare a lui, è il suo compito: gli piace accenderle, lo so. E’ tutto a posto, sì. Mio dio, mio dio. Ho sbagliato ancora: non ho staccato l’etichetta della lavanderia. Forse farà la doccia prima e dopo aprirà i cassetti. Ecco, gli miscelo l’acqua. Non troppo calda. Sorriderà per questa premura e dimenticherà di controllare che sia tutto a posto. E allora sarà veramente tutto in ordine.
                                                          ***************
E’ venuta Maria? - Chiede lui guardando le camicie piegate sul letto.

No. Risponde lei con una voce sottile che gli raggela lo stomaco.
Ho stirato io. - E sorride.

Ha scoperto l’esistenza di Ludovica! - Pensa lui.

Deve prender tempo: se riesce a capire chi puo’averlo visto, potrà elaborare una difesa pertinente.

Ne ho bruciate un paio. - Continua lei, rammaricata - Sulla schiena.-

Non preoccuparti: erano camicie consumate, che volevo eliminare. - Risponde lui con i muscoli che tornano leggeri e pensa, tranquillizzato: aveva quel tono perché si sentiva in colpa.

Poi aggiunge, ravviandosi i capelli con tutte e due le mani: Hai stirato anche quelle di Prada, perché? Maria è malata?.

Avevo voglia di fare qualcosa per te. Dice lei senza guardarlo.

Con quelle ho fatto attenzione: cioè, da principio mi sono distratta e allora per rimediare…

Lui ne spiega una.

Spalanca inorridito gli occhi: le maniche sono recise all’attacco delle ascelle. Apre la seconda, quella celeste, la più costosa: la stoffa del retro è divisa in strisce dello spessore di un centimetro.

Si siede sul bordo del letto e comincia a piangere.







postato da alice121 ~ 26/08/2004 10:39 ~ commenti (9)
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martedì, agosto 24, 2004
 

Cenerentola va al ballo, ma senza usare la zucca.
All’incrocio che c’è sotto casa ci sono due panchine. Chiamarlo incrocio è corretto – perché è un punto in cui confluiscono quattro strade, ma è anche fuorviante. Perché dopo le cinque del pomeriggio ci si potrebbe fare un picnic o giocare a pallavolo, a seconda dei gusti. Comunque le panchine. Su queste panchine non si siede mai nessuno, a parte quelli che passano un brutto momento. Nelle strade che conducono all’incrocio ci sono dei negozi. Ora questa precisazione sembra superflua, invece non lo è. Perché vivendo in un paese – l’Olanda è fatta di paesi uno adiacente all’altro – è insolito che io abiti proprio vicino a dei negozi, perché qui i negozi sono raggruppati, cioè diciamo che esiste una zona notte e una zona giorno. Alle 12 c’è la pausa pranzo e i commessi pranzano (con un panino e una tazza di caffè e bevono una spremuta d’arancia, di mango o d’ananas da un litro) nel retro dei negozi, di solito. C’è un caffè con dei tavolini sulla strada principale, ma non è frequentato dai commessi, ma da signore ben vestite con i capelli d’argento. A 200 metri dalla strada commerciale, c’è un bosco attraversato da canali, ma non credo che abbiano il tempo di arrivare fin lì. Al posto loro mi sistemerei sulle panchine, ma non la fa nessuno, a parte quelli che passano un brutto momento. Poi c’è la tipa che lavora nella libreria. Credo che sia intorno ai 25, non che sia brutta: è magra, alta, capelli lunghi biondi, occhialini argentati, insomma non ha nulla che ti faccia dire: accidenti, non si puo’ guardare. Ha un aspetto dimesso, questo sì. Se scegliesse vestiti diversi, cambiasse il taglio dei capelli o la montatura degli occhiali, diventerebbe carina. Comunque, lei mangia nello stanzino che contiene i secchi della spazzatura. Posa il caffè bollente su un coperchio, il pacchetto di sigarette su un altro, morde il suo panino dentro questo bugigattolo puzzolente cosparso di cartacce e di cicche, guarda verso l’esterno con uno sguardo un po’ malinconico. E a pochi metri da lei, c’è una delle due panchine dell’incrocio. Vieni fuori da quel buco, vorrei dirle. Siediti là, c’è il sole oggi e non si sentono odori sgradevoli. Ma credo che se mi rivolgessi a lei con una frase del genere, mi guarderebbe come se fossi un’aliena. Se entro nello stanzino per gettare la spazzatura e lei sta fumando, abbassa lo sguardo come se si vergognasse. Comunque ieri sera mi accorgo che non ho più sigarette, prendo la macchina e vado ad un pub di un paese vicino al mio. Dall’ingresso escono delle persone. L’ultima, una tipa sui 25, capelli arricciati, viso truccato, gonna molto corta, mi saluta. E sorride. Sorride forse della mia aria perplessa. Cerco di identificarla, ma proprio non ricordo dove possa averla incontrata. La tipa si sistema sul sedile posteriore di una bicicletta di un’amica. Le gambe scoperte, la gonna è veramente corta. Quando la bicicletta parte, lei si gira, fa un altro sorriso poi mette su lo sguardo dimesso: e scopro che è lei, la ragazza della libreria.




postato da alice121 ~ 24/08/2004 11:29 ~ commenti (5)
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domenica, agosto 22, 2004
 

Pensavo di essere sola e invece…

Dopo aver accompagnato M. all’aeroporto, Fran davanti ad un cinema, Lo ad una chiatta per fare un giro sui canali, metto il cartellino fuori servizio e imbocco l’autostrada. Al bivio ho un attimo d’incertezza se proseguire verso il mare, ma la voce di Oliver Shanti sparisce e decido di tornare a casa. Magari sistemo un po’, oppure preparo la cena, o meglio ancora non faccio nulla.

Entro, lancio le scarpe verso quella stanza che ha il nome di cantina, ma che potrebbe essere anche chiamata stanza della vergogna o degli oggetti perduti. Il nome è soggettivo: dipende dall'età, dallo stato d'animo, da variabili che è impossibile definire. Perché lì depositiamo quello che non ci serve più, quello che usiamo ogni tanto e anche le scorte alimentari, gli oggetti destinati a scomparire e le scarpe. Mentre salgo il primo gradino, mi ricordo del biscotto che avevo lasciato sullo scaffale per verificare se il topo, che aveva divorato allegramente lasagne, barrette di cioccolato e pinoli, ma che aveva disdegnato pastina e semolino, sia morto. In effetti la ciotola in cui avevo versato semi rossi che gli disseccano le budella, era intatta da qualche giorno. Eppure perché ogni volta che sono in quella stanza a svuotare una lavatrice, mi sento osservata? E perché gli escrementi sulle tavole bianche mi sembra che continuino ad aumentare?

Perché non pulisci tu? Avevo chiesto a M. con voce suadente. Io proprio non ci riesco a togliere quella robaccia.

Sì, sì, poi lo faccio. Comunque hai troppa immaginazione, Ali. A quest'ora si è trasformato in una mummia, stai tranquilla.

E se fosse un topo assaggiatore?

Un topo assaggiatore? Ma dove l’hai sentita questa storia?

L’ho letta da qualche parte sulla rete.

La rete….sai quante ne scrivono…

Ed è partito sorridente per Roma.

E io vado a controllare il biscotto, vicino alla ciotola con i semi rossi. E il biscotto è sparito, cioè ne è rimasto giusto una briciola, la ciotola invece è piena e lui, il nipote dell'assaggiatore, è da qualche parte che mi osserva nell'ombra, lo so.




postato da alice121 ~ 22/08/2004 16:21 ~ commenti (8)
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venerdì, agosto 20, 2004
 

Tra Londra e la provincia olandese puo’ non esserci differenza

Diana ci offre una cena d’addio: a fine agosto si trasferisce a Londra.

Che fortuna, le dico. Invece io vorrei continuare a vivere qui, risponde lei.

La conversazione ci divide in due gruppi: quello che parla dei vantaggi di una vita senza stress tra i tulipani e quello che parla di maschi.

M. esordisce così: è difficile trovare un olandese brutto.

Io: stai scherzando? Guardati intorno!

Il pub dove ceniamo ha le pareti blu e marroni, un po’ opprimenti. I tavoli sono occupati prevalentemente da uomini.

R. corregge: forse intendeva dire che hanno tratti regolari, che sono alti. Gli olandesi sono tra i più alti in Europa.

Io: i nasetti a punta e i capelli biondicci non mi piacciono. I tratti regolari non sono sinonimo di bellezza.

M: il problema degli olandesi è che sono trasandati. Mangiano male, non fanno caso all’abbigliamento. Però hanno certi fisici…

Io: certe pance colme di birra, intendi.

M: mica tutti.

Io: guarda quei due. Sono orrendi.

M: no, invece. Non gli manca niente, non sono nemmeno grassi.

Io: Uno sembra la versione di Stanlio. E poi è paonazzo: se entra in una stanza buia, non hai bisogno di accendere la luce. L’altro sembra un manichino dell’oviesse.

R.: il punto di partenza è stabilire cosa s’intenda per bellezza.

Io: oddio!

M.: che succede?

Io: Al manichino dell’oviesse è caduto l’accendino, si è chinato per raccoglierlo e gli si è scomposto il capello. Ecco perché li porta così lunghi: serve a nascondere il vuoto che ha in cima.

R: quello è un espediente usato anche dai maschi italiani.

Io: da quelli sopra ai cinquanta, vuoi dire. Gli under 50, che hanno questo problema, li portano corti e non usano questi sotterfugi.

Nel frattempo i due, dopo essere stati esaminati, indicati, guardati, ci fanno ciao con la mano. Il biondo, quello con la faccia rossa che sembra Stanlio, alza il bicchiere e strizza l’occhio. L’altro, quello che assomiglia al manichino dell’oviesse, ma che dopo la scoperta del risvolto ingannatore sembra piuttosto frate Tak, solleva anche lui la sua birretta e sorride.

Io a M. : perché non vai a berti qualcosa con loro?

M.: L’invito era per te e R.

R.: Ma no! L’invito era diretto a voi.

Inizia così un'altra discussione, ci dimentichiamo dei tipi e quando rialziamo lo sguardo, scopriamo che se ne sono andati e che al loro tavolo si sono seduti altri due. La valutazione ricomincia, fuori piove, e in fondo ogni posto equivale ad un altro, se ridi.



postato da alice121 ~ 20/08/2004 12:01 ~ commenti (4)
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lunedì, agosto 16, 2004
 

Per fortuna oggi piove.

I bagnini del Mare del Nord indossano costumi identici a quello del nuotatore australiano Ian Thorpe, orpelli di vario tipo e tengono in mano un corno che suonano quando i bagnanti superano la seconda onda. Sorvegliano il mare in due. C'è poi un altro duetto, con costume e canotta super aderente, oggettini di vario tipo che non saprei descrivere, che sono destinati al salvataggio. Ieri dopo che il corno è suonato in un certo modo, la seconda coppia è comparsa dal nulla, i due bagnini sorveglianti hanno afferrato il gommone verso prua, loro, i bagnini salvatori, verso poppa, in quattro secondi hanno superato la prima onda, la coppia priva di corno è salita a bordo, uno ha messo in moto, l’altro ha preso posizione a prua e hanno raggiunto un catamarano a largo. Bè insomma i quattro, durante questa operazione, facevano la loro figura, bisogna ammetterlo, anche perché il resto dei bagnanti lasciava molto a desiderare. Alti sono alti questi olandesi, non c’è dubbio, bianchi sono bianchi, ma ahimè, le maniglie dell’amore non si contano più dai trenta anni in su.

Il tipo che mette sdraio e lettini, invece, si occupa solo di quello. E non pulisce nemmeno la spiaggia con il rastrello. E’ un lavoro che viene fatto dalla macchine a fine stagione. E non esiste una spiaggia libera. Cioè se paghi hai diritto ad un paravento e a due lettini, oppure ti porti la tenda da casa e ti metti dove ti pare. Siccome ieri era il 15, la sabbia era piena di lattine, cartacce e buste, ma nessuno ci faceva caso. Se cammini 3 - 4 cento metri verso Scheveningen, che da lontano sembrava San Francisco vista da Alcatraz in una mattina di nebbia, scavalchi i canali e gli sbarramenti di sabbia che bambini e adulti costruiscono ininterrottamente, superi la spiaggia dei nudisti, che però era vuota a parte un coppia che saltellava tra le onde, e come dice una mia amica, non era affatto un belvedere, scopri una sabbia senza impronte e senza cicche. Eravamo soli, solissimi, a parte le vele colorate dei catamarani all’orizzonte e una colonia di giovani gabbiani che prendeva il sole. E mentre Fran e Lo rotolavano sulle dune, potevo riflettere sul perché nei lidi italiani si costruiscono castelli di sabbia e qui si scavano invece buche enormi e sbarramenti. Poi magari avrei voluto leggere il libro che mi ero portata, ma potevo lasciare i figli soli tra quelle onde? Qui non c’erano le cartacce ma nemmeno i tipi con il corno. E urlare di non superare la seconda onda non serviva a nulla perché non si sentiva o facevano finta, non so. Così sono stata costretta a fare il bagno anche io per un’ora e più. E ho scoperto che se è il mare è mosso, non ti accorgi che l’acqua è fredda. Poi quando sono uscita, ero così rimbambita che la voglia di leggere o di pensare era andata via del tutto. Sono tornati a casa eccitatissimi, con il programma di ritornare verso le 4 dopo la scuola, ma per fortuna oggi piove.



postato da alice121 ~ 16/08/2004 11:37 ~ commenti (5)
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venerdì, agosto 13, 2004
 
Da qualche parte sta per arrivare ferragosto

Mi sembra di essere avanti con il tempo, in un anticipo un po’ forzato.

Intanto stanotte ho dormito con il piumone, poi c’è stato un temporale che illuminava la casa come fosse giorno e alle cinque siamo stati svegliati da urla agghiaccianti, ma erano solo dei tipi che si erano riparati dalla pioggia sotto il portico di un negozio. Erano in 4, con una confezione di birra a testa. Se le sono scolate divertendosi molto, in un oretta circa. Quando sono ripartiti sulle bici, con fatica e in equilibrio precario, mi sono alzata. Alle 8 mi sembrava mezzogiorno, anche se era tornato il buio per un altro temporale, senza lampi questa volta.

Le valigie sono state svuotate, il frigorifero riempito, i bambini sono a scuola, l’abbronzatura si sta schiarendo, potrebbe essere settembre, ma anche ottobre. Questo sole del Nord non colora. Quando sono stata in spiaggia due giorni fa, erano tutti bianchissimi. Non tutti, ha detto M. Ci siamo noi ad essere scuri e anche loro. Loro erano un gruppo di ragazzi arabi. Così mentre mi spiegava cosa lo affascinava e cosa lo lasciava perplesso del buddismo, mi sono messa ad osservare i gabbiani e le taccole che si contendevano gli avanzi dei picnic. E ho pensato che gli olandesi erano i gabbiani: bianchi ed enormi e gli arabi e noi, invece, di proporzioni minori e scuri, eravamo le taccole. M. ha detto che lui non si sentiva rappresentato da una taccola, se non altro per l’altezza. Invece sbagliava. Perché con il suo 1,83 è alto come una donna del Nord, non come un uomo.

La rete è deserta, come le città, immagino. Da qualche parte fervono i preparativi per la festa di ferragosto, si decide il numero di bistecche da arrostire sulla brace, il vino e la musica, chissà se c’è il sole sulla spiaggia italiana, oggi qui piove e domani faremo un barbecue anche noi, al chiuso però. Non festeggeremo l’estate, ma parleremo delle attività che cominceranno la prossima settimana. Ma si sta così bene senza fare e programmare nulla.




postato da alice121 ~ 13/08/2004 12:24 ~ commenti (3)
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mercoledì, agosto 11, 2004
 

Quando i vicini sono verdi

Non sono ancora le sette quando soffio sulla tazza di caffè e mi accorgo che qualcosa è cambiato. I tetti degli studenti sono vuoti, senza bicchieri e bottiglie, ci sono solo le sedie di plastica e un tavolo rovesciato. Sono in vacanza, magari in Italia. Ne ho conosciuti giusto due quando ero in treno. Biondi, con i sandali e abbronzati. Ho pensato che fossero tedeschi, ma poi hanno cominciato a parlare e ho capito. Anche i miei figli hanno riconosciuto i suoni. Ho intuito che Lo stava per parlare e gli ho detto: stai zitto. Sapevo quello che voleva dire, qualche parola nella loro lingua con parolaccia finale. Un po’ come si fa con i fuochi pirotecnici che si riserva quello più spettacolare per ultimo. Ad un certo punto uno dei due mi ha chiesto quanto mancava per un paese. Me lo ha domandato in italiano, scandendo le parole, ma le ha pronunciate in modo corretto. Poco, ho risposto. Scendiamo anche noi lì. Allora ha voluto sapere se conoscevo un certo campeggio, se lo potevano raggiungere a piedi. Si potrebbe, ho risposto, poi ho guardato gli zaini e ho aggiunto: con un autobus sarebbe meglio. Siamo stati senza parlare per un po’: Fran è tornato a leggere Dylan Dog, ma Lo non riusciva più a trattenersi. Allora ho detto in inglese: viviamo anche noi in Olanda. Così abbiamo scoperto che abitavamo a pochi chilometri di distanza. Abbiamo chiacchierato fino a che il treno si è fermato e anche dopo quando siamo scesi. Lo si è distratto e non ha pensato più alle parolacce, loro erano simpatici e hanno riportato la bilancia in parità. Perché da quando ero arrivata in Italia non facevo altro che discutere, litigare forse è più esatto, con un olandese. Un olandese che vive a Roma e che si è integrato talmente bene da dimenticare la regola che ogni dutch doc rispetta: seguire le regole.

Comunque mentre annuso l’aria oltre il caffè, mi accorgo che non arriva l’odore di pioggia, di letame o di piante. C’è invece un odore nauseabondo di fritto.

A pochi metri da me, la porta di quello che è un ufficio è aperta. La puzza proviene da lì. Non ho tempo di supporre o di immaginare. Perché dall’ingresso esce un gigante che abbassa la testa per passare. Capelli a spazzola, canotta verde strappata sulla schiena, pantaloni dello stesso colore che gli coprono le ginocchia e piedi enormi senza scarpe. Cammina avanti e indietro sui sassi che ricoprono il tetto piatto. Gonfia i bicipiti al cielo. Peccato che Lo dorma ancora perché forse avrebbe saputo dirmi quale fosse il nome dell’uomo verde perché questo tipo pare proprio lui. Entro dentro casa attenta a non far rumore. In certi momenti non devono esserci spettatori.



postato da alice121 ~ 11/08/2004 10:12 ~ commenti (3)
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lunedì, agosto 09, 2004
 

E l'estate continua

Visto dal cielo, il mare d’Olanda sembra azzurro proprio come il Mediterraneo. E’ il sole che fa la differenza, e oggi il sole riscaldava pure troppo.

Ieri sera, in un giardino ventilato della Maremma, si festeggiava il compleanno dei gemelli e il gemello maschio aveva fatto un eccellente tiramisù e anche delle crepes. La gemella femmina, invece li aveva comprati i dolci. Poi qualcuno ha detto: eh mi ricordo quando ci fu la festa dei 18 anni… E io c’ero? Ho chiesto. Non mi ricordo, ma mi pare proprio di no. Non c’ero in effetti, ero in Grecia. Ma ero all’inizio o alla fine della vacanza? Ero ad Atene o a Creta? Consumavo ancora 2 pasti o ero passata già ad uno? Ed erano le chiacchiere di sottofondo, il prosecco, la musica o l’aria della Maremma a farmi perdere tra queste domande? Poi qualcuno ha interrotto il flusso e mi ha detto: se penso che i tuoi bambini l’11 agosto saranno a scuola, mi viene una tristezza…Loro, i bambini, hanno captato a volo questa frase che esprimeva la loro condizione di paria e hanno abbassato sul prato perfetto uno sguardo mesto. E io sono rimasta senza parole, per quello sguardo simultaneo e identico, anche se un po’ innaturale come il prato perfetto. M. invece, dopo qualche secondo, ha parato il colpo che poteva mettere in pericolo il ritorno a casa e ha replicato: guarda che tu li vedi qui, adesso, pensi che non sia cambiato nulla, mentre in Olanda hanno un’altra vita e agosto non è come lo immagini: l’aria che bolle, le serrande abbassate, le cicale alle tre del pomeriggio; ha aggiunto anche altre cose che non ricordo, però lo sguardo mesto rivolto al prato perfetto è scomparso e sono spariti anche loro da qualche parte.

E immaginavo di trovare un po’ di pioggia, e di mettermi una felpa verso sera. E invece ci sono 30 – 35 gradi, poco vento ed è più agosto qui che in Maremma o a Roma. E allora punto il mouse sulla x e me ne vado al mare prima che il sole sparisca, e l'estate continua.



postato da alice121 ~ 09/08/2004 21:23 ~ commenti (2)
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