ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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domenica, luglio 11, 2004
 

Tre motivi per partire, ma ce ne sarebbero molti di più.

Alcuni affermano che l’estate è finita, ma sono i siciliani i pessimisti, e ieri c’era il sole e con una barchetta siamo passati sotto un canale, buio, puzzolente e lungamente suggestivo. Ma oggi, oggi è di nuovo grigio inverno.

Domani è il mio compleanno, e che non mi piacciono le torte, il gelato al cioccolato nocciola sì, ma solo quello di una certa gelateria.

Che in questa ultima settimana quando sono passata con la macchina per una certa strada con una curva a gomito, ho messo la freccia per ben due volte. E che, insomma, le regole stradali vanno rispettate, ma senza scivolare nell’assurdo.

Me ne vado per un po’. Diciamo per un mese.

A chi passa da queste parti: buone vacanze.



postato da alice121 ~ 11/07/2004 08:17 ~ commenti (14)
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venerdì, luglio 09, 2004
 

Segnalazioni
Qualche link che fa tanto blog:
Le mie terre Radio di Pietro B. in diretta dopo le 21.30
Un'analisi di Giulio Mozzi
sulla scrittura da blog.
Un pezzo molto bello di
Roberto Tossani  su L' Inconsolabile, Pavese e Baricco.

 








postato da alice121 ~ 09/07/2004 11:47 ~ commenti
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giovedì, luglio 08, 2004
 

Sintesi frettolosa di una conversazione tra ibridi

Mi chino davanti al frigo, che è piccolo e simile ad un pozzo nero.

E infatti, rovistando con la mano a casaccio, estraggo la scatola delle uova dove l’etichetta riporta la scadenza di novembre 2003.

L’apro con circospezione.

Un battito d’ali mi spaventa e lascio cadere la confezione. L’involucro di un guscio diviso a metà si frantuma sul pavimento. Il frullio proveniva da un essere chiuso all’interno: un uccellino, che ricorda vagamente un pulcino, ma di dimensioni ridotte, si posa su un ramo della pianta di rosmarino sul davanzale della finestra. Il pulcino è bianco, con ali minuscole non adatte al volo, tuttavia vola e parla.

Era ora che mi trovassi: non ne potevo più di stare al buio della scatola.

Ma?!

Nessuno stupore, per piacere. Non mi va di spiegare la mia esistenza. Se non fai domande parliamo, ma al primo segnale di curiosità, mi ammutolisco e vado via. Poniamola così: io sono un ibrido.

Mi dispiace di averti lasciato al freddo.

Sono nato nel gelo io, quindi non mi lamento. Era stare chiuso nella scatola che mi faceva diventare pazzo. E un po’ lo sono diventato se sto qui a parlare con te.

Sai: quel frigo è scomodo. E la roba ci scompare, a volte.

Un frigo nasconde, ma non ruba!

E’ la casa che nasconde, veramente.

Il frigo è il cuore della casa! E la casa è il guscio della famiglia. E la vita di una famiglia si alimenta con il cuore, dunque attraverso il frigorifero. E ora apri la finestra che ho fretta.

Perchè?

Ho una missione da portare a termine: andare in giro per il mondo a diffondere la teoria del frigo che ti ho appena accennato. Con te non c’è nulla da fare: si capisce che sei ostile.

Parla, invece, sono curiosa di sapere di più.

Il pulcino ibrido, sbatte le ali come se stesse per spiccare il volo, poi le ricompone in ordine.

Dice: nel tuo frigorifero c’è poco cibo. Non ci sono bibite, né avanzi di pasti. Non ci sono verdure nel cassetto.

Alcune cose le tengo in quello della cantina.

E’ un errore, questo. Chi scende a prendere quello che serve, eh?

Be’ i ragazzi o io…

E sono contenti o hanno paura?

Si seccano, a volte. Quanto alla paura…Il piccolo, quando è buio, sì, ce l’ha, ma scende con la spada, nel caso servisse.

E ricorderà per tutta la vita: mia madre mi obbligava a scendere in cantina nell’oscurità.

Certe paure bisogna superarle.

Scrolla le penne, infastidito. Continua:

Devi portare il frigo grande in cucina. Il suo posto è qui e devi togliere quell’insulso carrello.

E’ comodo il carrello e poi c’è lo stereo sopra.

Non mi ascolta e seguita:

I ragazzi tornano dalla scuola, aprono il portello del frigo enorme e sorridono alle coca cole, ai gelati, ai budini e alle torte.

Questa è un’immagine televisiva, una pubblicità.

Il pulcino apre il becco, sembra indignato, poi riprende:

Tu cucini poco, questo è un male. Troppe verdure bollite, troppe minestre.

Dipende dal momento. In questo periodo non ho voglio di affettare, pelare, pesare..

Non è ammesso! Non dalla mia teoria. Tu sei una casalinga! Uno dei tuoi doveri è preparare pietanze elaborate.

Io non sono una casalinga.

Sei una disoccupata allora.

Nemmeno. Non cerco un lavoro e sono occupata in molte faccende.

Non fai neanche la helper scolastica. Come ti identifichi?

Bisogna necessariamente fare per essere?

Non ricorrere a della filosofia da quattro soldi.

Ci rifletto su. Potrei dirgli che sono una lettrice o una scrittrice, un'ascoltatrice o una blogger, ma si irriterebbe. E’ un tradizionale questo pulcino ibrido. Carino è carino, un po’ bacchettone per i miei gusti. Potrei mentire e magari si tratterrebbe qui. Però sembra uno a cui non va mai bene nulla.

Alzo gli occhi verso il ripiano più alto del carrello. Lì c’è una pianta di peperoncino. Su un ramo senza foglie c’è un corvo in miniatura. Anche lui è venuto fuori da un uovo scaduto.

Il pulcino segue il mio sguardo e lo vede.

Mi piacerebbe che tu restassi qui, potresti fargli compagnia, -dico - indicando il corvo. Non ha la tua proprietà di linguaggio, in effetti conosce solo 2 parole, ma ci intendiamo alla perfezione io e lui.

Il pulcino guarda con disprezzo il piccolo corvo, poi ripete la domanda.

Allora, sai dirmi chi sei?

Sono un ibrido umano, senza teorie e senza credi da diffondere nel mondo, rispondo.

Ondeggia le ali, seccato.

Apro la finestra e lui fugge via, volando con la velocità del falco.

E a quel punto che Carpe Diem abbandona il ramo su cui era appollaiato e viene a posarsi sulla mia spalla.



postato da alice121 ~ 08/07/2004 09:02 ~ commenti (4)
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mercoledì, luglio 07, 2004
 
Quando una parentesi mente

Cercando con Google, ho trovato questo sito. Uno dei racconti è mio (Tra un po’) ed è stato pubblicato sulla rete da FaM. Degli altri autori che compaiono nella lista, conosco solo (virtualmente) Briciola. La faccenda mi infastidisce un po'. Gli autori sono citati, è vero, ma la parentesi è bugiarda. Perché a me, Francesca, l’autorizzazione non l’ha chiesta.




postato da alice121 ~ 07/07/2004 10:39 ~ commenti (6)
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martedì, luglio 06, 2004
 

Se rinasco sotto forma animale sarò una scimmia, ne sono certa.

Da qualche giorno mi arrabbio con dei semisconosciuti. E non posso nemmeno dare la colpa al caldo o alla stanchezza. Forse è arrivato il momento che cambi aria e che vada a bollire per qualche tempo in terra italiana. Il fatto è che litigare con questi nordici è stressante, non ti sfoghi:  ti guardano imbambolati o indifferenti e tacciono o, se sono dei tipi impulsivi, bisbigliano. Il primo della lista dei miei litigi non consumati, è un barista di un posto in cui vado di tanto in tanto a prendere un toast. Sono costretta ad andare lì per una serie di motivi. Scelgo sempre un Vlam toast dentro cui c’è una poltiglia di carne non identificabile, molto piccante. Il Vlam si trova in tutti i pub olandesi ed è surgelato. Quindi quando ordini un Vlam , il tipo deve tirarlo fuori dal congelatore, riportarlo in vita nel microonde, dargli una tostatina perché in fondo è un toast e dividerlo in due triangoli. Facile. Però. Il tipo del pub in cui vado, concentra la caratteristica del cameriere olandese, che è quella della lentezza. Non corrono buoni rapporti tra di noi e sono ormai tre anni che vengo in questo posto con regolarità. Intanto già la sua faccia mi sta antipatica. Poi, più volte, quando ho precisato che avevo fretta, si è dimenticato del Vlam che tostava, perché è un appassionato di videogiochi e nel suo bar ce ne sono giusto un paio, e io sono rimasta a digiuno con il conseguente calo di zuccheri. Ma anche quando non gioca, quando è dietro al bancone, è di una lentezza esasperante, che solo a vederlo mi fa saltare i nervi, be’ non sempre. Di solito, se non ho fretta, leggo un libro e aspetto con pazienza i miei 20, 30 minuti. Che poi tutto questo gran da fare non c’è tra le due e le tre, che l’ora del pasto è bella e finita. A quell’ora la gente che entra, consuma patatine in busta e cola che lui serve senza bicchiere. Se glielo chiedi, te lo dà il bicchiere, però lo devi riempire da solo. Comunque, ordino il Vlam e una bibita.  Indico la bibita che è nel frigorifero a due metri da me. Le prende tutte, tranne quella che voglio. Alla fine gli dico: è facile, è l’unica che non hai toccato. Lui ricomincia il giro, evitando ancora una volta di toccare la bottiglietta.

Mi guarda, lo guardo.

Ha la pelle bianca e congestionata. I capelli a spazzola mantenuti in piedi dal gel.

Sei brutto gli dicono i miei occhi.

Non voglio che vieni più in questo bar, suggeriscono i suoi.

Rinuncio a bere e aspetto il Vlam in piedi vicino alla cassa, giusto per stressarlo ancora un po’. Mi serve il toast dopo 5 minuti esatti. E’ la prima volta che succede da tre anni in qua, sono sconcertata. L’avevo frainteso, penso.

Poi mi accorgo che l’ha rianimato senza staccare l’etichetta adesiva. La tolgo io l’etichetta. I due triangoli si sgretolano. Prendo i pezzetti e glieli ordino in fila sul bancone. Lui mi fissa con un sorriso sprezzante. Io gli dico qualcosa in italiano, tanto per stimolare il nostro feeling.

Mi commuovo quasi quando ripenso ad un altro bar.

Il secondo della lista dei litigi non consumati come avrei voluto,  è il raccoglitore di foglie che gira sui tetti piatti delle case. Siccome sono circondate da alberi altissimi e il vento è perenne, il raccoglitore di foglie viene una volta la settimana. All’inizio il rapporto tra di noi era cordiale. Lui aveva preso l’abitudine di salutarmi con un Buongiorno a cui io rispondevo con un Goedemorgen. Poi, nel tempo, è diventato un po’ ossessivo, magari voleva fare il gentile, non so. Solo che mi ripeteva questo Buongiorno, cinque o sei volte nell’arco del suo lavoro d’aspirazione, sia che fossi in veranda, nella stanza dove scrivo o nel soggiorno. Buongiorno e spegneva l’aspiratore e stava imbambolato a guardarmi. Io avrei dovuto dirgli qualche frase sul tempo o su un argomento attinente al suo lavoro e invece dopo aver risposto al saluto, andavo da un’altra parte. Lui deve essersi offeso del mio comportamento poco sociale e ha cominciato a indugiare nella raccolta delle foglie nello spiazzo davanti alla stanza in cui scrivo. Mentre lavorava guardava dentro con insistenza, fino a che un giorno gli ho tirato la tenda in faccia. E’ stata in quell’occasione che mi ha fatto il primo dispetto. Ha buttato giù il pallone con cui Lo giocava il pomeriggio. Ero sicura che fosse stato lui, ma non l’avevo visto. La settimana successiva scompare un altro pallone. Lo blocco quando scende la scala con cui sale sui tetti piatti, ma nega di aver a che fare con le palle che nel frattempo sono state inghiottite dai pozzi dei giardini sottostanti. Pozzi immaginari, ovvio, che qui in Olanda non esistono i pozzi, per lo meno non in questa zona. Ma nessuno dei proprietari dei giardini li ha trovati.

Ieri è tornato. Io mi sono seduta sui gradini con un pallone di cuoio vicino ai piedi. Precedentemente avevo raccolto le foglie. Ha aspirato qualcosa di inesistente e poi è andato via. Tot ziens gli ho detto. Ha borbottato qualcosa che non era un arrivederci.

M. si è divertito quando gli ho raccontato questi due episodi. Io penso che li trasformerò in storie violente in cui i protagonisti fanno una brutta fine.



postato da alice121 ~ 06/07/2004 12:09 ~ commenti (8)
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lunedì, luglio 05, 2004
 

E’ morto Mbre Mbre.

Me lo dice mia sorella al telefono, tra una chiacchiera e l’altra.

E’ arrivato un telegramma indirizzato agli inquilini del palazzo e gli abbiamo portato un mazzo di fiori prima che il becchino sigillasse la bara - continua, alla mia esclamazione di stupore.

E lo sai? Portava una parrucca.

Una parrucca? Come era fatta?

Non lo so, non mi ricordo.

Hai notato che aveva una parrucca e non sai descrivermi come era? I capelli erano scuri o chiari: dimmi almeno un particolare che io la possa immaginare.

Era…discreta, dice lei.

Non che io sia cinica, ma il tipo che è morto era del 1910, è stato ricoverato una settimana in un ospedale per accertamenti e una mattina le infermiere si sono accorte che non respirava più.

Era uno degli abitanti del palazzo dove ho vissuto fino a 23 anni.

Lui però aveva traslocato già da tempo, quando io sono andata a stare per conto mio.

Mbre Mbre era il soprannome che gli avevano cucito addosso mia madre e la sua amica per via del viso che gli tremava quando parlava, ma anche quando stava zitto. Assomigliava a quei cagnolini di peluche che, un tempo, si vedevano ondeggiare nel ripiano posteriore delle auto.

Era basso Mbre Mbre e un po’ obeso. E calvo. Di una calvizie che impressionava perché non c’era nemmeno il ricordo di un capello. E mi suscitava il desiderio, quando l’incontravo, di chiedergli il permesso di passare un dito su quel cranio liscio e lucido per saggiarne la consistenza.

Portava degli occhialetti di tartaruga dietro cui sporgevano un paio d’occhi gonfi e semichiusi ed era gentilissimo con tutti, anche con me che ero una bambina. Apriva il portone d’ingresso e mi faceva un mezzo inchino, diceva un prego e mi lasciava entrare in ascensore e la moneta per farlo partire la metteva sempre lui. Credo che fosse anche l’unico a infilarla nella fessura del contenitore metallico senza recuperarla. Gli altri abitanti del palazzo avevano fatto un buco alle dieci lire a cui avevano attaccato un filo e quindi, quando un condomino avvistava, attraverso il portone di vetro, qualcuno che saliva le scale si affrettava a premere il pulsante corrispondente al piano mentre quello trafficava con le chiavi e se non riusciva a partire in tempo, cominciava a rovistare nel borsellino scuotendo la testa, che era sprovvisto delle dieci lire. Io la moneta non l’avevo, neanche quella attaccata al filo, e i sei piani li facevo a piedi. E quegli avari cercavano tra gli spiccioli fino a che io non arrivavo alla rampa del secondo piano e quando mi superavano con l’ascensore, dicevano: Sali, sali, che ti irrobustisci le gambe.

Mbre Mbre viveva con la madre, vecchissima, minuscola e paralitica. Era il figlio a prendersi cura di lei: gli faceva persino la tinta ai capelli con l’argento e si occupava anche delle pulizie della casa. Era impiegato in un ministero e non aveva un gran stipendio, però sosteneva delle spese assurde che istigavano i vicini a chiedersi di quali altri redditi disponesse.

Tutte le mattine alle 7,45, un taxi lo aspettava davanti casa e con lo stesso faceva ritorno alle 14,30. E la spesa gli veniva consegnata dal garzone del fornaio. Lussi esagerati per un impiegato ministeriale e in contraddizione con il fatto che non aveva una donna che lavasse i pavimenti al posto suo.

A me faceva pena: perché era brutto e conduceva una vita misera e perché era gentile.

Qualche volta sono stata a casa sua. Mi mandava mia madre quando gli mancava un uovo o aveva finito lo zucchero: lui era sempre rifornito di tutto.

Gli occorrevano alcuni minuti prima di aprire la porta. Sentivo il fruscio dei suoi passi strascicati nel corridoio, poi lo scricchiolio del legno: era lui che controllava dallo spioncino; poi seguiva un rumore dei catenacci e infine compariva con addosso una vestaglia verde a quadri rossi e gialli e delle ciabatte di pelle marrone. Il corridoio era buio, mal illuminato da una lampadina che pendeva dal soffitto, proprio vicino all’ingresso. Appena varcavo la soglia, mi faceva un piccolo inchino, portandosi la mano al petto e abbassando il testone lucido, poi mi accompagnava a salutare sua madre che era seduta in una poltrona nella prima stanza sulla sinistra e guardava la televisione. Lei mi dava una Rossana che io accettavo, ogni volta con questa frase, non proprio cortese: le caramelle non mi piacciono, la porterò a mia sorella. E la vecchietta rispondeva: che brava bambina.

Poi seguivo Mbre Mbre di nuovo nel corridoio e lui apriva un armadio bianco da cui tirava fuori una scatola piena di pezzi di un formaggio duro simile al pecorino. Dall’armadio si spandeva un odore di muffa, di vecchio, però il formaggio era buono e ne chiedevo sempre un secondo pezzo.

Un giorno sua madre è morta nel sonno proprio come è successo a lui e tutti i condomini sono andati a casa sua per non farlo stare solo. La vecchia era distesa sul letto con un fazzoletto che gli teneva chiusa la bocca e le mani erano intrecciate sulla pancia e le unghie erano viola scuro, quasi nere. In cucina, su un tavolo di marmo, c’erano i biscotti e gli aperitivi, ma tutte le porte del resto della casa erano chiuse a chiave. Lo so perché ho sentito uno del secondo piano che lo raccontava agli altri condomini mentre portavano via la bara. Mbre Mbre non piangeva quel giorno, si preoccupava invecedi riempire i bicchieri non appena si svuotavano.

Quelli del palazzo dicevano che in quella casa c’era qualcosa di strano e che la morte della madre era circondata dal mistero.

Comunque due giorni dopo il funerale Mbre Mbre se ne è andato via con una valigia su un taxi giallo, lo stesso con cui andava al ministero, e non è più tornato o per lo meno noi non lo abbiamo più visto. E durante il mese di agosto, quando il palazzo era deserto e c’era solo il tipo del secondo piano, è venuto un camion enorme che ha caricato tutti i mobili della sua casa. E che a lui, a quello del secondo piano, intendo, non è stato permesso di entrare nell’appartamento.

Poi abbiamo saputo che si era sposato con una che lavorava nel suo stesso ufficio.

Ogni anno, arrivava una cartolina con gli auguri di Natale. Una cartolina indirizzata a tutti gli abitanti del palazzo, ma nessuno la prendeva perché dicevano che portava male. Poi non hanno detto più niente, che uno dopo l’altro se ne sono andati tutti. Mbre Mbre è stato quello che ha vissuto più a lungo di quella generazione. Più volte mi sono chiesta perché io, sempre curiosa di tutto, lo abbia seguito ogni volta verso la camera da letto di sua madre, senza mai continuare oltre a dare un’occhiata e perché abbia deciso di comprarsi, ormai vecchio, un parrucchino. Alla prima domanda so dare una risposta: non ho mai tradito la sua fiducia proprio per quell’incredibile gentilezza. Per l’altra, non so. Forse possedeva già il parrucchino che indossava di nascosto dopo che era salito sul taxi.



postato da alice121 ~ 05/07/2004 10:50 ~ commenti (1)
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venerdì, luglio 02, 2004
 

What?

Due giorni fa, mentre parcheggiavo la macchina, si è avvicinata una tipa e ha attaccato a chiacchierare. L’avevo già vista in precedenza, cioè avevo notato il terranova con cui gira, nero e gigantesco. Mi aveva colpito soprattutto l’affiatamento tra le loro andature, quando lei è in bicicletta: il testone del cane rimane sempre parallelo alla ruota posteriore.

Comunque, si avvicina e mi dice: sei italiana, vero? Sì, dico io. Mi fa l’elenco delle città che ha visitato, del cibo che ha assaggiato, insomma le solite cose. Alla fine, le dico: ehi complimenti, parli proprio bene, dove lo hai imparato? Eh, risponde lei, - mentre un’ombra di nostalgia? rimpianto? le modifica l’espressione del viso, ma scompare quasi subito e non riesco ad identificarla, - ho vissuto tre anni a Roma, con un tipo…e a metà luglio ci torno che una mia amica si sposa.

Cambia subito discorso e mi chiede spiegazioni sul tiramisù. Penso che il tiramisù sia la fissazione degli olandesi, insieme al pesto, alla bolognese e alle lasagne. Poi ci separiamo.

Io ci rifletto su. Lo parla bene veramente: non ha sbagliato un verbo e ha usato anche un paio di congiuntivi e io le ho fatto i complimenti. Come avrebbe reagito una inglese, se fosse stata al posto mio e la tipa, con il terranova al seguito, avesse parlato correttamente la sua lingua? Si sarebbe stupita, complimentata, stupita ancora. La reazione sarebbe stata questa, le ho viste tante volte comportarsi così con Fran, quando parla con qualcuno al di fuori del giro scolastico. Perché lui parla l’inglese degli inglesi che non si vogliono far capire. Io, invece, parlo quello europeo. Quello che capisce tutto il mondo, tranne quelli dell’UK e che li spinge ad interromperti con What? I figli degli What, invece, fino a dieci anni mi capiscono perfettamente. Superata quell’età, diventano come i genitori. Be’ non tutti sono così, ma ne ho conosciuti un buon numero ossessionati dal What .

Finora la faccenda mi lasciava indifferente, ma da qualche giorno ha cominciato ad infastidirmi. Da quando Fran ha preso l'abitudine di stare al telefono una o due ore. Ogni tanto gli passo vicino e provo ad ascoltare. E’ pazzesco: gli cambia persino la voce. E non capisco una parola di quello che dice. Ogni tanto Lo mi riferisce qualche frase. Ieri sera, per esempio, mi ha detto: sta parlando di te. Di me? Sì, vuoi che vada a sentire? No, ho risposto.

Escludendo che io mi trovi un fidanzato british, che nel passato ho pure avuto, ma accidenti per troppo poco tempo, mi sa che non mi resta che lavare i piatti in qualche bettola londinese, che i corsi servono a ben poco.



postato da alice121 ~ 02/07/2004 10:15 ~ commenti (5)
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giovedì, luglio 01, 2004
 

Moglie e buoi dei paesi tuoi? Per quanto tempo ancora?

Insomma, dico a M., non avevo mai fatto caso che ci fosse una divisione così netta. Altro che Europa unita…

Che intendi? Dice mentre guarda il cielo dalla veranda.

Mi riferisco alle milanesi che si frequentano tra loro.

C’è anche il gruppo delle romane, se per questo.

E’ un gruppo aperto quello: la maggioranza è romana, ma ci sono anche quelle della Puglia e della Sicilia.

Che hanno sposato uomini romani o che si sono laureate alla Sapienza.

E poi, sai, sono dispiaciuta per questa separazione perchè sono persone che da anni non  abitano più a Milano. Vengono dalla Corea, dal Congo, dalla Libia.

Anche noi, non siamo diversi. I B. sono di Roma e i G. anche.

Ma li conoscevamo prima di trasferirci qui.

Sì, ma non li frequentavamo. Non ci sarebbe mai venuto in mente di invitarli a cena, per esempio.

Perché ti devi adattare. Vivere qui, è un po’ come stare in barca a vela, no?

Io comunque non sono come loro, come le milanesi intendo.

No? Dice M. e mette su il sorriso che maschera frasi che penserà senza esprimere.

Neanche come il gruppo  di romane allargate, per fortuna.

Ignoro la sfumatura ironica. Non mi piace litigare di mattina.

Ho due amiche qui: una di Milano e una di Roma.

Non è corretta questa affermazione, Ali. Quella di Milano, è anche greca, turca e non so che altro. E quella di Roma è… strana.

Strana? Che intendi con strana?

Compare un altro sorriso.

Non risponde, infila il portatile nello zaino, dopo aver controllato ancora il cielo.

Guarda che tra un po’ piove: non prendere la bici.

Alza le spalle.

Comunque: Le milanesi sono più campaniliste delle inglesi, dico, mentre scende le scale. Le americane sono migliori: non badano alla pronuncia, al paese in cui sei nata. Si basano sul tuo carattere.

Se poi sembri un tipo pericoloso, allora…

Lo ucciderei quando non mi prende sul serio.

Se stasera piove…

Sì?

Non vengo a prenderti con la macchina.

 



postato da alice121 ~ 01/07/2004 10:59 ~ commenti (7)
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