ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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sabato, maggio 29, 2004
 

Alla ricerca del mare blu

Da lunedì la scuola sarà chiusa per 9 giorni. Se la scuola chiude, chiude anche il blog. Me ne vado per un po’ al mare, italiano ovviamente. Ci si rilegge dopo l’8. Sperando che nel frattempo Splinder non inghiotta tutto. Statemi bene.



postato da alice121 ~ 29/05/2004 21:10 ~ commenti (7)
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giovedì, maggio 27, 2004
 

Io glotto, tu?

Ore17,30 riunione per il corso d’italiano. Presenti: il nuovo insegnante, l’insegnante uscente (che abbandonerà l’aula quasi subito), Capo del dipartimento italiano, ma credo che sia anche Capo in tanti altri posti, Coordinatrice del dipartimento e noi.

Il Governo italiano paga gli insegnanti per i bambini che vivono all’estero.

Serpeggia un malcontento generale perché, durante l’anno, i bambini non hanno imparato nulla e questo perché la tipa uscente, pur animata da buona volontà, era alla sua prima esperienza. L’insegnamento è difficile, difficilissimo quando deve essere indirizzato verso ragazzi che parlano tutto il giorno in inglese. Se poi si pensa che deve seguire una fascia d’età tra i 6 e i 18... Non è un lavoro semplice e non si puo’ pretendere molto.

La Coordinatrice del Dipartimento è il personaggio che spicca durante la riunione.

Io sono rimasta sconvolta, dice, dalla scelta dei testi (si riferisce al sussidiario delle elementari e al libro di grammatica). A dire il vero ero rimasta sconvolta anche io, soprattutto  per la storia. Sintesi di dieci righe, incomprensibili anche per me.

In un’ora settimanale non si puo’ studiare storia, studi sociali e la grammatica! E’ vero, non si puo’.

Voi conoscete l’approccio glottodidattico?

Silenzio.

Allora? Mi guardate come se parlassi di un’assurdità?

A me piacerebbe che mia figlia imparasse a mettere l’acca al posto giusto. Dice una.

A me piacerebbe che quando parlasse, dicesse: un gelato buono piuttosto che un buono gelato, dice un’altra.

Ci spieghi cosa è questo approccio, chiede un’altra.

Il punto di partenza è che la lingua esiste prima della grammatica. Dobbiamo capire questo. Seguono parole, frasi in cui mi perdo. Ma con la teoria (anche con le istruzioni dei manuali) ho sempre avuto problemi.

Non si puo’ seguire un corso d’italiano e annoiarsi: i bambini con l’approccio glottodidattico si divertono. Non dovete pensare ai vecchi modelli scolastici dove studiare significava soffrire. Io, il mese prossimo, prenderò un master a Milano  proprio su questa materia!

Comunque qui c’è il nuovo insegnante che vi illustrerà come intende strutturare i corsi.

Secondo me voi avete idee confuse: la scuola in cui devi imparare regole su regole è passata di moda!

Ma…i nostri bambini frequentano scuole anglosassoni, dove non s’insegna con questo metodo.

Lei la coordinatrice, non ascolta le obiezioni, continua a citare la glottodidattica senza riuscire a spiegare un accidente. Secondo me ripete questa parola tutte le mattine davanti allo specchio del bagno.

Poi parla l’insegnante che ho conosciuto qualche mese fa, casualmente nella rete. Scrive romanzi per bambini. Sembra un tipo normale.

Chiede alla coordinatrice, posso cominciare, Dottoressa?

Qui avrei voluto scattarle una foto. Non riesce a trattenere il sorriso. Si gonfia come un piccione innamorato. E dice:

Ma mi faccia il piacere…Dottoressa! Ci vogliono i fatti, ecco!

Il tipo, sui 30, illustra quello che ha intenzione di fare.

Inventeremo delle storie orali e scritte. E poi penseremo a correggere gli errori. Mi guarda, lo so perché. Gli avevo chiesto: come faccio a spiegare a Lo, la differenza tra l’imperfetto e il passato prossimo? Poi continua: quando avremo costruito una storia, troverò il modo di parlare dei verbi, senza che se ne accorgano.

Ora ho capito. La glottodidattica invece continuo ad ignorare cosa sia.

Chissà se il prossimo Natale andremo in Italia o ancora a Italia. Quello che conta è tornare. Si torna sempre. Almeno spero.



postato da alice121 ~ 27/05/2004 10:49 ~ commenti (6)
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mercoledì, maggio 26, 2004
 

Anche dai fumetti s'impara

Se c’è il sole non è affatto male stare seduti davanti ad un canale a chiacchierare in italiano con un’olandese che l’ha imparato leggendo Topolino. Però Gulp non c’è sul vocabolario e nemmeno Gasp, ma perché dovrei correggerla?

 



postato da alice121 ~ 26/05/2004 13:10 ~ commenti (4)
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martedì, maggio 25, 2004
 

Di una bottiglia SPA, di un matrimonio, di un poeta

Alle 4 siamo seduti nell’ufficio comunale dove si sta per celebrare un matrimonio. Presenti: colleghi, amici e i parenti più stretti, oltre agli sposi naturalmente. Siamo qui in Olanda, ma potremmo essere anche in Italia. Il funzionario non ha la fascia tricolore, ma il mormorio, i sorrisi, l’attesa sono gli stessi. La cerimonia comincia: lui è vestito di grigio, con una rosa rossa nel taschino. Lei è vestita di rosso, con scarpe nere a punta. Scarpe da strega, mi sussurra Lo, non da sposa.

Il funzionario è anziano. Dice che è il suo ultimo matrimonio, che quella sera festeggerà con sua moglie l’ultimo giorno di lavoro. Sul tavolo davanti a lui c’è un bicchiere e una bottiglia d’acqua. Una SPA etichetta blu, senza gas. S’interrompe e beve. I fratelli e le sorelle degli sposi traducono ai genitori.

Durante il dopoguerra volevano distruggere questo palazzo. Era stato occupato dai nazisti, sono state uccise delle persone in questo posto. Io ero uno di quelli contrari. Eravamo in 3 contro 5. Alla fine siamo riusciti ad evitare che fosse abbattuto.

Altra pausa, beve ancora. La gente ridacchia e parla sottovoce.

Lui continua: ho sempre celebrato matrimoni nella lingua di chi si sposava, quasi sempre. Un anno fa dovevo celebrare un matrimonio di due danesi. Ho passato un pomeriggio a studiare gli accenti e la pronuncia, ma poi ho sbagliato tutte le parole e da quella volta ho deciso che avrei parlato solo in inglese. Per tutti.

Altro bicchiere d’acqua. Altre risate.

Dopo aver bevuto lui guarda gli amici e i parenti seduti, gli sposi in piedi davanti ai loro banchetti. Ora, comincio, dice.

Apre un libro, un libro con la copertina rigida, tira fuori un foglio, un altro sorso d’acqua e pronuncia le solite parole a cui gli sposi rispondono sì.

Gli amici fanno le foto. Viene portata una scatolina con gli anelli. Altre foto, altre risate, la bottiglia di SPA è quasi vuota.

Prima che andate via, voglio dirvi un’ultima cosa: la poesia è importante. Attraverso la poesia possiamo raggiungere l’unità. C’è un verso di un poeta che dice: Accolgo questa giornata come il frutto che addolcisce. E’ un verso di Ungaretti. Spero di averlo pronunciato bene.

Nessuno l’ascolta, sono già tutti in fila per baciare gli sposi.

Quando torno a casa cerco il verso nella rete.

Godimento

Mi sento la febbre
di questa piena
di luce.

Accolgo questa
giornata come
il frutto che addolcisce

Avrò stanotte
un rimorso come
un latrato
perso nel deserto
















postato da alice121 ~ 25/05/2004 09:57 ~ commenti (5)
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lunedì, maggio 24, 2004
 

Muta nel tempo

Stamattina mi sono svegliata pensando a questa frase. Non so se muta significa che cambia oppure che non parla. Non so se è legata ad un sogno. Sembrerebbe quasi un indovinello. Per ora la scrivo qui e prima o poi la metterò da qualche parte.



postato da alice121 ~ 24/05/2004 13:50 ~ commenti (3)
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venerdì, maggio 21, 2004
 

Quando la politica fa male alla salute.

Fa il Ministro della Difesa, ma il termine è improprio, per motivi che sarebbe inutile ripetere. Quando appare in tv mi accorgo di quanto sia invecchiato. E’ evidente che l’attività politica non gli dona: il viso ha un colore grigio che talvolta si chiazza di rosso. Non sorride e non ride più. Invece, quando era dietro la cattedra, il professore Antonio Martino era giulivo. Ci parlava dell’America e diventava di un bel rosa acceso, spiegava le teorie di Friedman e gli brillava lo sguardo. Certo, quando qualcuno dei suoi studenti, citava Keynes, una nube scura passava nei suoi occhi, ma era solo un attimo. Parlava bene l’inglese, anzi l’americano e correggeva con un sorriso chi di noi sbagliava una pronuncia. Certo, a quei tempi, nella facoltà di Scienze Politiche, l’aula che gli era destinata era più piccola di una del liceo, minuscola se confrontata con quella del suo collega Antonio Marzano. Però rideva, sorrideva e faceva battute. A volte ti ponevi anche la domanda: ma che avrà da ridere? Ma era indiscutibile: l’attività da professore faceva bene alla sua pelle e al suo spirito.

Per Antonio Marzano è diverso. Lui è imperturbabile ora, come allora. Il tempo e la carica di ministro sembrano non abbiano nuociuto al suo aspetto. C’è addirittura chi viene ringiovanito dal potere, ma lei Onorevole si sta rovinando la pelle. E qualcuno, ce la sta rimettendo, purtroppo. Sì, lo so, lei esegue gli ordini del suo Capo, ma ha perso il sorriso e lo abbiamo perso anche noi. Torni ai suoi studenti e ci faccia tirare un sospiro, che i professori devono fare i professori.



postato da alice121 ~ 21/05/2004 09:59 ~ commenti (2)
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giovedì, maggio 20, 2004
 

Un colloquio con il Dottor Splinder

Perché ha aperto un blog?

Perché sembrava una cosa fica….

Non dica sciocchezze!

Perché sono un’emigrante…

Sia sincera!

Avevo un gruppo di amici con cui mi vedevo regolarmente e leggevamo i racconti che…

Se non dice la verità, io…

Va bene. Per esercitarmi a scrivere, ma non solo.

Siamo sulla strada giusta, continui!

Per lasciare una traccia di me.

E’ mai andata … deriva?

Alla deriva?

Scusi: chiudo le finestre. Purtroppo il condizionatore non funziona.

Il rumore del traffico è una delle cose che non rimpiango

Non faccia la vanitosa.

Comunque le avevo chiesto: è mai salita su una barca a vela? Su un fly per esempio?

Sì. Anche su un 420 e un 470.

Lei è al timone, osserva il fiocco e deve decidere quando virare.

Io ho sempre fatto il prodiere e poi non capisco il senso di questa identificazione.

Ha mai condotto una barca?

Sì.

Quindi…

Devo sentire il vento, controllare il movimento del fiocco e concentrarmi…

Ho aperto un blog perché…

Continui…

I motivi li ho già detti.

Ne mancano ancora.

Ero curiosa di verificare se qualcuno mi avrebbe cercato. E’ una delle cose che ho pensato quando l’ho aperto.

Ha aperto il blog con il suo nome e cognome?

No. Però si lasciano sempre  tracce sulla propria identità.

E quindi?

Ho ricevuto una mail con questo titolo: leggere un blog e riconoscervi un'amica di vecchia data.

Bene. Manca ancora qualcosa ma per oggi puo’ bastare.

Posso scrivere un post adesso?

Puo’, però non posso assicurarle che sarà visibile. Da un po’ di tempo in qua ha cominciato a postare roba che non mi piace.

Quindi non dipendeva dalla nuova versione…

Non faccia l’ingenua.

Ma cosa vuole che scriva?

Deve scrivere qualcosa di disperato, di toccante. Oppure qualcosa di molto spiritoso che faccia sorridere i lettori. Se vuole occuparsi di politica, deve prima chiedere l’autorizzazione.  Per ora mi sono limitato a farle sparire i post, alterarle il counter e i commenti, ma la prossima volta io…

Io le elimino il blog. Chiaro?

Sì.

Si concentri, come quando andava in barca e scriva seguendo le mie indicazioni.

Va bene.



postato da alice121 ~ 20/05/2004 07:58 ~ commenti (2)
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mercoledì, maggio 19, 2004
 

Alla ricerca del post perduto 

Avevo scritto un post che mi piaceva, ma Splinder lo ha inghiottito.

Pazienza, riproverò domani.



postato da alice121 ~ 19/05/2004 13:01 ~ commenti (2)
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martedì, maggio 18, 2004
 
Bisogna trovare la chiave, ma senza appenderla al collo

Alle 4 del pomeriggio, alla fermata dell’autobus, siamo sempre gli stessi da tre anni in qua: studenti della scuola internazionale, di cui mi ricordo solo una ragazza araba che ha un viso bellissimo, due studentesse di una scuola per handicap mentali, un indonesiano anziano che se lo respiri, pensi di essere in un bosco di montagna, una signora olandese con il mito dell’Italia. Più i casuali.

La casuale di ieri era una tizia olandese sui 30-35 con due bambini sui 5 e 2. Nervosa perché i bambini correvano o domandavano senza pause. Poi la bambina di due ha scoperto il vetro della pensilina ed è stata tranquilla per un po’ a leccarla. Anche il bambino di 5 si è calmato, in un certo senso, e ha cominciato a contare con l’obiettivo di arrivare all’infinito. La madre ha approfittato della tregua per telefonare. Quando dal vetro sono scomparse ombre e macchie, la bambina ha cominciato a saltellare vicino al cartello della fermata.

Gli autobus arrivano veloci e sfiorano il marciapiede.

Io ho infilato le mani in tasca.

E’ comparso il 38 e ha imboccato la corsia preferenziale. La bambina continuava a correre sul bordo.

Ho pensato: ora la tengo ferma oppure dico alla madre di tenerla ferma. La tipa guardava la figlia e continuava a chiacchierare al telefono.

Quando l’autobus era ad una distanza di circa cinque metri, si è allontanata il cellulare dall’orecchio, ha alzato l’indice in direzione della bambina e ha detto: Nee!

Io ho stretto le mani nelle tasche e ho pensato che non erano affari miei. Però non è che fossi proprio sicura.

La bambina si è immobilizzata, ha aspettato che l’autobus si fermasse e poi ha ripreso a saltellare.

Questa è la differenza fra noi del Sud e fra loro del Nord. Quando noi del Sud camminiamo per strada seguiamo i nostri bambini. Quelle del Nord invece precedono e i figli seguono.

E’ una questione di responsabilità. Noi (del Sud) ci ritroviamo dei figli che a 20, ma anche a 30 dipendono da noi, loro (del Nord) hanno i figli che a 18 se ne vanno per la loro strada.

C’è un’espressione inglese che definisce questi bambini che vengono responsabilizzati sin da piccolissimi che non ricordo. La traduzione è più o meno questa: bambini con la chiave al collo. Sono quei bambini che vanno a scuola, tornano a casa, si preparano la merenda, che sono abituati a cavarsela da soli sin da piccoli. Mi hanno raccontato che in questi ultimi anni in Olanda, ma anche in Inghilterra, i governi hanno intrapreso una politica sociale che ha l’obiettivo di convincere i genitori a responsabilizzare di meno i bambini. Pare che ci sia stato un aumento dei suicidi nei ragazzi al di sotto dei 18.

Se la bambina avesse avuto 5 anni, l’avrei bloccata anche io con un no. Se ne avesse avuti 2, l’avrei trattenuta con la mano.

Quello che è complicato è trovare il compromesso tra il non essere soffocanti senza diventare assenti.

E non farmi illusioni: che per quanti ragionamenti possa fare, commetterò errori di sicuro. E che il proverbio: sbagliando s'impara, nel caso specifico, non è applicabile




postato da alice121 ~ 18/05/2004 11:22 ~ commenti (6)
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domenica, maggio 16, 2004
 

L'importante è partecipare

Arriviamo a quel paese in orario. E seguiamo un gruppo che parla italiano e che pare conoscere l’unica porta aperta del palazzo gigantesco circondato da bandiere.

Il pomeriggio ha inizio e scopro che (non ho capito un accidente, ma questa non è una novità):

Il premio letterario è aperto a tutti. In pratica solo la giuria è formata da italiani che abitano la terra al di sotto del livello del mare e che i partecipanti sono stati 380.

I vincitori e i segnalati sono residenti a Roma, Chieti, Catania, ecc.

Hanno tutti pubblicato romanzi, raccolte, ecc. a parte il ragazzo di Chieti che è la prima volta che scrive un racconto.

A dire il vero avevo anche io il libro di FaM nella borsa, ma mi sono guardata bene dal tirarlo fuori, che poi se mi chiedevano cosa mi avesse ispirato a scrivere quella storia non avrei saputo cosa rispondere. Ecco in questo senso potrei definirmi autistica.

Le persone che hanno avuto menzioni e che hanno vinto sono tutte sui 50, a parte il ragazzo di Chieti che ne ha 21, credo.

I presenti parlavano delle loro opere o delle loro prova con un’aria che sottintendeva: guarda come sono bravo, a parte il ragazzo di Chieti che sembrava contento e basta.

Che i racconti vincitori non saranno letti,- a parte quello di uno con la menzione speciale che era molto lungo - e che saranno letti il giorno dopo prima di uno spettacolo teatrale a cui io non andrò perché ogni volta che sono andata a sentire una compagnia italiana ho pensato che era meglio che non andavo.

Che io sono l’unica che ha partecipato (presente) che non ha vinto o che non avuto menzioni.

Che insomma speravo di conoscere qualcuno che scriveva e che abitava qui e invece manco per niente.

In aggiunta ho speso anche 10 euro per comprare un libro di una delle vincitrici, un romanzo storico, ma che dopo avere letto il primo capitolo, mi sono accorta che non mi piace.

Che mal comune, mezzo gaudio perché il libro lo ha comprato anche Yota.

Che quella che faceva le domande apparteneva a quella categoria di persone (rare) che sa farsi ascoltare. E descriveva le storie o i romanzi dei presenti rendondoli speciali. E che era la seconda volta che la vedevo e che la prima l'avevo sentita parlare del Tamburo di latta - libro che non ero riuscita a leggere - e che poi invece avevo letto perchè lei lo aveva trasformato in un' altra cosa. E penso che quello del narratore verbale sia un talento di cui sono dotati in pochi e che sia molto sottavalutato.

Che sono contenta di aver conosciuto lei, che dal vivo è molto più simpatica da come s’intuisce sul blog.



postato da alice121 ~ 16/05/2004 19:08 ~ commenti (3)
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venerdì, maggio 14, 2004
 

Quasi un raduno

Domani pomeriggio parteciperò anche io ad un raduno. Per l'esattezza ad una premiazione letteraria per italiani abitanti tra i tulipani. Sperando di trovare il paese, il palazzo, anzi l’insieme di palazzi e soprattutto l’ingresso che l’anno scorso mi ero persa nei corridoi deserti. Il luogo è bruttino, rubando una definizione da una mail che mi è arrivata di una persona residente in Olanda, un non-luogo. Una copia di Scheveningen, ma senza il mare.

Lì incontrerò Yota, sperando di riconoscerla che io della foto mi ricordo solo il piccione, ma dice che devo stare tranquilla, che viene senza, il piccione intendo. Ascolteremo i racconti dei partecipanti al premio. Solo se editi. Che quelli scritti su A4 non contano.



postato da alice121 ~ 14/05/2004 10:06 ~ commenti (2)
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mercoledì, maggio 12, 2004
 

Chisseneimporta del ritardo

Ore sei: un suono prolungato termina la notte. Scende dal letto, va in cucina a piedi nudi, accende il gas sotto la caffettiera già pronta, mette un fetta di pane ad abbrustolire. Apre il rubinetto della doccia, la caldaia è spenta, non trova il fiammifero, la riaccende, torna in bagno, si lava, ma quei tre minuti che ha perso nell’accensione della fiamma blu, l’hanno distratta: il caffè è rovesciato sulla piastra, il pane bruciato.

Il turno al pronto soccorso inizia alle 7. Infila le calze, la gonna, un maglione. Si guarda allo specchio: fa una smorfia e pensa: devo piantarla con questo nero.

Va in cucina, sciacqua la caffettiera mentre si dice: chisseneimporta del ritardo…

Non sa che alle 7 arriverà al pronto soccorso Bruno, di anni 32, che ha da poco superato un concorso per giudice, che accompagnerà il padre con un dolore al torace. Non sa che avrebbe parlato a lungo con Bruno, mentre suo padre sarà attaccato agli elettrodi che riveleranno un dolore muscolare e che sciolta la tensione, Bruno le offrirà un caffè al distributore automatico, che nascerà un amore travolgente, che partorirà una bambina e che seguiranno alcuni tradimenti e milioni di altri dettagli.

Riempe la caffettiera d’acqua, squilla il telefono: è Mara, la sua collega. Le chiede: hai fatto colazione? Vediamoci alle 6,40 davanti al bar dell’ospedale.

Lascia la caffettiera nel lavandino, prende lo zaino, infila i guanti, il cappello, la sciarpa, il giaccone e parte con il motorino.

E’ di nuovo in orario. Al bar prenderà solo un cappuccino e indosserà il camice alle 6,50 e alle 7 sarà nella sala del pronto soccorso dove farà distendere il padre di Bruno sul lettino, ma…

Non immagina che Mara arriverà in ritardo e lei deciderà di aspettarla e mentre l’aspetta, sfoglierà il giornale che qualcuno ha dimenticato sul bancone ed entrerà un medico del reparto cardiochirurgia, un cardiochirurgo di nome Sergio, anni 45 sposato con tre figli e che vedendola lì tutta sola, pallida e infreddolita, gli chiederà: si sente bene e le dirà qualche altra frase, la saluterà il giorno dopo e quelli che verranno, pregherà quello che decide le guardie notturne di metterli di turno insieme, la porterà ai congressi con lui, l’amerà con passione, ma la lascerà sempre di riserva, perché non abbonderà mai la moglie.

Percorre l’ultimo tratto di strada, mentre il freddo le ha tolto la sensibilità alle dita, accelera, decelera, frena, ma non come avrebbe dovuto: urta una passat blu. Riesce a mantenere l’equilibrio, ma ha ammaccato il parafango. Accosta al lato della strada, maledicendo la sua distrazione. Anche la macchina blu accosta.

Dall’auto scende Francesco che ha fretta: ha un appuntamento con un sindacalista a cui deve fare un’intervista prima che inizi la conferenza e non puo’ perdere tempo a riempire il modulo. Esce dalla macchina furibondo e, mentre lei si sfila il casco, dice: quelli che guidano i motorini li farei scomparire dalla crosta terrestre. Lei lo guarda male, malissimo. Poi si accorge che le si sono sfilate le calze. Si slaccia il giaccone, solleva la gonna poco oltre il ginocchio.

Francesco si calma. Quella sera quando tornerà a casa scriverà il primo capitolo di un romanzo il cui incipit descriverà proprio una smagliatura di una calza. Dal romanzo sarà tratto un film.

Francesco si scusa, lei sorride e spiega: non ho fatto in tempo a fare colazione e dormivo ancora. C’è un bar proprio lì davanti. Francesco dice: mentre compiliamo il modulo ti offro un caffè, chisseneimporta del ritardo.

Hai ragione, approva lei, chisseneimporta del ritardo.

Con Francesco litigherà un po’ negli anni che verranno, ma senza troppa convinzione. Poi lui scoprirà di essere sterile e partiranno insieme per Mosca, dove adotteranno due bambini. Lei, dopo l’adozione, lascerà il lavoro d’infermiera.



postato da alice121 ~ 12/05/2004 11:12 ~ commenti (8)
~ storie




martedì, maggio 11, 2004
 

Accessi e decessi

Non so se è un problema solo mio, ma l’avvento di Splinder 2 ha segnato la scomparsa dei lettori di questo blog.

Comunque. Guardavo la foto del mio Killer Fish. Quella in alto a sinistra. In un anno è invecchiato. Le sue pinne si sono accorciate e il rosso è meno intenso. La vita di un Killer è intorno ai due anni, due anni e mezzo. Lui ne ha due, adesso. Dovrò cambiare immagine, eh sì.



postato da alice121 ~ 11/05/2004 18:08 ~ commenti (4)
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lunedì, maggio 10, 2004
 

Un collegamento c’è.

Su Internet ho trovato l’indirizzo. Incredibilmente è sabato ed incredibilmente lavora, ma ha lasciato la bicicletta in ufficio e quindi lo devo accompagnare con la sua macchina che la mia è parcheggiata lontanissimo. E allora glielo dico: Senti, io vado da Ven.

Ven  è un supermercato tipo Metro, credo. Un posto che per entrare devi avere la tessera. Qui in Olanda è fondamentale, se non vuoi riempirti la valigia di generi alimentari quando torni in Italia.

Ma non puoi andarci da sola: ti perdi!

No che non mi perdo, c’è lei! Indico la navigator.

E l’indirizzo?

Trovato su Internet.

Ma poi con tutti quei pacchetti?

Mi arrangio.

Ven. Il parmigiano, il prosciutto, la mozzarella e gli spinaci sporchi di terra e la frutta del colore giusto. E la carne che non trasuda olio quando la cuoci in padella. Perché non di solo pane vive l’uomo. E poi quello olandese è a cassetta. No, c’è anche la baguette, ma non ha lo stesso sapore di quella francese.

Mi piace andare da Ven, ma di corsa, scegliendo velocemente, tanto lo so quello che devo prendere. Un’ora e poi via che quei muri di cibo mi suscitano cupi pensieri se sto troppo a guardarli .E invece a lui no. Sta lì che confronta le salse di soia, sceglie l’aceto giapponese, riflette sulle foglie di limone e contempla i fiori di orchidea. Diventa zen quando si aggira tra quelle montagne di roba. Non potrebbe andarci da solo? Eh, no. Dice che gli piace andarci con me, che se fosse solo gli verrebbe la tristezza. Perché non potrebbe fare tutte le domande, sollevare tutti quei punti interrogativi, penso io. Saranno più buoni i pomodori all’olio francesi o quelli italiani? Prima di tre ore non si riesce ad uscire. Potremmo prendere questo e mangiarlo con quello. Che ne dici? Sì, va bene. E questo vino è più adatto, non credi?

Ven o Ikea che sia, dopo 60 minuti, devo esser fuori.

Oggi ce la farò.

Sorvolo il settore degli esotici, prendo pasta pomodoro e olio. Veloce. Al reparto frutta e verdura mi soffermo davanti ai funghi: funghi viola, gialli e di tutte le tonalità del marrone. Tanto più sono colorati, tanto più diventano inavvicinabili. Sì, un giorno li comprerò. Mi piacerebbe assaggiare quelli viola.

Poi mi avvicino al reparto della frutta. Mirtilli, ribes more e i lamponi! I lamponi li mangiavo d’estate quando ero bambina. In montagna: coglievamo i lamponi di notte e catturavamo le lucciole. Ma questi saranno buoni? Costano un accidente. Se non sono buoni… Mi guardo intorno e poi ne assaggio uno, poi un altro. Ma il prezzo è esagerato. Prendo una mora. Un po’ aspra, come piace a me. Poi vedo le fragole. Cassette e cassette di fragole impilate una sull’altra. Ma non sono opprimenti. Riparata dietro ad un muro, ne mangio qualcuna. Ognuna da un cestino diverso, così non si nota. Queste le compro, costano poco. Prendo una cassetta di legno, vado dal tipo e mi metto in fila. Non c’è un numero, la fila si biforca in due e converge verso il cassiere. Scelgo una ramificazione. Guardo quello che hanno comprato gli altri. Radici di rabarbaro. Come si cucina il rabarbaro? Mia nonna faceva bollire la genziana e filtrava il liquido, amarissimo. Era per gli adulti, diceva. Allora lo bevevo anche io. Cetrioli olandesi. Non comprerei mai cetrioli olandesi qui da Ven. Ciliegie. Quelle non le avevo notate. Radicchio rosso di Treviso. Quello l’ho comprato solo una volta. Poi si avvicina una, mi afferra un gomito e mi sussurra qualcosa all’orecchio. Oddio, ci risiamo. Ho sbagliato la fila. Oppure mi ha visto mentre mangiavo dietro al muro.

Non parlo olandese.

Parli inglese, allora?

Ecco, ora le dico che no, non parlo neanche quello. Oggi io non parlo. Invece rispondo, ma non come vorrei.

Ehi -mi dice – ho visto che hai preso una cassetta di fragole.

Ecco che inizia la predica. Partono da lontano, per farti notare, quasi casualmente, che non hai rispettato le regole. E allora?

Non ti sei accorta, - continua - che laggiù ci sono le casse di cartone? Se prendi due casse di cartone invece di quella in legno, risparmi. Se sommi le confezioni di fragole contenute nella…, vedrai che….fa dei conti che non seguo. Risultato:2 euro in meno.

Sei molto gentile. Veramente. Ma ormai non posso più cambiarle, altrimenti perdo il posto. Vado io. Va lei.

Questa è la seconda cosa che non sopportano: lo sperpero dei soldi.

In un’ora sono fuori. Ma anche la navigator è fuori, per ragioni insondabili. Out of route. Arrivo alla scultura della mela blu e poi mi perdo tra piste ciclabili e round about. Ci metto più di un’ora per arrivare a casa, ma ho la scatola delle fragole sul sedile al fianco al mio. E’ una bella scatola di cartone viola scuro che voglio conservare, anche perché mi ha fatto pensare alle lucciole, no sono stati i lamponi a ricordarmele, ma subito dopo ho visto le fragole. Erano in una cassetta di legno, però. Ma un collegamento c’è. C’è sempre un collegamento tra le cose. Un filo sottile che unisce gli oggetti alle persone e le idee ai ricordi e continuo a scivolare tra le sciocchezze, ma non m’importa. Queste fragole poi hanno un sapore incredibile.



postato da alice121 ~ 10/05/2004 10:08 ~ commenti (4)
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venerdì, maggio 07, 2004
 

Velocità Massima di Daniele Vicari

Prima dell’inizio del film:

A) Io l’ho detto ad almeno 70 persone.

B) Mancano ancora 10 minuti. La gente deve ancora arrivare…

C) Dipende dall’orario: alla 7 sono ancora a lavoro…

D) Andrà meglio il fine settimana.

Quando il film comincia, in sala sono presenti una trentina di persone circa. Il film è in originale, con sottotitoli in inglese. Metà del pubblico è italiano, metà è olandese.

Velocità massima si svolge a Ostia, racconta la storia di un meccanico che emette assegni a vuoto per finanziarsi le corse in auto, del suo incontro con un diciassettenne taciturno e genio del motore, del tentativo di stringere un’amicizia, di luoghi comuni.

Commenti a proiezione terminata:

Da uno di Modena: Dovevo leggere i sottotitoli in inglese per capire i dialoghi.

Da una di Napoli: nella scena finale, quando l’auto viene smontata, si vuole esprimere la disapprovazione per le corse illegali in auto.

Da come l’ho vista io: il diciassettenne smonta la macchina pezzo per pezzo non perché voglia condannare le gare di velocità, ma perché è l'unico modo con cui sa esprimersi.

Un film romano per i romani?

Secondo me no. Il meccanico è un fallito, uno convinto di essere vittima della società in cui vive. Uno che agisce seguendo teorie banali e maschiliste. Il diciassettenne è uno che non riesce a comunicare, che si chiude in silenzi impenetrabili. La ragazza si sente al di sopra delle persone che ha intorno, afferma che prenderà la laurea, ma poi non studia, non riesce nemmeno a conservare il lavoro di cameriera. Tre personaggi che vivono in un ambiente degradato, che rappresentano modi di essere che non mi sembra siano solo romani.

Purtroppo non era presente il regista e quindi non c’è stato un dibattito dopo il film. Perché mi è sorta una curiosità pazzesca: cosa avranno capito gli olandesi?

Qui un’intervista a Valerio Mastandrea. Che parli romano è indubbio, ma che sia così incomprensibile non mi sembra affatto.



postato da alice121 ~ 07/05/2004 10:24 ~ commenti (3)
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giovedì, maggio 06, 2004
 
New Italian Cinema
Inzia oggi e continuerà fino al 12 il Festival del Cinema Italiano. I film saranno proiettatti a Leiden e ad Amsterdam. I registi saranno presenti.
Qui le informazioni.


postato da alice121 ~ 06/05/2004 12:39 ~ commenti
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mercoledì, maggio 05, 2004
 

Sei ancora dentro

Il tipo dimostra una trentina d’anni, ma potrebbe averne anche meno. Capelli neri che si dividono in ricci sottili e unti, carnagione olivastra. Scarpe da ginnastica bucate, pantaloni di tela che si fermano alla caviglia, camicia a quadri blu e celeste infilata nei pantaloni. Il tipo è in fila alla cassa del supermercato proprio davanti a me. Il tipo ha nel cestino di plastica una confezione di birra da sei. Ogni tanto si gratta la testa e una polverina bianca cade sui riquadri blu della camicia. Il tipo odora di cipolla e non si guarda intorno mentre aspetta, ma fissa il pavimento. Quando arriva alla cassa, dalla tasca dei pantaloni tira fuori una bustina piena di centesimi. Il ragazzo che sta alla cassa ha il codino, un drago tatuato sul polso destro, occhi chiari e carnagione trasparente. Il tipo conta le monete più volte. Quando sta per arrivare alla somma che deve pagare, s’interrompe, si gratta la testa e ricomincia a contare. Il cassiere aspetta. Passano almeno cinque minuti prima che il tipo riesca a pagare.

Tocca a me. Tolgo le cose dal cestino, il commesso le prende e batte i prezzi. Il tipo torna indietro, dice qualcosa al commesso. Qualcosa che il commesso non capisce. Il tipo ripete più lentamente. Il commesso sorride al tipo. Gli sorride prima con gli occhi e poi con la bocca. Gli risponde. Il tipo se ne va stringendo la confezione di birra al petto.

Poteva andare anche così: il commesso si spazientiva quando il tipo contava e ricontava i centesimi. Poteva storcere il naso all’odore di cipolla o fissare insistentemente la polverina bianca sparsa sulla camicia. Cercare lo sguardo della gente in coda ed esprimere, senza parole: ma guarda che schifo di essere mi tocca servire. Continuare a battere i prezzi sul registratore quando il tipo è tornato indietro a parlargli. Oppure ascoltarlo con aria impassibile. Atteggiamenti che avrebbero definito: tu sei fuori, io sono dentro. 

Ma lui aveva un drago tatuato sul polso.  



postato da alice121 ~ 05/05/2004 10:24 ~ commenti
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martedì, maggio 04, 2004
 

Racconti Im-perfetti (Il gioco degli Incipit) Da un'idea di Herzog
Stasera l’odore dell’olio che ha sciolto nella vasca le provoca la nausea e il ritmo della nona sinfonia accentua il malessere. Forse dovrebbe abbassare il volume dello stereo o, ancor meglio, cambiare autore; ma non ha voglia di uscire dall’acqua e si immerge in apnea per qualche istante. Quando ritorna in superficie, le note del brano le sembrano meno ostili e il profumo dell’essenza è svanito. Ripete ad alta voce le dieci parole chiave su cui ha preparato la lezione del giorno dopo. A ciascuna corrisponde un discorso di cinque minuti. Farà due pause per bere e ad ogni passaggio si schiarirà la voce.




postato da alice121 ~ 04/05/2004 13:47 ~ commenti (1)
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lunedì, maggio 03, 2004
 

Sul rimorchio e il tasso alcolico

Su una guida del Portogallo che comprai due anni fa in inglese, sotto la dicitura: consigli per donne che viaggiano sole, si avverte che i portoghesi come i francesi e gli italiani, sono affetti da machismo. E gli spagnoli? Perché non sono stati indicati? Il tango, la sangria, il temperamento caliente sommati insieme non portano al machismo? E le Ramblas? Che succede se te ne vai in giro scollacciata nelle Ramblas?

Comunque a proposito di rimorchio esplicito, il giorno del compleanno della regina, chi vuole puo’ lasciarsi andare. Naturalmente, mi riferisco sempre all’altra Olanda, quella dei paesi, perché in questa vivo. E dunque passare dopo le sette, nelle strade di un piccolo centro, quando la musica è finita e la birra scorre ancora in abbondanza, puo’ essere un’esperienza pittoresca.

C’erano le bandiere e le bandierine, indossavano le magliette arancioni della casa reale, chiudevano gli strumenti nelle custodie, il vassoio delle aringhe era vuoto, i tavolini rotondi davanti al locale ancora affollati. Poco importa se stai con dei bambini. Ti fermano, ti bloccano, farfugliano parole che non direbbero mai dai sobri. Solo che sono terribilmente impacciati e finiscono per farti sorridere. Oppure, un’altra esperienza mitica puoi farla, se entri in un pub, dopo le undici, quando il tasso alcolico ha raggiunto il suo picco, per comprare sigarette. Nel locale scenderà il silenzio, ancor prima che apri bocca, e sei di fronte ad un bivio, a seconda del tuo stato d’animo: quella di sentirti un’aliena o una gran fica.

Gli altri giorni scorrono tranquilli. Rimane solo l’autostrada, lì devi star attenta, durante i rallentamenti, a dove posi lo sguardo. Perché agli olandesi quando sono in auto, si risvegliano i sensi.



postato da alice121 ~ 03/05/2004 10:37 ~ commenti (7)
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