ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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mercoledì, marzo 31, 2004
 

Onorevole: non si arrabbi così.

In una strada vicina a quella dove abito, c’è una casa con un giardino tutto intorno molto ampio. Qui tutte le case hanno il giardino, ma è sempre minuscolo e affollato di fiori, piante e piccoli alberi. Nel giardino di questa, invece, non c’è nulla, neanche quei fiori gialli che crescono in tutta l’Olanda e forse sembra più grande proprio per questa ragione. Anche la casa è grande, su 3 livelli. E dalle finestre del primo piano s’ intravede una libreria enorme.

In questa casa vive un uomo, un uomo piccolo, di mezza età. Questo uomo esce tutte le mattine con una valigetta e una pipa (spenta). Non prende la bicicletta, né l’auto, ma ha l’autista che lo aspetta. L’autista con le macchina blu arriva tutte le mattine alle 7.45.

Io, a quell’ora, passo davanti a questa casa e vedo la macchina che parcheggia. L’uomo che la guida è un gigante. Vestito di blu, elegante. Alle 8 ripasso e vedo l’omino che esce.

Però l’autista arriva molto prima: verso le 7.15, a volte addirittura verso le 7.00. Forse si prende un margine per paura dei contrattempi. Anche se fino alle 8.00, 8.30 sulle strade girano solo le biciclette. E poi non va ad aspettare l’omino davanti alla sua casa. No. Si ferma nella mia strada, davanti alla mia porta.

Il lunedì mattina, quando porto il secchio della spazzatura fuori, lo vedo da vicino questo tipo. Legge il giornale, con difficoltà, perché anche se l’auto e grande, lui lo è ancora di più. Capita che ci guardiamo. Un paio di volte ha dovuto anche spostare l’auto perché era troppo vicina all’albero dove devo lasciare il secchio. Ha uno sguardo severo. Non snob, ma uno sguardo che incute rispetto. L’omino con la valigetta invece è insignificante. Ha i capelli imbalsamati di gelatina e immagino che abbia le unghie lunghe e orlate di nero. Non sembra un tipo pulito.

Stamattina sono tornata a piedi. 5 minuti dopo, quindi. C’era una bella aria.

Ho svoltato verso la strada adiacente a quella dove abito e ho sentito una voce, anzi una specie di pigolio. La macchina blu aveva la portiera aperta. Sì perché l’autista, ogni mattina, scende e apre la portiera all’omino.

L’omino era fuori, davanti al cancello della sua casa. Urlava anzi pigolava contro l’autista. Che aveva lo sguardo rivolto verso il basso. Quando sono arrivata alla loro altezza, l’omino ha smesso di inveire, mi ha guardato, ha aspettato che passassi e poi ha ricominciato.

L’autista invece non ha alzato lo sguardo, ha continuato a fissarsi le scarpe. Ma forse poteva guardare anche quelle dell’omino.

Mentre li superavo ho guardato le mani dell’omino, anzi la mano dell’omino che teneva la pipa. La valigetta, invece, era sul marciapiede, vicino allo sportello dell’auto. Le unghie non erano sporche. L’unghia del pollice, invece, era lunga e gialla e disgustosa.



postato da alice121 ~ 31/03/2004 10:13 ~ commenti (6)
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martedì, marzo 30, 2004
 

Senza la logica si vive meglio (forse)

Per mettersi d’accordo con la sua amica che vive ad Amsterdam, usa la mail.

E quindi è come se ricorresse ad un piccione viaggiatore perché lei accende il pc ogni tanto e non sa se e quando la leggerà.

Viene alla partita? Gli chiedo.

Come faccio a saperlo? Non mi ha ancora risposto.

Con la sua amica di Roma, invece, usa il telefono.

Ma non ha il computer? Gli domando dopo 30, 40, 60 minuti di conversazione.

Certo, perché?

Perché…- in questo periodo è molto suscettibile, quindi bisogna scegliere con attenzione le parole- perché ho notato che hai tante cose da raccontarle, magari potresti spiegarti meglio con una lettera.

Come? Non sento!

Se abbassassi il volume dello stereo…

Ma è inutile insistere. E’ inutile cercare di capire la logica di un dodicenne.



postato da alice121 ~ 30/03/2004 13:22 ~ commenti (3)
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lunedì, marzo 29, 2004
 

Alla rete preferisco la carta

Durante le vacanze di Natale sono andata alla Feltrinelli di Largo Argentina e ho chiesto dove potevo trovare delle riviste. Le riviste? Ha ripetuto il commesso con aria perplessa, ormai è un genere che non va più. Mi ha guidato verso un angolo della libreria. Su uno scaffale, in modo confuso, c’era qualcosa di cinema, d'architettura e di letteratura.

Ormai è rimasta solo la Feltrinelli di Via Orlando a trattare il settore, ha detto.

Alla Mondadori di Via Appia, invece, non hanno nemmeno più uno scaffale, però vendono giornali e videocassette e molto altro ancora.

Peccato, perché a volte si trovavano letture interessanti.

Colpa dei giornali e dei loro allegati?

Non è facile rispondere. E probabilmente anche se si tentasse di analizzare a fondo il motivo, si scoprirebbe che dipende da tutto un po’.

E’ certo che con la scomparsa delle riviste, c’è una minore visibilità di autori e idee.

E Internet? E i blog? Fanno circolare idee e autori a basso costo. Senza l'assillo di un finanziamento e di un editore. Sarò strana io, ma continuo a preferire qualcosa che posso sfogliare a qualcosa che devo cliccare. Non riesco a leggere post troppo lunghi, per esempio. Magari li copio, con l'idea di stamparli in seguito, ma finisco per non farlo quasi mai.

Comunque, ad aprile nasce una nuova rivista di letteratura, già presente sulla rete. Qui le informazioni. Nel primo numero ci saranno racconti (uno è mio, ovvio, altrimenti avrei scritto questo post? Forse sì ) e articoli di vario genere.



postato da alice121 ~ 29/03/2004 10:35 ~ commenti (7)
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venerdì, marzo 26, 2004
 

Lui era uno che guardava il tempo passare

C’è questo Peter che era il proprietario della prima casa in cui abitavo quando mi sono trasferita qui e che non vedo più. Mi è ritornato in mente ieri sera quando stavo sulla veranda a fumare. A venti metri da me abitano degli studenti, che mangiavano sul tetto, che poi non sarebbe un tetto, perché la casa è una specie di cubo. C’era un tipo che lo ricordava. Alto e magrissimo. Carino. Mentre gli altri preparavano la cena, cambiavano i cd, stappavano il vino, e va be’ rollavano, lui stava seduto con un bicchiere in mano. Come avrebbe fatto Peter.

Peter è uno che vive sotto tono. Senza entusiasmi e senza tristezze. Innanzi tutto è pieno di soldi, a tal punto che non ha bisogno di lavorare. Quindi simula di lavorare. Ha uno studio di architetto, dove va una volta la settimana. E un negozio in cui vende oggetti di design che non compra nessuno. Poi delle case affittate che gli permettono di coprire le spese di queste due attività improduttive. Lui è sempre nel negozio a bere caffè, vino, e ad aspettare, non i clienti, ma gli amici. A trovarlo ci va sempre una ragazza etiope. Sono sicura che se passassi oggi all’ora di pranzo, la troverei lì. La ragazza è bella, e sembrava innamorata di Peter, lui invece no. Era contento che lei si trattenesse nel negozio a bere con lui, ma poi non la frequentava in altre occasioni. Che poi queste occasioni si traducevano in: passeggiata sulla spiaggia quando scendeva la notte con il suo cane bianco, con gelo e vento, e quando c’è vento al mare non si riesce a camminare. Da solo, sempre. E poi il sabato: bevuta con gli amici in uno dei posti più tristi di Olanda. Un pub sulla spiaggia di Scheveningen. Per andarci affittavano un pulmino. L’autista li riportava a casa e, quando era necessario, li recuperava sotto i tavoli.Se capitate da queste parti, evitatela come la peste, se volete morire di tristezza, visitatela, Scheveningen intendo.Ci ha vissuto Van Gogh, ma era diversa prima. Ci sono grattacieli ovunque, anche sul lungomare. E piove sempre, anche quando nel resto dell’Olanda c’è il sole.

Poi c’era la madre di Peter, da cui venivano i soldi, ovvio. La madre era come lui: sotto tono. E faceva la sua domestica. Gli stirava le camicie, stava nel negozio quando lui era impegnato a fare l’architetto, si occupava della sua casa. Peter è un grande fumatore e nel negozio, dove passava le sue giornate, c’era una nube spessa di fumo. La casa dove abitavo io era adiacente al negozio e lui, sempre, mi faceva notare che non dovevo spalancare le finestre perché così si disperdeva il calore. Poi c’era la macchina di Peter di cui sua madre non si occupava. E’ una delle cose che mi ha colpito. C’era un posacenere che non svuotava da quando l’aveva comprata. Serviva per spegnere le cicche che poi finivano per terra e c’era uno strato di almeno due centimetri di cicche. Più altra roba: giornali, cartoni della pizza. Ma quando la prendeva quella macchina, se stava sempre al negozio e al mare ci andava a piedi? Boh, non lo so. Comunque questa macchina lo rappresentava molto.

Una volta Peter viaggiava. Partiva per un paio di mesi, poi tornava, così raccontava. Quando l’ho conosciuto io, aveva smesso però. Diceva che ogni posto è uguale all’altro e che non vale la pena di spostarsi. Quando sono arrivata qui, mi fermavo nel suo negozio a bere un caffè. Ho anche comprato un orologio. Quando mi sono trasferita nella casa dove vivo ora, in un altro paese, ho tirato un sospiro di sollievo. Lui era uno che guardava il tempo passare. Ed è pazzesco, secondo me. Verso la fine, mi veniva voglia di prenderlo a schiaffi. Di urlargli: ehi, svegliati!



postato da alice121 ~ 26/03/2004 10:49 ~ commenti (8)
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mercoledì, marzo 24, 2004
 

Il calcio che passione…

Pronto, Tesoro?

Dimmi, veloce!

Mi sono affettata il dito con il bbb, sto perdendo molto sangue, è saltata anche l’unghia!

Non puoi arrestare l’emorragia? Ho ancora 30 minuti di gioco!

Sì, va bene, proverò a metterci il sale…

Perchè quello che sembra assurdo è sempre vero?

E perchè il sale arresta l'emorragia?

E come si fa a non perdere la pazienza quando si ottiene una risposta del genere?



postato da alice121 ~ 24/03/2004 14:07 ~ commenti (5)
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martedì, marzo 23, 2004
 

Non ho l’età

Dice: sto leggendo Proust, il secondo volume. Lì ci trovo quello di cui ho bisogno, cioè avrei bisogno anche di altro, ma per ora non voglio pensarci. E ho passato le vacanze di Natale a riversare su mp3 i cd di classica perché non avevo spazio nella valigia.

Suonavo il piano, quando ero giovane.

Sorride.

Sorrido anche io.

Poi mi piacerebbe avere un figlio.

Un figlio?

Sì.

Ti piace come idea, dico io. E’ come se affermassi: vorrei ritirarmi per un anno in un monastero in cima al Tibet, a riflettere. Però non lo fai.

Scuote la testa e cambia argomento: poi mi è venuta la nostalgia adesso, dopo tre mesi.

E’normale: all’inizio sei distratto dal lavoro, dalla gente che incontri, è tutto nuovo. Comunque passa, ti assicuro.

Proust lo leggo la mattina sull’autobus. C’è un silenzio pazzesco sull’autobus. Nessuno parla con nessuno. A Napoli, invece, quando andavo all’università, c’era una specie di teatrino: tutti parlavano con tutti. Voi invece i libri li avete portati...

Sì, per forza, non ho più una casa a Roma

Continua: ho una mania, io. Non sopporto che qualcuno mi presti un libro e mi dica di leggerlo. Devo essere io a decidere quando e cosa leggere. Detesto anche chi mi chiede libri in prestito. La gente si dimentica sempre di restituirli, tanto li hai letti, pensano. A me questa cosa infastidisce perché arriva sempre un momento che mi viene voglia di andarmi a rivedere qualche pagina. E poi io diffido di quelle persone che non hanno roba da leggere in casa. Nemmeno un giallo o un romanzo rosa. Mi fanno paura.

Lo guardo. Dimostra  meno dei suoi 26 anni. C’è qualcosa che non mi torna.

Chiedo: ma perché hai voluto fare l’ingegnere?

Risponde: per sfida. Perché ero un somaro in matematica. Ora che è finita, mi sento pieno d’energia. Sai che ho cominciato a studiare il russo? E’ una lingua bellissima.

Riflette un attimo. Sì, sembro un po’ scemo per come mi comporto. Il fatto di pormi mete difficili da raggiungere, ma mi piace così.

Conclude: per il figlio, hai ragione. A parte che non sarei in grado di mantenerlo, ma voglio aspettare di essere più stabile, che mi passi l’ansia da raggiungimento di obiettivo.

Mi piacerebbe che fosse femmina.



postato da alice121 ~ 23/03/2004 10:02 ~ commenti (4)
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lunedì, marzo 22, 2004
 

"O" senti questo disco….

Infilo il cd di Damien Rice nel lettore.

Chiedo a M.: dimmi se ti ricorda qualcuno.

Che è sta roba? (tradotto significa: non mi piace)

Allora?

Assomiglia a Cohen,

E poi? Senti la n. 3

Lui era più vivo e ci metteva più passione.

Eravamo in Irlanda, in un pub vicino al mare, e aveva appena finito di cantare un gruppo. Hanno portato sulla pedana un tipo, portato è il termine giusto perché non si reggeva in piedi. Un operaio, con le mani rovinate dalla calce e la vernice appiccicata ai capelli. Gli hanno dato una sedia e un microfono. Ha attaccato il primo brano con la voce che tremava in mezzo alle risate del pubblico. Una di quelle situazioni in cui provi un disagio pazzesco, anche se quello che hai davanti non lo conosci. Che vorresti dire: ehi, smettetela! E invece non fai niente.

Poi è stato come se gli avessero buttato addosso un secchio d’acqua. Si è alzato in piedi, ha appoggiato il microfono all’asta e ha tirato fuori una voce che non possiamo dimenticare.

Tutti ammutoliti ad ascoltare.

Ha cantato tre brani e poi l’inno irlandese, è tornato al suo tavolo, il pubblico voleva che continuasse, ma lui, no, non ha voluto più.

Ha ordinato un’altra birra ed è scomparso tra la gente.

Questo Rice lo ricorda un po’, ma solo un po’.



postato da alice121 ~ 22/03/2004 10:23 ~ commenti (4)
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venerdì, marzo 19, 2004
 

Prima di uscire un ciao...

Nello zainetto: caffè bollente (nero nel thermos), Repubblica (di ieri) e il libro che sto leggendo. E la mappa di Amsterdam ovviamente. Tra quindici minuti arrivo alla stazione, dopo 30 sono alla Central Station, proseguo fino al Dam e svolto a sinistra. Vado nell’altra Olanda, buon fine settimana a tutti, no anzi, non proprio a tutti, non a quelli che mi conoscono, che mi leggono e non scrivono nemmeno un ciao. A loro auguro un paio di giorni tranquilli, tutti casalinghi, saluto anche le bolle, quelle della varicella, of course;-)



postato da alice121 ~ 19/03/2004 08:58 ~ commenti (13)
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giovedì, marzo 18, 2004
 

Cogli la differenza (tra nord e sud)

Nella sauna, per esempio, da quando hanno annullato i giorni per uomini e quelli per donne e lo hanno sostituito con l’orario misto. Succede che uomini e donne nudi sono tedeschi, olandesi, danesi, svedesi, quelli con il costume, o ancora peggio con l’accappatoio, saranno italiani, spagnoli, portoghesi, greci, ecc. Mi sfugge come si comportino i francesi: spogliati o vestiti? E’ strano che io non lo sappia perché di francesi il centro è pieno e poi parlano in continuazione. Deduco quindi che quando entrano nella sauna perdono la parola oppure non la frequentano.

Comunque su questa vergogna a mostrare o celare le proprie grazie influisce sui popoli latini, la religione cattolica, credo. E quindi farsi vedere nudi è peccato. Che si sia religiosi o meno. Però a volte si sfiora l’assurdo, se  li osservi mentre sono in palestra.  C’è un tipo, per esempio, sui trenta anni, bandana che trattiene, ma non troppo, una fluente massa di capelli, canotta che lascia scoperto ogni muscolo, pantaloncini che si spostano durante gli esercizi ginnici, insomma un vero macho, spagnolo. Uno di quelli che non deve chiedere. Lui quando entra in sauna, si veste. Costume, accappatoio e asciugamano. Allora mi sorge un dubbio: o ha un terribile segreto da nascondere, oppure è stato condizionato da bambino. Poi invece entra il cinquantenne tedesco, quello con la pancetta, quello che in palestra sollevava a malapena 15 chili. Entra nudo, disinvolto, controlla la temperatura, chiede un po’ di spazio allo spagnolo, che forse per il calore, forse perché pensa al suo segreto, è seduto lì imbambolato e non si sposta.



postato da alice121 ~ 18/03/2004 10:12 ~ commenti (8)
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mercoledì, marzo 17, 2004
 

Speriamo che duri..
Eh si, anche oggi conferma. Da ieri, in Holland, è iniziata la primavera.




postato da alice121 ~ 17/03/2004 12:02 ~ commenti (9)
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martedì, marzo 16, 2004
 

C’è sempre un perché

Piove. Ho la macchina piena di buste. Sono bagnata. I figli ascoltano la loro musica. Penso che mi sto dimenticando l’italiano. Ogni tanto, quando mi distraggo, tiro fuori delle frasi con costruzioni assurde. C’è un parcheggio. Io sono un asso nel parcheggiare, come tutti quelli che abitano o hanno abitato nel centro di una città. C’è parecchio spazio, quindi non mi allineo alla macchina davanti, metto la freccia e m’infilo. Spengo il motore, i bambini scendono, il vento è fortissimo e ti sbatte la pioggia in faccia. Tiro fuori le buste, un sacchetto cede e le mele rotolano. Ehi, dico, aiutatemi! Mi guardano imbambolati davanti alla porta e non si muovono. Calma. Raccolgo le mele, prendo le buste, chiudo la macchina, avrei dovuto fare il contrario. Ora devo attraversare la strada. C’è uno sulla bicicletta che sta arrivando. Aspetto che passi, lui rallenta. Quando è a circa quindici metri da me, toglie la mano dal manubrio, la gira, alza il dito medio e mi guarda torvo. Sposta la mano all’altezza della testa con quel dito sempre su. Eh si, è proprio diretto a me. E’ questione di istanti: tra un po’ mi supererà e non potrò più guardarlo negli occhi. Mi torna il linguaggio, non l’italiano, ma il romano più greve. In dieci secondi esprimo tutto quello che ho sentito in mezzo al traffico impazzito del Giubileo romano. Lui, l’uomo nordico, capisce, lo so che capisce. Mentre mi supera mi risponde adeguatamente, credo. Poso i sacchetti. Guardo la macchina. La ruota posteriore sinistra sporge di cinque centimetri oltre la linea blu. Ecco il perché del dito. Rientro in macchina, accendo il motore, mi allineo a quella davanti e parcheggio. Riprendo i sacchetti, attraverso, i figli chiedono insieme: ma tutte quelle…Li interrompo. Entriamo, poi vi spiego perchè.



postato da alice121 ~ 16/03/2004 09:48 ~ commenti (10)
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lunedì, marzo 15, 2004
 

Fu Autoritario riuscirà ad essere Autorevole?

Autorevole è chi riesce ad esercitare il comando attraverso meriti effettivi. I padri del passato erano autoritari o assenti, quelli di oggi, con le dovute eccezioni, tendono verso la strada dell’autorevolezza.

Putiferio sull’albero di Kureishi, è un racconto costruito proprio su questa domanda.

Un uomo è al parco con i suoi 3 figli (due gemelli di 7 anni e uno di 2) e ha voglia di bersi un caffè e rilassarsi un attimo, magari di sfogliare il giornale. Dice: Su andiamo! E i bambini inaspettatamente lo seguono, senza obiettare. Allora ripensa alla domenica precedente, quando incontrò un amico indiano e uno dei figli disse all’amico: sei scemo? E quello commentò, disgustato, della brutta educazione che stava ricevendo il bambino. Il padre, imbarazzato, si chiese se non fosse arrivato il momento di cominciare ad essere più autoritario.

E’ contento del silenzio che segue quando riesce a calciare la palla tanto in alto da bucare le nuvole, è irritato quando i figli imitano certi suoi comportamenti. E’ come avere dei caricaturisti che ti osservano ogni istante, pensa. Così quella mattina prima di lasciare il parco, decide di stupirli e lancia il pallone in alto per superare le nuvole, ma il pallone s’incastra tra i rami di un albero. E a quel punto l’uomo entra in crisi. E’ stanco di giochi, di litigi e di discussioni, pensa al caffè, ai raggi di sole che lo riscalderanno mentre scorre i titoli del giornale ed è tentato di lasciare il pallone tra i rami dell’albero. Di dire al bambino: te ne compro un altro domani, adesso andiamo a berci le bibite che vi avevo promesso. Ma subito dopo s’interroga: che cosa avrebbero pensato i figli di un pallone nuovo abbandonato sull’albero? Decide di salire, anche se è convinto che non riuscirà ad arrampicarsi così in alto da farlo cadere. Infatti così accade. Sarà un altro uomo, più agile di lui, a recuperarlo. Ma ciò che conta non è il risultato, non è dimostrarsi un eroe. No, ciò che conta è averci provato.

Da lì capisce una cosa importante: non puo’ andare contro il suo carattere, il suo modo di essere. Non puo’ forzarsi ad imporre il rispetto delle regole con la coercizione.

E’ la stessa strada che sta seguendo il tipo che passa tutte le mattine con i due figli al seguito. I bambini si arrampicano sulle statue dei cani, lui per un po’ li lascia giocare, poi guarda l’orologio, li chiama, ma i bambini non lo ascoltano, lui riprende a camminare, tira fuori un pallone o un altro gioco, li chiama di nuovo. Loro lo guardano, valutano se seguirlo o meno, lui dice qualcosa e fa qualche altro passo. A quel punto i bambini scendono dalle statue e riprendono le loro postazioni: uno sul passeggino e uno sulla bicicletta. Tutti i giorni così, questo tipo aspetta che i figli decidano di seguirlo.

Certe mattine si intuisce che sta per perdere la pazienza, ma continua a seguire questa strada in salita, che gli fa perdere tempo ed energie, lo so, ma che condurrà ad un rapporto migliore, forse. Lo sapremo tra cinquanta anni da un altro Kureishi.



postato da alice121 ~ 15/03/2004 11:31 ~ commenti (5)
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venerdì, marzo 12, 2004
 

En la hora de punta
Non sono i treni accartocciati o le gambe e le braccia insanguinate o i corpi rinchiusi nelle buste nere e portate via sulle barelle a farmi pensare: ma cosa sta succedendo? Sono immagini che abbiamo visto e rivisto nei film e nella realtà, immagini che sono divenute retoriche che si fanno guardare e affermare: speriamo che sia l’ETA.

Poi la telecamera inquadra un uomo, un uomo di mezza età seduto sul marciapiede, senza ferite, con la testa fra le mani. Un soccorritore si avvicina e gli parla. L’uomo non risponde. Il soccorritore gli parla ancora, posa una mano sulla sua spalla. E’ quel contatto a svegliare l’uomo dal torpore: si alza, cammina a testa bassa, segue la giacca fosforescente. E’ quell’uomo che buca lo schermo, che mi confonde i pensieri e mi suscita quella domanda inutile.

Allora penso agli avvoltoi. Gli avvoltoi arrivano dopo la morte. Gli avvoltoi moderni hanno subito modificazioni genetiche, ma hanno conservato alcune caratteristiche dalla specie di provenienza. Il fruscio per esempio. In natura è determinato dall’aria spostata dalle ali. Questo pomeriggio, sul cielo surreale di Spagna, è prodotto dai mazzetti di banconote. La gente vende titoli e azioni. Gli avvoltoi moderni hanno orrore dei corpi mutilati e del sangue, hanno imparato che la carne intatta è migliore, e contano i mazzetti per acquistare quello che domani li arricchirà.

In mezzo al fumo e alla concitazione, altri avvoltoi appartenenti ad un’altra evoluzione, si fregano le mani. Ancora un fruscio questa volta, che non smentisce la specie di provenienza.

Un’altra strage, purtroppo. E le trasmissioni continuano, per fortuna.

Il dibattito è aperto: Eta o Al Qaeda?

Posso rispondere in modo indiretto alla domanda?

Sì, certo, purchè mi dia una risposta retorica.

L’aveva detto Bush: la guerra al terrorismo sarà difficile e durerà a lungo…



postato da alice121 ~ 12/03/2004 09:44 ~ commenti (2)
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giovedì, marzo 11, 2004
 

E non ci resta che piangere

A seguito di piccoli eventi accaduti negli ultimi giorni avevo scritto qualche riga sulla nostalgia. Poi ho riletto e non ho resistito: ho premuto il tasto cancella e via tutto.

La linea che separa romanticismo e pateticità è sottile e molto personale. Io, di solito, mi infastidisco con la roba commovente. Allora ho cercato di ricordare una storia che mi avesse commosso senza innervosirmi e mi è venuta in mente Lettera al mio giudice di Simenon. Sotto al titolo, all’interno del libro, c’è la data in cui l’ho letta: aprile 1995. Nove anni fa, quindi. Ho riletto qualche frase a caso, le prime righe e anche l’ultima pagina. Ma non ho trovato quello che ricordavo.

Sul dizionario Garzanti, l’occhio mi cade su romanticume (parola dal suono orribile, secondo me) e leggo:  atteggiamento  o comportamento dettati da un sentimentalismo deteriore. E il romanzo di Simenon, che mi aveva quasi strappato una lacrima, stamattina mi appare proprio così. Insomma avrei questo desiderio di leggere qualcosa che mi commuova, ma non mi viene in mente nulla. Forse ho commesso un errore ieri sera quanto ho spento la tv con il Berlusca dentro. Dovevo rimanere ad ascoltarlo invece e forse ora non sarei qui a cercare una storia che mi faccia piangere. Ha detto Fran, quando la faccia senza rughe del Berlusca ha riempito lo schermo: ora tira giù la lampo ed esce lo scorfano. A me ha fatto ridere questa frase, ora mi spaventa invece. E’ terribile che un uomo arrivi al punto di entrare in sala operatoria per mantenere un’immagine immutata. E  che sia spinto a questo non perché voglia conquistare una donna o affascinarne tante, ma per ammaliarci tutti senza distinzione.

Ecco ce l’ho quasi fatta, se ci ragiono ancora, tra un po’ mi viene da piangere…



postato da alice121 ~ 11/03/2004 10:01 ~ commenti (4)
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mercoledì, marzo 10, 2004
 

Accidenti mi è scaduto l’ antibiotico.

Dopo dieci giorni di febbre di Lo, il medico olandese dice: potrebbe essere un’infezione batterica oppure pertosse. Aspettiamo.

Il medico italiano dice: se è una infezione batterica va curata con un farmaco, se è pertosse con un altro. Poi aggiunge: un dottore deve essere in grado di riconoscere la pertosse. E conclude così: Ci lamentiamo tanto dell'Italia ma... ma proprio in Olanda dovevi capitare?



postato da alice121 ~ 10/03/2004 10:34 ~ commenti (5)
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martedì, marzo 09, 2004
 

Per il momento niente letteratura, solo un po’ di spazzatura.

Era Gadda, credo, che diceva che si puo’ fare della letteratura descrivendo, per esempio, la ricetta di un risotto. Così potrei tentare anche io di fare della “letteratura” occupandomi di spazzatura che è divenuta la mia ossessione da quando vivo qui. Purtroppo essendo coinvolta emotivamente, non ho il distacco necessario per trattare l’argomento. Semmai produrrò qualcosa che meriti di essere letto, sarà solo quando mi sarò lasciata questo problema alle spalle. Di questo ne sono più che convinta. Se volessi scrivere un racconto su una storia d’amore, per esempio, tragica o comica che sia, non descriverei quella che sto vivendo al momento, ma cercherei nel mio passato o ancora meglio mi ispirerei a quelle vissute da altri. Tornando al mio problema, della spazzatura intendo, Theo un olandese da generazioni, come dice lui, mi ha dato un paio di suggerimenti su come uscirne fuori.

Devo comprare un paio di guanti da chirurgo, dice. Quindi aprire i sacchi che hanno gettato nel mio container, frugare con cura fino a quando trovo una bolletta, una ricevuta o una busta. A questo punto sono di fronte ad un bivio. A)Vado a bussare alla porta del tipo (o dei tipi potrebbero essere anche più di uno), gli riconsegno il sacco e lo minaccio nei termini legali. B) Chiamo direttamente la polizia e ci pensano loro.

Anche Theo affrontò questo problema qualche anno fa e lui scelse l’opzione B. I consigli che mi ha dato sono sensati, ma a me solo l’idea di rovistare tra avanzi di cibo e di chissà che altro mi disgusta.

Ora capisco quel poveretto che nel mezzo della notte si spostava da un altro quartiere per buttare i sacchi. Probabilmente anche a lui capitava quello che sta capitando ora a me.

Non voglio nemmeno seguire il suo esempio, però, e quindi continuerò ad agire randomicamente, come ho fatto finora.

Nel container stamattina c’erano 3 sacchi enormi. Li ho divisi equamente tra altri 3. Domani se lo troverò ancora pieno, li metterò negli altri.

Non mi piego, non mi spezzo e non cedo.

Voi vantate antenati barbari, ma io, non dimenticatelo, discendo dagli Antichi Romani.


postato da alice121 ~ 09/03/2004 10:51 ~ commenti (3)
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lunedì, marzo 08, 2004
 

Soffia fino allo stop.

Il fine settimana ci sono i posti di blocco.

Ne esistono di due tipi: per le biciclette e per la prova alcolica.  

Quello in cui mi sono imbattuta io sabato sera  era all’imbocco dell’autostrada e fermavano tutte, ma proprio tutte le macchine e s’era formata una fila lunghissima anche se i poliziotti erano almeno dieci.

Arriva il mio turno.

Non parlo olandese, dico. Questa frase la uso come scudo protettivo, una specie di giustificazione che vorrebbe sottintendere: se ho commesso un errore, non è colpa mia perché non capisco un accidenti. Aveva un senso quando anteponevo il sorry, ora non più.

Il poliziotto dice: Non importa: parli inglese, vero?

Appena un po’.

Vuoi fare la prova dell’etilometro?

Non sapevo che si potesse evitare.

Perché no? – rispondo.

Bene, dice lui. Devi soffiare qui dentro – mi mostra una specie di tubo – fino a quando io non dico stop. Chiaro?

Devo proprio appoggiare le labbra lì? Non posso soffiare da lontano?

No - dice lui. Il tubo è pulito: lo sostituiamo ogni volta.

Va bene – rispondo io, ma non sono molto convinta che lo cambino.

Pronta?

Sì.

E succede quello che a volte mi capita con l’apparecchio della pressione. Mi viene un po’ d’ansia. Quindi non soffio fino allo stop e smetto prima.

Devi prendere più fiato, come quando t’immergi nell’acqua.

Riprovo, ma ancora una volta non arrivo al traguardo e comincio a ridere e se rido non riesco a soffiare.

Scusa, dico. Ora mi passa, non so che mi è preso.

Ride anche lui.Non ti preoccupare – dice - abbiamo tutta la notte.

Suona il cellulare. Il cellulare è dentro lo zainetto sul sedile accanto a quello di guida. Vicino al poliziotto quindi. Lui guarda lo zainetto, lo guardo anche io, ma non rispondo.

Mi chiamano perché sono in ritardo. E mi trovo a quest’ora in macchina da sola perché ero in ritardo anche prima.

Soffio ancora.            

Dopo altri tre tentativi supero la prova.

Bene, dice lui. Non hai bevuto.

No, dico io. Sembrava di sì, invece?

No, me ne sarei accorto dall’odore dell’alito. Ma il test devo farlo comunque.

Anche se è assolutamente fuori luogo rido ancora. Per fortuna ride anche lui. Un poliziotto olandese che ride di sabato sera: una combinazione di tre elementi che ha dell’assurdo.

Buon fine settimana, dice lui.

Grazie, anche a te.

Quando riparto il telefono riprende a squillare. Lancio lo zainetto dietro, accendo lo stereo e continuo a guidare.



postato da alice121 ~ 08/03/2004 09:44 ~ commenti (3)
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venerdì, marzo 05, 2004
 

Quel lato oscuro dentro di noi.

Quando Fran aveva tre-quattro anni avevo scoperto che se la febbre arrivava ai 40, 40,5, era capace di fare operazioni tipo 5+4-2 in un paio di secondi. Calcoli che non sapeva assolutamente fare quando stava bene.

A me invece capita qualcosa di strano quando mi arrabbio molto.

Stamattina prima delle otto, mi abborda una cretina per motivi che sarebbero troppo lunghi da spiegare, motivi dipendenti dal solito puntiglioso rispetto delle regole.

Capisco ogni parola di quello che mi dice anche se mi parla in olandese, e questa è la prima sorpresa, ma fingo di non capire. Lei replica in inglese: commetti un altro errore allora e dovresti studiarlo. E io mi arrabbio, e questa non è una sorpresa. Quindi parlo per cinque minuti a velocità supersonica.

Tornando a casa, ripenso a quello che è accaduto. L’arrabbiatura sparisce e subentra un senso di autocompiacimento: accidenti, non immaginavo di conoscere l’inglese così alla perfezione.

La prossima volta invece di perdere tempo con le lingue voglio provare con la trigonometria o meglio ancora con le istruzioni per l'uso del videoregistratore.



postato da alice121 ~ 05/03/2004 11:09 ~ commenti (6)
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giovedì, marzo 04, 2004
 

Lì il cielo è sempre più blu

L. prepara scatoloni e valigie: alla fine del mese si trasferisce in Sud Africa. E’ contenta, a me dispiace invece. Non che ci siamo frequentate molto nei due anni in cui è stata qui, ma abbiamo chiacchierato a lungo. Mi piace parlare con le persone tranquille come lei, che non cambiano mai tono: mi rilassa.

Ha vissuto in Sud Africa per un anno, quindi lo conosce un po’.

Non hai paura? So  che ci sono posti pericolosi. – Le chiedo.

Paura? Affatto. Ci sono delle zone da evitare, ma per il resto si vive bene. La natura è bellissima con colori diversi rispetto a quelli europei. E il cielo…Ci pensa un attimo, poi continua: sembra quello di montagna, ma non esattamente. Credo che dipenda dalla luce. Nei supermercati poi si trova tutto. E gli europei che vivono lì sono molto uniti tra loro, mica come qui.

Sì però è lontano…

E’ vero, ma quando stai bene in un paese, mica ti metti a pensare che è lontano o vicino. Tanto in Italia ci torno comunque due volte l’anno, quindi non cambia nulla. Poi poteva andare peggio: potevano trasferirci in Kazakhstan o in Iran e lì sarebbe stata dura.

La osservo mentre incarta tazzine e bicchieri con gesti misurati. Il figlio più piccolo (ne ha quattro), dal seggiolone, riesce ad afferrare una tazza e la lancia, con grande precisione, contro la credenza. Lei non si scompone. Gli dice: Così non si fa. Poi va a prendere scopa e paletta e mentre raccoglie i cocci, dice: una di meno da incartare.



postato da alice121 ~ 04/03/2004 09:38 ~ commenti (3)
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mercoledì, marzo 03, 2004
 
La forma della Sinistra

Nel corso della battaglia elettorale che portò Berlusconi al governo, tre anni fa, incontrai molte volte Giovanna Melandri. L’incontrai al bar, all’uscita della piscina o della scuola. Insomma in quel periodo lei frequentò assiduamente, con un paio di collaboratori, il quartiere dove abitavo io e scambiò due parole con la gente che passava per la strada. Si presentava, ti porgeva una mano magrissima con degli ossicini che facevano pensare a quelli che Pollicino offriva all’orco ed era simpatica in modo non forzato. Il ricordo che ho di quei minuti di conversazione sono senz’altro piacevoli. Si esprimeva con un linguaggio comprensibile. Per lo meno io la capivo e l’ho pure votata.

Ieri sera l’ho rivista a Ballarò. Non è la prima volta che l’ascolto in tv. Non so che effetto faccia a chi la segue, ma a me innervosisce alquanto: non riesco a capirla con tutte quelle pause, digressioni, puntualizzazioni, parentesi che fanno perdere il filo del discorso che sta facendo a me e anche a lei, credo.

Eppure dal vivo fa tutto un altro effetto. Presumo quindi che sia la telecamera ad influenzarla in modo negativo. Ma dato che ormai la presenza televisiva è divenuta fondamentale, credo che delle prove tecniche per parlare ad un pubblico che si annoia/distrae facilmente dovrebbe farlo. Perché, oggi più che mai, la forma conta quanto il contenuto.




postato da alice121 ~ 03/03/2004 09:29 ~ commenti (5)
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martedì, marzo 02, 2004
 

Sono andata a Rotterdam domenica a vedere una mostra.
La mostra non è in un museo, né in un palazzo. E’ in una costruzione di cemento. C’erano quadri,  fotografie, foto rielaborate, oggetti, video, qualche statua in vetro, poi c’era questa ragazza di cera.

Osservata da lontano e da vicino sembra vera. Nella fotografia non so come appare.

L’ho vista mentre passavo di corsa con Lo che aveva un bisogno urgente e ci siamo fermati per qualche istante perché pensavamo fosse viva.

Poi siamo tornati.

 

Si è addormentata guardando il braccio femminile.

Ai piedi ha delle scarpe nere, senza tacco e dei calzini sottili bianchi.

Poi c’è quel braccio peloso.

Ci siamo guardati, io e Lo, e lui non ha fatto domande.

Al tipo del padiglione ho chiesto se potevo scattare delle foto.  

Questa è la foto che ho fatto io, quella sopra l'ho trovata sulla rete su questo sito. L'autore è Tobias Schalken.

 

 




postato da alice121 ~ 02/03/2004 14:42 ~ commenti (5)
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