ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

@ Mail

Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


~ Prima leggi qui



venerdì, febbraio 27, 2004
 

Quando il corpo non c'è.

C’era un tipo sull’aereo seduto un posto davanti a me in diagonale. Con la pelle olivastra e i capelli lisci. Poteva essere indiano o pakistano. Ma doveva essere pakistano, perché quando ho tirato fuori il libro di Kureishi, lo ha fissato per qualche istante e poi mi ha guardato. I tipi così m’incuriosiscono da morire. Per come si comportano e perché non riesci mai a scambiarci due parole. L’ho capito sin dall’inizio che era uno così, che non parlano con nessuno intendo. Il viaggio è durato 11 ore. 11 ore sono sopportabili in treno o in macchina, ma in aereo non passano mai. C’era di mezzo la notte, ma io non dormo quando sono in mezzo alla gente e poi non riesco a stare seduta troppo a lungo. Nei viaggi di questo tipo ogni ora ti portano da bere o da mangiare. Serve a distrarti. Un po’ leggi, un po’ ascolti la musica, giochi con il portatile, ma alla fine devi alzarti. Puoi andare al bagno oppure camminare nel corridoio o stare in piedi. Poi devi tornare  al tuo posto. Devi toglierti le scarpe. Se le tolgono tutti. C’è sempre qualcuno a cui puzzano i piedi, ma poi ti abitui.

Questo tipo, il pakistano, era sconvolgente. Un asceta quasi puro. Intanto era vegetariano. Questo l’ho capito perché nei due pasti che hanno servito, sono andati prima da lui e da un altro. L’altro era un cinquantenne con passato freak. L’altro ha divorato tutto e ha chiesto anche il bis. Lui, il pakistano, invece niente, ha sempre rifiutato con un gesto della mano. Non ha mai bevuto, neanche un bicchiere d’acqua. Non ha preso neanche i fazzoletti caldi. Non si è mai tolto le scarpe. Aveva delle scarpe nere, rigide e dei calzini di bianchi di spugna. Secondo me una combinazione scomodissima. Non ha mai fatto la pipì. Nè abbassato lo schienale del sedile. Non ha mai cambiato posizione. Ascoltava musica da un Mp3 (cosa?) e scriveva sul portatile. Sulla pagina di word c’erano delle figure geometriche: 3 coni e 2 cerchi e poi pagine e pagine di appunti. Che poi esistano batterie che abbiano un’autonomia di 11 ore non lo sapevo. Comunque durante tutto il tempo ha sempre scritto e riletto. Poi quando l’aereo si è fermato, ha infilato il pc nella borsa e se ne è andato. Non ha dovuto neanche prendere il giubbotto perché se lo era lasciato addosso.  



postato da alice121 ~ 27/02/2004 10:54 ~ commenti (6)
~




giovedì, febbraio 26, 2004
 

I wasn't born there,
Perhaps I'll die there
There's no place left to go
San Francisco. (Eric Burdon - S.F. Nights)

Sull’aereo che mi porta a San Francisco, separato da una tenda, siede Rubbia. Viaggia tra Amsterdam e la California per unire i fili che cambieranno il mondo. Nessuno lo riconosce, lui sta in coda un’ora e più, come tutti gli altri per entrare negli USA, un uomo gigantesco con un valigia piccola, senza portatile, un sorriso ironico stampato sul viso.

Non avevo voglia di andare ad Amsterdam per comprare una guida e così ho un quaderno pieno di appunti trovati sulla rete. Forse perché li ho scritti a penna, ma mi sembra di sapere tutto di questa città che non corrisponde affatto all’idea che mi sono fatta dell’America. I primi 3 giorni dormiamo tra Chinatown e North Beach, due quartieri che sono al centro. Ogni strada è abitata da un barbone che ha un carrello del supermercato in cui tiena la sua roba. A North Beach c’è la libreria di Ferlinghetti, poeta della beat generation. Fuori dalla libreria sono appesi dei manifesti che cambiano regolarmente ed esprimono il dissenso verso la politica americana. Qui conosciamo Ugo, un romano di 23 anni che fa il cameriere in un ristorante italiano. Mentre aspettiamo la pizza, Ugo racconta: sono otto mesi che vivo qui, non avevo un lavoro e allora ho pensato di imparare l’inglese. Però siccome sto sempre con gli italiani, capisco tutto, ma non parlo ancora. Ho avuto una ragazza, lei era di Los Angeles, poi mi ha lasciato perché non la chiamavo mai. Mi sedevo sui gradini, le telefonavo, dicevo: ciao come stai, e finiva lì, mica mi potevo scrivere le frasi in anticipo, non riesco a prepararmi prima quello che devo dire ad una donna e lei si arrabbiava perché non la capivo.

Pensavamo di restare in città per tre, quattro giorni e passare il resto del viaggio nel parco di Yosemite, ma la città ci cattura e finiamo per fare il contrario. A Yosemite fisso negli occhi un lupo in cerca di cibo, lui si lecca il naso, poi prosegue.

Quando torniamo in città andiamo a dormire ad Haight. In ogni vetrina della strada principale ci sono magliette, manifesti o cartoline che ridicolizzano Bush. Ogni albero della strada è dedicato ai cantanti degli anni 60-70 e i Grateful Dead occupano il posto d’onore. La gente che cammina in questo quartiere è tra i 20 e i 40 anni.

Fran dice che è un posto pittoresco. Lo che c’è molto da guardare e mi chiede continuamente: sono pazzi o poveri?

Nei negozi dell' usato incontro personaggi singolari: Una tizia identica a Emily the strange, di venti anni, che sceglie vestiti neri con aria imbronciata in compagnia di una fidanzata molto robusta, piena di colori e di carte di credito. Una Amelie americanizzata, di Milano, con un vestito estivo malgrado la temperatura segni i dieci gradi, che prova abiti minuscoli, mentre il suo bambino la fissa stupito dal passeggino. Poi assisto ad una litigata tra una coppia. Lei corrisponde all’immagine che mi sono fatta di Zena, la nana di Cristalli Sognanti. E’ minuscola, senza alterazioni fisiche. Lui ha 25 anni, dieci o quindici meno di lei ed è pieno di tatuaggi e piercing. Urlano per un po’, poi quando riesco sulla strada, li vedo seduti sul marciapiede, lui la tiene tra le braccia come fosse una bambina, le parla sottovoce, lei lo fissa in silenzio. Lo mi chiede un’ultima volta: sono pazzi? O sono poveri? Perché stanno seduti per terra?

Ad Haight dormiamo in questa stanza. Sami Sunchild, la proprietaria, è una vecchia signora egocentrica, che ti costringe a parlare con gli altri ospiti dell’albergo durante la colazione. Ridiamo tantissimo in questo posto.

A South of Market, il quartiere dei senzatetto, ascoltiamo i canti in una chiesa metodista. Da Alcatraz vediamo la baia di San Francisco e c’imbattiamo in un uomo che fonde consumismo e redenzione. Il penitenziaro fu chiuso 40 fa, lui fu detenuto per circa dieci anni, ed è rimasto lì. Ha una scrivania, dove si fa fotografare con i turisti e firma le copie del libro che ha scritto sui suoi anni in prigione.

Nel viaggio di ritorno leggo la dichiarazione del sindaco di S.F. che quei disordini civili, temuti da Schwarzenegger, a seguito dei matrimoni celebrati tra gay, non si sono verificati, anche se è arrivata gente da tutto il mondo.

E’ una città insolita San Francisco, difficile da raccontare.






postato da alice121 ~ 26/02/2004 12:18 ~ commenti (5)
~




mercoledì, febbraio 25, 2004
 

Sono qui, ma sono ancora lì

Signori e Signore: è il comandante che parla.Tra quindici minuti atterreremo ad Amsterdam, la città più bella di Europa.

E’ un pilota olandese a fare questo annuncio e dal sole della California passiamo alla neve dutch. Abbandoniamo la notte ed entriamo nel giorno, lascio il quartiere di Haight e sono di nuovo in questo piccolo paese, ma per me sono le 8,30 di mattina, ho appena fatto colazione e devo convincermi a non continuare a dormire.



postato da alice121 ~ 25/02/2004 17:55 ~ commenti (4)
~




martedì, febbraio 24, 2004
 
Ultima notte a San Francisco. Domani di nuovo in Holland, anzi dopodomani. E invece resterei volentieri qui.

postato da alice121 ~ 24/02/2004 03:54 ~ commenti (1)
~




venerdì, febbraio 13, 2004
 

Prima di partire un quiz (Alice già lo sa)

Ho cercato su internet un posto dove andare. Requisiti: utilizzare le miglia accumulate, magari facendole anche avanzare. Alla fine ho trovato.

Domenica dormirò da queste parti.
In quale città si trovano queste case?




postato da alice121 ~ 13/02/2004 11:27 ~ commenti (15)
~




mercoledì, febbraio 11, 2004
 

Up and Down

Spesso eventi che appaiono tragici sfumano nel tempo e perdono la drammaticità iniziale. Altri fatti che da principio sembrano leggeri nascondono, invece, un lutto che ci seguirà per sempre.

Ogni Natale quando la cena è arrivata a metà e gli Adulti hanno il naso rosso e i Bambini non riescono a stare fermi, c’è sempre uno dei Parenti che chiede al Padre: ti ricordi quando è nato Giacomino?

Il Padre risponde: guai a chi me lo tocca adesso! La Madre si passa una mano sugli occhi e fa sì con la testa e una delle Zie va a farle una carezza.

Poi continuano con un discorso che è sempre uguale, ma che a lui ogni volta pare diverso: sì che ricordano quel pomeriggio al centro dell’inverno quando, dopo quattro femmine belle e allegre, è nato lui il maschio di cui non si poteva fare a meno.

Dopo il Padre sperò che morisse e restò ore a fissarlo da dietro il vetro fino a quando un medico lo scosse per un braccio e gli sussurrò all’orecchio: è il bambino più robusto di tutto il nido tuo figlio. Rassegnati: vedrai che troverà la sua strada.

Sono passati trenta anni e ora è diventato un uomo anche se per la forma degli occhi tutti credono che sia ancora un bambino.

Vive nel Paese con le Zie perché gli è sempre piaciuto stare lì, e quando finì la scuola, mentre le Sorelle e i Genitori si consumavano il cervello su come tenerlo occupato, lui, Giacomino batté un pugno sul tavolo e urlò: Della mia vita decido io!

Vogliamo soltanto aiutarti - disse Caterina.

Lo so io quello che voglio: vado a vivere al Paese.

Scossero la testa il Padre, la Madre e le Sorelle: impossibile! Poi aggiunsero, quando mise su il broncio: sentiamo le Zie. Le Zie dissero: vediamo. Quella vecchia, la Zia Matilde, da principio rimase in silenzio, poi fece un bel sorriso e se ne uscì con: sarei proprio contenta che Giacomino vivesse con me così la notte non avrei più paura degli Assassini.
E Giacomino era partito. E lavorava come fattorino nel negozio di alimentari. Poi alle due, terminate le consegne, era libero e passeggiava: giù verso il lago a bere un decaffeinato al bar, su per la pineta che c’era all’inizio della montagna quando aveva voglia di star solo, che poi non era mai solo perché gli regalarono un cellulare, che uno ad una certa età deve averlo dissero e lo chiamavano tutti i giorni le Sorelle e il Padre e anche le Zie. La Madre invece gli telefonava alle otto perché voleva essere tranquilla che fosse al sicuro.

Con tutto quel girare per le case e quel passeggiare per le strade, lo conoscevano tutti, ma proprio tutti. La gente scherzava e lo ascoltava, poi lui andava via per non disturbare troppo con le domande.

Soltanto gli Scioperati lo cacciavano quando si avvicinava. Lui per un po’ continuò ad insistere: erano anche più piccoli di lui. Le Zie lo minacciarono: se continui ad andare da loro ti rispediamo a casa. Sua Madre gli ordinò: non ti accompagnare con gli Scioperati. E allora promise che no, non li avrebbe seguiti più. Si avvicinava di nascosto, di tanto in tanto, per verificare se avessero cambiato idea e una volta il Capo disse: puoi stare con noi se vieni a fare un giro in moto e lo portò su per i tornanti oltre la pineta e lui si disperò, pianse, fino a che quello frenò di colpo e lui tornò al Paese a piedi quando era già notte. Non raccontò di quel fatto a nessuno, ma da quel giorno li evitò con cura.

Non li incontrò più neanche per caso. Alcuni partirono per il militare e non tornarono. Altri comprarono un camion e giravano il mondo. Erano rimasti soltanto in tre e uno dei tre era quello che l’aveva quasi ammazzato con il giro in moto: lui era il Capo e non aveva convenienza ad andar via.

Così quando li vide arrampicarsi su per la pineta, l’ignorò come fossero trasparenti e anche quando cominciarono a canzonarlo: ehi mongolino, cosa fai seduto sotto l’abetino? - non solo non rispose alla provocazione, ma si mise a lanciare sassi per dimostrare che non li ascoltava.

Poi notò il cane. Quello era il cane da caccia del signor Ugo. Si alzò in piedi e pensò: non si porta un cane con una corda al collo. E' pericoloso. Ripeté ad alta voce questa cosa. Quelli continuarono a salire e a ridere, tirando forte la corda perché la povera bestia puntava le zampe per non seguirli.

Allora, agitato, prese il cellulare. Cercò nella rubrica la parola Caramba , ma la linea era assente. Per questo fu costretto ad andargli dietro: stavano per commettere un assassinio!

Tentò di afferrare la corda

Lo spinsero, ruzzolò giù fino ad un albero, li raggiunse di nuovo.

Giacomino il Mongolino.

Gli montò la rabbia.

Poi il Capo si fermò e lo minacciò puntandogli un dito contro: se fai ancora un passo ti do una lezione che ti fa tornare normale.

E si piegò sulle gambe tanto rideva per quello che aveva detto.

Lui proseguì oltre il solco che quello aveva fatto sulla terra e gli si gettò addosso: se lo immobilizzava, gli altri sarebbero fuggiti.

Brutto Mongolo Bastardo. Toglietemelo di dosso!

Era pesante, più del Capo.

I due, invece di aiutarlo, continuarono a ridere.

Poi ci fu un boato simile a quello di una valanga che viene giù dalla montagna. I due ammutolirono e poi gridarono con le facce bianche come quelle dei morti.

Il Capo scivolò da sotto il suo corpo e si tirò su in piedi. Lui rimase giù per terra invece. Infine gli Scioperati andarono via correndo.

Il cane rimase. A leccargli la faccia.

Chissà se anche la lingua delle donne era così morbida.



postato da alice121 ~ 11/02/2004 09:19 ~ commenti (6)
~ storie




martedì, febbraio 10, 2004
 

Non suonare più trombette

Fino a 17 anni sono cambiata, nel bene e/o verso il male. Poi mi sono fermata. Per lo meno non me ne sono più accorta se nel tempo ero diversa. Puo’ essere positivo questo fatto di restare uguali negli anni, ma fino ad un certo punto. Per esempio la mattina. La mattina è terribile. Non riesco nemmeno a spegnere la sveglia. E invece devo preparare la colazione e anche i panini, perché nelle scuole che ci sono qui mancano le mense. Poi devo buttare giù dal letto i figli e M. Ed è complicato. C’è stato un periodo che Lo aveva una trombetta e per qualche giorno l’ho suonata per dargli la sveglia, poi ad un certo punto è sparita. Mi ricordo invece che mia madre era superattiva la mattina. Correva da una stanza all’altra, cantava. Prima o poi dovrei diventarci anche io così. E invece per ora niente. Forse dovrei cancellare certe abitudini infantili, non so. Per esempio mia madre quando era superattiva non mangiava la minestrina, la preparava per noi non per lei. Lei era a dieta. Io non sono mai a dieta e mi piace mangiare la minestrina. E poi dovrei smettere di comprare tutte quelle scarpe da ginnastica. E sostituire lo zainetto con una borsa grande in cui ci sono i fazzolettini di carta, i cerotti e magari anche un ombrello mini. E’ anche una questione di immagine. Non suonare più trombette. Poi magari il resto viene da sé.



postato da alice121 ~ 10/02/2004 10:36 ~ commenti (5)
~




lunedì, febbraio 09, 2004
 

Se il tempo cambia perché non lo posso fare io?

E non c’è niente di meglio quando dopo il vento arriva la grandine, la neve, la pioggia, poi di nuovo il vento che fa cadere una dietro l’altra una fila di biciclette, che starsene in un caffè a mangiare tapas e a bere.

E sfogliare Amsterdam day by day e segnare con la bic mostre che ti incuriosiscono, ma poi restare lì in quel buco buio e fumoso ad ascoltare il chiacchiericcio spagnolo e un tipo anziano che riesce a urlare più forte degli altri e dice: questa è la città più romantica del mondo!
Vorrei ribattere: ehi amico, dovresti andare in Italia allora, e invece sto zitta, sfoglio ancora la guida, confrontandola con la piantina, per ottimizzare i percorsi e non sprecare il tempo, e continuo a sentire il tipo anziano che, conquistato il pubblico che beve vino tinto, comincia a raccontare la sua vita come fosse un romanzo.




postato da alice121 ~ 09/02/2004 09:55 ~ commenti (6)
~




giovedì, febbraio 05, 2004
 

Si farà vivo lui.

Davanti all’ingresso del supermercato c’era una ragazza che suonava il violino. Appena adolescente, gambe e braccia che sembravano stecchini e capelli lunghissimi. Concentrata nel pezzo che stava eseguendo, fissava un punto lontano come se ci fosse uno spartito da cui leggesse le note.

Una mia amica pianista mi ha raccontato che alcuni studenti dell’accademia vanno ad Amsterdam per suonare nelle strade. Provano il primo impatto con il pubblico.

Vanja, la prima ragazza alla pari che ho avuto quando vivevo a Roma, aveva conosciuto V. in una strada di Amsterdam.

Potrei scrivere un trattato sulle ragazze alla pari. Alcune sono delle gran rompipalle, altre sono simpatiche.
Vanja era simpatica e con i bambini ci sapeva fare.

 

Una sera di metà agosto, mentre è in giro con le amiche, si ferma ad ascoltare V. che suona il clarinetto. Continuano a vedersi in gruppo: anche lui è con i suoi amici.

Alla fine del mese V. riparte e torna in una città di provincia vicino Milano. Vanja, che ha appena finito il liceo, va in una agenzia e cerca un lavoro come  ragazza alla pari nel nord Italia, ma non ci sono posti disponibili. Le propongono Roma e lei accetta. V. è a poco più di 400 chilometri, più raggiungibile rispetto ad Amsterdam.

Mi parla di V. tutte le sere dopo cena. Gli ha scritto una lettera e aspetta la sua telefonata.  

Fa amicizia con una canadese con cui fa lunghi giri per Roma e il telefono di casa squilla in continuazione. Lei un po’ è contenta, un po’ è seccata. Gli uomini italiani pensano sempre a una cosa, dice.

Dipende da dove vai, dico. Le suggerisco un paio di posti,  ma continua a storcere il naso.

V. la chiama dopo due mesi quando ha smesso di parlarne. Lei prende il treno con la sua amica e lo va a trovare. Visitano un castello, fanno dei giri sul lago e si divertono molto. Poi le riaccompagna giù in macchina.

Adesso Vanja passa ore a scrivere il diario. E quando parla di lui, i suoi occhi cambiano colore. V.  viene a trovarla ogni due settimane. Camminano e parlano. Lei è felice.

Una domenica sera, V. è appena partito e lei è tristissima. Mi ha raccontato tutta la sua vita, dice e non mi ha mai dato un bacio.

Vedi che non sono tutti uguali, dico io. Avrà i suoi tempi.

E’ triste anche perché V. ha cominciato a lavorare e non sa quando si incontreranno.

Allora le viene un’idea. Andrà a trovarlo, ma senza amica questa volta e gli dirà che è innamorata di lui.

Io non lo farei, le dico. Anzi, se fossi al tuo posto, non lo chiamerei più. Si farà vivo lui.

Ma lei non vuole aspettare. A luglio deve tornare a casa e mancano solo sei mesi.

Decide di fargli una sorpresa. In realtà, credo che s’inventi questa storia della sorpresa per paura che lui le dica di non andare.

Mi coinvolge nel suo piano. Chiamo V. al telefono e gli dico che il giorno dopo devo andare a Milano e che ho un regalo di Vanja, lui deve venire alla stazione a prenderlo.

V. ha una voce bellissima e il suo modo di parlare mi ricorda qualcuno. Ma non riesco a ricordare chi.

Vanja prende il treno all’alba. E’ molto emozionata.

Ritorna la notte successiva. Ha bisogno di dormire, dice.

Che è successo? Le chiedo.

Non ha voglia di parlarne, risponde.

Insisto.

Non gli ho detto che sono innamorata di lui: quando mi ha visto alla stazione è stato contento, poi è diventato serio. Mi ha preso una mano, mi ha fatto una carezza sul viso…

E ti ha confessato che sta con un’altra!

No. Ha detto che non ha mai provato per nessuna quello che sente per me. Finora non hai mai avuto una donna, solo ragazzi. Dice che io gli ho cambiato tutto ed è confuso. Ha bisogno di riflettere, di chiarirsi le idee. Si farà vivo lui.

Il telefono riprende a squillare, ma la telefonata di V. non arriva fino a metà luglio. Vuole  salutarla prima che parta. Lei gli parla dei suoi progetti e sembra indifferente. Poi gli dice che non lo dimenticherà mai e riattacca.



postato da alice121 ~ 05/02/2004 11:19 ~ commenti (12)
~




mercoledì, febbraio 04, 2004
 

Quando i referrers diventano inquietanti

Mesi fa scrissi un racconto su uno studente che preparava molotov . Dopo qualche giorno arrivò qualcuno che aveva digitato sul motore di ricerca una frase di questo tipo: istruzioni per preparare una molotov. La cosa mi lasciò indifferente: anche io, mentre scrivevo la storia, avevo fatto la stessa indagine per evitare di scrivere cose non vere.

C’è un referrer di alcuni giorni fa, invece, a cui continuo a pensare, perché non riesco a trovare una giustificazione che non sia quella che chi l’ha fatta, avesse effettivamente l’intenzione di realizzarla. La frase è: istruzioni per ammazzare un cane.

Allora la faccio anche io questa ricerca, usando lo stesso motore. Arrivo al post che l’ha portato al mio blog, continuo a cercare nelle pagine successive se esistono delle istruzioni, ma non le trovo e mi creo una spiegazione che mi tranquillizza: questa frase è una specie di catena. Il tipo che ha fatto la ricerca aveva ricevuto anche lui un referrer come il mio. Il ragionamento fila, ma fino ad un certo punto. Perché c’è stato uno che è stato il primo a digitare questa frase. Mi viene in mente un’altra idea. Potrebbe essere stato uno studente di veterinaria che doveva svolgere un’esercitazione. Sì è sicuramente questa la spiegazione.

Il fatto è che stamattina sono un po’ nervosa. Qualcuno, dopo mezzanotte, è venuto davanti alla porta di casa e mi ha inserito nella fessura della posta degli opuscoli dei testimoni di Geova. Dopo le sette di sera non passano più macchine nella strada, solo qualche bicicletta. Dopo le nove sembra di stare sulla luna. E poi gli opuscoli sono in italiano. Nel posto dove abito ci sono solo olandesi. E gli italiani che vivono qui sono cattolici. A parte quello che è venuto stanotte. Sapeva che tra tutte le case, ce ne era una in cui abitavano degli italiani. Lui sa di me e io non so di lui. E non mi piace per niente.

Colpa di Wagner e del tempo. Meglio cambiare cd.



postato da alice121 ~ 04/02/2004 10:56 ~ commenti (6)
~




martedì, febbraio 03, 2004
 

Ancora Melissa P.!

Se si digita Melissa P. su un motore di ricerca, appaiono decine e decine di pagine che parlano del libro. Se andate a leggere i blog che hanno dedicato delle righe all’autrice, si scopre che chi ne parla e commenta, nella maggior parte dei casi, non ha letto il libro, al limite ne ha sfogliato qualche pagina. Si legge in più parti: andate a guardare il suo sito, leggete i suoi racconti e valutateli.

Insomma questo libro innervosisce. Le donne sono offese dall’esistenza di questa figura femminile, gli uomini sono irritati perché non ci fanno una bella figura.

Quello che mi infastidisce è il discutere di un cosa senza averla letta, nell’affermare: non ho letto il libro e credo che non leggerò. Seguono frasi di questo tipo: 1) non lo ha scritto la ragazza, 2) non credo sia autobiografico, 3) E’ scritto in modo banale.

Insomma il pressappochismo si trasferisce dalla tv alla rete.   

E dal caso Melissa P. nasce una nuova moda: quella di scoprire in rete altre sedicenni che scrivono divinamente, senza ricorrere al sesso.

Certo rimane sempre il dubbio che dietro una di queste sedicenni, si nasconda un cinquantenne baffuto, ma attenzione, in questo caso è diverso, perché il cinquantenne baffuto non attira l’attenzione con argomenti scabrosi, scrive bene comunque.

Mi sorge un dubbio: ma perché queste persone che scrivono sorprendentemente bene (minorenni) sui loro blog sono solo donne?

Oppure ci sono anche maschietti dotati di talento letterario, muniti di blog e io mi sono distratta?



postato da alice121 ~ 03/02/2004 10:14 ~ commenti (9)
~




lunedì, febbraio 02, 2004
 

A me gli occhi, please.

Sabato sono andata a cena da un paio di persone che si sono trasferite da poco in una casa.

Una casa tipicamente olandese e quindi con una finestra che dà sulla strada in cui chi passa guarda all’interno con discrezione, stretta e su tre piani. Loro dormono nel sottotetto e quando gli gira aprono la tenda e guardano le stelle o la pioggia o la neve prima di addormentarsi. E poi c’è un’altra cosa che secondo me la rende speciale questa casa lunga e stretta: il retro affaccia su un canale abbastanza ampio. Sabato sera c’era una tempesta di vento e l’acqua del canale scorreva come quella di un fiume. Se avessi abitato lì mi sarei sdraiata sul divano e avrei passato tutta la notte a guardare fuori. L’acqua che scorre o che scende mi ipnotizza e mi rilassa. Credo che se vivessi in un posto del genere, potrei diventare quasi mistica. O forse no, forse sono proprio senza speranza.



postato da alice121 ~ 02/02/2004 10:56 ~ commenti (6)
~



Licenza Creative Commons
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
Template tinteggiato da lintercapedine.net