ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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venerdì, gennaio 30, 2004
 
Un esercizio di taglio, senza cucito
(Le prime righe sono al post di ieri)

E’ venuta Maria? - Chiede lui guardando le camicie piegate sul letto.

No. Risponde lei con una voce sottile che gli raggela lo stomaco.
Ho stirato io. - E sorride.

Ha scoperto l’esistenza di Ludovica! - Pensa lui.

Deve prender tempo: se riesce a capire chi puo’averlo visto, potrà elaborare una difesa pertinente.

Ne ho bruciate un paio. - Continua lei, rammaricata - Sulla schiena.-

Non preoccuparti: erano camicie consumate, che volevo eliminare. - Risponde lui con i muscoli che tornano leggeri e pensa, tranquillizzato: aveva quel tono perché si sentiva in colpa.

Poi aggiunge, ravviandosi i capelli con tutte e due le mani: Hai stirato anche quelle di Prada, perché? Maria è malata?.

Avevo voglia di fare qualcosa per te. Dice lei senza guardarlo.

Con quelle ho fatto attenzione: cioè, da principio mi sono distratta e allora per rimediare…

Lui ne spiega una.

Spalanca inorridito gli occhi: le maniche sono recise all’attacco delle ascelle. Apre la seconda, quella celeste, la più costosa: la stoffa del retro è divisa in strisce dello spessore di un centimetro.

Si siede sul bordo del letto e comincia a piangere.

Qualcuno mi ha calunniato. Qualcuno deve averti raccontato chissà quali fatti terribili su di me. Chi è stato? Cosa ha detto? - Chiede tra un singhiozzo e l’altro. Perché non mi hai chiesto spiegazioni prima di vendicarti?

Lei si avvolge una striscia di stoffa intorno all’indice e poi dice: ha telefonato Daniela. Vi ha visti abbracciati nel parcheggio.

Avevo pensato di parlartene, ma è una storia che non è mai iniziata: ci credi? L’ho abbracciata perché era disperata: disperata per il mio rifiuto di cominciare una relazione e mi ha fatto una gran pena. E quella pettegola mi ha sorpreso proprio nell’attimo in cui sono stato sopraffatto dalla compassione. E quale è la conseguenza per essermi commosso per il dolore altrui? La distruzione di due opere d’arte. Perché chi ha disegnato questi modelli, scelto questi tessuti è un artista! Non c’entra nulla la moda; ma ancora una volta divago e mi perdo in spiegazioni inutili.

Si asciuga gli occhi e si soffia il naso. Poi riprende: Sono turbato, Agnese. Turbato, avvilito e offeso dalla tua mancanza di fiducia e…

Non ti credo. – Lo interrompe lei, guardandolo dritto negli occhi.

Non sopporto l’inganno e tu mi hai tagliato il cuore. Ho provato il desiderio incontenibile di farti male anche io e detesto la violenza, lo sai.

Lui tira su con il naso. Dice: in fondo erano solo due camicie..

Sente nella tasca della giacca il cellulare che vibra, trattiene un sorriso che si trasforma in una smorfia: per fortuna si è ricordato di togliere la suoneria.

Comunque lo scempio delle camicie non è stato sufficiente a calmarmi, - seguita lei tra sé e sé.

Avrei potuto cercare tracce del tuo tradimento nelle tasche delle giacche, ma sarebbe stata un’azione meschina e poi non avrei trovato nulla: sei furbo, tu. Potrei chiederti il tuo cellulare: ora! Controllare le telefonate che hai ricevuto, i messaggi. Ma sono metodi che disprezzo.

Non ho nulla da nascondere io! Risponde lui, con gli occhi umidi.

Sapevo che avresti detto queste parole.

Mi sono trovata di fronte ad un bivio: Scoprire la verità o continuare a vivere nel dubbio.

Ho cercato una soluzione che ti avrebbe fatto calare la maschera. E’ stato facile scovarla, più complicato metterla in atto.

Lui si alza di scatto in piedi, gli occhi improvvisamente asciutti e chiede: cosa hai distrutto ancora?

- L’impianto stereo: l’ho fatto a pezzetti.- Risponde lei con gli occhi dilatati.

Lui non ha sentito la conclusione della frase ed è corso di là, nel soggiorno; quando lei lo raggiunge, con i resti della camicia in mano, lui è in ginocchio con le mani infilate nei due scatoloni in cui ci sono i pezzi dell’impianto lunghi non più di tre centimetri.

Li ha tagliati con la sega elettrica: un lavoro faticoso che l’ha impegnata quasi tutto il giorno. Le fa male la schiena per lo sforzo fisico e la tensione, ma è tranquilla ora.

Bastarda! Strilla lui con gli occhi iniettati di sangue.

Io te l’ho comprato, io te l’ho tolto. Dice con un dolore al cuore.

Un altro urlo. Senza parole questa volta. Un urlo emesso da una bestia che continua a vibrare nella stanza anche quando è cessato.

Ha scoperto i cd su cui ha inciso con un cacciavite la lettera A.

I dischi. I miei dischi. Anche quelli comprati in America e persino le edizioni introvabili: graffiati con uno scarabocchio, segnati per sempre! E le copertine, le copertine con le dediche: strappate, tutte!

Ormai ha perduto il controllo: Con Ludovica faccio l’amore. Con te scopo. Capisci la differenza? .

Il limite, sono riuscita a farti superare il limite, - mormora lei.

Poi tace e si mette a giocare con i brandelli della camicia celeste.

Lui affonda le mani nello scatolone mentre lacrime giganti bagnano il parquet.

Suona il campanello, entrambi rimangono dove si trovano, poi la porta viene aperta con la chiave di servizio: la scena appare a chi entra senza un morto; gli applausi giungono dal cortile dove le televisioni sintonizzate sullo stesso canale si uniscono superando le finestre chiuse.



postato da alice121 ~ 30/01/2004 09:59 ~ commenti (7)
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giovedì, gennaio 29, 2004
 

Un esercizio di taglio, senza cucito

L’urlo raggelò gli abitanti del quartiere dopo le otto di sera quando le televisioni erano  accese e le pentole a bollire sui fornelli. Molti si affacciarono alle finestre, chiedendosi da dove provenisse, qualcuno chiamò la polizia e quando gli agenti, seguendo le indicazioni di chi era ancora affacciato, entrarono nell’appartamento da cui era partito, si trovarono di fronte a una donna che guardava il nulla accarezzando delle strisce di stoffa e a un uomo disperato che, in ginocchio sul parquet lucido, affondava le mani trai i pezzi di quello che una volta era intero.

Un’ora prima della comparsa delle forze dell’ordine, in quella casa si era svolto questo dialogo:



postato da alice121 ~ 29/01/2004 11:47 ~ commenti (10)
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mercoledì, gennaio 28, 2004
 

Affermazioni e Fortune
Al festival di Rotterdam, La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana è tra i film più votati dalla giuria.

Cliccando invece qui ,dopo aver digitato la parola buffone e aver scelto l'opzione mi sento fortunato, si farà un'interessante scoperta.




postato da alice121 ~ 28/01/2004 09:33 ~ commenti (2)
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martedì, gennaio 27, 2004
 

Solo per questa volta e poi non lo faccio più

La strada che porta all’Aja è una bella autostrada, in cui se si vuole, si puo’ andare alla grande. Però un po’ perché la velocità non mi piace e un po’ perché mi adeguo all’andatura delle altre macchine, non vado, di solito, a più di 100 km orari. Nell’ultimo tratto questa strada taglia un bosco, si restringe e diventa simile all’Aurelia all’altezza dell’Argentario e quindi ha quattro corsie separate da un muro basso di cemento. Però è meno pericolosa perché non attraversa centri abitati e le immissioni, dalle strade secondarie, sono regolate dai semafori. Il limite su questo percorso è di 70, dove sull’Aurelia è di 90. Ma, mentre sull’Aurelia si va allegramente, d’estate come d' inverno, e poi si contano, anzi credo che non si contino i morti, su questa invece, non solo non si superano i 70, ma si eccede in senso opposto e si cammina anche sui 50. Ci sono le macchine che fotografano, ma il deterrente per il dutch tipico non è la multa da pagare (o per lo meno lo è solo in parte), il deterrente è che esiste la regola. La regola è sacra, la regola va seguita e fatta seguire. Faccio un esempio, ma ne potrei fare molti di più . I dutch hanno l’abitudine di camminare, quando consentito, a piedi scalzi. Un posto dove ciò è possibile è la spiaggia. Tutto il mondo cammina a piedi nudi sulla spiaggia, è vero, a meno che non arrivi la moda dello stivale calzato ad agosto. Qui si crea la distinzione: perché il dutch che segue la moda non porterà lo stivale al mare, l’italiano invece sì. Comunque, supponiamo che sia un periodo in cui tutti vanno a piedi nudi sulla sabbia. E ad un certo punto ci sono due persone, una dutch e l’altra italiana che hanno un bisogno urgente. L’italiano s’infila i sandali e va, il dutch, invece, non s’infila nulla e va a piedi nudi. Intorno al water c’è dell’acqua di cui non si è certi della formula chimica? Il dutch è al mare, in relax, se ne frega della chimica e quindi ci sguazza noncurante con i piedi mentre fa la sua pipì. Però supponiamo che invece sei in uno spogliatoio, dove c’è un tappetino e sul muro è appeso un cartello con il divieto di camminare sul tappetino con le scarpe, e tu hai la punta della scarpa, diciamo 3 centimetri, sul lembo di questo tappetino, il dutch ti indicherà il cartello (scritto in olandese) e ti dirà di toglierla. Tu potrai dire che non leggi il dutch, anche se hai capito benissimo, e lui gentilmente ti tradurrà in inglese.

Tornando all’ autostrada, devo ammettere che all’inizio, procedere in corsia di sorpasso a 65 Km all’ora, è stata dura, ma poi mi sono abituata.

Stamattina verso le nove squilla il telefono e la vocina spaventata di Lo mi dice che ha dimenticato un quaderno che deve consegnare subito alla maestra. E così sono andata contro la regola: per arrivare all’ Aja ci ho messo 12 minuti invece dei soliti 25, 30. Senza mai fare scattare un flash; non lo avrei mai creduto, ma ricordavo perfettamente le posizioni delle scatole che fotografano la targa. Non ho fatto il pirata della strada, ho interpretato solamente il guidatore tipico del raccordo o dell’Aurelia. Lampeggiavo con i fari fino a che non mi lasciavano passare salvo poi guardarmi, mentre li superavo, con aria stupita. Solo un motociclista mi ha dato filo da torcere. Ve lo immaginate un motociclista italiano che va a 65 km orari? Lampeggiavo e lui, niente, ostinatamente dutch, non rientrava. Però qualcosa ho imparato e mi rimarrà per sempre, credo. Non l’ho superato a destra e la corsia era vuota.



postato da alice121 ~ 27/01/2004 12:14 ~ commenti (6)
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lunedì, gennaio 26, 2004
 

Furettomania
 Maschio, di età oscillante tra i 18 e 25, di aspetto simile a Lennon, cammina tra i canali o sta fermo  davanti ad un negozio ad aspettare non si sa chi e tiene in braccio o nella zaino un furetto. Se spinto dalla curiosità, provi a fargli una domanda sull’animale, ti risponderà seccato e a monosillabi, nemmeno forse Cruise alla richiesta del suo milionesimo autografo. Ne riesco ad avvicinare uno dal veterinario, facendo uno scambio alla pari: lui fa tenere il furetto a Lo in cambio del gerbillo. I furetti possono uccidere roditori e rettili, ma la sala del veterinario è una zona franca, e a certe cose non ci si pensa.

Così scopro che: il furetto ha un comportamento che è una via di mezzo tra un cane e un gatto, ma più simile al cane, che richiede attenzioni e cure come fosse un bambino di un anno, che continuerà ad avere bisogno di giocare fino alla morte.

Riconsidero il tipo pallido, emaciato, di poche parole, che dedica tutte queste ore al suo animale, e mi dico ancora una volta che l’apparenza non spiega proprio nulla o forse sì. Digito sulla rete la parola furetto e scopro che a: Roma, a novembre a Villa Ada, c’è stato il furoparty, per fare incontrare i furetti e i loro padroni (che non assomigliano a Lennon).

E mi sarebbe venuta voglia di averne uno anche io, il furetto intendo non la brutta coppia di Lennon, ma purtroppo è incompatibile con il gerbillo e poi non sarebbe semplice nasconderlo nella borsa come faccio con il topo quando viaggio in aereo. Quindi per ora mi limito ad osservarlo da lontano e magari cerco di andare ad uno di questi raduni, che mi pare siano frequentati da persone un po’ più socievoli dei Lennon che passeggiano da queste parti. E poi, insomma, vorrei partecipare anche io ad un raduno di qualche tipo e il furoparty mi sembra un buon inizio.


postato da alice121 ~ 26/01/2004 12:14 ~ commenti (6)
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giovedì, gennaio 22, 2004
 

Metti che una sera a cena in un ristorante argentino…

La strada è deserta, quasi buia, i soggiorni delle case sono illuminati da lampade e candele e sui davanzali mazzi di fiori, statuette e vasi lucidi, ma se guardi con attenzione, se ti soffermi un attimo davanti al cancello di un’abitazione, in ognuna di queste stanze che affacciano sulla strada, scorgi il bagliore della tv accesa. Parcheggi la macchina vicino al porticciolo e vai all’appuntamento. Mentre aspetti ti chiedi come potresti definire questo insieme di case: un dormitorio, un paese, il quartiere della comunità americana e italiana? Mentre ti fai questa domanda fondamentale, arrivano le amiche, entri nel ristorante che è illuminato da candele e da un fuoco che brucia in un caminetto. Pelli di mucca sulle panche, una sala enorme in cui potrebbero mangiare oltre cento persone, che invece è vuota, a parte una coppia che sta finendo di cenare e, dal momento che ci sono solo loro e tu con le amiche, interrompono la conversazione e salutano.

Il cameriere è marocchino, sente parlare in italiano, chiede se conosciamo il francese, una di noi lo sa bene, lui è contento. Dalla finestra si vede il porto, per leggere il menù bisogna avvicinare la candela, comunque è scritto in olandese e spagnolo, il cameriere arabo lo traduce in francese, la nostra amica in italiano, passano due ore, l’amica che conosce il francese, ma anche il greco, il turco, l’inglese e l’olandese, racconta la storia della sua infanzia, in giro per l’Europa da un Paese all’altro, tu ascolti il racconto, continui a guardare l’acqua del porticciolo, spegni e accendi le candele, giochi con la cera, poi arriva la fine della serata, ma non del post.

Perché una serata con le amiche ad un ristorante non ha bisogno di una conclusione, quello che scrivi invece lo ha, per lo meno a me piace che lo abbia.

E allora modifichi il sottotitolo del blog, perché sia chiaro per tutti quelli che capitano una volta o molte che quello che leggeranno, puo’ essere vero, inventato o simile a ciò che è accaduto, secondo l’ispirazione del momento.



postato da alice121 ~ 22/01/2004 10:38 ~ commenti (9)
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mercoledì, gennaio 21, 2004
 

A Rotterdam oggi comincia il festival del cinema

Il livello di civiltà di un Paese si misura anche da quanto è esteso il volontariato e dai servizi che è in grado di offrire.

In Olanda ci sono volontari che fanno gli istruttori di nuoto, i maestri di scacchi oppure stanno alla cassa di piccoli cinema a fare biglietti.

Al festival del cinema di Rotterdam (21 gennaio – 1 febbraio) parteciperanno oltre 600 volontari, che si occuperanno della vendita dei biglietti, della pulizia dei locali, della vendita di panini, ecc. Chi non parla l’olandese viene messo a contare i voti della giuria. La ricompensa per le ore di lavoro offerte è la possibilità di vedere film senza pagare e di entrare in alcune discoteche dopo il festival. I film hanno tutti sottotitoli in inglese e i volontari arrivano da tutta l'Europa e due caratteristiche li accomuna: la passione per il cinema e la conoscenza dell'inglese.


postato da alice121 ~ 21/01/2004 09:10 ~ commenti (2)
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martedì, gennaio 20, 2004
 

Segnalazioni
Su Fam - Frenulo a Mano, un mio racconto dal titolo: Una mattina alle 6,15 a Tor Bella Monaca.

 




postato da alice121 ~ 20/01/2004 08:11 ~ commenti (4)
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lunedì, gennaio 19, 2004
 

Un post dove si spiega perché la comparsa di un’unghia rossa possa farti trattenere il fiato.

Taka, amico di Fran, dodici anni come lui, viene a dormire da noi. E' come se non ci fossero, perché a parte Eminem che non tace mai, passano tutto il giorno a dipingere space marines e a provare dei giochi al pc; solo verso sera escono dalla stanza, un po’ perché sono spinti dalla fame e perché decidiamo di giocare ai Coloni di Catan. Mette di buon umore Taka perché ride sempre o al limite sorride. Comunque, il fine settimana volge alla domenica pomeriggio, arriva sua madre, che è austriaca e ha sposato un giapponese. M. è fuori, Lo gioca nella sua stanza e i dodicenni sono di nuovo immersi nell’ascolto di Eminem.

Ci stringiamo la mano, io le offro un caffè, lei accetta e qui avviene il fatto. La madre di Taka, che chiamerò Miriam perché sbaglierei a scrivere il nome, si sfila gli stivaletti. Degli stivaletti di finta pelle con pelliccia sintetica. Ha delle calze nere e una ha un buco da cui esce un’unghia dipinta di rosso. Ma non è questo ad agitarmi. E’ che nel soggiorno si espande una puzza pazzesca, la stessa che produce chi ha portato le Superga per ventiquattro ore senza calzini. Gli stivaletti di Miriam sono consumati e dunque, deduco, che lei non senta l’odore pestilenziale oppure che, semplicemente, non gliene importi nulla. Ma non è questo a preoccuparmi. Taka conoscerà sicuramente l’odore dei piedi di sua madre e Fran è uno che a queste cose non ci fa caso e, comunque, non direbbe nulla; quello che mi preoccupa è Lo, chiuso nella sua stanza a giocare. Lo è il mago dell’olfatto, uno convinto che il mondo sia pieno di cattivi odori, uno che esprime a voce alta ogni cosa che gli passa per la testa.

Ora io sono sicura, che a causa di questa unghia smaltata di rosso che esce dal buco e per via di questa puzza orribile, non potrei restare impassibile di fronte ad una identificazione, da parte di Lo, del cattivo odore presente nell’aria e comincerei a ridere in modo incontrollabile. Così decido di agire nel modo seguente: dopo aver bevuto il caffè, mi accendo una sigaretta e vado a fumarla in finestra. Miriam nota un libro di foto e mi chiede se puo’ dargli un’occhiata.  Sì, rispondo io, e penso con terrore al tempo che passa. Fumo e finestra aperta saranno sufficienti a coprire l’odore che io non percepisco più?

Sento una porta che si apre, il pezzo di Eminem che non aumenta di volume, e ho la certezza che è la porta della camera di Lo. Si affaccia all’ingresso infatti, senza parlare ancora, concentrato ad annusare.

Lo! Praticamente urlo. Il gerbillo sta morendo di solitudine, dico. Lui rimane sorpreso dal tono della mia voce, si dimentica di annusare o comunque di fare le dovute osservazioni, e va a prendere il gerbillo. Con il gerbillo sulla spalla si ferma davanti a Miriam e vedo che getta un’occhiata all’unghia che esce dal buco. Allora dico: vai in camera che la signora ha paura dei topi! E lui va, girandosi un paio di volte, ma senza parlare.

Poi arriva M. e io vado al bagno, dove rido per qualche minuto, senza neanche accendere la luce.

Quando torno, c’è un bastoncino d’incenso che brucia. C’era odore di fumo, mi dice M.

Ma ormai sono tranquilla, Miriam beve un altro caffè, si rimette i suoi stivaletti e se ne va con Taka.



postato da alice121 ~ 19/01/2004 10:56 ~ commenti (5)
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giovedì, gennaio 15, 2004
 

Quando l’astinenza sessuale ti salva la vita (Post per i referrers acquariofili)

In casa ho 4 acquari. Uno di 300 litri con 5 scalari e un branco di Neon .

Uno di 30 litri dove vive il pesce combattente (l’immagine del mio blog) in perfetta armonia, nonché in totale astinenza sessuale, con le sue 3 mogli. Un altro è abitato da una lumaca acquatica che è diventata grande quasi come una tartaruga e le femmine del guppi. Un altro popolato da guppi maschi adulti e dai loro 40 figli.

Tutto ebbe inizio dal rimorso.

Tre anni fa, avevo una vaschetta con due pesci rossi. Un giorno uno dei due saltò dalla vasca e io me ne accorsi troppo tardi. Allora comprai un acquario più grande e altri compagni per non farlo sentire solo.

I guppi sono prolifici, ma le madri, dopo aver partorito i figli (le uova rimangono all’interno del corpo) li mangiano. Io li pescavo con il retino e li facevo crescere in un bicchiere. Poi sono diventati troppi e non li ho pescati più. E loro hanno smesso di fare i cannibali e hanno cominciato a crescere in modo vertiginoso. Allora ho convinto 3 persone a comprarsi un acquario e per un anno gli ho regalato quelli che avevo in eccedenza. Però queste tre persone non seguivano molto i loro acquari e dopo uno o due mesi al massimo i pesci morivano. Così ho smesso di darglieli. Era quasi come buttarli nel water. Dato che un acquario non puo’ essere affollato, sono arrivata a questa soluzione: i maschi da una parte e le femmine dall’altra. Le femmine sembrano non averne risentito troppo, i maschi invece s’inseguono uno con l’altro.

Certo la scelta che ho fatto è crudele, però non mi sono venute in mente altre soluzioni. E poi nella vita non esiste solo il sesso.




postato da alice121 ~ 15/01/2004 11:34 ~ commenti (13)
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mercoledì, gennaio 14, 2004
 

Ho finito di leggere Aida al confine, un fumetto scritto da Vanna Vinci.
E mi è venuta voglia di un paio di cose. Una è di vedere Trieste dove non sono mai stata (la storia è ambientata in questa città), l'altra è di comprare altri fumetti della Vinci che disegna in modo eccezionale. Il titolo proviene dalla canzone di Rino Gaetano, questo è il suo sito. Aida è nata a Bologna nel 1980, l'anno in cui morì Lennon, ha appena lasciato uno che sapeva fare tutto benissimo, e parte per Trieste alla ricerca del suo passato. L'atmosfera della storia è suggestiva, i disegni in bianco e nero. Aida è reperibile nei negozi di fumetti.




postato da alice121 ~ 14/01/2004 10:12 ~ commenti (8)
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martedì, gennaio 13, 2004
 

La parola di oggi è: cautela, c'è sempre qualcuno che ti ascolta!

Ore 8,30: Fran è disteso sul lettino ortodontico, il dentista gira le viti dell’apparecchio e gli spiega (in inglese) cosa gli farà tra poco. Fuori c’è una tempesta ed è buio come se fosse mezzanotte. Ora sciacquati la bocca, - dice- io torno subito.

Si dirige nella stanza a fianco priva di porta.

Sono le 8,30 e cosa fa il dutch tipico alle 8,30 del mattino? Fa colazione. E' uno scaricatore di mobili, un negoziante, un idraulico oppure un dentista? Lui alle 8,30 e poi verso le 12, ti dice: aspetta un momento e mangia. Questo è il segreto per non essere stressati che spiega perché quando sono in fila in macchina o in attesa da qualche altra parte non perdono mai la pazienza.

Cosa sta facendo il cinese? - chiede Fran dalla sua posizione.

Mangia con gusto un pasticcino, rispondo io. E sorseggia del caffè. Ma non è cinese, è giapponese, secondo me, e anche mischiato a giudicare dall’altezza e dalla forma degli occhi.

Gli orientali mischiati con gli europei sono sempre belli, e questo tipo non è niente male, ma questo non lo dico a Fran.

Il caffè è fumante e ci sono tanti pasticcini nel vassoio sul tavolo.

Sparito anche il secondo pasticcino, dico a Fran.

Però non è gentile farci aspettare senza offrire nulla – dice lui.

Non ti piacerebbero. Mangeresti dei cubetti di burro? I dolci qui cambiano di colore, di forma, ma sono sempre pezzi di burro.

Ecco che rientra con la sua tazza di caffè. La posa vicino al bicchiere in cui sono infilati gli strumenti che usa ogni dentista.

Fran apre bocca.

Lui ha in mano una rotellina, gliela sistema con cura, poi la gira.

Beve un altro sorso di caffè.

E dice: sono tailandese al 50%. E mangio biscotti integrali, non pasticcini.

Gira ancora qualche vite.

Poi aggiunge: una volta al mese vado ad Ancona dove insegno in una scuola per ortodontisti. I biscotti li compro lì e non li offro perché la parte di me che è olandese non me lo permette.

Sorride e si rimette a lavoro.



postato da alice121 ~ 13/01/2004 12:05 ~ commenti (11)
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lunedì, gennaio 12, 2004
 

Quegli auguri, no!
Quest' estate ero in un ospedale e dovevo parlare con un medico, capo di un reparto. Lo guardo in faccia, leggo il cartellino che ha appuntato sul camice e dico: Ma noi ci conosciamo! Si ricorda quando sbagliarono le analisi e mi dissero che avevo poco tempo di vita?
Che cosa dice? Rispose lui gelido. Mi ha confuso con qualcun altro!
Ma...ribatto io.
Non insista, la prego, e parliamo di quello di cui dobbiamo parlare.
Parlammo, feci la figura da cretina davanti alle infermiere presenti e poi mi dimenticai di lui. Fino alle vacanze di Natale; già perché da 7 anni mi arrivano degli auguri di buon anno, a cui faccio le corna (io che non sono superstiziosa) non appena vedo l’intestazione della busta. E’ scritta dal medico che mi curò la broncopolmonite. Stavolta ho letto con attenzione l’intestazione e sotto al nome e cognome, c’è la dicitura: capo reparto di…
Insomma era il medico di quest’estate. Volevo cercare il numero sull’elenco e chiamarlo. Dirgli: fingi di non conoscermi e poi mi mandi gli auguri? Oppure tornare in ospedale e lasciare alle infermiere la lettera. Peccato che 2000 chilometri ci separino, caro medichetto, perché altrimenti mica te l’avrei fatta passare liscia.









postato da alice121 ~ 12/01/2004 14:14 ~ commenti (5)
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venerdì, gennaio 09, 2004
 

Olivia parla con Olivia

Olivia, la ragazza con problemi mentali che incontro alla fermata dell’autobus, ieri parlava da sola. Ho cercato i fili dell’auricolare, tra i capelli e la sciarpa, ma non li ho visti. Non c’era neanche la sua amica. Parlava con un tono dimesso e ripetitivo. E’ peggiorata, mi sono detta; durante le vacanze di Natale, ha fatto un altro passo verso la follia. Poi ho pensato che il parlare da soli sia sintomo di pazzia è un luogo comune.

Quando sono a casa e rompo qualcosa, anche io parlo da sola. Anzi comincio con un’imprecazione a cui segue un lungo discorso. Se mi capita un fatto spiacevole quando sono fuori, invece mi trattengo. E i bambini, quando giocano, anche loro parlano da soli. E quelli con gli auricolari che gesticolano, urlano, camminano e che non puoi evitare di guardare: sembrano degli attori di una scena di un film.

Ho cercato di entrare nella sua testa, nella testa di una persona che non ha una definizione di ciò che è opportuno e di ciò che non lo è. Non è folle che il pensiero abbia trovato una voce. Forse si sentiva sola, era spaventata da qualcosa oppure era stata compressa troppe ore nella scuola dove va tutti i giorni. Ma il tono cantinelante con cui esprimeva il suo pensiero , invece, continua a farmi venire i brividi.



postato da alice121 ~ 09/01/2004 11:02 ~ commenti (10)
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giovedì, gennaio 08, 2004
 

Per fortuna che sulla strada del ritorno c’è il tassista.

Roma-Fiumicino, il giorno della Befana, la percorriamo in taxi. Di solito usiamo il treno, ma quando torniamo dalle vacanze di fine anno siamo pieni di pacchetti e di provviste. Le strade alle 7 della mattina sono deserte e in macchina nessuno parla: un po’ per il sonno e un po’ perché non ci va di tornare. Ognuno pensa a una cosa bella e a una brutta che l’aspetta e tace. All’inizio della Cristoforo Colombo il tassista attacca con le sue domande:

Partite per una vacanza?

No, no. (Chi parte per una vacanza si porta dietro il pandoro? Secondo me no.)

Abitate a Milano?

No, no.

In Olanda , dice Lo.

In Olanda? Il Paese dell’eutanasia e dei coffee shop!

Si, si.

L’Olanda: il Paese della tolleranza!

Così pare (l’eutanasia la fanno per risparmiare sulla sanità, ma non lo dico).

Allora parlate olandese!

No, solo inglese.

Anche i bambini?

E qui fa un paio di domande in british a Lo. Sullo sguardo di Lo intravedo una domanda che per fortuna non viene formulata.

Ma è incredibile! Continua il tassista pieno di entusiasmo: così piccolo e parla inglese! Contagiato dall’entusiasmo Lo si mette a contare in olandese.

Che fortuna che hanno questi bambini! L’inglese è la lingua del futuro!

Ti rendi conto che puoi parlare con tutto il mondo, eh?

Io parlo solo con i miei amici, risponde Lo.

Sì, ma…e continua con un fiume di parole che s’interrompe quando arriviamo all’aeroporto.

Quando scendiamo dalla macchina, ci sentiamo tutti un po’ più fichi e ci siamo quasi dimenticati che non ci andava di tornare.



postato da alice121 ~ 08/01/2004 09:46 ~ commenti (7)
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