ovvero cronaca della vita reale e immaginaria di un'emigrante quasi di lusso

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Tu sei libero di scrivere senza obbligo di restare in tema, io di rispondere se ho qualcosa d'aggiungere


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venerdì, novembre 28, 2003
 

E che differenza c’è tra Waterloo e Perugia? Il passato, dico io.

Non sono ancora le 7 quando usciamo io e Fran. Fosse stato per lui, saremmo usciti molto prima: puo’ esserci un imprevisto, - dice, – e non mi va di perdermi la gita.

E’ strano essere fuori a quest’ora: il cielo è nero, le luci alle finestre spente, poche biciclette su una strada tutta bianca di ghiaccio. L’atmosfera è surreale, verrebbe da camminare lentamente e di guardarsi intorno, ma ci troviamo a fronteggiare uno di quegli inconvenienti che Fran temeva. E’ la prima notte che ha ghiacciato e bisogna ripulire i vetri della macchina. Il liquido antigelo non si trova, la spatola nemmeno: uso la carta del supermercato per grattare via il ghiaccio. Fran lancia delle proposte per risolvere il problema in fretta. La prima: usiamo il deodorante per auto, la seconda: facciamo sciogliere il ghiaccio con i fiammiferi. Accendo il motore, continuo a raschiare con il cartoncino e alla fine partiamo. Fran ora è nervoso.

Come ti invidio, - gli dico.

E perché? Dice lui senza guardarmi. –

Come perché? Che te ne vai a Waterloo. In seconda media io sono andata a Perugia.

E che differenza c’è tra Waterloo e Perugia?

Il passato, dico io.

I morti, quindi, - risponde lui.

Imbocchiamo l’autostrada.

Gli inglesi (anche gli americani) studiano la storia in modo diverso da noi di ceppo latino. Studiano solo alcuni periodi senza soffermarsi sulle date e sulle battaglie. Gli argomenti che trattano li approfondiscono in tutti i dettagli: sanno cosa mangiava l’uomo che costruiva la piramide e come si vestiva il faraone, ma, saltando da un periodo storico ad un altro, perdono quel filo conduttore che lega i fatti tra loro. Quindi ho comprato un manuale italiano e l’ho fatto cominciare dalla preistoria. A lui non va naturalmente.

Il percorso in autostrada dura poco più di dieci minuti, entriamo nel paese dove c’è la sua scuola. Cioè nella strada che porta alla sua scuola che è in mezzo a un enorme distesa verde dove, quando non fa freddo, è piena di mucche e qui ci si presenta il secondo inconveniente: un banco di nebbia spessa che sembra un muro.

Lo sapevo! Dice Fran.

Io no, - cerco di scherzare, - ma è meglio tacere. E poi mi devo concentrare. Come si guida quando non si vede un accidente? Io ho sempre guidato nel centro di Roma e che esistesse la nebbia lo sapevo da quelli che telefonavano alla trasmissione di Katerpillar.
Perché non metti la cassetta di Eminem? (così smetti di rompere, ma questo non lo dico).

Eminem che canta alla 7 del mattino, una strada che s’intuisce a malapena, un dodicenne incazzato, un cellulare che fa beep, un’atmosfera sempre più surreale.

Comunque arriviamo in tempo.
Parcheggio e lui è già schizzato fuori.

Aspetta: non vuoi che ti accompagni dentro?

No, piuttosto, ti ricordi: uno squillo mi chiami, due squilli…

Si, mi ricordo.

Sulla strada del ritorno la musica è cambiata, la nebbia si è sciolta e quel mondo diverso è sparito.





postato da alice121 ~ 28/11/2003 09:49 ~ commenti (7)
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giovedì, novembre 27, 2003
 

Paese che vai, malfunzionamento che trovi
Il medico aveva consigliato una visita dall'ottico per Lo. L'ottico si è tirato indietro perchè, siccome è piccolo, non si assumeva la responsabilità e non gli ha voluto fare la prova di lettura a distanza. Mi ha suggerito di andare dall'optometrista (si dice così in italiano?). L'optometrista l'avrebbe anche visitato, ma non prima di gennaio. La maestra di Lo ha detto di portarlo dall'infermiera della scuola. Ma un'infermiera è in grado di stabilire se un bambino ha bisogno di occhiali o meno? Avevo qualche dubbio in proposito. E poi mi è arrivata una "dritta": un'oculista italiana che lavora in un ospedale all'Aja. Così l'ho chiamata, piena di speranza. Ha detto che avrebbe consultato l'agenda e mi avrebbe fatto sapere. Mi ha assicurato che avrebbe fatto il possibile per fissarmi un appuntamento. Aspetto con pazienza.
E in Italia ci si lamenta del sistema sanitario... 





postato da alice121 ~ 27/11/2003 09:49 ~ commenti (6)
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martedì, novembre 25, 2003
 

SSSalveee...
Come si inizia una lettera formale inviata per posta elettronica? Nello stesso modo di una lettera cartacea? Spettabile, Gentile "X" ? Non è troppo formale?
Nell'incertezza stavo per iniziare con un "Salve" poi mi sono ricordata di un tipo che salutava così, anzi lui diceva: SSalveee, con la pipa spenta in mano e un odore di dopobarba che nauseava. E' stato il mio vicino di casa per qualche anno. Stanze da letto confinanti divise da una parete sottile. Se c'incrociavamo nel giardino al mattino, dopo qualche sua avventura notturna, metteva su un sorrisone tutto compiaciuto che sottointendeva: Sono stato bravo stanotte, non credi?
Un po' mi disgustava, un po' mi faceva pena. Anche perchè un giorno, anzi un'alba, sono stata svegliata dalle urla della sua ultima amante e mica ci ha fatto una bella figura...






postato da alice121 ~ 25/11/2003 11:28 ~ commenti (5)
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lunedì, novembre 24, 2003
 

Prepotenti si nasce o si diventa?

Non hanno una collocazione geografica. Nei miei giri per i paesi europei ne ho incontrate ovunque. Hanno un paio elementi che le distinguono dalle loro coetanee: quello di avere un aspetto macilento, ma solo in apparenza, di avere le labbra dipinte di rosso acceso, delle unghie lunghe e spesse che possono ferire.
Parlo delle vecchiette terribili: quelle che ti sbattono il portone in faccia perché ci vedono poco; quelle che premono il pulsante dell’ascensore, malgrado tu abbia chiesto di aspettarle e mentre l’ascensore parte si indicano le orecchie; quelle che quando tu sei in autobus e si libera un posto proprio davanti a te, spiccano una corsa da un punto lontano riuscendo a non perdere l’equilibrio, malgrado l’ondeggiamento del mezzo che va sui sanpietrini, ti pestano i piedi, ti danno una gomitata nello stomaco e ti dicono con i loro labbroni accesi: Scusi signorina: con queste gambe non mi reggo in piedi.

Stamattina ne ho incontrate due di questi esemplari. La prima al supermercato. Ho ricevuto uno spintone perché voleva arrivare prima di me alla cassa, che poi neanche c’era la fila. Mentre posavo sul nastro le cose che avevo preso, lei era in fondo che riempiva la sua busta. E l’ho vista infilare con disinvoltura il pollo e il detersivo che “io” avevo comprato. Quando glielo ho fatto notare, mi ha risposto che non sapeva l’inglese. La commessa ha tradotto per me, ma lei ci ha messo un po’ per capire. Poi si è indicata la testa: è andata da un pezzo, però questa frase l’ha detta in inglese.

La seconda invece l’ho intercettata davanti casa che riempiva il mio secchio della spazzatura che avevano appena svuotato. Aveva infilato un sacco enorme che occupava metà del bidone. Anche lei non conosceva l’inglese: a cenni mi ha fatto capire che il suo cervello non era più quello di un tempo. Le ho tirato fuori il sacco e deve aver obiettato che era troppo pesante per lei, le ho risposto in italiano con un bel sorriso: e qui come lo hai portato? Allora ha imprecato, l’ha sollevato con un lamento e se ne andata via.
Una domanda mi ronza in testa: prepotenti si nasce o si diventa?




postato da alice121 ~ 24/11/2003 11:28 ~ commenti (9)
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venerdì, novembre 21, 2003
 

Sui test
Trovo che i risultati dei sondaggi, i profili dei test o le risposte alle lettere d'amore inviate a riviste di vario tipo, siano abbastanza noiosi. Però mi diverto a leggere le domande o le lettere. Questo test o sondaggio che sia, segnalato da doppiafila ,invece, è veramente disgustoso.
La segnalazione di Doppia è determinata sempre dal disgusto, naturalmente.





postato da alice121 ~ 21/11/2003 15:07 ~ commenti (3)
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Nostalgia: addio!

Quando sono arrivata qui, uno dei pensieri ricorrenti era: se divento stupida, me ne accorgerò ? Era una domanda oziosa naturalmente, perché se lo fossi diventata non me ne sarei accorta. E poi che intendevo per stupida? Con stupida intendevo che mi sarei trasformata in pettegola, che avrei cessato di osservare il mondo senza avere più dubbi,  che mi sarei soffermata sugli atteggiamenti più meschini della gente nuova che avrei incontrato, che avrei passato del tempo a chiacchierare su comportamenti e discorsi futili.

Così per evitare che accadesse questo, decisi che non avrei frequentato chiunque pur di non essere sola. Per fortuna ho conosciuto qualcuno con cui passare delle ore piacevoli , ma rispetto alla mia vita precedente, il numero delle persone che frequento è diminuito notevolmente.

Quando torno in Italia concentro nel tempo che passo lì, incontri e cose da fare, ma dopo qualche giorno, mi comincia a girare la testa, non solo per il traffico, le luci e i rumori, ma perché ho bisogno di star lontana dalle parole e dalle persone.

Questa solitudine produce qualcosa in più? Non credo, oppure se succede non me ne rendo conto. Le “idee” mi venivano in mente anche prima, quando ero costretta ad occuparmi di faccende ripetitive o ad ascoltare (quando lavoravo) persone noiose. Forse quello che ho acquisito, rispetto al passato, è di osservare più particolari di un persona o di un avvenimento. Questo è dipeso dal fatto che spesso ascolto gente che parla in una lingua che non comprendo, oppure quando parlano inglese, di cui capisco, ma che non è la mia. Insomma, in meglio o in peggio, mi sono adattata alla nuova vita e, dopo due anni, posso dire: nostalgia, addio!

Però...Mi manca un po’ la nostalgia perché è uno di quei sentimenti leggeri, struggente, ma non troppo, che quando lo provi ti fa sentire più vivo.

Penso che sia arrivato il momento di cambiare qualcosa. Il pensiero di star bene così come sto, mi agita un po’.



postato da alice121 ~ 21/11/2003 10:12 ~ commenti (1)
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giovedì, novembre 20, 2003
 

Oggi è una di quelle giornate in cui rimpiango di non vivere in Italia...

6,50 euro è la fattura che mi arriverà tra qualche giorno per aver chiamato questa mattina tra le 7 e le 8 il medico generico ed aver avuto una conversazione della durata di meno di un 1 minuto.

Buongiorno, dottore. Credo che mio figlio abbia bisogno di una visita oculistica.

Perché?

Non riesce a leggere i numeri alla lavagna.

Sarà miope è sufficiente una visita dall’ottico.

Preferirei che fosse un medico a stabilirlo.

Per una diagnosi di miopia va bene anche l’ottico.

Insisto? Ovviamente non ha senso. Ho ancora il ricordo dell’anno scorso, quando lo portai al P.S. per quello che sembrava un attacco di appendicite acuta e non lo visitarono perché non avevo l’autorizzazione del medico. Mio figlio aveva febbre, vomito e dolore all’inguine.

“Il foglio del medico generico, prego”. Mi chiese un’infermiera.
”Lo studio del medico è chiuso”. Risposi.

Una rapida occhiata a Lo. Poi, molto cortesemente, l’infermiera disse “Suo figlio non sembra grave. E’ in grado di stare in piedi, torni domani, con la richiesta per la visita”.

Il giorno dopo, con l’indispensabile pezzo di carta riuscii a farlo visitare. Non era appendicite, ma un altro tipo di malattia che dava gli stessi sintomi. Fu necessario ricoverarlo perché nel frattempo si era disidratato.

“E io pago” non è una frase che si applica in Olanda. Ossia paghi tutto fino all’ultimo centesimo, anche una telefonata di pochi secondi, ma non è possibile andare da uno specialista se il medico di base non è d’accordo.

Per avere una visita di uno specialista devi arrivare in Belgio oppure avere la fortuna di riuscire a scoprire dove si trovi un ospedale in cui visitano senza richiesta. Gira la voce che ne esista uno, ma nessuno sa dire dove sia.




postato da alice121 ~ 20/11/2003 09:38 ~ commenti (7)
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martedì, novembre 18, 2003
 

Pace?
A seguito dei funerali che si stanno svolgendo in Italia non posterò nulla a parte due parole su quanto accaduto. 
La prima è il rispetto per i morti in Iraq.
La seconda è il totale dissenso per la politica del governo.






postato da alice121 ~ 18/11/2003 09:45 ~ commenti (7)
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lunedì, novembre 17, 2003
 

Corsi e ricorsi

Corso di sommellier? No, ormai è fuori moda…

Corso di danza del ventre? No, sono ancora troppo giovane.

Corso di decorazione di palle natalizie? E se poi decido di fare il presepe?

Corso di sushi? Pare che il pesce crudo causi malattie terribili. Non hai letto le mails che stanno arrivando?

Corso per preparare la birra in casa? No, la fermentazione del luppolo mi fa venire la nausea.

Corso per imparare a creare quaderni in papiro? No, grazie. Per scrivere uso word.

Corso di sopravvivenza? No, ormai non c’è più gusto, lo hanno fatto anche i famosi.

Corso di scrittura creativa? Non serve più, ormai ho il blog su cui posso scrivere quando e come voglio.

Corso di HTML? No, alla fine c’è sempre qualcuno che lo fa per te. Corso per avere un blog di successo? Mmmm…Non mi interessa: gli accessi possono trasformarsi in eccessi.

Corso per diventare una casalinga perfetta? Silenzio, mi guardo le mani: 2 vesciche da scottatura di forno, 1 da ferro da stiro, 1 taglio per aver aperto, pensando ad altro, un barattolo di pelati. E poi c’è l’armadio, quell' armadio che dovrò aprire prima o poi. E una montagna di roba mi seppellirà.

Corro ad iscrivermi.



postato da alice121 ~ 17/11/2003 09:18 ~ commenti (6)
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giovedì, novembre 13, 2003
 

Per Farida

Hai mantenuto la tua promessa.

La cartolina che mi hai spedito ha il timbro postale del 10 agosto come avevamo stabilito.

Ne hai scelta una in cui c’è il mare e hai scritto il tuo nome, senza una parola, una frase.

Tornerai? Mi spaventa saperti in mezzo alle macerie, vicino ai carri armati, ai fili spinati.

Si torna sempre: ho vissuto in quella terra per venti anni senza che mi succedesse nulla. Mi hai risposto così quando ci siamo salutati.

La tua amica mi ha consegnato una scatola in cui c’era l’anello di finto argento, un pacchetto avvolto nella carta di giornale e dei libri che ti avevo prestato.

“Allora non torna?” le ho chiesto, dopo aver dato un’occhiata a quello che c’era all’interno – Perché non dovrebbe? Ha risposto lei, indicando i manuali e l’armadio: la sua roba è qui!

Sui suoi occhi è comparsa quell’espressione che me l’ha sempre resa antipatica.

Ho aperto il libro di patologia clinica: avevi sottolineato alcune frasi con la matita rossa. Torna ho pensato, deve fare l’esame.

Il pacchetto non l’ho aperto davanti a Lilly: continuava a girarmi intorno come un avvoltoio, poi quando stavo per uscire ha cercato di trattenermi con un abbraccio.

Sei gelosa?

Mi piacerebbe che lo fossi.

Sono andato nella mia stanza in affitto. Ho infilato una tuta e ho corso per un’ora sotto una pioggia sottile; poi ho fatto una doccia, pensando alla scatola. Ho acceso il fornello e ho messo dell’acqua a bollire. Ho stappato una bottiglia di vino bianco, stavo per gettare la pasta e invece ho aperto il pacchetto: ho trovato i tuoi capelli tenuti insieme da due fermagli verdi .Visti sotto la luce del lampadario della cucina, il nero sembrava quasi blu.

Non li hai mai portati intrecciati quando stavamo insieme.

E’stato un regalo macabro. A me non sarebbe venuto in mente di fartene uno simile, se fossi partito per la guerra.

Ma poi che dico? Io non farò neanche il militare. E sono troppo individualista per sacrificarmi anche minimamente per qualcosa che non mi riguarda in modo diretto. A volte mi capita di provare disprezzo e insofferenza per il mio Paese e per quelli che lo abitano. Succederà così anche per il tuo se un giorno nascerà. Dopo 100 anni dalla sua creazione, forse anche prima perché il tempo scorre sempre più in fretta, qualcuno proverà vergogna e fastidio di essere nato lì.

Certo, sei cresciuta nella miseria e nella violenza. Non posso sapere cosa abbiano significato per te quegli anni; posso imaginarlo, come ho cercato di fare quando ti domandavo i particolari della tua vita di un tempo, ma tu sei stata sempre evasiva. Dicevi: parlare del mio passato mi fa venire i brividi: vedi? E scoprivi il braccio. E allora smettevo di chiedere: ti baciavo e ti facevo ridere. Ma era il tuo passato o il tuo breve futuro a spaventarti? Insieme siamo stati felici: ero consapevole che ci fosse qualcosa che mi tenevi nascosto, ma avevo te; ora sono convinto che un anno fa, quando ti sei iscritta all’università, tu già sapessi che avresti compiuto questa follia. Anzi penso che ti sia concessa un anno per riflettere se quello che avresti fatto, fosse dettato da una necessità ineluttabile oppure dalla suggestione collettiva. Sei venuta in Europa, hai scelto una città italiana e una facoltà che insegna a curare gli uomini; hai continuato a mantenere i contatti con i tuoi amici, ma hai cercato di costruirti una nuova vita, una nuova identità. Hai conosciuto me: io potevo essere quello che ti avrebbe salvato. Mi hai amato, lo so, ma non hai cambiato idea sulla tua missione. Non ti sei confidata con me, convinta che ti avrei giudicata pazza e avrei tentato di fermarti. Se tu non mi avessi spedito la cartolina e mi avessi restituito solo l’anello e i libri, non avrei scritto questa lettera: me la sarei presa con te perché mi avevi dimenticato e, alla fine, mi sarei rassegnato. Sarei venuto a conoscenza del tuo progetto solo dopo la tua morte, sempre che me ne fosse arrivata notizia. Lasciandomi i capelli, hai voluto anticipare quello che stai per fare. Credo che tu abbia agito d’impulso, senza riflettere, ubbidendo a quel poco attaccamento alla vita che ti è rimasto.

La casa dove abitavi non c’è più: i vicini affermano che non c’era nessuno dentro quando è stata distrutta dal carro armato. Mostro la tua foto, che ho ritoccato: avevi i capelli sciolti quando l’ho scattata e li ho nascosti con un fazzoletto nero. Qualcuno ricorda di averti visto nel quartiere, ma nessuno ha saputo dirmi dove tu possa essere. Nello zainetto ho un mucchio di fotocopie di questa lettera; ne lascio una a tutti quelli che ti conoscono. Dei giornalisti francesi mi hanno istruito su come devo muovermi durante le ore del giorno, mi hanno anche promesso che s’impegneranno per lanciare un appello da una radio locale; ma io preferirei che ti giungesse questa lettera, o ancor meglio che c’incontrassimo casualmente lungo la via. Se leggi queste righe, sai dove vado a dormire. E’ una stanza piccola con due finestre; una dà su un cortile interno ed è spalancata durante la notte: si sente il rumore dell’acqua della fontana e arriva il profumo intenso di un gelsomino che si arrampica lungo il muro. Dall’altra si vede la strada percorsa dai camion pieni di militari e si scorgono i bagliori dei colpi sparati oltre la collina. Da quella finestra spero di vederti arrivare, chiamata da questa lettera. C’è ancora qualcosa che devo dirti e che non voglio scrivere.

Togli le bombe dalle tasche, mettici questo foglio e vieni da me.

Andrea

Allaccia i sandali e si guarda allo specchio. Con le dita della mano aggiusta i capelli: non è necessario che li pettini, sono talmente corti che neanche una ciocca uscirà dal fazzoletto.  Indossa dei pantaloni di lino nero e una camicia dello stesso colore. Passa sul viso un velo di cipria bianca, si copre con una tunica che le nasconde il corpo . Mentre si annoda il fazzoletto, sente un fruscio sulla strada. Qualcuno ha spinto una busta attraverso la fessura della porta. La raccoglie senza aprirla, senza neanche dare un’occhiata al mittente. La mette nella borsa insieme alle altre. Esce nella notte, sfidando il coprifuoco.



postato da alice121 ~ 13/11/2003 23:02 ~ commenti (4)
~ storie



 

Club, associazioni e tessere.
Non mi sono iscritta al Club delle italiane della scuola dei miei figli. Non ho neanche risposto all'invito dell'associazione italiani nel mondo. Insomma generalmente non partecipo, mi astengo. A votare ci sono sempre andata però. 
C'è sempre un'eccezione: lo scopo di questo club è vago, ed è una delle ragioni che mi ha spinto ad aderire, e poi la tessera è molto carina.

  Il fondatore del club è lui. 






postato da alice121 ~ 13/11/2003 11:24 ~ commenti (1)
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mercoledì, novembre 12, 2003
 

Non vorrei mai scrivere come lei
Come la Mazzantini in questo libro. Negli altri non lo so quello che ha scritto. Mi chiedo: come ha fatto a pubblicare questo?




postato da alice121 ~ 12/11/2003 01:14 ~ commenti (4)
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lunedì, novembre 10, 2003
 

Chi scrive…trova

Se rileggo quello che ho scritto, mi accorgo che ho lasciato più traccia di me in quello che ho inventato rispetto a ciò che ho riportato fedelmente. Nel descrivere i fatti così come si sono svolti, uso espressioni e parole e linguaggi che innalzano una barriera dal come sono veramente. Quando scrivo di un bambino o di un pazzo, insomma di qualcuno che è molto lontano da me non ho necessità di nascondere nulla. La mia identità è al riparo e quindi mi sento più libera, scrivendo di quell’individuo, di arricchirla con particolari in cui mi riconosco. Questo riconoscimento non avviene al momento, ma dopo un certo periodo di tempo. Trovo che tutto ciò sia affascinante. E anche che contraddica (per quanto riguarda me) ciò che molti sostengono: si scrive per gli altri, per essere letti, ecc. Che ci sia un piacere ad essere letti è innegabile, ma il piacere maggiore lo avverto nello scoprire quella parte di me stessa di cui, altrimenti, sarei stata consapevole solo in termini confusi.



postato da alice121 ~ 10/11/2003 10:16 ~ commenti (4)
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venerdì, novembre 07, 2003
 

Basilico, mio Basilico
Una volta ero una Pollice Killer. Le foglie delle piante che avevo in casa tremavano quando mi avvicinavo.Tremavano e cadevano, si afflosciavano, ingiallivano. Io mi ostinavo a comprarle e loro a morire. Alla fine avevo qualche piantina grassa, un potos con solo 3 foglie e un ficus con 5.

Poi mi sono trasferita qui. E ho deciso che doveva cambiare qualcosa nella mia vita e questo qualcosa doveva essere il mio rapporto con le piante. Ho comprato manuali, un’enciclopedia, ho fatto ricerche su internet. Ho studiato. Ho scoperto che alcune informazioni sui libri erano errate. Ho pensato alle piante tutte le mattine. E non ci sono stati più decessi. Gelsomino, pianta del caffè, croton, eucalipto, kenzia, melograno, limone, banano, jatropa, spatifillo, violetta africana, stephanotis ,orchidee e piante tropicali crescono e fioriscono.

Oltretutto il mio nuovo comportamento era anche in linea con i suggerimenti del manualetto che avevo ricevuto appena arrivata qui, che consigliava come antidoto alla nostalgia quello di circondarsi di piante.

Insomma, tutto sembrava andar bene. Certo il banano e il limone non producono frutti, ma sono rigogliosi.

Solo lui continua a morire. Lo sposto, lo innaffio, lo guardo. Gli cerco un raggio di sole. Lo riparo se il freddo è troppo intenso. Lo metto vicino ad altre piante, lo isolo. Gli ho anche promesso che non lo mangerò con la caprese. Che lascerò crescere i suoi fiorellini bianchi. Ma lui niente. Non ne vuole sapere di vivere qui, non vuole integrarsi.




postato da alice121 ~ 07/11/2003 10:46 ~ commenti (10)
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mercoledì, novembre 05, 2003
 

Sui colori
Ieri camminavo in una strada del centro dell’Aja ed ero allegra.
L’Aja è una città anonima: non ha i ponti moderni di Rotterdam e i bei canali di Amsterdam. Però ieri era bella. Nei mesi di settembre e ottobre non ci sono state giornate ventose e le foglie giallo-arancio-rosso erano ancora attaccate ai rami degli alberi e le strade avevano un aspetto diverso. Ero vicina ad un chiosco di fiori quando ho notato un uomo fermo sul bordo del marciapiede con un bastone bianco che ha sbattuto tre o quattro volte davanti a lui. Quando ho capito che aveva intenzione di attraversare la strada, sono rimasta allibita: un non vedente va sempre al semaforo oppure chiede aiuto. Ma il suo bastone doveva essere magico perché il camion e le macchine si sono fermate di colpo. Lui ha attraversato e ha proseguito con il suo ticchettio sul marciapiede opposto.
Ho ripensato ai giri che facevo con Emilio, qualche anno fa. Abitavamo vicino e quindi chiamavano sempre me quando doveva essere accompagnato in qualche posto. L’ultima volta che siamo usciti insieme, avevo una pancia di otto mesi e lui voleva comprarsi un maglione in un negozio di Piazza di Spagna. Di solito andavamo nel discount o alla Upim del quartiere. Non ho tempo per cucinare – diceva – e comprava solo scatolette e passata di pomodoro e bottiglie di birra senza etichetta. Emilio aveva 25 anni e studiava economia. Viveva da solo in un appartamento minuscolo che gli aveva offerto il Comune. Detestava gli obiettori perché – diceva - gli raccontavano i fatti loro annoiandolo a morte. Comunque quel giorno dovevamo prendere la metro e io non gli avevo detto che aspettavo un bambino. La prima che è arrivata era affollata e allora ho detto: senti Emilio, prendiamo quella dopo: ho la pancia. Lui ha diretto una mano verso di me e io gli ho fatto sentire quanto sporgeva. Riaccompagnami a casa, - ha detto- non puoi viaggiare in metro.
Si, che posso – ho risposto io.
Siamo saliti su quella successiva. Lui si è arrabbiato tantissimo perché nessuno mi ha ceduto il posto e ha cominciato a parlare ad alta voce di quanto fosse bastarda la gente. Io cercavo di farlo stare zitto e alla fine ha smesso, ma si vedeva che era contento. Quel pomeriggio mi ha raccontato di quando aveva perso la vista otto anni prima.
I colori li ricordo tutti, - ha detto -anche le sfumature.
Cominciamo la nostra passeggiata: via Condotti, via Frattina. Voleva comprare un maglione di V.
Siccome si vestiva con roba da poco prezzo e fuori moda, questo desiderio mi aveva lasciato perplessa. Nelle strade la gente ci guardava. Lui aveva rimpicciolito il bastone, camminavamo sotto braccio e molti si giravano. Credo fosse per la combinazione Donna incinta + Non Vedente; magari qualcuno, dopo averci squadrato ben bene, sarà anche andato di corsa in un botteghino del lotto. Io un po’ mi vergognavo, un po’ cominciavo ad innervosirmi. Avevo una gran voglia di dire: Ma che ti guardi? Però stavo zitta perché poi Emilio si sarebbe sentito in dovere di intervenire e sarebbe uscita fuori una lite pazzesca.
Comunque entriamo in un negozio enorme, pieno di commessi magri e vestiti di nero. Si scambiano un’occhiata d’intesa tra loro e per qualche minuto nessuno si muove. Poi uno si dirige verso di noi con aria seccata. Emilio chiede un maglione azzurro. Abbiamo questi, - risponde il commesso, con un gesto della mano. Prendili, per favore – dico io . Lui alza agli occhi al cielo e ne poggia alcuni sul bancone. Emilio comincia a toccarli. Chiede al commesso le sfumature dei colori. Quello si sistema il ciuffo di capelli che gli copre gli occhi e risponde: quelle che vede. Uno è blu scuro, Emilio, quasi nero. Uno è giallo come i petali del girasole. Un altro è verde prato.
E camicie bianche ne avete? No, - dice il commesso. E alza ancora gli occhi, scocciato.
Qualcosa di spiacevole sta per succedere, lo so. Mi pare già di sentire Emilio che urla. Gli stringo leggermente il braccio e sussurro: andiamo a cercare da qualche altra parte. Ma lui non si muove. Continua a toccare con i polpastrelli la lana dei pullover. E cos’è questo strano odore che si sente? Chiede arricciando il naso. Da dove viene? Ma sono maglioni usati questi?
Il commesso ci fissa impassibile. Emilio dopo averli toccati per bene, comincia ad annusarli. Poi continua: no, non arriva da qui. Alza la testa di scatto in direzione del commesso che è più alto di lui di almeno dieci centimetri: sei tu che puzzi, il mio fiuto non mi tradisce mai!. Si toglie gli occhiali scuri e guarda il ragazzo con le sue pupille che vanno dove capita.
"Noi ciechi abbiamo il naso fine e poi anche un senso speciale: quello di percepire gli stronzi sin dal principio". Al commesso si scompone il ciuffo e anche il linguaggio, Dice: Aho, te ne devi da andà!
Ne arrivano altri 3 tutti neri e agitati. Signori: questo è un negozio dove non si discute. Siete pregare di uscire…
E’ sorprendente: sembrano dei replicanti, hanno parlato tutti e tre nello stesso istante. Ce ne andiamo. Emilio adesso sorride. Sai, mi dice – sono stato sempre un tipo litigioso. Un giorno o l’altro mi metterò nei guai, lo so, ma non mi importa. E poi mi piace entrare in questi posti di lusso: sono solo i soldi qui a fare la differenza.


















postato da alice121 ~ 05/11/2003 17:20 ~ commenti (12)
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martedì, novembre 04, 2003
 

Oggi voglio pensare a...

Oltre cento anni fa, un uomo scriveva: you can have your secret, if I can have your heart.

Una frase su cui dovrebbero riflettere tutti coloro che stanno vivendo una storia d’amore. Questo uomo era Oscar Wilde e non fu trattato molto bene dalla società di allora. Dopo aver passato due anni in carcere si era fatto questa idea di quelli che stavano al di là delle mura:  Preso nel suo complesso, il mondo è un mostro pieno di pregiudizi, affardellato di preconcetti, corrotto dalle cosiddette virtù. Sfidare il mondo, ecco quale dovrebbe essere il nostro scopo, invece di vivere per accondiscendere alle sue pretese, come facciamo per lo più".

Sapeva che il mondo non avrebbe smesso di perseguitarlo perché questo avrebbe significato ammettere di aver sbagliato a condannarlo. Incerte furono le cause della sua morte, sicuro è che morì solo.



postato da alice121 ~ 04/11/2003 10:55 ~ commenti (3)
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lunedì, novembre 03, 2003
 

E poi staremo ancora un po’ insieme…

Accidenti e chi lo avrebbe mai pensato? Dagmar aveva preparato una cena elaborata. Cucina tedesca, certo, e quindi un po’ pannosa, ma buona. E poi girasoli ovunque, caffè italiano e vino alemanno.

Mentre riscalda la zuppa ci racconta del disagio che avverte nel vivere nel paese dei tulipani: gli olandesi non hanno dimenticato la seconda guerra: c’è una discussione sui giornali che spinge a tradurre i  film tedeschi in olandese perché non sopportano il suono della nostra lingua (i film sono tutti in versione originale con i sottotitoli). Mentre mangiamo ci descrive le ore che passa in macchina ad aspettare suo figlio che esce da scuola (i bambini che vanno al primo anno delle materne frequentano solo per 2-3 ore e quindi se si abita lontano si resta nei paraggi). Sto lì in macchina, dice – no, in un caffè non ci vado perché poi le chiacchiere mi distraggono e non riesco a leggere. Allora sono lì in macchina e invece di leggere, penso, ma penso nel modo sbagliato. Mi viene in mente un’immagine bella e poi si trasforma in un incubo oppure in un fatto ridicolo. Allora ho capito: è arrivato il momento di scrivere, di trasformare questo malessere in righe positive. Mi sono iscritta ad un corso di scrittura creativa, in inglese, ovviamente. La conosco bene questa lingua: l’ho anche insegnata. Potrei fare tante cose, basta solo che decida. Devo smettere di pensare che sia difficile vivere qui. Certo se fossi ad Amsterdam sarebbe diverso. L’Olanda è divisa in due: Amsterdam e il resto del Paese.

E parla, ci fa domande, ascolta. Si ride, tutto procede come non avrei mai pensato.

Ma…

C’è un ma e una domanda che faccio a me stessa: perché quando un' obiezione sembra banale sono portata a credere che sia una scusa? Quando lei rispondeva ai miei inviti con la frase: “mio marito è stanco”, perché non ho pensato che ci fosse una traccia di verità?

Nelle 6 ore che siamo stati insieme, il marito di Dagmar non hai mai parlato. Non era muto perché ci ha salutato due volte e conosce l’inglese perché altrimenti non potrebbe lavorare qui.

Cosa ha fatto questo uomo durante la cena? Gestiva il vino e l’acqua che non erano sul tavolo, ma sul pavimento vicino alla sua sedia. Non appena il livello di acqua/vino scendeva oltre una certa soglia…zac! Ecco che entrava in gioco lui. Però faceva tenerezza quando cullava il suo bambino. E suscitava sentimenti positivi anche quando, finita la torta di mele, è schizzato in piedi per sparecchiare.

Credo di aver capito come sia andata questa faccenda dell’invito rimandato per due anni:

Lei: li invitiamo?

Lui: No!

Lei: E daiii…

Lui: Nooo…

E via così per 24 mesi; alla fine lui come tutti gli uomini cede, ma pone una condizione: E va bene: Fa come ti pare, ma io non parlo!

Ed è stato Di Parola? Si, anzi Senza Parole…



postato da alice121 ~ 03/11/2003 01:37 ~ commenti (10)
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